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PAOLO E LA PREGHIERA
“RINGRAZIO CONTINUAMENTE IL MIO DIO… IN CRISTO GESÙ“

(1Cor 1, 4)
La preghiera in genere indica la risposta dell’uomo alla Divinità, da cui si crede di dipendere e a cui eleva spontaneo il suo sentimento di ringraziamento e di richiesta. Per poter rispondere, si suppone una chiamata almeno in modo generico, percepita con libertà razionale. La risposta dipende dal grado di conoscenza che si ha della Divinità, per analogia al principio affermato l’altra volta da Paolo. Due sono le conoscenze principali della Divinità: in modo impersonale e in modo personale. La prima è la massima conclusione razionale raggiunta dall’uomo, senza alcun apporto della fede, ed è sempre una conoscenza imperfetta. La conoscenza personale invece ha come fondamento la rivelazione, cioè l’autorità stessa che si crede e che perfeziona la conoscenza umana della stessa Divinità. La preghiera fondamentalmente ha due aspetti: quello rivolto al Dio impersonale e quello rivolto al Dio personale. Il nostro riferimento è certamente basato sulla fede in Dio che, secondo Poalo, si auto-rivela pienamente in Cristo Gesù. E sempre secondo Paolo, anche la preghiera rivolta al Dio personale si estrinseca principalmente in due momenti direttamente proporzionati alla conoscenza che si ha di Cristo Gesù, il momento del ringraziamento e il momento della domanda, l’uno con l’altro intrecciatesi. Pensiero che il Beato Duns Scoto utilizza speculativamente attraverso le due auto-definizioni bibliche di Dio: “Io sono colui che sono e colui che agisco”(Es 3,14), e “Dio è carità”( 1Gv 1, 4), per fondare la sua interpretazione della storia della salvezza, dando vita a una specifica metafisica e a una specifica teologia in chiave di prospettiva cristocentrica. Ascoltiamo il testo di Paolo 1Cor 1, 1-9. Primo principio: gloria di Dio Cristo con la sua avventura storica rivela due avvenimenti essenziali: l’auto-rivelazione di Dio e il suo disegno di salvezza. Di fronte a questa meraviglia, la memoria di ciò che Dio ha fatto sollecita nel credente sentimenti fondamentali di lode e di ringraziamento. Dall’iniziativa divina nasce nel credente il sentimento contemplativo della lode e del ringraziamento come risposta e dovere. Questo agire divino tecnicamente Paolo lo chiama con l’espressione “gloria di Dio” (in ebraico: Kebod Jahwè) che indica la stessa natura divina manifestata con segni sensibili. La “gloria” può chiamarsi anche irradiamento esteriore dell’infinità di Dio, e in forza di questo elemento esteriore e sensibile la “gloria” può essere oggetto di contemplazione da parte del credente. Nell’AT sono documentate alcune manifestazioni di Dio nel “culto” per mezzo del fuoco o della nube (al Sinai, all’ingresso del Tabernacolo… Es 16,10. 24, 17); nella “storia” al passaggio del Mar Rosso, miracolo della manna… (Es 14, 4-18); i Salmisti celebrano la gloria di Dio nella creazione; i Profeti annunciano che un giorno la “gloria di Dio” si sarebbe manifestata su tutta la terra a vantaggio degli uomini. Gli agiografi del NT hanno visto l’adempimento della profezia nel mistero dell’Incarnazione: nascita morte resurrezione e ascensione al cielo di Cristo Gesù, con le dovute differenze tra autore e autore. I Sinottici, per es., concentrano la loro attenzione sul segno della Trasfigurazione, per esprimere la “gloria di Dio”; Giovanni, invece, presentando i miracoli come “segni”, inculca l’idea che gli stessi miracoli manifestano la “gloria di Dio”; Paolo, infine, parla della “gloria” di Gesù con riferimento alla resurrezione e ascensione al cielo, e, quindi, con significato escatologico. Paolo sintetizza al massimo questo primo aspetto della preghiera con la pienezza della rivelazione di Dio in Cristo Gesù, come Mediatore, per il dono dell’esistenza; come Redentore, per il dono della grazia; e come Glorificatore, per il dono della gloria. Secondo principio: la domanda La preghiera di domanda se considerata in sé, cioè avulsa da ogni riferimento al Regno o alla Gloria di Dio, potrebbe impantanarsi e insterilirsi, perché le richieste non sempre sono in armonia con la salvezza. Per evitare tale pericolo, Paolo enuncia un principio generale: “Sia che mangiate, sia che beviate, sia che facciate qualsiasi altra cosa, fate tutto per la gloria di Dio” (1Cor 10,31). Dietro qualsiasi domanda, Paolo è come cristallizzato intorno alla gloria di Dio, nel senso che alterna ringraziamento e implorazione, come il movimento dell’onda del mare verso la riva, del flusso e riflusso, come quello della cozza che si apre per mangiare e si chiude per digerire, o come quello del cuore in diastole e in sistole: ogni implorazione deve avere il suo termine e compimento nel ringraziamento definitivo del Regno. In questo modo la preghiera conserva il suo valore di fede e di dedizione “per completare ciò che manca ancora alla fede”(1Ts 3,10) di coloro ai quali ha fatto conoscere il Vangelo, perché crescano nella speranza e facciano crescere la carità, fino “alla pienezza della conoscenza di Dio con ogni sapienza e intelligenza spirituale” (Col 1,9-10), al fine di “comprendere quale sia la lunghezza, la larghezza, l’altezza e la profondità della carità di Cristo, che sorpassa ogni conoscenza” (Ef 3,18-19). Terzo principio: pregare sempre In sintonia con il precetto di Cristo di “pregare sempre, senza stancarsi”(Lc 18,1), Paolo è in continuo movimento di preghiera e di lavoro, in perenne atteggiamento di orante, in continuo stato d’animo permanente, in costante disposizione dello spirito. E questo suo stato d’animo, lo richiede anche ai suoi fedeli. Così per es. scrive: “state sempre lieti, pregate senza posa, in ogni cosa rendete grazie; questa è la volontà di Dio in Cristo Gesù verso di voi”(1Ts 5,18). La volontà di Dio si riferisce all’intera triade gioia-preghiera-rendimento di grazie, che costituisce anche la maniera non solo di pregare ma anche di vivere, dal momento che tra pregare e vivere c’è profonda unità e comunione. La gioia o la perfetta letizia – come effetto della salvezza – è assicurata e alimentata dalla preghiera, che feconda le radici dello spirito. Conclusione E così ritorna il ciclo ermeneutico espresso agli Efesini: “Benedetto sia Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che ci ha benedetti…” (1, 3-5). La preghiera allora è la nostra risposta di fede al dono divino: quanto più è sentita la chiamata, tanto più è semplice e profonda la risposta, che si riveste di gioia e di pace al presente e al futuro. La disponibilità alla preghiera se da un lato esclude ogni formalismo, dall’altro si esprime in ogni forma dello Spirito, così che il colloquio interiore con Dio si riflette anche negli atteggiamenti e nelle parole. E’un modo di esprimere la continuità della preghiera nella vita e con la vita, come il motto del Beato “Ora et Cogita, Cogita et Ora”, fatto proprio dagli Amici dello stesso Beato.