GIOVANNI
DUNS SCOTO E L’EUCARISTIA
Giovanni Lauriola ofm
Premessa
Leggere il mistero dell’Eucaristia
nella prospettiva cristocentrica di Duns Scoto implica
richiamare alla memoria il grande mistero dell’Incarnazione,
che costituisce l’asse portante e centrale del
suo sistema teologico e speculativo. Al nostro scopo
è sufficiente ricordare due riferimenti dottrinali,
l’uno di carattere generale e l’altro
di carattere specifico, che hanno come sfondo il fine
ultimo dell’uomo nel grandioso processo del
reditus ad Deum per Christum. Con il mistero dell’Incarnazione,
l’uomo è stato come “divinizzato”
dal Verbo, e lo stesso mistero vive storicamente nella
Chiesa, come “continuazione dell’Incarnazione”,
che amministra, attraverso specialmente i Sacramenti,
i beni della Redenzione, operata liberamente dallo
stesso Cristo.
Nel riferimento generale sono inclusi, perciò,
gli argomenti inerenti alla delicata questione del
fine ultimo dell’uomo alla gloria, con tutto
ciò che comporta la determinazione della natura
umana elevata all’ordine soprannaturale della
visione beatifica. Problema che investe direttamente
i rapporti tra desiderio naturale dell’uomo
e grazia divina. L’uomo, secondo Duns Scoto,
tende necessariamente, perpetuamente e supremamente
alla beatitudine in modo particolare , ma per conoscerla
ha bisogno necessariamente della Rivelazione , cioè
della grazia di Cristo, che rende concreta la visione
beatificante di Dio uno e trino, fine ultimo dell’uomo.
Il riferimento specifico, invece, abbraccia tutti
i problemi riguardante la vita sacramentale in generale,
e in particolare al sacramento per eccellenza, il
mistero dell’Eucaristia. Punto importante della
concezione sacramentale è certamente la determinazione
della “causalità” dei Sacramenti,
specialmente nell’interpretazione della classica
espressione ex opere operato. Secondo Duns Scoto,
l’espressione significa che i Sacramenti, per
virtù di Cristo, hanno in se stessi il potere
di produrre la grazia indipendentemente dal volere
di colui che li amministra. Per questo, i Sacramenti
sono chiamati anche segni efficaci della grazia. La
loro causalità, quindi, è di natura
strumentale, perché operano in virtù
del potere causale dato loro da Cristo, causa efficiente
principale.
A questi brevissimi cenni, bisogna aggiungere anche
la considerazione che Duns Scoto, come tutti gli autori
medievali, non ha lasciato alcun trattato ex professo
della Chiesa e, quindi, neppure dei vari sacramenti
un modo sistematico, né ha consegnato alla
storia un trattato di ascetica o di mistica, di conseguenza
anche le notizie intorno all’Eucaristia, pur
essendo molteplici, non sono sistematiche ma sparse
in diversi contesti, a seconda dell’argomento.
La riflessione sul mistero eucaristico, perciò,
deve seguire una linea generale, per alcuni problemi
tecnici, e una linea personalizzata per quei problemi
a carattere specifico.
Questa difficoltà oggettiva, viene in un certo
qual modo superata in due maniere: l’una con
il riferimento alla dottrina generale del Cristocentrismo,
che alimenta tutto il pensiero di Duns Scoto, e l’altra
con la ricostruzione dei diversi riferimenti eucaristici,
presenti principalmente nell’Ordinatio, che
è il suo capolavoro, nella Reportatio, che
è l’insegnamento vivo trascritto dai
suoi discepoli, e anche da quanto espresso nei Quodlibet,
caratteristica composizione medievale in cui sono
raccolte le dispute intorno a ‘qualsiasi argomento’
all’impronta, come in seduta stampa.
Per rendere più comprensibile la ricostruzione
del pensiero eucaristico secondo il Dottor Sottile,
bisogna calarsi anche se velocemente nel clima culturale
del XIII secolo, dominato, come si sa, dall’influsso
aristotelico, alla cui luce si affilano gli strumenti
per meglio leggere la realtà misterica del
cristianesimo. E in ordine al mistero eucaristico
la dottrina aristotelica dell’ilemorfismo offre
il fondamento teoretico a Tommaso d’Aquino,
che ha introdotto tale dottrina anche nella spiegazione
del mistero eucaristico mediante la cosiddetta “transustanziazione”,
intorno alla quale si concentra buona parte della
speculazione mediavale, come documenta anche la realizzazione
artistica di Raffaello nell’affresco della Disputa
del Sacramento: attorno all’Ostensorio radioso,
Duns Scoto occupa un posto di primo piano, dietro
Agostino.
La dottrina della “transustanziazione”
viene accettata e proposta dalla Chiesa nella spiegazione
del mistero della presenza di Cristo nell’Eucaristia,
definita ufficialmente dal concilio di Trento con
queste parole: “con la consacrazione del pane
e del vino si opera la conversione di tutta la sostanza
del pane nella sostanza del Corpo di Cristo, nostro
Signore, e di tutta la sostanza del vino nella sostanza
del suo Sangue. Questa conversione è chiamata
dalla Chiesa transustanziazione” .
Né nel decreto conciliare né successivamente
è stato precisato dalla Chiesa il modo di come
interpretare la stessa transustanziazione o presenza
reale di Cristo nel mistero dell’Eucaristia.
E intorno al modo di spiegare tale conversione sostanziale
emerge la profonda sottigliezza di Duns Scoto, che,
ispirandosi al suo cristocentrismo e basandosi su
altri principi speculativi, si impegna in una ardita
interpretazione del mistero eucaristico. Egli, infatti,
da un lato si sforza di far intravedere la possibilità
della presenza di Cristo nell’Eucarestia senza
la diretta assunzione di una nuova materia, cioè
senza il ricorso all’elimorfismo aristotelico,
e dall’altro di rendere intelligibile la presenza
del Cristo nella sua integralità anche quantitativa.
Per comodità espositiva suddivido l’intervento
in più punti:1) Eucaristia come mistero; 2)
Eucaristia come sacrificio; 3) Eucaristia come sacramento;
4) Eucaristia e Chiesa. Tutte le altre derivazioni
applicative d’ordine spirituale dipendono essenzialmente
da uno di questi punti fondamentali, per cui non vengono
descritti direttamente ma solamente indicati e lasciati
alla libera invenzione del lettore svilupparli.
I - Eucaristia
come mistero
Il documento sulla Liturgia del concilio
Vaticano II, recependo l’insegnamento della
Mediator Dei di Pio XII, chiama l’Eucaristia
fons et culmen, cioè principio e fine, base
e vertice, somma e centro della Liturgia e della stessa
religione cristiana. Questi e altri titoli cristologici
vogliono dire semplicemente che l’Eucaristia
vive dello stesso mistero dell’Incarnazione,
perché, come insegna Duns Scoto, l’Eucaristia
non è altro che il prolungamento della stessa
Incarnazione. E questo perché Eucaristia e
Cristo sono la stessa cosa, la medesima realtà,
l’identico mistero: tutto ciò che di
Cristo la Scrittura dice, lo si applica ugualmente
e intregalmente, mutandis mutandis, dell’Eucaristia.
Come Cristo è il Summum Opus Dei, così
lo è anche l’Eucaristia, chiamata dallo
stesso Duns Scoto fumdamentum et forma, cioè
la somma espressione cultuale di latria a Dio.
Condizione indispensabile per avvicinarci all’Eucaristia
è dev’essere la convinzione che è
un “mistero”, cioè una realtà
che, con tutti gli sforzi teologici possibili e immaginabili,
non può minimamente essere compresa, ma unicamente
accettata con fede e contemplata con amore. Soltanto
così si concretizza l’espressione giovannea
“chi vede me, vede il Padre” , ossia entra
nel mistero divino e ne resta affascinato e sublimato,
dove né lingua né parola hanno accesso.
Tutto quest’alone di mistero è lo stesso
alone che circonda la personalità di Cristo
integrale e totale, il Christus totus, che la Scrittura
rivela e presenta, specialmente in Giovanni e in Paolo.
Tra i titoli cristocentrici più utilizzabile
nel mistero eucaristico, piace ricordare quello della
regalità o primato di Cristo, Re dell’universo
intero (spirituale e materiale, storico e antropico,
collettivo e personale). Così anche l’Eucaristia
è il centro e il cuore del primato universale
di Cristo, che, tradotto nel termine di “mistero
pasquale”, riassume tutta la sua opera di salvezza
liberamente scelta e compiuta per la “gloria”
del Padre e per la “salvezza” del genere
umano, come documenta la stessa Rivelazione nella
notte di Natale quando canta “Gloria a Dio nel
più alto dei cieli e pace agli uomini che egli
ama” . L’Eucaristia, pertanto, costituisce
il cuore e il centro della Chiesa, per continuare,
fino alla consumazione del tempo, la gloria del Padre
e la salvezza dell’uomo, come cibo e bevanda
del suo cammino esistenziale verso la patria celeste.
Per questo, Duns Scoto ha avuto la geniale intuizione
di considerare l’Eucaristia, in sintonia con
il suo cristocentrismo, come il “prolungamento
dell’Incarnazione” nella storia, assicurando
così la presenza continuativa di Cristo tra
gli uomini: l’Emmanuele con noi.
Come tutti i misteri del cristianesimo, dice Duns
Scoto, unica e sicura guida è la Chiesa, a
cui lo Spirito ha assicurato la sua assistenza nel
custodire, nell’interpretare e nello spiegare
la verità rivelata agli uomini. Così
è anche dell’Eucaristia, Duns Scoto accetta
con profondo rispetto e sincera fede la sua definizione
circa la transustanziazione. E alla domanda perché
la Chiesa abbia scelto la soluzione più difficile
per spiegare il mistero della presenza reale di Cristo
nell’Eucaristia con la transustanziazione, quando
invece le parole della Scrittura possono spiegarsi
più facilmente, afferma testualmente: “dico
che le Scritture devono essere esposte secondo il
medesimo Spirito che le ha composte” ; e aggiunge:
«Non è in potere della Chiesa fare che
qualche cosa sia vera o non lo sia, ma solo al potere
di Dio che istituisce il sacramento; e la Chiesa spiega
la Scrittura nello Spirito di verità dal quale
essa ha origine” .
E seguendo la vita della Chiesa che presenta l’Eucaristia
come “sacrificio” e come “sacramento”,
Duns Scoto, esplicitando il suo cristocentrismo, interpreta
l’Eucaristia-sacrificio come il dono latreutico
di Cristo e, in lui, dell’umanità, al
mistero della SS. Trinità; e l’Eucaristia-sacramento
come il dono di Cristo all’umanità per
assicurare la salvezza. Evidente l’influsso
della concezione totale e integrale del Cristo Mediatore
Redentore e Glorificatore.
II - Eucaristia
come sacrificio
L’Eucaristia realizza alla
perfezione la finalità propria dell’Incarnazione,
cioè la gloria di Dio e la libera redenzione
degli uomini, e questo perché il Cristo si
presenta come Sommo Pontefice, Eterno Sacerdote, Vittima
Santa, che realizza tutta la storia della salvezza
preparata e annunciata fin dall’antichità.
In questo contesto di perfetto culto latreutico, acquistano
un’importanza tutta particolare le parole pronunciate
dal Cristo nella sua avventura umana, specialmente
quelle che indicano direttamente il mistero stesso
dell’Eucaristia.
Solenni sono le espressioni dell’ultima cena
che sono entrate nella formula della consacrazione
eucaristica: “Questo è il mio corpo”,
“Questo è il mio sangue sparso per voi”,
“Fate questo in memoria di me”, che suonano
come un eterno ritornello d’amore eterno e aiutano
a interpretare tutte le più belle parole pronunciate
da Cristo e significanti ciò che indicano,
costituendo in anticipo il significato del termine
“sacramento”.
Meravigliose e sublimi sono le parole riportate dall’evangelista
Giovanni: “Io sono la vite e voi i tralci. Chi
rimane in me, porterà molto frutto” ;
“Io me ne vado - come vuole il Padre - ma non
vi lascerò orfani: rimarrò con voi fino
alla fine dei tempi” ; “Chi mangia di
me e beve il mio sangue, avrà la vita eterna,
e Io lo risusciterò nell’ultimo giorno”
; “Chi vede me, vede anche il Padre” ;
“Io sono la via, la verità e la vità”
...
Per la nostra riflessione sono importanti tenere vive
nello spirito le parole di sintesi “Fate questo
in memoria di me”, che suonano sia come un testamento
accorato di Cristo e sia come ricordo-attualizzante
del suo mistero di salvezza: “Ogni volta che
mangiate di questo pane e bevete di questo calice,
voi annunciate la morte e la risurrezione di Cristo”
. E’ il memoriale del Signore! E’ il ricordo-attualizzante
di Cristo totale: preistorico (Mediatore), storico
(Redentore) e metastorico (Glorificatore). E’
il ricordo perenne del Christus totus! E’ il
ricordo del Cristo vivo che Duns Scoto ha scoperto
con la sua “rivoluzione copernicana in teologia”.
Al presente della celebrazione eucaristica, Duns Scoto
vede legato implicitamente il passato e il futuro.
Così nel momento eucaristico sono compresenti
passato presente e futuro, secondo lo schema classico
della completezza del tempo, che si identifica con
lo stesso Cristo, la pienezza del tempo . Come a dire
che la celebrazione eucaristica è sì
un’azione nel tempo e nello spazio, ma che li
trascende in una visione atemporale e aspaziale, perché
Cristo vive eternamente nella gloria celeste.
In chiave Cristocentrica, perciò, l’Eucarestia
è nello stesso tempo un “segno”
rimemorativo del passato, significativo della grazia
presente, e glorificativo della gloria futura. Come
“memoria di Cristo”, l’Eucaristia
ricorda il passato preistorico e storico del Cristo,
attualizzandolo nel vivo del presente e proiettandolo
nel futuro radioso e grandioso della realizzazione
del tempo. Difatti, Paolo afferma: “Voi annunciate
la morte del Signore fino a che egli venga ogni qualvolta
che mangiate di questo pane e bevete di questo calice”
.
L’Eucaristia come “sacrificio”,
nella visione Cristocentrica di Duns Scoto, ricorda
tutta la storia della salvezza, dalle antichissimme
origini fino alla consumazione del tempo, in cui si
realizza ugualmente tutta la storia umana, che solo
in Cristo riceve la sua giusta spiegazione: tutto
e in funzione dell’uomo, l’uomo è
in funzione di Cristo e Cristo è in funzione
di Dio .
In altre parole, l’Eucaristia è memoria
della salvezza operata da Cristo e come tale è
efficace e attualizzante, nel senso che l’efficace
dell’attualizzazione ora dipende dalla fede
con cui si fa memoria e si crede allo Spirito che
attualizza il mistero, e l’ingresso nel mistero
eucaristico esplode nella lode e nella glorificazione
delle meraviglie operate da Dio in Cristo, il suo
Capolavoro. E si ritorna così sempre alla lode
a Dio per la sua autorivelazione in Cristo. E’
sempre la centralità del Cristo - o dell’Eucaristia
- il perno della storia sacra passata presente e futura:
tutto è in funzione dell’Eucaristia,
il Cristo totale: predestinato morto risuscitato e
glorificato.
Globalmente considerati questi eventi dell’unico
mistero Cristo prendono nome mirabile di “sacrificio
della Croce” e “mistero pasquale”,
che ancora mirabilmente si rinnova sull’altare
ogni qualvolta si celebra l’Eucaristia, “fate
questo in memoria di me”, perché solo
l’Eucaristia “toglie il peccato del mondo”
. Il sacrificio eucaristico applica in modo mirabile
il sacrificio della Croce, che ingloba passato e futuro,
secondo l’immagine apocalittica di Giovanni:
“Io sono l’Alfa e l’Omega”
, “il Principio e la Fine” , “Io
sono il Primo e l’Ultimo” .
III - Eucaristia
come sacramento
L’Eucaristia, fondamentalmente,
è il dono di Cristo agli uomini per salire
a Dio con Lui. L’Eucaristia è “sacramento”
in modo del tutto speciale, perché è
sacramento da sempre, cioè dal quando avviene
la transustanziazione, come a dire che sacrificio
e sacramento, pur distinguendosi nel termine e nel
significato, sono ed esprimono la medesima reatà,
il Cristo integrale. Per questa sua singolarità,
Duns Scoto prima precisa la causalità dei sacramenti
e poi analizza l’Eucaristia sotto tre diversi
aspetti principali,: 1) culmine e vertice dell’economia
sacramentaria, 2) nutrimento perfetto dell’anima,
e 3) fonte e cuore d’ogni culto nella Chiesa.
1. Causalità
dei Sacramenti
A questa analisi è sottesa
tutta la diversità d’impostazione tra
la concezione teocentrica e la concezione cristocentrica,
sintetizzabile nel rapporto tra fede e ragione, tra
grazia e libertà, tra grazia e natura... Nella
prospettiva cristocentrica, pertanto, l’uomo
è chiamato a partecipare della vita divina,
mediante l’incorporazione a Cristo mediante
i Sacramenti amministrati dalla Chiesa e nella Chiesa,
come continuazione della stessa Incarnazione. L’inizio
dell’incorporazione a Cristo è segnato
dal battesimo, mentre gli altri l’accrescono
e la perfezionano, specialmente con l’Eucaristia.
Ovvia sembra l’affermazione che Cristo sia l’autore
dei sacramenti, mentre alla Chiesa è lasciato
il compito di amministrarli e di precisarli.
Importante è determinare la causalità
dei sacramenti. Comunemente si afferma che i sacramenti
producono la grazia che essi significano. La diversità
di opinione riguarda il modo di interpretare il valore
del segno nella produzione della grazia. L’ipotesi
tomista è per la causalità fisica, nel
senso che il sacramento come segno efficace produce
la grazia, a modo di causalità strumentale.
L’interpretazione scotista, invece, è
per la causalità morale, nel senso che il sacramento
come segno efficace influisce nella produzione della
grazia come causalità efficiente morale.
Poiché l’interpretazione di Duns Scoto
è seguita da molti autori anche di diversa
estradizione francescana, sembra opportuno precisare
con più attenzione la novità del Dottor
Sottile, così da allontanare ogni eventuale
ombra di dubbio in un campo così delicato.
Prima di tutto, la causalità morale, di cui
parla Duns Scoto, ha valore di efficienza e non di
occasione nella produzione della grazia, onde il valore
causale del segno sacramentale. Il segno sensibile
del sacramento non ha alcun valore “magico”,
nel senso che possa determinare Cristo a conferire
la grazia, perché unico autore della grazia
è solo Cristo, che agisce come un “ablativo
assoluto”, cioè senza alcuna dipendenza
da creatura. Onde, l’adagio che i sacramenti
agiscono ex opere operato, nel senso che hanno in
se stessi ma per virtù di Cristo, il potere
di produrre la grazia, indipendentemente dal potere
di colui che l’amministra (ex opere operantis).
La loro causalità, perciò, tecnicamente
si chiama strumentale, perché operano in virtù
del potere causale dato loro da Cristo stesso. In
breve, per Duns Scoto la natura della causa strumentale
dei segni sacramentali è dispositiva .
2. L’Eucaristia
come fons et culmen dei sacramenti
La particolarità dell’Eucaristia
nasce fin dal momento della sua costituzione: mentre
gli altri sacramenti donano la grazia che significano
nei loro specifici segni, l’Eucarestia è
la stessa grazia, è lo stesso autore della
grazia, è lo stesso Cristo, è lo stesso
Verbo Incarnato, è lo stesso Capolavoro di
Dio, è la stessa imago Dei, è lo stesso
Cristocentrismo scoperto e diffuso da Duns Scoto.
Questa specificità dell’Eucaristia nei
rapporti con gli altri sacramenti si può anche
sintetizzare così: l’Eucaristia, in quanto
è lo stesso Cristo - ieri oggi sempre - è
il sacramento che continuamente dura, finché
sussistono le “specie”; gli altri sacramenti
invece sussistono solo nell’atto della loro
costituzione o confezione; mentre nell’Eucaristia
confezione del sacramento (o sacrificio) e sacramento
coincidono perché è lo stesso Cristo
che perennemente si auto-dà, gli altri sacramenti
danno la grazia e poi non sono più. Il sacramento
dell’Eucaristia, invece, è, rimane e
perdura dall’atto della sua confezione fino
alla permanenza delle specie.
In altre parole: l’Eucaristia è sacramento
sia sull’altare dopo la cosacrazione, sia nel
tabernacolo quando viene conservata per l’adorazione
e per gli ammalati. Questa è la presenza continuativa
di Cristo tra gli uomini: “resterò con
voi fino alla consumazione del tempo” , cioè
il Cristo dell’Eucaristia è lo stesso
Cristo com’è nei cieli.
A questo punto nasce la delicatissima domanda come
tentativo di spiegazione del concetto di transustanziazione:
nella conversione totale della sostanza che cosa si
muta o cambia? Lo stesso Cristo così com’è
nei cieli, oppure si moltiplica la sua presenza?
Nella dottrina comune si afferma la prima ipotesi,
mentre la seconda ipotesi viene proposta da Duns Scoto,
e costituisce anche una grande novità nella
spiegazione della presenza reale di Cristo nell’Eucaristia.
Secondo il Maestro Francescano, quindi, non è
“Cristo” che si moltiplica - sulla terra
e nei cieli - ma è la sua “presenza”
che si moltiplica “qui” e “là”.
Questa speciale moltiplicazione di “presenza”
costituisce l’essenza del grande e imperscrutabile
mistero eucaristico.
a) La transustanziazione
“adduttiva”
Nel tentativo di spiegare questa
“moltipresenza” di Cristo, si caratterizza
la l’interpretazione geniale di Duns Scoto,
che lo contraddistingue dagli altri teologi, come
princeps theologorum.
Ammessa per fede la presenza reale di Cristo nell’Eucaristia,
si pone il delicato compito di interpretare il modo
di come può avvenire tale presenza di fatto.
Comunemente si è fatta strada il concetto “transustanziazione”,
cioè conversione totale di sostanza: dalla
sostanza del pane alla sostanza del Corpo di Cristo,
che si moltiplica senza addurre alcun cambiamento
ulteriore. E qui si ferma la dottrina comune.
Duns Scoto si interroga: se il Cristo “preesiste”
per fede alla consacrazione, come può costituire
il “termine” della stessa consacrazione?
Così infatti scrive: “La questione si
pone a causa del termine preesistente, perché
non sembra possibile che qualche cosa che già
esiste, possa essere convertito in ciò che
già è” . Ora, nel momento della
consacrazione, il Cristo totale già esiste
per fede nei cieli in tutta la sua reale personalità,
allora che cosa avviene dopo la consacrazione? Si
risponde: la “transustanziazione”, cioè
il passaggio o la conversione totale del pane nel
Corpo di Cristo.
E continua: come interpretare questa “transustanziazione”?
Comunemente, a causa dell’influsso delle categorie
aristoteliche dell’ilemorfismo, applicate da
Tommaso e da molti teologi, si risponde in modo “produttivo”
o “riproduttivo”, cioè come se
la conversione totale della sostanza del pane nella
sostanza del Corpo di Cristo, si potesse chiamare
una “riproduzione” o una “ricreazione”
di una nuova sostanza.
Duns Scoto precisa il concetto di transustanziazione,
dicendo che tecnicamente non si può chiamare
una vera “mutazione”, perché nulla
della sostanza del pane resta nel Corpo di Cristo;
né si può chiamare “annichilazione”
della sostanza del pane, perché il pane è
“convertito” sostanzialmente nel Corpo
di Cristo, e non viene annichilato. Anche per lui,
quindi, la transustanziazione è una conversione
totale della sostanza del pane nella sostanza del
Corpo di Cristo, che moltiplica la presenza di Cristo,
senza produrre nulla di nuovo nel suo termine sostanziale,
che è lo stesso e unico.
Fondandosi criticamente su principi speculativi diversi,
Duns Scoto interpreta la trasustanziazione in due
modi: “o in quanto termina a una sostanza che
ne riceve un nuovo essere, o in quanto termina a una
sostanza che ne riceve la sua presenza qui. L’una
si chiama produttiva nel suo termine, e l’altra
adduttiva poiché il termine (il Corpo di Cristo)
sia presente qui. La prima giunge all’esistenza
del termine, la seconda alla presenza del termine
qui o là. La prima si può chiamare produttiva
del suo termine; la seconda adduttiva del suo termine,
perché per essa il termine (il Corpo di Cristo)
si adduce come presente qui. In altre parole, l’una
produce l’esistenza del suo termine, e l’altra
la sua presenza in tale luogo” . Viene la tentazione
di applicare la distinzione filosofica tra ut apparent
et sicuti sunt...
E in forza della sua “prospettiva cristocentrica”
e del testo citato sopra, Duns Scoto pensa che la
transustanziazione non può essere produttiva,
perché il suo termine (il Corpo di Cristo)
già esiste, ma debba essere intesa in modo
“adduttiva” o “transitiva”,
perché ha come scopo l’adduzione della
presenza sacramentale del Corpo di Cristo, cioè
con la transustanziazione non si riceve l’essere-Cristo
come tale, che già esiste, ma si riceve l’“essere
presente qui”. In altre parole, non si produce
un nuovo essere, già esistente, che non avrebbe
senso riprodurre una realtà già esistente,
ma si rende nuova una presenza diversa di ciò
che già esiste, cioè si adduce una nuova
presenza del Cristo. Per questo, Duns Scoto ammette
la transustanziazione adduttiva, che ha come scopo
l’adduzione della presenza sacramentale di Cristo.
b) Natura della
presenza adduttiva
Ammessa per fede la transustanziazione,
Duns Scoto la interpreta in modo adduttiva e, consapevole
della sua novità teologica, si preoccupa di
precisarne la natura e le caratteristiche. Come interpretare
“quel qualcosa di nuovo” che la trasustanziazione
esprime? Esclude categoricamente che si tratta di
una produzione o riproduzione di sostanza, perché
la sostanza del Corpo di Cristo già preesiste
nei cieli ed è unica e irripetibile come ogni
persona, e afferma con forza che si tratta di una
trasustanziazione “adduttiva” che dà
origine alla presenza sacramentale di Cristo, “qui
e ora”. Di nuovo è la “presenza”
multipla del Corpo già esistente nella gloria
che si rende presente in altro luogo sotto le specie
del pane. Questa è la vera forma di umiltà
o annichillamento paolino: la presenza del Corpo di
Cristo, per sé glorioso, sotto le specie del
pane.
Duns Scoto chiama questa interpretazione della trasustanziazione
come “presenza sacramentale e moltiplicata”.
Quale la sua natura? Così risponde:”Si
potrebbe dire che questa conversione [sacramentale]
è come di sostanza a sostanza, non in quanto
all’essere della sostanza come tale, ma in quanto
al suo essere qui; di modo che come questo Corpo,
in quanto è qui, succede al pane in quanto
qui, così il pane in quanto qui è mutato
nel Corpo in quanto è qui. E questa conversione,
sebbene sia di sostanza a sostanza, non è tuttavia
tra sostanze in quanto termini. Difatti, i termini
sono solamente la ‘presenza’ e la ‘non-presenza’
che possono essere ricondotte alla categoria dell’
ubi (luogo)... Come mediante la mutazione positiva
non è prodotto il Corpo come tale, ma tuttavia
è prodotto il suo essere in quanto è
presente qui, così mediante la mutazione deperditiva
corrispondente il pane non perde il suo essere come
tale, ma il suo essere in quanto è qui. La
transustanziazione è transitiva e non produttiva...”
.
Per comprendere il delicato e novativo linguaggio
di Duns Scoto, bisogna tener presente realmente il
suo pensiero. Quando parla di categoria dell’ubi
o del “luogo” non parla in modo accidentale
ma in modo sostanziale perché parla di conversione
di sostanza in sostanza, ma in relazione a un essere
presente qui. Se i due termini “sostanza”
e “essere qui” vengono presi isolatamente,
si cade naturalmente e facilmente in errore; invece
in Duns Scoto i due termini sono sempre presi insieme,
e allora la soluzione è pacifica e più
rispettosa del mistero che si vuol tentare di svelare
qualche lembo di comprensione. Nella transustanziazione
si ha veramente la conversione di sostanza in sostanza,
senza la produzione del termine già preesistente,
ma si rende presente qui, mentre prima non c’era.
In altre parole, l’effetto della transustanziazione
è la produzione della presenza nuova e moltiplicata
di Cristo, già preesistente, e ora è
presente anche qui.
Con questa interpretazione della transustanziazione,
si può dire che il Cristo subisce una qualsiasi
mutazione?
Duns Scoto risponde categoricamente di no. Se di mutazione
si può parlare, essa non riguarda minimamente
il Corpo di Cristo, ma unicamente la specie, dal momento
che la sostanza, il Corpo, in sé non è
limitato a un luogo preciso: la transustanziazione
infatti riguarda la sostanza in sé, prescidendo
dai suoi accidenti che restano identici. Questo vuol
dire l’ essere in tale luogo, sotto le specie,
non tocca affatto la sostanza del Corpo di Cristo,
il quale non esiste sotto le specie in modo quantitativo,
ma soltanto in modo “illocale”, cioè
in modo aspaziale come le sostanze spirituali, che
non hanno un ubi locale, e può esistere ovunque
si ripete la consacrazione. Il Corpo di Cristo, perciò,
non subisce alcuna mutazione locale. Egli è
e resta sempre immutato e identico così com’è
nei cieli.
Per concludere questo brevissimo e delicatissimo cenno
della dottrina della transustanziazione secondo l’interpretazione
adduttiva di Duns Scoto, si afferma con tutta tranquillità
che la novità della presenza del corpo di Cristo
nell’Eucaristia non è data dall’ubi
locale, ma direttamente dalla transustanziazione,
che comporta la presenza nuova di Cristo, sotto le
specie che, prima della conversione, erano sostentate
dalla sostanza del pane. La nuova presenza di Corpo
di Cristo è una presenza sì reale ma
di natura metafisica, che si attua in virtù
della transustanziazione. E’ un modo di presenza
nuova, che supera ogni legge fisica, e che ha attinenza
con la presenza gloriosa della Risurrezione. E’
la Risurrezione il fondamento della dottrina sacramentale
dell’Eucaristia, e ne assicura la reale presenza
soprannaturale. L’Eucaristia, come Cristo, è
non un mistero, ma il mistero.
3. L’Eucaristia
come nutrimento spirituale
L’Eucaristia è il cibo
spirituale e soprannaturale per eccellenza, perché
è lo stesso Cristo Gesù autore della
grazia: chi mangia il mio Corpo, vive di me . La comunione
di Gesù Eucaristico può essere fatta
in due modi: durante il sacrificio e fuori del sacrificio.
La comunione durante il sacrificio abbraccia il significato
di riconciliazione, come naturalmente significa il
banchetto, cioè segno di comunione, di riconciliazione,
di amicizia, di amore, di perdono... Tutti questi
e altri segni del banchetto sono realmente presenti
nella comunione ricevuta durante il sacrificio eucaristico.
L’Eucaristia è veramente il cibo che
riconcilia, che perdona, che apre alla vita e all’amore.
Anche se, per giusta causa e diversa situazione, si
riceve il Corpo di Cristo fuori del sacrificio, l’Eucarestia
conserva, benché in modo meno evidente, le
stesse caratteristiche della comunione durante il
sacrificio, di cui ne è il coronamento o il
complemento.
Alla luce eucaristica, la parabola del “figliuol
prodigo” acquista certamente una luce nuova
e più penetrante, da arricchirne il significato.
Tutto il “nuovo”, che il Padre ordina
per celebrare il ritorno del figlio perduto, può
indicarsi nell’Eucaristia, vero banchetto di
festa... Anche la considerazione del “contatto”
corporeo con il Corpo dell’Agnello Immacolato,
rende più splendido e più forte il nostro
essere, come ha reso per sempre virgineo e sublime
il cuore della Madre Immacolata.
In proposito, simpatiche e veritiere sono le indicazioni
di carattere mistico-spirituale che produce l’Eucaristia,
pur senza trattare ex professo l’argomento.
Quando si riceve con le dovute disposizioni, l’Eucaristia
- dice Duns Scoto - produce due grazie specifiche:
quella accidentale o santificante o abituale, indicata
dal gesto della stessa manducazione delle specie eucaristiche,
e quella essenziale o sussistente, che è il
Cristo stesso, presente in modo permanente sotto le
specie. E questa seconda grazia costituisce il significato
autentico dello stesso sacramento.
E utilizzando un pensiero caro ad Agostino, anche
lui stabilisce l’analogia capovolta tra il cibo
materiale e il cibo spirituale, demarcandone fortemente
la differenza: il cibo naturale viene assimilato da
chi lo consuma, il cibo eucaristico invece trasforma
in sé chi lo riceve. Difatti scrive:”Credi
e mi mangerai, ma non sarai tu a trasformare me in
te, ma tu ti trasformerai in me” , così
da poter gettare le basi di quella crescita in Cristo
fino alla perfetta maturità.
4. L’Eucaristia
come fons del culto latreutico
Quando parla dell’Eucaristia,
Duns Scoto usa i termini di massima eccellenza e sempre
al massimo del superlativo, come per es., excellentissimus
sacramentum, nobilissimum sacramentum, summum et excellentissimum
in Ecclesia. E questo perché l’Eucaristia
contiene ciò che realmente significa, il Verbo
Incarnato, il Cristo intero, il Christus totus, per
il quale applica il suo principio ermeneutico preferito:
“Quando si tratta di lodare Cristo, preferisco
dire di più che di meno, se a causa della mia
ignoranza dovessi cadere nell’uno o nell’altro
eccesso” .
In rapporti agli altri sacramenti ne stabilisce fortemente
la differenza: mentre gli altri sacramenti significano
la grazia accidentale conferita a colui che li riceve;
l’Eucaristia invece significa e realmente contiene
la grazia essenziale, cioè lo stesso Cristo,
che è la fonte d’ogni grazia (caput omnis
gratiae), oltre alla grazia accidentale che si riceve
in forza della preparazione con cui la si riceve.
Per il Maestro Francescano, il significato primo e
importante dell’Eucaristia non è tanto
la grazia accidentale, quanto la grazia essenziale,
onde tutta la delicatezza e precisione di linguaggio
che utilizza quando parla dell’Eucaristia e
del rito della stessa celebrazione, secondo le disposizioni
della Chiesa.
L’altra grande differenza che mette in luce
Duns Scoto nei confronti con gli altri sacramenti
è il carattere di permanenza dell’Eucaristia.
Testualmente scrive nel IV libro dell’Ordinatio:
“Dal momento che Cristo ha voluto restare tra
noi in modo permanente, è stato conveniente
la scelta del segno sacramentale di permanenza”.
E sempre nello stesso testo esprime un giudizio di
alta pastoralità eucaristica, quando scrive:
“Cristo ha voluto restare con noi nel segno
sacramentale, per eccitare maggiormente la nostra
devozione e il nostro amore verso di Lui”. E
ancora aggiunge: “Ogni forma di culto nella
Chiesa ha fondamento e forma in relazione all’Eucaristia”.
E infine: “Se il clero applica la diligenza
più attenta nel celebrare i misteri santissimi,
se il popolo di Dio assiste con più devozione
alla santa Messa, e se i fedeli si confessano con
più cura e si comunicano con più diligenza...
ciò è per merito di questo Sacramento
Eucaristico” . Sono note da tener presente quest’anno
eucaristico nella nostra pastorale.
In un testo della Reportatio Parisiensia arriva a
dire che “Se non ci fosse il Corpo di Cristo
nell’Eucaristia, tutti altri sacramenti perderebbero
di importanza, e sparirebbe ogni devozione nella Chiesa,
né sarebbe possibile offrire il culto di adorazione
o latria a Dio” ; dal momento che “all’Eucaristia
è dovuto il culto di latria come a Dio”
. Parafrasando, perciò, il suo pensiero si
può anche dire che senza Eucarestia, le chiese
sarebbero un luogo freddo e gelido, un corpo senz’anima,
senza cuore e senza sangue, un ammasso di pietre...
Pensieri troppo forti e belli per essere sottaciuti
nella pastorale eucaristica!
IV - Eucaristia
e la Chiesa
Il rapporto Eucaristia e Chiesa è
molto intenso nel pensiero di Duns Scoto. E questo
specialmente in ordine al sacramento dell’Ordine
che produce l’Eucaristia, e l’Eucarestia
a sua volta realizza e alimenta la Chiesa, intesa
principalmente come Corpo Mistico di Cristo. Scopo
preminente del Corpo Mistico di Cristo è l’unità
più profonda di tutto il genere umano nella
carità più perfetta e nella consumazione
dell’unità, secondo l’insegnamento
giovanneo .
Per quanto riguarda la struttura sacramentaria della
Chiesa, fondata dallo stesso Cristo per stimolare
e sviluppare la crescita spirituale della stessa realtà
ecclesiale del Corpo Mistico, un posto privilegiato
occupa certamente il “sacerdozio”. Onde
la grande cura con cui nei pochi testi specifici,
Duns Scoto tratta e circonda l’ordine sacerdotale,
che attraverso il ministero unisce i fedeli allo stesso
capo, che è Cristo. La dignità e la
grandezza del sacerdote proviene direttamente dalla
sua relazione con l’Eucaristia, nella cui offerta
egli agisce sempre in nome di tutta la Chiesa. Per
questo lo chiama coi nomi più belli e di grande
spessore teologico: “mediatore tra Dio e la
Chiesa” , “ambasciatore della sposa allo
sposo” , “vicario di Cristo” .
Il contesto di questi e altri termini di denso significato
teologico si rapporta facilmente alla grande visione
del Cristocentrismo e specialmente alla concezione
del Cristo “preistorico”, che interpreta
la rottura dell’essere creato con l’Essere
Creatore mediante un atto di superbia o, meglio, di
mancanza di fede o di rifiuto dello stesso Cristo
presentato in ante prima come segno di contraddizione.
Difatti, nel contesto Cristocentrico è facile
identificare la figura e il simbolo dell’”albero”
biblico con lo stesso Cristo. Nel Genesi: si parla
dell’albero della vita e del bene e del male
; nei Proverbi: la sapienza viene identificata con
l’albero della vita e come il frutto del giusto
; nell’Apocalisse: come premio della vittoria
si dà l’albero della vita e i vincitori
prenderanno parte all’albero della vita . Identificazione
che suona come predestinazione del Cristo di fronte
al quale ogni essere razionale deve fare la sua scelta:
o con Cristo o contro di Cristo, come Cristo stesso
dice nel vangelo . Scelta che è avvenuta -
scrive Bernardino da Siena interpretando il pensiero
di Duns Scoto - anche per gli Angeli, che, posti davanti
al disegno di Dio dell’Incarnazione, hanno fatto
la loro definitiva opzione.
Se dal piano ontologico si plana al piano ontico-storico,
allora è d’obbligo tener presente in
modo speciale Paolo: “Come tutti muoiono in
Adamo, così tutti rivivranno in Cristo. Ciascuno
nel suo ordine... per riconsegnare il regno a Dio
Padre, dopo aver distrutto ogni dominazione, ogni
autorità e ogni potere... e la morte stessa...
affinché Dio sia tutto in tutti” .
A quest’opera di restaurazione generale e particolare
è diretta l’Incarnazione redentrice di
Cristo: glorificare il Padre nella restaurazione dell’essere.
In questo modo, la libera azione redentrice entra
nel disegno stesso della predestinazione di Cristo
alla gloria, come Capolavoro di Dio (summum opus Dei),
Re dell’universo per diritto naturale, può
parlare a nome di tutti gli esseri e offrirsi in olocausto
volontario per fare in sé “nuovo”
ogni cosa . Cristo è il primogenito della creazione,
e tutto consiste in Cristo , con la sua morte diventa
anche il primogenito della vita. In questo modo i
testi sacri ricevono una particolare luce nella visione
cristocentrica dell’universo: tutto è
dell’uomo, l’uomo è di Cristo e
Cristo è di Dio , oppure ricapitolare in Cristo
tutte le cose quelle dei cieli e quelle della terra
.
Nella dottrina del Cristocentrismo, la Chiesa viene
concepita da Duns Scoto come “continuazione”
dell’Incarnazione e, quindi, come perfettissima
collaboratrice della restaurazione nel tempo del regno
di Cristo, ossia come “ambasciatore della sposa
verso lo Sposo”, come unica dispensatrice dell’infinito
tesoro della sua redenzione, che meritò da
solo. Nella Chiesa, quindi, Cristo continua la sua
storica azione di salvezza per tutti gli uomini, iniziata
da sempre con l’Incarnazione e ora continuata
con la sua Sposa fino alla consumazione del tempo.
Nel tempo, Cristo fondò, consacrò e
confermò la sua Chiesa con il suo sacrificio
della Croce, opera iniziata da sempre con l’Incarnazione.
La visione cristocentrica presenta, in modo armonico
e perfetto, l’unica azione redentrice in tre
tempi inseparabili: Cristo, Croce , Chiesa. Ogni tempo
esprime un aspetto dell’unico istante eterno
di Dio autorivelatesi nel Verbo Incarnato. In quest’unico
quadro dell’Incarnazione, bisogna contemplare
il rapporto tra Eucaristia e Chiesa, così come
il Cristo dalla Croce - sacro albero biblico - si
continuò nella Chiesa. Questo presente continuativo
si rinnova ogni giorno sugli altari. E’ un presente
ricco di passato e gravido di futuro, denso di amore
e di perdono, di unione e di comunione e di riconciliazione.
L’Eucaristia, per Duns Scoto, è tutto
questo “presente” cristico. In questo
modo, veramente l’Eucaristia, come sacrificio
e sacramento, costituisce il cuore della Chiesa e
della societa, il culmine e il vertice del culto latreutico
a Dio, come Cristo stesso dice: “Che siano tutti
una cosa sola, come tu sei in me, o Padre, ed io in
te; che essi siano una cosa sola in noi, affinché
il mondo creda che tu mi hai mandato. E la gloria
che tu mi desti, io l’ho data loro, perché
siano una cosa sola, come noi siamo una cosa sola,
io in essi e tu in me, affinché siano perfetti
nell’unità” .
Questo, un lembo del mistero dell’Eucaristia,
secondo Duns Scoto.
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