S. Salvatore - Gerusalemme
8 Novembre 1993
Omelia
in onore del
Beato Giovanni Duns Scoto
(fr Giovanni Lauriola)
M.R.P. Castor Garcia, Confratelli nel Sacerdozio e
nella Professione Religiosa,
Dal 1991 in poi ho avuto la grazia e la gioia di celebrare
solennemente la festa liturgica del Beato Giovanni
Duns Scoto non solo dell’8 novembre, ma anche
delle altre ricorrenze storiche principali della sua
vita, come il VII centenario dell’ordinazione
sacerdotale, 17 marzo 1291, e sempre alla presenza
della Gerarchia, delle Autorità dell’Ordine
e di quelle Accademiche. Le mie iniziative in onore
del Beato vogliono costituire, anche se nel piccolo,
una specie di riparazione storico-culturale e un gesto
sincero e sentito di gratitudine e di rispetto verso
un pensatore che ha saputo pazientare nel silenzio
dell’umiltà per tre secoli prima di essere
riconosciuto ufficialmente nella santità dalla
Chiesa.
Ed oggi, che mi trovo nella Custodia di Terra Santa,
per offrire un modesto servizio al relativo Studium
Philosophicum, sento profonda la gioia e la commozione
di concelebrare questa prima liturgia ufficiale in
onore del Beato, proprio a Gerusalemme, alla presenza
del Vicario della stessa Custodia, P. Castor Garcia,
delle Autorità Accademiche dei due prestigiosi
Studi di Gerusalemme, degli illustri Docenti e di
tanta assemblea altamente qualificata e motivata.
E di cuore ringrazio il Beato per questo momento di
grazia.
Abbiamo sentito parlare dal Rettore Magnifico dell’Antonianum
di una certa “pigrizia culturale” che
il francescanesimo sta attraversando in questo periodo
storico della “post-modernità”,
così altamente critico per tante ragioni ascoltate
e in parte condivise.
Che fare?
Piangere i cocci rotti?
Rotti, da chi?
Non volutamente da noi! E qui si innescherebbe una
lunga catena di cause e di concause che, per un verso,
esula certamente da questo momento di sublime letizia
francescana, e dall’altro potrebbe rientrare
indirettamente.
Come?
Tenendo viva e vivida la personalità del figlio
di Francesco che ha saputo compiere al suo tempo,
non tanto dissimile dal nostro per gli aspetti fondamentali,
quella operazione che oggi si chiede a ciascuno di
noi di operare più come impegno personale che
come istituzione, sempre in ritardo.
Ebbene in che senso il Beato Giovanni Duns Scoto,
di cui oggi celebriamo la sua gloria nei cieli, può
costituire per ciascuno di noi, nelle attuali situazioni
esistenziali [studente, docente, religioso, autorità...],
un punto di riferimento certo per una uscita di sicurezza,
che assicuri conservazione e crescita della propria
personalità in questo tempo di crisi profonda
del post-moderno e per non lasciarci travolgere del
tutto dal suo vertiginoso movimento?
Poiché lo spazio liturgico ha il suo tempo,
cercherò di contenere al massimo l’intervento.
Ognuno è figlio del suo tempo. E nessuno può
essere considerato fuori dal suo tempo. Ciascuno è
alle prese con il suo tempo. Non ci sono deroghe o
deleghe, pena la perdita della propria personalità.
Ognuno, perciò, è chiamato indistintamente
a fare la sua parte, e farla bene.
La crisi storico-culturale al tempo di Duns Scoto
era molto seria e critica, tanto da spaccare la società
in due parti: da un lato coloro che volevano essere
soltanto figli della terra, della natura, della storia,
dell’arte...; e dall’altro coloro che,
oltre ad accettare questi valori, volevano tenere
fisso lo sguardo anche verso il cielo, la trascendenza,
il sacro, il divino...
È una spaccatura tale che gli storici la crisi
del “bivio” della cultura d’Occidente,
le cui conseguenze negative si faranno sentire in
una forma più esasperata non molto dopo...
Di che si tratta precisamente?
Si sgretola un mondo, va in frantumi il mondo teocratico,
si sbriciola la concezione unitaria della vita e del
sapere, tutto gerarchizzato al teologico, al religioso
e alle autorità ecclesiastiche, e si profila
un mondo così detto laico. Come in tutte le
situazioni di crisi, l’uomo vive euforicamente
il momento felice della libertà, assapora la
soave brezza dell’indipendenza, si accorge di
essere qualcuno, di valere qualcosa, di servire a
qualcosa, di rapportarsi personalmente a Dio... Desidera
essere libero, desidera essere se stesso. Vuole liberarsi
da tutto ciò che sente come opprimente e imposto
senza adeguate motivazioni.
Liberarsi da che cosa?
Specialmente da una cultura che veniva da una tradizione
stantìa e acritica... ritenuta non più
idonea per la formazione dell’uomo contemporaneo.
L’esempio delle Università è paradigmatico,
specie quella di Parigi, la culla della cultura occidentale.
Nel giro di qualche secolo, le Università erano
diventate il centro propulsore delle città,
del fenomeno della urbanità..., il luogo della
formazione culturale e professionale, in cui gli uomini
potevano confrontarsi e misurarsi in concreto: il
mercante, il pastore, il contadino, l’avvocato,
il giurista, l’ecclesiastico, il religioso,
l’artista, il filosofo, il teologo, il predicatore...
In una parola, le Università avevano il compito
di formare non solo studenti verso la carriera religiosa
e sacerdotale, ma anche i professionisti del sapere,
i professionisti della politica, dell’arte,
del diritto, della produzione...
La reale situazione di crisi e di contrasto viene
affrontata e discussa da Duns Scoto in una famosa
questione dal titolo controversia est inter philosophos
et theologos, capolavoro di metodo storico-critico.
La problematica: le scienze che prima erano servite
soltanto a leggere la Scrittura, a insegnare ai predicatori
a parlare bene, a convincere la gente... si erano,
per così dire, organizzate per rendersi autonome:
non volevano essere più strumento della teologia,
non volevano più dipendere dalla visione religiosa
della vita..., ma avere un proprio autonomo spazio
di indagine.
La lotta è aperta aspra polemica e, spesso,
anche volgare. L’autorità ecclesiastica
esigeva dai Maestri delle Arti, cioè la Facoltà
di Filosofia, in cui facevano capo tutte le altre
scienze, un giuramento secondo il quale essi avrebbero
utilizzato la “nuova filosofia” -quella
derivante da Aristotele, che costituiva il pomo della
discordia- soltanto nelle questioni non direttamente
attinenti con la teologia; per tutte le altre questioni,
che potevano avere qualche preciso riferimento alla
teologia, dovevano tacere.
É l’atteggiamento di sempre dell’autorità
ecclesiastica che, partendo da una diversa angolatura
non sempre libera da preconcetti, vuole esercitare
una forma di controllo sul sapere e vuole imporre
una via di comportamento agli uomini!
Duns Scoto vive, in breve, questa profonda situazione
di crisi storica culturale e religiosa.
Che fare?
Le soluzioni dell’epoca, a nome di Tommaso e
di Bonaventura, avevano previsto che i due mondi di
sapere -quello religioso e quello laico, quello soprannaturale
e quello naturale, quello della grazia e della natura...-
potevano, anzi, dovevano rimanere congiunti: la natura
ha il suo coronamento naturale nella grazia, il naturale
nel soprannaturale, il laico nel religioso...
Duns Scoto non è di questo parere.
Perché?
Perché è un critico. Egli non assolutizza
né il relativo né il temporale. In forza
della sua visione dell’Essere Infinito, afferma
che tale sintesi o connubbio ha valore contingente
e storico, e non può avere valore in sé,
ma può valere per quel momento, ma non per
sempre!
Grande lezione di ermeneutica!
La sua critica equilibrata serena e costruttrice si
rivolge sia ai Filosofi sia ai Teologi. Ai Filosofi
critica, con argomentazioni storico-teoretiche, la
loro arbitrarietà di voler negare aprioristicamente
il trascendente, il soprannaturale, il mondo della
grazia, utilizzando una ragione chiusa in se stessa
o limitata dei sensi; ai Teologi critica il modo di
fare la Teologia a partire dalla storia della teologia,
cioè da Pietro Lombardo, oppure a partire da
Agostino o dai Padri, e anche il modo di volere spiegare
tutto con il ricorso normale al soprannaturale o alla
fede. Tutta la sua critica si può sintetizzare
più o meno così: ogni costruzione di
sintesi culturale risente del suo tempo e non può
essere estesa a modello in ogni tempo e per ogni cultura.
Comportarsi così, significa fare ideologia!
È da circa un secolo che assistiamo allo stesso
atteggiamento dell’autorità ecclesiale,
nonstante le ampie aperture fatte dal Vaticano II
e da Paolo VI.
Per evitare questo pericolo, Duns Scoto ritiene indispensabile
riferirsi a ciò che si ritiene essenziale della
sacra Scrittura, a ciò che si ritiene essenziale
nella vita cristiana, ossia al concetto di Dio, non
solo come Essere,Io sono colui che sono, ma soprattutto
come Amore,Io sono la Carità.. Con questi due
principi, Duns Scoto elabora la più potente
e penetrante speculazione che mente umana sia stata
capace di creare nel tempo. Da un lato, assicura la
massima libertà a Dio, e dall’altro concede
la massima libertà all’uomo, riducendo
al massimo la distanza tra Dio e uomo. Tra queste
due espressioni di essere, assoluto l’uno e
contingente l’altro, il genio di Duns Scoto
intuisce la presenza della mediazione ontologica di
Cristo, che permette alle due libertà di entrare
in comunicazione: senza di Cristo, Dio non può
parlare all’uomo, né l’uomo può
parlare a Dio. È la stupenda traduzione, in
termini di filosofia cristiana, della metafisica platonico-plotiniana
che Dio produce solo Dio, e anche la base speculativa
della sublime dottrina del Cristo-centrismo universale.
Dal Dio Essere-Carità , quindi, Duns Scoto
deduce la visione del Verbo Incarnato, che costituisce
l’unico indispensabile vero che non subisce
la spugna della storia, che rimane sempre in piedi
in Teologia e sempre valido nel confronto con qualsiasi
Filosofia. In altre parole, il Dottor Sottile ha inteso
smascherare il difetto essenziale della ragione, quello
di pretendere di creare la verità, di circoscriverla
in un sistema compiuto e perfetto. La ragione, invece,
ha il compito di ricercare la verità ininterrottamente
da sistema a sistema, senza farsi chiudere in uno
specifico sistema. Bisogna avere il coraggio di ammettere
un pluralismo di pensiero e un pluralismo di modi
di pensare, basato non su qualcosa fatto dagli uomini,
ma fatto direttamente da Dio: il Summum opus Dei,
il Capolavoro di Dio, Cristo Gesù.
Nei confronti di Cristo, sia la Teologia sia la Filosofia
sono mezzi del pensare e del pensiero. Ecco dove Filosofi
e Teologi si incontrano: nell’essere mezzo del
pensare, strumenti del pensiero. Se è pensare
in Filosofia, se è pensare in Teologia, allora
l’incontro è lo stesso pensare, lo stesso
soggetto pensante, l’uomo, l’io.
Il fine del lavoro del pensiero è trovare la
verità, è raggiungere la verità.
E i Filosofi non possono arbitrariamente limitare
la loro conoscenza al mondo dei sensi, né i
Teologi limitarla a ciò che la tradizione -vicina
o lontana che sia- ha detto circa l’interpretazione
della Scrittura.
Il vero punto di partenza di ogni Filosofia e di ogni
Teologia è l’Essere e non l’ente.
Se si comincia dall’ente, non si conosce niente
di certo e di sicuro intorno a Dio, perché
si conclude a qualcosa che sembra essere Dio, ma in
realtà è lo stesso io proiettato verso
l’alto che ricade su se stesso. L’analogia
non fa altro che ribaltare il soggetto pensante nel
trascendente, senza sapere che cosa sia il trascendente.
Barth, forse, aveva ragione quando diceva che con
l’analogia l’uomo ribalta i suoi difetti
in Dio!
Se si comincia dall’Essere che è e che
agisce, che si è fatto conoscere e vuole essere
riamato, che parla e si rivela, che dice e opera -afferma
Duns Scoto- si coglie la Libertà assoluta e
l’Amore assoluto di Dio in Cristo. Per cambiare
il modo di pensare dei Filosofi e per cambiare il
modo di pensare dei Teologi, bisogna allora cambiare
le categorie delle nozioni di persona, di uomo, di
essere, sul modello di Cristo, perché Cristo,
in quanto immagine visibile del Dio invisibile, è
primogenito di ogni creatura!
Il Dottor Sottile, in questo modo, indica la chiave
di volta di una possibile sintesi sempre aperta verso
l’infinito, perché infinito è
l’oggetto di cui si parla e sul quale ci si
modella. La ricerca, vuoi filosofica vuoi teologica,
si configura come una conversione permanente, un atto
continuo che si identifica con la vita, un atto che
occorre rinnovare ogni istante su Cristo, il Capolavoro
di Dio.
Come si colloca la scelta di Duns Scoto
nella nostra attuale situazione di crisi?
Un brevissimo cenno.
Certo, anche oggi si assiste a una crisi generale,
sintetizzabile in due parti: coloro che vogliono fare
unico affidamento sulle forze umane, respingendo acriticamente
la stessa possibilità di una trascendenza,
di un soprannaturale e addirittura di Dio stesso;
e coloro che acriticamente e ideologicamente vogliono
imporre una visione religiosa o teologica della vita.
All’interno di ciascuna delle due parti pullulano
miriadi di diverse particolari situazioni autonomistiche,
come abbiamo sentito anche dal prof. Merino.
Storicamente sappiamo che Duns Scoto non ha ricette
precostituite da dare né ai Filosofi né
ai Teologi, consiglia soltanto di essere critici ricercatori
della verità e di avere un atteggiamento di
serio dialogo e di sincero ascolto autentico dell’essere
e di se stessi.
Consiglio, penso, che possa riproporsi ancora oggi.
Ai ricercatori Filosofi inviterebbe a considerare
con più attenzione la teoria dell’univocità
dell’essere, che apre la via all’originalità
della metafisica scotista e supera ogni categoria
sia aristotelica che agostiniana, permettendo all’intelletto
umano di avvicinarsi quanto più possibile alla
verità della dimostrabilità dell’esistenza
di Dio, e lasciando l’ultima parola alla volontà
di scegliere l’Essere o il Nulla, Dio o Niente.
Per Duns Scoto, Dio non è alla conclusione
di una dimostrazione razionale perfetta, non è
al termine di una ragionamento rigoroso, ma semplicemente
al suo inizio; o, che è lo stesso, Dio è
meno oggetto di intelletto che di volontà.
Nelle situazioni limite, non c’è ragione
che valga, ma solo l’audacia di credere alla
certezza di un’autorità superiore a quella
umana, e cioè che Dio è Principio e
Fine di tutte le cose, Creatore di tutte le creature,
Autore della vita, della bellezza e della bontà
di tutti gli esseri, struturalmente disposti “in
numero peso e misura”.
La posizione di Duns Scoto è contemporaneamente
una posizione seriamente critica, profondamente delicata
e religiosamente rispettosa delle capacità
umane, e anche riconoscimento critico ed esplicito
dei limiti costituzionali dell’uomo. A fondamento
della sua teoria dell’univocità dell’essere,
Duns Scoto colloca la libera scelta dell’uomo
sull’intrinseco valore metafisico della stessa
libertà. Nell’Essere Infinito, la libertà
mette al sicuro la radicale contingenza dell’essere
finito con la teoria della creatio ex nihilo, che,
in ultima istanza, si accoglie e non si conquista,
si accetta e non si dimostra.
La subtilitas di Duns Scoto è costantemente
e responsabilmente orientata a condurre l’uomo
al bivio di una scelta. L’uomo deve continuamente
scegliere: è la sua passione principale, è
la sua caratteristica peculiare. E ogni scelta è
sempre responsabile e personale. La libertà
dell’Essere infinito apre la via all’ispirazione
cristocentrica dell’intero sistema scotista,
indicando il punto d’incontro con la ricerca
teologica. che per il Dottor Sottile è prioritaria
nei confronti di quella filosofica.
L’ispirazione cristocentrica apre orizzonti
sconfinati alla speculazione scotiana. Essa può
spaziare: dall’essere finito all’Essere
infinito, dal temporale al divino , dal profano sacro
al sacro, dall’uomo a Dio. Questa ispirazione
filosofica e teologica insieme investe tutte le principali
teorie scotiane: dal concetto di uomo a quello di
persona, con tutte le immense implicanze possibili
sia in campo speculativo che socio-politico.
Prima verità che Duns Scoto deduce dal suo
cristocentrismo è la concezione di Cristo come
imago Dei , e la seconda è simile alla prima,
la concezione dell’uomo come imago Christi.
La priorità ontologica di Cristo, in quanto
imago Dei, esige che l’uomo sia non solo posteriore,
ma anche dipendente nella causalità efficiente,
oltre che formale e finale. È nella natura
del concetto di imago che colui che è immagine
tenda all’”imitazione” di ciò
di cui è immagine, ossia dell’”originale”.
Con il concetto di Cristo imago Dei, e con il concetto
dell’uomo, imago Christi, si gettano le basi
per un metodo diverso di fare Teologia e di leggere
il fondamento della realtà in Filosofia.
Dal concetto di imago Christi, che certamente è
rivelato, Duns Scoto elabora anche il fondamentale
concetto della persona come ultima solitudo e come
relatio trascendentalis, che tanta luce getterà
nella sua speculazione teoretica spirituale e socio-politica,
ripreso dal mio Centro in collegamento con il Centro
Ricerche Personaliste. Con queste due intrinseche
caratteristiche, il Dottor Sottile delinea il concetto
di persona come esistenza incomunicabile e come apertura
al trascendente. Concetto che evidenzia anche la vera
natura dell’uomo: costituzionalmente limitato
e finito, e potenzialmente attratto dal fascino irresistibile
di Dio, ossia come capax Dei.
Aleggia sicura l’intuizione di Agostino nell’Introduzione
alle Confessioni: Signore, il nostro cuore è
inquieto, finché non riposi in Te.
E inquieto resterà il nostro cuore se non avrà
il coraggio di voler accettare la realtà di
Cristo e ascoltare umilmente la sua parola, e, quindi,
operare la propria personale sintesi culturale, mettendo
a fondamento dell’essere l’Essere, dell’umano
il Divino, del contingente l’Assoluto, del relativo
il Necessario, del temporale l’Eterno, del finito
l’Infinito, dell’uomo l’Uomo, della
persona la Persona, dell’io Cristo, di Cristo
Dio.
A questa Verità -filosofica e teologica insieme-
Duns Scoto è rimasto appassionato ricercatore,
fedele servitore e attento ascoltatore. Questa Verità
è stata alimento quotidiano del suo spirito,
è stata compresa fruttuosamente e profondamente
nella meditazione, ed efficacemente annunziata con
la parola e con gli scritti.
Al Capolavoro di Dio, Duns Scoto ha fissato gli occhi
e il cuore, e ha modellato la sua vita di studente,
di docente, di religioso e di apostolo. Con vera umiltà
di sapiente, non ha confidato nelle sue forze intellettive,
ma nell’aiuto della grazia, che, pieno di fiducia,
chiedeva con fervorosa preghiera. Onde il suo metodo:
la Teologia alimentava la sua vita spirituale e, viceversa,
la vita spirituale corroborava la Teologia. Metodo
tradotto, da chi vi parla, nel motto Ora et Cogita,
Cogita et Ora, che vuole esprimere la validità
della metodologia di Duns Scoto: omnia a Deo per Christum
et omnia ad Deum per Christum., che fraternamente
e umilmente mi permetto di consegnare a ciascuno di
voi in nome del Beato Giovanni Duns Scoto.
Al Signore la lode e la gloria.
Amen. E così sia.
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