IL CRISTOCENTRISMO
DI GIOVANNI DUNS SCOTO
Giovanni Lauriola ofm
Premessa
Nella storia della teologia, i termini
“Cristocentrismo” e “Giovanni Duns
Scoto” sono talmente correlativi e complementari
che l’uno non può stare senza l’altro,
e l’uno richiama l’altro. L’interdipendenza
culturale è tale che o stanno tutti e due in
piedi o crollano insieme. Questo paradosso vuole esprimere
semplicemente che Duns Scoto si presenta come il “cantore”,
il “poeta” per eccellenza del Cristocentrismo.
Storicamente la teoria del Cristocentrismo rappresenta
l’aspetto più caratteristico e originale
del cristianesimo, in quanto designa quella particolare
centralità che Cristo ha nel piano divino della
salvezza e della creazione dell’uomo e del mondo.
Duns Scoto, invece, è il rappresentante più
qualificato della Scuola francescana e l’Aquila
dei teologi, che ha saputo leggere primo nella storia
della teologia questo piano divino del primato assoluto
di Cristo.
1- Significato
di cristocentrismo
A una lettura veloce della storia
recente della Chiesa si può notare una preoccupazione
costante e uno sforzo diuturno di mettere sempre più
in evidenza la centralità di Cristo nella sua
vita come nella storia degli uomini e nella stessa
esistenza del cosmo. Tale processo è evidente
principalmente nel e dopo il concilio Vaticano II
che ha messo in evidenza a tutto tondo la centralità
di Cristo come centro e fondamento del discorso su
Dio, sull’uomo e sul mondo.
Questo rapporto Cristo-uomo-mondo non è una
esigenza di momento o di moda, ma è essenziale
al Cristianesimo, che si presenta storicamenete come
religione dell’incarnazione, il cui posto centrale
è occupato da Cristo come causa efficiente
formale e finale dell’intera creazione. Primato
che comporta molti elementi esclusivi e caratteristici:
1) Cristo non solo è fondatore e predicatore
di un messaggio di salvezza, ma si identifica anche
con il contenuto di tale messaggio;
2) Cristo si trova al centro della storia della salvezza,
nel senso che la storia precedente l’ha atteso
e preparato; mentre la storia che segue, ne sperimenta
la presenza e ne prepara il ritorno come coronamento
della stessa storia;
3) Cristo continua la sua opera nella nella Chiesa
con cui s’identifica;
4) Il ritorno di Cristo deve essere preparato con
la lenta costruzione del suo Corpo mistico, dal momento
che il Cristo totale abbraccia l’unione in lui
dell’umanità redenta: totus Christus,
caput et membra.
5) La legge suprema della morale cristiana si riassume
nell’amore di Dio e nell’amore del prossimo,
attuata non solo come un comando di Cristo, ma realizzata
in Cristo; e trova la sua massima espressione nella
comunione con Dio e con il genere umano in Cristo,
con Cristo e per Cristo.
Questi brevissimi tratti dottrinali sono più
che sufficienti per affermare che il problema della
centralità di Cristo non può essere
più presentato come una questione marginale
della teologia, legata alla polemica sul “motivo
dell’Incarnazione”; ma occorre farne il
centro della stessa teologia, ripensando la dottrina
rivelata e la speculazione teologica alla luce delle
nuove indicazioni fornite dall’esegesi e delle
nuove concezioni dell’uomo e del cosmo.
2- Chi è
Giovanni Duns Scoto?
Nella storia della Scolastica, il
francescano Giovanni Duns Scoto emerge teologicamente
come il fondatore e l’assertore del Primato
dell’Incarnazione, il difensore e dell’Immacolata
Concezione della Vergine Maria e della suprema autorità
del Romano Pontefice. La novità di Duns Scoto
balza evidente dallo schema del procedimento delle
due principali concezioni che spiegano la storia della
salvezza, quella teocentrica e quella cristocentrica.
Quale la differenza di fondo tra le due interpretazioni?
Penso poterla indicare nel modo diverso di leggere
il concetto di “Dio”, così come
si è rivelato nella Scrittura. La teoria del
teocentrismo considera “Dio” principalmente
nell’attributo dell’Intelletto, della
Sapienza e dell’Essere. La teoria cristocentrica,
invece, in quello della Volontà, della Libertà
e della Carità.
Lo sviluppo della teoria “teologico-antropologica”
segue lo schema: Dio Uno e Trino - Creazione del mondo
e dell’uomo - Peccato originale - Incarnazione
del Verbo - Redenzione - Chiesa e Sacramenti - Escatologia.
Lo sviluppo di quella “teologico-cristocentrica”
invece: Dio Uno e Trino - Incarnazione del Verbo (che
abbraccia la Predestinazione assoluta di Cristo e
di Maria, il Primato universale di Cristo, Cristo
come unico Mediatore) - Creazione del mondo e dell’uomo
- Peccato originale - Redenzione - Chiesa e Sacramenti
- Escatologia .
Lo schema “antropocentrico” procede con
lettura letterale del testo sacro e subordina l’Incarnazione
alla Redenzione; lo schema “cristocentrico”,
invece, segue con lettura riflessa del testo rivelato
e afferma il primato assoluto dell’Incarnazione
sganciata dalla Redenzione. La lettura cristocentrica
si presenta come una vera e propria “rivoluzione
copernicana” in teologia. Onde, per analogia
si può anche ritenere che il primo schema è
come se seguisse il sistema tolemaico, mentre il secondo
il sistema coperncano.
Duns Scoto nasce a Duns (Scozia) verso la fine del
1265, da una famiglia molto vicina ai figli di Francesco
d’Assisi, che si erano stabiliti in quella regione.
Nel 1280 entra nell’Ordine dei Frati Minori.
Il 17 marzo 1291 è ordinato presbitero. Per
approfondire gli studi, viene mandato a Parigi. Nel
1303, rifiuta di sottoscrivere il documento antipapale
di Filippo il Bello, e per questo viene mandato in
esilio. Il 26 marzo 1305 riceve l’ambìto
titolo di Magister regens. Oltre che a Parigi, ha
insegnato in diverse occasioni a Cambridge e a Oxford,
e finalmente anche a Colonia, dove l’8 novembre
1308 muore, all’età di 43 anni.
Riporto qualche recentissima testimonianza autorevole
sulla sua personalità, per sviare qualsiasi
dubbio circa la sua ortodossia.
Papa Paolo VI (Lettera Apostolica Alma parens, 14
luglio 1966):
«Giovanni Duns Scoto elevò al cielo su
ferme basi e con arditi pinnacoli l’ardente
speculazione... divenendo della Scuola francescana
il rappresentante più qualificato.
Lo spirito e l’ideale di San Francesco d’Assisi
si celano e fervono nell’opera di Giovanni Duns
Scoto, dove fa alitare lo spirito serafico del Patriarca
Assisiate, subordinando al sapere il ben vivere: asserendo
egli l’eccellenza della carità sopra
ogni scienza, l’universale primato di Cristo,
capolavoro di Dio, glorificatore della Santissima
Trinità e Redentore del genere umano, Re e
nell’ordine naturale e soprannaturale, al cui
lato splende di originale bellezza la Vergine Immacolata,
Regina dell’universo, fa svettare le idee sovrane
della Rivelazione evangelica, particolarmente ciò
che San Giovanni Evangelista e San Paolo Apostolo
videro nel piano divino della salvezza sovrastare
in grado eminente».
Papa Giovanni Paolo II, (Omelia della Conferma del
Culto, 20 marzo 1993):
«Il Beato Giovanni Duns Scoto si presenta non
solo per l’acutezza del suo ingegno e la straordinaria
capacità di penetrazione del mistero di Dio,
ma anche con la forza persuasiva della sua santità
di vita che lo rende, per la Chiesa e per l’intera
umanità, Maestro di pensiero e di vita.
La sua dottrina edifica vigorosamente la Chiesa, sostenendola
nella sua urgente missione di nuova evangelizzazione
dei popoli della terra. In particolare, per i Teologi,
i Sacerdoti, i Pastori d’anime, i Religiosi,
e in modo speciale per i Francescani, il Beato Giovanni
Duns Scoto costituisce un esempio di fedeltà
alla verità rivelata, di feconda azione sacerdotale,
di serio dialogo nella ricerca dell’unità».
A queste testimonianze aggiungo due considerazioni
personali, una di carattere storico-spirituale, e
l’altra di carattere pratico. Come si sa, la
spiritualità francescana prende nome da Francesco
d’Assisi, la cui esperienza, proprio perché
esperienza, è singolare e irripetibile, cioè
non comunicabile né insegnabile. E’ un
patrimonio proprio di Francesco. L’esperienza,
come l’amore, non è insegnabile.
E’ certo che a fondamento dell’esperienza
di Francesco, più che visione teologico-filosofica
del mondo, dell’uomo e di Dio, ci sono semplicemente
delle profonde intuizioni su Cristo, sul Vangelo,
sulla Chiesa, sulla Vergine Maria, sui Sacerdoti,
sull’Eucaristia... secondo la dottrina e la
spiritualità della Chiesa dell’epoca...
Applicando la sua chiave ermeneutica del Cristocentrismo
a queste intuizioni, Duns Scoto consegna alla storia
la lettura scientifica più matura dell’ideale
di Francesco d’Assisi, che gli permette di tradurlo
in dottrina sistematica e, quindi, renderlo comunicabile
e insegnabile agli altri. E questo è un grandissimo
merito storico, che ha consentito all’ideale
francescano di presentarsi anche come teologia, spiritualità,
mistica, filosofia, etica, politica, visione del mondo...
Per questa operazione non ho timore di definire Duns
Scoto come confondatore dell’Ordine.
La seconda considerazione riguarda il carattere pratico
della teologia Nel corso della storia Duns Scoto è
stato considerato più comunemente nella dimensione
speculativa che in quella spirituale, con grande detrimento
della stessa comprensione della sua personalità.
Pur sotto la veste teoretica delle delicate e “sottili”
trattazioni scolastiche, Duns Scoto rivela segni di
una essenziale ricchezza spiritual-mistica, ruotanti
intorno all’identificazione del concetto di
Dio come Essere=Amore, e al concetto di Cristo Gesù,
Summum Opus Dei, il Capolavoro di Dio.
La sua dottrina è talmente pratica, che paradossalmente
afferma: se una concezione teologica non produce frutti
maturi di vita spirituale ad luxuriam reducitur. Interpretazione
che trova conferma nel rapporto che egli stabilisce
tra pietà e scienza: la pietà è
migliore della scienza e può stare anche senza
della scienza, ma la scienza non può stare
senza della pietà. Principio che io completo
così: “scientia sine pietate inflat”:
la scienza senza pietà gonfia; “pietas
sine scientia aberrat”: la pietà senza
scienza conduce all’errore; e “scientia
cum pietate aedificat”: la scienza insieme alla
pietà edifica.
In sintesi si potrebbe dire: il cuore del pensiero
di Duns Scoto è il “Cristocentrismo”
in teologia, e l’“essere univoco”
in filosofia. Intuizione che si può essere
precisata dottrinalmente così: la “persona”
in Antropologia; la “volontà” in
Etica; l’“amore-carità” nella
Spiritualità; la “redenzione preventiva”
in Mariologia; la “democrazia” in Politica;
la “legge naturale non rigorosa” nella
Dottrina Sociale. In Ecclesiologia sono da segnalare,
invece, i seguenti concetti chiave: “giurisdizione
universale” del Papa; “infallibilità”
del Pontefice in materia di fede e di costumi; “sacerdozio
comune” dei fedeli; l’Eucaristia come
“centro e fondamento” della Chiesa; la
Chiesa come “norma di verità”.
Divido la relazione in quattro parti: la prima sul
primato di Cristo e costituisce l’ossatura portante
del cristocentrismo scotiano, abbracciante sia il
disegno di Dio che la predestinazione di Cristo; dalla
seconda alla quarta parte si snodano come corollari
le tesi di Cristo unico Mediatore, Cristo unico Redentore
e Cristo unico Glorificatore.
A - IL PRIMATO
UNIVERSALE DI CRISTO
Lo sviluppo delle analisi di Duns
Scoto sul mistero di Cristo avviene all’insegna
della massima concretezza, caratteristica propria
della speculazione francescana. Il punto di partenza
d’ogni analisi cristologica secondo la chiave
ermeneutica scotiana è sempre il Cristo nella
sua complessa realtà e identità di come
si è manifestato nei testi sacri, specialmente
nella “pienezza del tempo” (Gal 4, 4).
L’analisi di Duns Scoto si sviluppa secondo
un concetto di sistematica meno formale che intrinseco,
e con passaggi logici più indiretti che diretti,
perché la preoccupazione del medievale è
ben diversa da quella nostra. Diverso è il
metodo.
I - LA CENTRALITÀ
DI CRISTO NEL DISEGNO DIVINO
Non c’è dubbio che il
Primato universale di Cristo rappresenta l’aspetto
caratteristico più originale di tutto il sistema
teologico-speculativo di Duns Scoto, e il contributo
più efficace dato alla teologia cristiana.
Il primato universale di Cristo gravita intorno al
concetto biblico di Dio sia nelle relazioni ad intra
sia nelle relazioni ad extra, che poggia essenzialmente
su due dati rivelati: Ego sum qui sum e Deus charitas
est . Identificando Essere e Carità, Duns Scoto
pone a fondamento della sua speculazione e della sua
spiritualità proprio il concetto di Dio come
Essere-Carità. L’Essere infinito, in
quanto verum infinitum e bonum infinitum , è
l’Amore per essenza: «dilectio per essentiam,
formaliter dilectio et formaliter caritas, et non
tantum effective» .
Presupponendo l’accenno alla dimensione ad intra
dell’attività dell’amore divino
nelle così dette “processioni”,
qui si accenna soltanto alla caratteristica peculiare
dell’Essere infinito nella sua attività
ad extra che è un agire liberalissime e ex
maxima caritate, cioè Dio opera fuori della
sfera trinitaria in modo assolutamente libero e per
infinita carità.
Benché Dio comprenda e voglia tutte le cose
ad extra nell’unico atto semplicissimo di amore
del suo perenne presente, tuttavia, nota Duns Scoto,
in esso si possono logicamente distinguere istanti
o momenti, secondo il grado di partecipazione dell’essere.
E applicando il principio di derivazione agostiniano-anselmiano
credo ut intelligam, tradotto da me con credo ut condiligam,
egli dichiara di volersi istruire su Dio attraverso
la mediazione del suo unico Maestro, Cristo, e del
suo unico filosofo, Paolo. Ha inizio, così,
l’avventura divina nella storia con l’esperienza
dell’amore donativo in Cristo Gesù, che
scientificamente ho chiamato il big-bang divino.
Dalla convinzione che Dio può essere amato
adeguatamente solo da un altro Dio, secondo la testimonianza
di Platone nel mito della creazione , Duns Scoto afferma
categoricamente: «Solo Dio ama Dio. Dio vuole
essere amato da altri condiligenti, vuole cioè
che altri abbiano in sé il suo amore; e per
questo eternamente predestina chi lo deve amare adeguatamente
e infinitamente di un amore estrinseco» .
E con perfetta e stringata logica continua: «Chi
vuole ragionevolmente, vuole in primo luogo il fine;
in secondo luogo, i mezzi che permettono di raggiungere
immediatamente tale fine; in terzo luogo, tutto ciò
che consente di raggiungerlo remotamente. Ora, anche
Dio, vuole in modo ordinatissimo, e, quindi, vuole
dapprima il fine, benché non con diversi atti
ma con un’unico atto, in quanto il suo atto
tende in diverso modo e ordinatamente verso gli oggetti.
In secondo luogo, Dio vuole ciò che è
ordinato immediatamente a tal fine, predestinando
gli eletti alla gloria... In terzo luogo, Dio vuole
ciò che è necessario per raggiungere
questo fine, cioè i beni di grazia. In quarto
luogo, Dio vuole per questi condiligenti tutto ciò
che è più lontano dal fine, ad es. il
mondo sensibile che deve a loro servire» .
Dal contesto, emerge chiaramente la presenza di una
gerarchia nell’ordine degli esseri voluti e
amati da Dio da sempre e con il medesimo e unico atto
infinito d’amore, secondo il principio biblico
«Dio compie tutto per la sua gloria» .
Dalla gerarchia degli esseri, Duns Scoto ricava a
tutto tondo che la serie dei condiligentes è
fatta da Cristo e a Cristo finalizzata. Cristo costituisce
realmente il concetto di “mediazione universale”
sia nel campo della grazia che in quello dell’essere.
Ecco l’ordine dell’essere: Cristo-Maria
angelo uomo materia. E’ la scala dell’essere
che Duns Scoto, sull’insegnamento di Paolo ,
vede presente nella mente di Dio da sempre.
Lo svolgimento del pensiero del Dottor Sottile, per
volute armoniche e armoniose, evidenzia sempre meglio
la centralità di Cristo nel mistero rivelato
da Dio nella gerarchia degli esseri. E in un raptus
d’amore esclama: «Nell’interpretare
Cristo, io preferisco più eccedere nella lode
che essere difettoso» . Il calore del suo cocente
amore, illuminato e inquadrato dall’acume speculativo,
si galvanizza sul mistero di Cristo, chiedendosi il
motivo della sua esistenza.
E dalle sue profonde e silenziose meditazioni sul
dato rivelato, lo scopre nel rendere la somma gloria
a Dio, che tutto vuole per se stesso e per la sua
gloria. E così Duns Scoto getta le basi per
il primato e la centralità di Cristo. Elabora
la sua dottrina intorno al mistero dell’Incarnazione,
partendo direttamente da Dio e non dall’uomo,
e trasforma con abilità di consumata perfezione
speculativa lo pseudo-problema ipotetico “Se
Adamo non avesse peccato...”, nella concreta
e reale domanda: “Perché c’è
Cristo? Perché è stato predestinato...?”;
“Qual è il primo amore di Dio?”;
“Qual è il posto di Cristo nel disegno
concreto di Dio?”...
La praticità della speculazione di Duns Scoto
emerge con evidenza proprio nell’evitare l’aspetto
ipotetico della questione “se Adamo non avesse
peccato...”, e nel prendere in seria considerazione
il fatto inconfutabile della presenza reale e storica
di Cristo. E anticipando l’intuizione vichiana
del verum et factum convertuntur pone le domande “perché
c’è il Cristo?”, “qual è
la ragione della sua esistenza”? e risale dal
factum al verum, sviluppando tutta la sua indagine
in stretta armonia con il concetto di predestinazione,
vera novità dell’analisi scotiana, una
tesi non può reggersi senza dell’altra.
II- LA PREDESTINAZIONE
DI CRISTO
1- Definizione
di predestinazione
Duns Scoto utilizza per definire la posizione di Cristo
nel piano divino diverse definizioni, per es., una
recita: «l’ordine di elezione attraverso
la volontà divina di una creatura intellettuale
o razionale alla grazia e alla gloria» ; e un’altra:
«il libero ed eterno decreto di Dio che preordina
qualcuno alla gloria, e a tutto il resto solo come
mezzo che conduce alla gloria» ; e ancora «l’atto
della volontà divina che elegge una creatura
intellettuale alla grazia e alla gloria» .
La predestinazione riguarda, pertanto, tutti gli esseri
ad extra di Dio, cioè Cristo, Maria, angeli,
uomo, cose; e si realizza massimamente in Cristo,
voluto per rendere la massima gloria estrinseca a
Dio. E nell’euforia della sua intuizione, arriva
a dire, per assurdo, che «se non fosse caduto
né l’angelo e né l’uomo,
Cristo sarebbe stato predestinato ugualmente anche
se nessuno altro essere fosse da creare» .
Si può parlare di predestinazione di Cristo?
Alcuni autori, poggiandosi su Tommaso, rispondono
di no. Altri, poggiandosi su Duns Scoto, rispondono
di sì. Duns Scoto poggia la sua posizione sull’analisi
del testo ai Romani: «[Cristo] è nato
dalla stirpe di Davide secondo la carne ed è
stato predestinato Figlio di Dio in potenza»
(1, 3-4). Comunque si vogliano intendere le diverse
interpretazioni esegetiche, resta definitivamente
accertato che si tratta sempre della predestinazione
di Cristo da parte di Dio.Questo testo, insieme ai
testi paralleli di Efesini (1, 3-14), Collossesi (1,
15-20) e Atti (10, 42; 17, 29-32) costituiscono le
basi scritturistiche, su cui Duns Scoto costruisce
il suo cristocentrismo, trovando avvallo unisono nella
Tradizione Patristica e nel Magistero del concilio
Vaticano II. Se a questi testi del NT, si dovessero
aggiungere i testi sapienziali del VT (Sapienza 7,
22-27; 8, 8; 9, 1-4. 11; Siracide 24, 1-15; Proverbi
8, 22-35), la base biblica della predestinazione assoluta
di Cristo raggiunge la sua massima completezza
2- Oggetto
della predestinazione
Due ipotesi. Quella tomista afferma che la predestinazione
riguarda solo la “persona” e non la natura;
e poiché in Cristo non si può predicare
il concetto di persona strettamente antropocentrico,
qual è quello definito da Boezio , Cristo non
può essere oggetto di predestinazione, perché
la Persona di Cristo coincide con quella del Verbo,
che, in quanto Dio, non può essere in nessun
modo predestinato .
L’ipotesi scotista, invece, basandosi su un
concetto di persona più universale, qual è
quello di Riccardo di S. Vittore , afferma che soltanto
la predestinazione di Cristo riguarda la “natura”;
e di conseguenza Cristo può essere oggetto
di predestinazione, perché la natura umana
di Cristo può essere oggetto di predestinazione
divina , mentre per l’uomo riguarda solo la
persona.
Nell’ipotesi scotista trova giustificazione
la distinzione tra “predestinazione dell’uomo”
e “predestinazione di Cristo”. Esse si
trovano su due piani qualitativamente diversi: la
predestinazione dell’uomo si realizza nella
persona, quella del Cristo nella natura, per salvaguardare
il mistero dell’Incarnazione. Benché
l’uomo e Cristo siano stati predestinati ante
fabricam mundi, tuttavia la loro predestinazione è
diversa, perché nell’uomo la natura sussiste
nella propria persona, mentre in Cristo la natura
umana viene predestinata alla gloria non come in sé
sussistente, ma come sussistente nella persona del
Verbo .
3 - Cristo
nel piano ontologico di Dio
Comunemente si ritiene che la ragione dell’esistenza
delle cose sia Dio stesso, secondo il principio bonum
est diffusivum sui. Secondo Duns Scoto, invece, tale
principio neoplatonico nasconde una profonda e grave
difficoltà speculativa: il rischio del necessitarismo
greco, nel senso che il bene tenderebbe necessariamente
alla sua diffusione. Interpreta perciò l’attività
dell’amore divino ad extra come un agire liberalissime
e ex maxima caritate, ne coglie anche il passaggio
logico-ontologico , e con arditezza speculativa e
con ardore di mistico punta mente e cuore totalmente
sull’Essere-Carità di Dio e vi intuisce:
«In primo luogo, Dio ama se stesso.
In secondo luogo, Dio ama se stesso negli altri condiligentes.
In terzo luogo, Dio vuole essere amato da colui che
può amarlo in grado sommo -e parlo di un amore
estrinseco.
In quarto luogo, Dio prevede l’unione [ipostatica]
di questa natura [umana] che deve amarlo sommamente»
.
Non ammettendo nella predestinazione divina la distinzione
tra “creature” e “Cristo”,
Duns Scoto considera tutti gli esseri nell’unico
medesimo atto semplice ante fabricam mundi, e per
la gloria di Dio. E nell’universalità
delle cose create, afferma che Cristo non solo è
previsto con tutti gli eletti prima della creazione
del mondo, ma è voluto e amato per primo, anzi
in vista di lui sono volute e amate tutte le altre
creature. Con fermezza ed energia scrive: «non
è possibile che un tanto bene, il sommo fra
gli enti, sia stato occasionato per un bene minore»
. Nello stesso brano afferma che è assurdo
pensare: «prima sia stato previsto il peccato
di Adamo e poi sia stato predestinato Cristo alla
gloria» .
4- Cristo è
il primo degli esseri
In relazione al piano generale di Dio, Cristo
viene presentato da Duns Scoto come il Summum Opus
Dei - tradotto dal nostro Scaramuzzi con il classico
“Capolavoro di Dio” - e come il «primo
voluto», mentre in relazione agli altri esseri
è considerato come il «primo».
E lo fa tenendo presente il pensiero di Paolo, specialmente
ai Colossesi.
In che rapporto si colloca Cristo con tutte le altre
creature, sia quelle visibili che quelle invisibili,
sia quelle celesti sia quelle terrestri, sia quelle
materiali sia quelle spirituali? Qual è il
fondamento su cui poggia la coesione e l’armonia
del mondo universo?
Tenendo presente un principio caro a Cirillo d’Alessandria,
che vuole l’identità di natura tra il
fondamento e la sua sovrastruttura, tra il principio
di una cosa e la sua serie, il Dottor Sottile trova
il fondamento di tutte le cose nella natura umana
di Cristo, quando scrive: «l’uguaglianza
si fonda sopra l’unità di natura, non
di persona» .
Forte di questa convinzione e sorretto da una potente
forza speculativa, procede nella sua serrata dimostrazione,
trovando anche lo spazio per una battuta ironica,
anche se ben controllata, come al solito: “Se
la caduta dell’uomo fosse stata la causa della
predestinazione di Cristo, ne seguirebbe che l’opera
più grande di Dio -il Summum Opus Dei: sarebbe
stato soltanto occasionale... E ciò è
irrazionale e assurdo”. Di fronte al Capolavoro
divino, quindi, non c’è occasione che
possa condizionare la volontà di Dio, né
metafisicamente Dio può volere fuori di sé
qualcosa che sia diverso da Dio stesso, come tutta
la sublime speculazione filosofica dimostra nella
storia del pensiero, da Platone ad Agostino, ad Anselmo...
Sia per ragione rivelata, sia per ragione umana, la
perfezione infinita di Dio è tale da non poter
entrare in nessun modo in rapporto con ciò
che Dio non è. La stessa “creazione”
è rivisitata da Duns Scoto alla luce di Cristo:
unico ed effettivo termine dell’azione di Dio
ad extra e, quindi, unica possibilità per spiegare
la presenza della materia, del mondo e dell’uomo
al di fuori di Dio. Tale sembra il pensiero anche
di Paolo quando scrive: «Cristo è immagine
del Dio invisibile, generato prima d’ogni creatura;
poiché per mezzo di lui sono state create tutte
le cose... Tutte le cose sono state create per mezzo
di lui e in vista di lui. Egli è prima di tutte
le cose e tutte sussistono in lui» .
Questa visione paolina, corredata da altri passi ,
soggiace alle meravigliose meditazioni di Duns Scoto,
da cui fa uscire le affermazioni più sublimi
in onore di Cristo: Summum Opus Dei, Summum Bonum
gratiae, Summum Bonum in entibus..., mettendo in atto
il suo metodo di ricerca: credo ut condiligam.
Dall’insieme della ricerca, si evince che Duns
Scoto, seguendo Aristotele , distingue con acume speculativo
un “ordine ontologico” o delle idee e
un “ordine storico” o dell’esecuzione
nel piano divino. Nell’ordine ontologico o delle
intenzioni, Cristo occupa il primo posto nella gerarchia
degli esseri, ordinati in base alla loro importanza
ricevuta da Dio e non già secondo il posto
che occupano nella successione storica. Come a dire:
nell’ordine ontologico è primo non chi
appare “prima”, ma chi viene “dopo”.
Ad es: il vegetale rispetto al mondo inorganico, l’animale
rispetto al regno vegetale, l’uomo rispetto
al regno animale, Cristo rispetto al mondo umano.
E questo perché è per l’uomo che
Dio ha creato il mondo, ed è in vista di Cristo
che l’uomo è stato scelto, e, infine,
Cristo è stato voluto da Dio e per Dio .
Se dal punto di vista storico o della successione
temporale, Cristo si è formato un corpo a “immagine
dell’uomo”, è altrettanto vero
che nell’ordine ontologico l’uomo è
stato creato a “immagine di Cristo venturo”.
La lettura della gerarchia dell’essere è
fatta da Duns Scoto in chiave ontologica: Dio manifesta
al di fuori di sé la pienezza della vita e
dell’amore, così da perpetuare quello
stesso amore che scaturisce perpetuamente tra i Tre
che sono Uno.
In questo meraviglioso disegno d’amore, Duns
Scoto intuisce con l’aiuto della fede la presenza
di Cristo sia come cuore di Dio che come mistero da
conoscere. Nella gerarchia dell’essere, perciò,
Cristo occupa il primo posto perché tutto è
stato creato da lui e per lui, e tutto dipende da
lui, e Cristo non dipende da nessuno. Questo significa
che Dio per primo ama Cristo e in lui tutto ciò
che viene dopo di lui. E’ in forza del primato
ontologico di Cristo che Duns Scoto non può
accettare in nessun modo la sua occasionalità,
anzi afferma l’assoluta gratuità della
predestinazione di Cristo, che, pertanto, corona tutto
l’ordine creato ed è indipendente da
tutto e tutto dipende da lui come causa finale efficiente
ed esemplare.
Pur affermando il primato dell’Incarnazione
sulla Redenzione, Duns Scoto ha un grandissimo concetto
della Redenzione. Difatti, la redenzione, più
che un’azione dovuta dall’uomo, è
l’azione più grande e più libera
dell’amore misericordioso di Cristo, che per
questo merita il massimo riconoscimento e ringraziamento
da parte dell’uomo. Per quanto riguarda il termine
“misericordia” , Duns Scoto dice che esso
è più in relazione al dono che al perdono,
per cui la grandezza della misericordia di Cristo
si misura dalla gratuità del dono, dato due
volte: scelto e redento, perché non c’era
nessuna necessità a redimere il genere umano
.
B - CRISTO MEDIATORE
Dopo aver accennato alla complessa
problematica della “predestinazione” di
Cristo, attraverso cui si è sollevato un lembo
del mistero dell’agire di Dio ad extra, ora
vediamone alcune delle conseguenze principali: Cristo
diviene di diritto l’”unico Mediatore”
tra Dio e le creature, l’unica ”Immagine
visibile” di Dio invisibile in quanto è
in relazione perfetta con Dio, e il “Primogenito
di tutte le creature” in quanto è in
relazione di causa con tutte le creature.
I- CRISTO UNICO
MEDIATORE
Il termine “mediatore”
può avere un duplice senso: generico o giuridico,
e specifico o teologico. In senso specifico o teologico
il termine “mediatore” vive soltanto nel
NT e viene riferito specificatamente a Cristo, che
è vero Dio e vero Uomo, e come tale può
e collega i due estremi dell’esistenza, quella
infinita e quella finita. La funzione di mediatore
è svolta da Cristo proprio in quanto Cristo,
cioè Dio e Uomo. Benché conosciuta da
tutti, la mediazione di Cristo non viene spiegata
in modo univoco, cioè se in senso relativo
o in senso assoluto. La risposta dipende, come è
ovvio, dal modo come viene intesa la stessa predestinazione
di Cristo.
Si chiede: la necessità della mediazione di
Cristo nasce con la stessa esistenza delle creature
oppure è susseguente alla loro esistenza? La
necessità della mediazione in altri termini
è connaturale con le creature oppure è
posteriore, per porre rimedio a un disordine morale?
Le risposte sono due. L’ipotesi tomista, non
ammettendo la predestinazione di Cristo, risponde
che l’esistenza di Cristo dipende dal peccato
di Adamo, e, di conseguenza, sostiene una necessità
della mediazione di Cristo soltanto relativa. La risposta
scotista, invece, che ammette la predestinazione assoluta
di Cristo, perché fondata sulla natura, afferma
una necessità assoluta della mediazione di
Cristo, riconoscendo a Cristo la stessa potenza creatrice.
1. Cristo unico
Mediatore nel Nuovo Testamento
Osservazione generale. L’uso del termine “mediatore”
nel NT non è molto frequente, viene usato nella
forma sostantivale 6 volte, mentre il suo contenuto
è molto più comune e familiare. Il concetto
di Mediatore -dal greco mesítes- si riferisce
a Cristo quando viene determinato dal genitivo “di
un’alleanza”, “di un’alleanza
migliore” ; “di una nuova alleanza”
; o “tra Dio e gli uomini” ; indica invece
un altro personaggio che in passato ha mediato la
legge . Solo in Ebrei 6, 17 viene usato nella forma
verbale e ha come soggetto Dio.
Nel testo ai Galati , Paolo vuol dire che il tempo
del mediatore Mosè è passato ed è
cominciato quello del Figlio di Dio Incarnato, cioè
di Cristo .
Di tutt’altro significato è il termine
“mediatore” nelle lettera agli Ebrei,
che ha come tema centrale la “garanzia per il
raggiungimento della patria celeste”. Oltre
al significato di “garante” , il termine
“mediatore” assume anche quello di colui
che “assicura la salvezza” .
Soltanto nel passo della prima lettera a Timoteo,
Cristo viene espressamente definito unico mediatore
tra Dio e gli uomini: «Uno solo, infatti, è
Dio e uno solo è il mediatore tra Dio e gli
uomini, l’uomo Cristo Gesù» . Questo
testo sembra faccia da cerniera tra Romani 3, 30 e
Efesini 4, 6, che fondano l’universalità
della salvezza nell’unità di Dio, e tra
Galati 3, 12-19 e 2Corinzi 5, 14, che la fondano invece
nell’unico uomo Cristo Gesù.
Il motivo per cui Cristo Gesù viene designato
una sola volta come unico Mediatore poggia certamente
sul fatto che solo lui conosce il Padre, per cui vengono
esclusi tutte le altre forme di mediazioni. E tutte
le volte che vengono utilizzati altri titoli analoghi,
come sacerdote profeta re..., Gesù viene direttamente
identificato con i relativi titoli. In altre parole,
Gesù Cristo viene presentato come unico Mediatore,
nel senso che toglie a ogni altra possibile mediazione
il valore salvifico, perché solo lui è
il Salvatore.
Certamente, l’unicità dell’azione
salvifica di Cristo dimostra anche la liberalità
con cui Cristo ha voluto sacrificarsi per l’uomo,
facendogli il dono più grande che si possa
immaginare. Discutendo, infatti, la tesi di Anselmo
circa tale mistero redentivo , Duns Scoto prima esclude
la necessità da parte dell’uomo di dover
essere redento , e poi ne afferma la gratuità
del dono da parte del Cristo stesso , che, attraverso
la sua umanità, ha voluto soffrire e redimere
l’uomo, aprendogli la porta del cielo . E continuando
afferma anche che tutte le autorità in contrario,
si possono spiegare dicendo che non avrebbe preso
l’aspetto di “servo” , e che l’azione
di Cristo è un gesto di squisita carità
.
2. “Cristo
immagine di Dio invisibile”
L’espressione “Cristo immagine di Dio
invisibile” appartiene al patrimonio esplicito
della Rivelazione. Paolo ai Colossesi dichiara apertamente:
«Egli [Cristo] è l’immagine dell’invisibile
Dio» . Cristo, perciò, rivela visibilmente
il mistero di Dio nella storia. Per comprendere meglio
l’espressione paolina, è bene tener presente
il duplice ordine di titoli che Paolo riserva a Cristo,
unico soggetto in due nature. Titoli che riguardano
direttamente la natura umana di Cristo: Primogenito,
Principio, Capo ecc.; e titoli che riguardano direttamente
la natura divina di Cristo: Unigenito, Verbo, Immagine
di Dio ecc. I titoli del primo gruppo fanno di Cristo
il “primo” del genere umano; i secondi,
invece, innalzano Cristo al di sopra di tutte le cose
e quindi come “unigenito”.
La comprensione dei titoli sopra indicati emerge meglio
se si tien presente ciò che Duns Scoto dice
intorno ai termini di imago e di similitudo. In un
testo delle Collationes dopo aver detto che c’è
differenza tra “immagine ombra vestigio e similitudo”,
perché dicono relazione a qualcosa di diverso,
sembra utilizzare come sinonimi i due termini imago
e similitudo, secondo la tradizione, a cominciare
da Cirillo . Secondo il Dottor Sottile «la similitudine
appartiene alla realtà che appare» ,
mentre applicata quelle divine «esprime sempre
una relazione reale» . E il motivo è
dato dal fatto che la similitudine non esprime rapporto
causale come invece esprime il vestigio .
L’immagine può essere di due tipi: di
“derivazione” dalla stessa natura, e di
“riproduzione” della stessa natura. L’immagine
di derivazione o di generazione si ha quando colui
che è immagine esprime la stessa natura di
colui di cui è immagine, in questo modo l’immagine
s’identifica con la copia di cui è immagine,
e si chiama anche perfetta o diretta, come nel caso
del Verbo che, sussistente nella natura umana di Cristo,
è della stessa natura del Padre. Così,
per es., il testo paolino, «Cristo è
l’immagine di Dio invisibile», si riferisce
proprio a questo senso perfetto dell’immagine
che riproduce l’originale, cioè esprime
l’identità di natura.
L’immagine di riproduzione, invece, si ha quando
colui che è immagine riproduce qualcosa dell’originale
semplicemente per partecipazione e non naturalmente,
come per es., tra il progetto e la sua realizzazione,
nel senso che l’immagine partecipa della natura
di colui di cui è immagine, come quando si
afferma che l’uomo è immagine di Cristo.
Il significato dell’”immagine” in
Cristo si realizza nella “natura” e non
nella “persona”. Il perché è
ovvio. Il concetto di immagine richiama più
ciò che unisce che ciò che divide. Difatti,
può essere più o meno perfetta rispetto
all’originale. Ora, per fede, si ammettono in
Cristo due nature, quella divina e quella umana, e
una sola persona, quella del Verbo. In forza delle
tre divine persone, si afferma che nel mistero di
Dio ci sono delle differenze, nel senso che il Padre
non è il Figlio e il Figlio non è il
Padre, così dello Spirito Santo. Mentre ciò
che unisce le tre persone divine è l’identica
e comune “natura”. E’ il concetto
di natura allora che può comunicarsi o per
generazione o per riproduzione, e non il concetto
di persona che invece caratterizza e singolarizza
una natura.
Altra caratteristica dell’immagine, nel testo
paolino, è che essa rende “visibile”
una realtà che per sua natura è invisibile,
Dio. Il soggetto dell’immagine non può
essere il Verbo perché, in quanto seconda persona
della Trinità, è “invisibile”
anche lui. Bisogna intendere allora il Verbo “incarnato”,
che, unito ipostaticamente alla “visibile”
natura umana, rende visibile ciò che è
invisibile. In questo modo, l’Invisibile diventa
visibile non in sé e per sé, ma unicamente
nell’Uomo-Cristo, ossia nel Verbo “incarnato”.
E’ chiaro, quindi, che Dio «invisibile»
si manifesta e parla all’uomo per mezzo della
sua «Immagine» visibile, cioè del
Verbo incarnato.
Dall’immagine perfetta di Dio, Cristo, derivano
tutte le altre immagini imperfette sia negli esseri
razionali sia negli esseri irrazionali, a seconda
del grado di vicinanza che hanno a Cristo stesso.
Si ha così la scala discendente dell’essere:
Dio Cristo-Maria Angelo Uomo e Mondo. Negli esseri
razionali si realizza il concetto dell’immagine
imperfetta di Cristo; negli esseri irrazionali, il
concetto di “vestigio” di Cristo. Così
in tutta la creazione è assicurata la presenza
di Cristo, sia come vestigio sia come immagine, che
viene a costituire la scala per risalire a Dio stesso.
Cristo, in quanto immagine perfetta diviene anche
il prototipo non solo della creazione, ma anche fulcro
della risalita all’originale, Dio. In questa
salita, per visibilia s’intende Cristo e non
le cose create! E’ in Cristo e per Cristo che
si sale a Dio: la via dell’immagine di Cristo
è più sicura del vestigio di Cristo,
come nel testo ai Romani 1, 1-23.
Su questa scia ermeneutica scotiana si trova anche
il concilio Vaticano II, che in più documenti
attesta l’attribuzione del titolo paolino dell’«Immagine»
a Cristo, Verbo incarnato.
3. Cristo “Primogenito
di ogni creatura”
Tra i titoli che riguardano l’umanità
di Cristo quello di primogenito è certamente
il più importante e anche il più discusso
tra gli esegeti. Senza neppure sfiorare le lunghe,
laboriose e, a volte, forzate, interpretazioni, qui
si afferma l’antiteticità e la distinzione
dei due titoli Primogenito e Unigenito sia poggiando
su testi scritturistici che su quelli della tradizione.
La distinzione dei due titoli emerge dalla stessa
loro etimologia. Entrambi sono composti da due elementi:
“primogenito” , da “primo”
e “genito”, nato prima; “unigenito”,
da “uno” e “genito”, indica
l’unicità della persona senza nessuna
successione.
Applicando tale terminologia a Cristo si può
dire che il termine “primo” riguarda l’umanità
di Cristo, mentre il termine “uno” la
divinità di Cristo; il termine “genito”,
comune ai due titoli, indica la derivazione e la comune
origine, cioè alla generazione del Figlio di
Dio. Cristo, quindi, è “unigenito”
nei confronti di Dio, e “primogenito”
nei confronti della Chiesa
4. Tutto è
stato creato per mezzo di Cristo
Nel disegno di Dio, tracciato da Paolo nella lettera
agli Efesini, Cristo viene presentato come il primo
voluto e amato da Dio. E nella lettera ai Colossesi,
si dichiara apertamente che Cristo, in quanto “primogenito”
della creazione, è causa efficiente, causa
esemplare e causa finale della stessa creazione. La
presente analisi segue più la via della ricostruzione
indiretta che quella diretta, perché di questi
termini Duns Scoto non ne discute, perché egli
accetta normalmente il testo biblico senza addurre
ulteriori spiegazioni, in quanto li ritiene chiari
per se stessi e li prega come tali.
Il primo testo in cui si ritrova la dottrina della
creazione di Cristo è quello ai Colossesi:
«Egli [Cristo] è immagine del Dio Invisibile,
generato prima di ogni creatura;
poiché per mezzo di lui [Cristo]
sono state create tutte le cose,
quelle nei cieli e quelle sulla terra,
quelle visibili e quelle invisibili...
Tutte le cose sono state create
per mezzo di lui e in vista di lui.
Egli è prima di tutte le cose
e tutte sussistono in lui...» .
Le espressioni che interessano più da vicino
sono due: “per mezzo di Cristo sono state create
tutte le cose”, e “Cristo è il
principio [di tutte le cose]”. Per comprendere
il valore di queste affermazioni bisogna tener presente
il principio aristotelico, secondo cui ciò
che è primo nell’ordine ontologico, è
ultimo nell’ordine storico della successione.
Applicato a Cristo significa: nell’ordine ontologico,
Cristo occupa il “primo” posto nella scala
gerarchica degli esseri, e viene storicamente per
ultimo quando tutto è pronto per accoglirlo,
cioè nella pienezza del tempo; e un principio
speculativo di Duns Scoto, che afferma: tutto il mondo
fisico è stato creato in funzione dell’uomo,
il quale ne costituisce anche il fine, perché
Dio vuole l’ordine del mondo finalizzato a Cristo
l’uomo predestinato, il vero uomo, il nuovo
uomo.
Dal contesto delle sue ardite meditazioni, si deve
concludere che questo tipo di “uomo” è
soltanto Cristo. Difatti, presupponendo la predestinazione
di Cristo, Paolo proclama: «tutto è dell’uomo,
l’uomo è di Cristo e Cristo è
di Dio» , quindi, secondo Duns Scoto, Cristo
è l’uomo primo predestinato e anche l’uomo
creato a immagine di Dio, il vero autentico e prototipo
dell’uomo umano. Queste affermazioni scotiane
sono in perfetta sintonia con la Scrittura e con la
Tradizione.
Applicazione. Per es., le prime parole del testo sacro
suonano: «In principio Dio creò il cielo
e la terra» . Come intendere l’espressione
“in principio”? Non può essere
intesa in senso temporale come “di un principio
nel tempo o del tempo”, perché il tempo
non ancora esisteva, anzi il tempo nasce proprio con
la stessa creazione. Si tratta invece di un inizio
assoluto che non sopporta alcuna connatazione temporale.
E’ proprio l’agire di Dio.
Tenendo presente i testi paolini sopra citati, si
può tentare una lettura cristologica dell’espressione
“in principio”. Paolo ha più volte
affermato che tutta la creazione è stata fatta
“per mezzo di Cristo”, cioè da
Cristo, che viene definito anche come il “Principio
di tutte le cose”. Importante è la precisazione
fatta da Duns Scoto circa il valore della preposizione
“per”, se usata con verbi transitivi o
intransitivi. Nel primo caso viene espressa una certa
subordinazione al soggetto principale, nel secondo
caso con il verbo alla forma intransitiva invece esprime
la causalità efficiente principale della proposizione
. Cristo è presentato da Paolo come la causa
efficiente della creazione. Se è così,
l’interpretare “in principio” con
“in Cristo” non dovrebbe meravigliare
più di tanto. Il primo versetto biblico, quindi,
suonerebbe: «In Cristo Dio creò».
E’ una interpretazione che non contrasta con
nessun testo sacro, anzi trova conforto proprio dall’insieme
della Rivelazione e anche dalla Tradizione.
- Per i testi della Scrittura è sufficiente
citarne alcuni tra i più comuni:
«In principio era il Verbo, e il Verbo era presso
Dio e il Verbo era Dio. Egli era presso Dio: tutto
è stato fatto per mezzo di lui, e senza di
lui niente è stato fatto di tutto ciò
che esiste» ; «Ciò che era fin
da principio... noi lo annunziamo anche a voi, perché
anche voi siate in comunione con noi. La nostra comunione
è col Padre e col Figlio suo Gesù Cristo»;
«Avete conosciuto colui che è fin da
principio» ; «Cristo è il Principio,
il Primogenito di coloro che risuscitano dai morti»
; «Io sono l’Alfa e l’Omega»;
«Io sono il Primo e l’Ultimo»; «Così
parla il Primo e l’Ultimo»; «Così
parla il Principio della creazione di Dio»;
«Io sono l’Alfa e l’Omega, il Principio
e la Fine»; «Io sono l’Alfa e l’Omega,
il Primo e l’Ultimo, il Principio e la Fine»
.
Per quanto riguarda la Tradizione, che interpreta
l’espressione “in principio” come
sinonimo di “in Cristo”, è sufficiente
citare qualche testimonianza più significativa:
Zeno afferma: «Indubbiamente per “Principio”
s’intende Cristo» ; Agostino scrive: «”Principio”
nel quale Dio ha fatto cielo e terra, indubbiamente
si riferisce allo stesso Figlio [incarnato]»;
e in polemica con i Manichei afferma alquanto seccato:
«In principio Dio ha creato cielo e terra, non
in principio del tempo, ma in Cristo» ; Cirillo
Alessandrino: commentando il testo di Giovanni (8,
25), afferma la divinità di Cristo con il verbo
“sono”, e continua facendo parlare lo
stesso Gesù dicendo: «Sono Principio
di tutte le cose, dal quale esse ricevettero l’inizio
e per il quale tutte furono create; Principio, per
mezzo del quale, tutto fu fatto; per mezzo del quale
Dio creò i secoli; nel quale creò il
cielo e la terra» ; e commentando anche il testo
dei Proverbi, 8, 22, scrive: «La Sapienza ossia
il Figlio di Dio, incarnandosi, non cominciò
a esistere, né Egli fu posto a fondamento delle
cose come Verbo in sé, ma come Verbo incarnato»;
e ancora dichiara che Cristo è «Principio
e Fondamento dell’esistenza», perché
in quanto vero Uomo è identico alla natura
umana ; Girolamo in più parti afferma: «In
Principio significa in Cristo Signore» ; Origene:
commentando il primo versetto del Genesi scrive: «Che
cosa significa il principio di tutte le cose, se non
il Signore nostro e Salvatore di tutti Cristo Gesù,
Primogenito di ogni creatura? Dunque in questo Principio,
cioè nel Verbo suo, Dio ha creato cielo e terra,
come dice l’Evangelista “In Principio
era il Verbo”» ; Metodio: nel commento
alla parabola delle dieci vergini, scrive: «Chi
non crede a Cristo, non può comprendere che
egli è il Principio e il Fondamento della vita»
; Massimo di Torino: in polemica contro i Giudei,
scrive: «’In principio Dio creò
il cielo e la terra’... Osserva subito questo,
perché [Mosè] ha cominciato dal Principio
a nominare il Principio, che noi intendiamo Cristo,
detto il Principio, in cui Dio ha creato il cielo
e la terra...» ; Isidoro di Siviglia: nel commento
al primo versetto sacro, scrive: «’In
principio Dio creò...’ il Principio è
il Cristo...» .
Tale interpretazione si trova nei documenti del concilio
Vaticano II e anche in Paolo VI nel discorso di apertura
della seconda sessione del Concilio, quando esclama:
«Cristo! Cristo, nostro Principio, Cristo, nostra
via e nostra guida! Cristo, nostra speranza e nostro
termine... Cristo nostro Fondatore, nostro Capo»
. Parole che espromono molto bene la dottrina del
“Principio” e del “Fine “
di tutte le cose con Cristo “Principio”
di tutte le cose.
Interessante è anche il confronto che i Padri
stabiliscono tra Colossesi: «Tutte le cose sono
state create per mezzo di Cristo e in vista di Cristo»
e Giovanni: «Tutto è stato fatto per
mezzo di lui, e senza di lui niente è stato
fatto di tutto ciò che esiste» , leggendo
tutto il “prologo” giovanneo in chiave
cristologica. Essi leggono Giovanni con Paolo.
Per esempio, Agostino, dopo aver precisato e distinto
che la Scrittura presenta Cristo sia in ordine alla
predestinazione (cioè prima dell’assunzione
della carne) e sia in ordine storico (cioè
con l’assunzione della carne), scrive: «Chi
ha detto che “In Principio era il Verbo...”
inutilmente predicherebbe la divinità del Verbo,
se del Verbo tacesse dell’umanità»
. E lo stesso Cirillo afferma apertamente che l’intento
del “prologo” è la dimostrazione
della divinità di Cristo, contro qualsiasi
errore presente o futuro. E il testo di Giovanni,
nota ancora Cirillo, si può usare tranquillamente
contro gli Ariani, i quali, per poter negare la divinità
di Cristo, erano ricorsi alla distinzione del doppio
Figlio: del Figlio di Dio, in senso naturale, e del
Figlio adottivo; l’uno eterno il Verbo, e l’altro
storico il Verbo incarnato. E sempre Cirillo esclama
che, proprio per controbbattere quasi anticipatamente
l’eresia ariana, Giovanni ha «opportunamente
aggiunto: “Hoc erat...”, Questi era presso
Dio. Di questo, proprio di questo si parla in questo
libro», cioè di Cristo, Dio e Uomo .
Si potrebbe anche notare che il neutro “hoc”
usato da Giovanni al versetto 2 e tradotto ufficialmente
con “Egli”, fa perdere il senso non solo
grammaticale ma anche teologico del termine: “questo”,
“proprio questo”, cioè qualcosa
di vicino, di visibile, di concreto, Cristo Gesù,
il Verbo incarnato. La traduzione “Egli era
presso Dio”, verrebbe a significare “il
Verbo in sé era con Dio”, che non ha
alcun senso, perché vorrebbe dire “Dio
era con Dio”; mentre la traduzione “Questi
era presso Dio” si riferisce al Verbo incarnato,
e il testo acquista tutta la sua importanza e coerenza
.
Altra apparente difficoltà risulta dal confronto
tra Genesi (1, 1) e “prologo” di Giovanni,
entrambi affermano che Cristo è il creatore
del cielo e della terra. I due testi sono esposti
in modo differente: il Genesi parla di «”in
Principio” [in ipso] Dio creò cielo e
terra»; mentre nel “prologo” givanneo:
«”per mezzo di lui” [per ipsum]
tutto è stato creato...». Agostino dimostra
che le due espressioni sono equivalenti: la frase
«in ipso = in Principio» ha lo stesso
valore dell’altra «per ipsum». Quindi
le due espressione: “creare tutto in Cristo”
e “creare tutto per mezzo di Cristo”,
hanno lo stesso significato e lo stesso valore. Cristo,
in conclusione, è contemporaneamente causa
efficiente, causa esemplare e causa finale di tutte
le cose.
5. L’uomo
creato a immagine di Cristo
La comprensione dell’espressione scotista, non
formale ma dottrinale, “uomo immagine di Cristo”,
sottende le due le forme dell’immagine, quella
perfetta di Cristo e quella imperfetta dell’uomo
. In Cristo non sussiste alcuna differenza tra l’immagine
visibile e l’essenza del Dio invisibile: in
Cristo si vede lo stesso Dio . Nell’uomo, invece,
c’è partecipazione con la realtà
originaria, anzi soltanto nella comunione con Cristo
l’uomo diventa immagine di Dio . Questo evento
trasformante dalla comunione con Cristo a immagine
con Dio viene presentato sia come evento presente
e, nello stesso tempo, come evento futuro-escatologico
. L’immagine dell’uomo con Dio si realizza
perciò nell’immagine-comunione con Cristo.
Si potrebbe anche dire con un gioco di parole: l’uomo
è l’immagine dell’immagine di Dio,
perché Cristo è la vera e unica immagine
di Dio.
Certamente l’interpretazione del passo del Genesi:
«Facciamo l’uomo a nostra immagine e somiglianza»
, si presta a diverse letture. Quella cristologica
sembra la più adeguata e coerente con tutta
la Rivelazione nel suo complesso. Il plurale “facciamo”
indica che il soggetto operante, il Verbo, esprime
la Santissima Trinità, per il concetto della
così detta circumsessio, cioè dove sta
una Persona divina ci sono anche le altre due Persone
divine, e per il fatto che ogni opera ad extra è
opera della stessa Trinità.
Che cosa intendere con il termine “uomo”?
L’uomo antropologico o l’uomo cristologico?
Nella lettura letterale o comune, che intende semplicemente
l’uomo, resta profonda la difficoltà
di interpretare la relazione che si instaura tra l’esemplare,
che è il Creatore, e l’esemplato che
è la creatura. L’immagine-somiglianza
tanto più perfetta diventa, quanto più
intima è la relazione tra i due estremi, cioè
tra Dio e la creatura. E poiché, è stato
già dimostrato che, al di fuori dell’unione
ipostatica, nessuna unione accidentale è possibile
tra Dio e la creatura, si deve convenire che il termine
“uomo” si riferisce all’uomo “perfetto”,
“predestinato”, “cristologico”,
che viene assunto dal Verbo nel mistero dell’Incarnazione.
Questo vuol dire che, l’espressione “immagine-somiglianza”
del passo del Genesi, si riferisce direttamente a
Cristo e solo indirettamente all’uomo, perché
solo in Cristo si realizza l’unione tra creatura
e Creatore, in modo sostanziale e perfetto. La traduzione
potrebbe essere “Facciamo l’uomo-Cristo
a nostra immagine e somiglianza”, cioè
l’oggetto dell’amore Trinitario è
principalmente Cristo e in Lui, secondariamente, l’uomo
umano o antropologico.
L’interpretazione cristologica del passo viene
messa in risalto anche dal fatto che il testo dice
«facciamo “l’uomo”...»,
cioè parla dell’uomo in genere, come
sinonimo di “natura umana”, che è
unica e sarà assunta dal Verbo. Come uno è
Dio, così una è l’immagine di
Dio, e come da uno solo dipendono tutte le cose, così
da uno solo dipendono tutti gli uomini. Tutta la Tradizione
patristica utilizza la chiave di lettura cristologica
nell’interpretazione del testo della creazione
dell’uomo. Interpretazione che è in perfetta
sintonia con quanto afferma Paolo: «Quelli che
ha egli [Dio] da sempre ha conosciuto li ha predestinati
ad essere conformi all’immagine del Figlio suo...»
. Non dice: “conforme al Figlio suo”;
ma: “all’immagine del Figlio suo”.
Come a dire che altra cosa è la realtà
del Figlio e altra cosa è la realtà
dell’immagine del Figlio. Dal complesso del
testo biblico (Gen, 1, 26) si ricavano elementi dottrinali
molto importanti, messi in luce dai Padri. Si afferma
principalmente: la Trinità di Dio, l’Unità
di Dio e la divinità di Cristo.
Nella lettura cristologica del testo biblico (Gen,
1, 26), Adamo viene a essere creato a immagine di
Cristo venturo, come afferma Paolo ai Romani : «Adamo
è figura di colui che doveva venire»
. Dal testo paolino, si ricava che il “Figurato”
(colui che deve venire) preesiste al “figurante”
(Adamo), e influisce nell’atto della sua creazione.
L’immagine di Adamo, perciò, altro non
è che una semplice immagine dell’immagine
di Cristo, cioè una copia dell’immagine.
La dottrina dell’immagine di Cristo, così
come viene prospettata da Duns Scoto, oltre che fonte
di ulteriori altri misteri, quali il “sacerdozio”,
l’”immortalità” e la “gloria”,
è la più sicura garanzia di autenticità
della dignità dell’uomo. La vera grandezza
dell’uomo riposa sull’immagine di Cristo
che orienta verso l’eternità e verso
la gloria, il vero fine della sua esistenza. E’
da notare, tuttavia, che esplicitamente tale dottrina
non si trova nel Maestro francescano, ma è
un logico sviluppo e una normale applicazione della
sua dottrina intorno al Cristocentrismo. E questo
a causa della diversa concezione metodologica esistente
tra il moderno e il medievale .
C - CRISTO UNICO REDENTORE
I- SIGNIFICATO
DEI TERMINI “SALVATORE” E “REDENTORE”
I termini “Salvatore”
e “Redentore” derivano da s?ter, che dà
l’idea di colui che salva, che libera, che redime,
ed esprimono l’attività svolta da Cristo
a vantaggio dell’uomo e dell’intera creazione.
Benché i due termini vengano usati come sinonimi,
è bene ricordare che il termine “Salvatore”
viene inteso sempre in senso stretto, cioè
come colui che salva l’uomo dal peccato e dalla
morte; mentre il termine “Redentore”,
che si riferisce all’applicazione dei meriti
di Cristo all’angelo, all’uomo e al creato,
ha un senso più esteso o meno esteso a seconda
del modo come viene applicato.
Dall’applicazione dei meriti di Cristo, il concetto
di “redenzione” si può chiamare
“positiva” o “assoluta” se
i meriti vengono applicati indipendentemente dai meriti
o demeriti delle creature; oppure “negativa”
o “relativa” se i meriti di Cristo vengono
applicati dipendentemente dai meriti o demeriti della
creatura. Nel primo caso, l’azione di Cristo
si estende non solo all’ordine morale della
creatura, donandole il dono della “beatitudine”,
ma anche all’ordine metafisico della creatura,
donandole il dono dell’”immortalità”;
nel secondo caso, l’azione di Cristo può
essere di “preservazione” se conserva
alcuni (Maria e Angeli buoni) nello stato di grazia
originale, e di “riparazione” se ristabilisce
nello stato originale di grazia chi l’ha perduto
con il peccato; e abbandona gli esseri che hanno rifiutato
il perdono alla loro sorte di Angeli cattivi e di
dannati.
Nel VT il concetto di “redenzione” viene
espresso in modo perfetto dall’esperienza religiosa
che Israele fece nell’essere liberato dalla
schiavitù egiziana per costituire l’alleanza,
cioè Dio strappa il suo popolo alla schiavità
per legarlo a sé. Difatti, nell’Esodo
è scritto: «Io sono il Signore! Vi sottrarrò
ai gravami degli egiziani, vi libererò dalla
loro schiavitù e vi libererò con braccio
teso e con grandi castighi. Io vi prenderò
come mio popolo e diventerò il vostro Dio»
. In virtù dell’Alleanza, Israele diventa
un popolo “santo”, “consacrato a
Dio” e il popolo particolare di Dio . Tra i
Profeti merita una particolare menzione Ezechiele
che sottolinea l’assoluta gratuità della
“redenzione” accordata ai peccatori: «stabilirò
una alleanza eterna» ; e precisa la natura della
“nuova alleanza” non più dono della
legge, ma la comunicazione dello spirito di Dio: «vi
aspergerò con acqua pura e sarete purificati;
io vi purificherò da tutte le vostre sozzure
e da tutti i vostri idoli; vi darò un cuore
nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo,
toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò
un cuore di carne» .
Nel NT il riferimento a questo contesto messianico
è molto esplicito, specialmente nell’episodio
di Zaccaria, il quale celebra il Dio che «ha
redento il suo popolo» ; e nella profetessa
Anna che «parlava del bambino a quanti aspettavano
la redenzione di Gerusalemme» . La “novità”
della nuova alleanza viene puntualizzata nella morte
volontaria di Cristo. Difatti, Gesù «non
è venuto per essere servito, ma per servire
e per dare la sua vita in riscatto per molti»
. Il sacrificio cruento di Gesù è lo
strumento della nostra liberazione. Tutto il racconto
giovanneo della passione vuol mettere in rilievo questo
carattere volontario della morte di Cristo .
Nel piano divino - secondo Paolo ai Galati 4, 4 -
tutti gli uomini dovevano diventare figli di Dio.
Storicamente, però, l’uomo è “sotto
la legge”, cioè nella condizione che
da solo non può uscirne. Se Dio pertanto aveva
in mente di elevarlo alla condizione di figlio, doveva
Egli stesso diventare un Uomo, e così da farlo
uscire da “sotto la legge” e collocarlo
al di “sopra della legge”. Da questo schema
divino emerge la necessità unica dell’azione
mediatrice di Cristo, che per questo nasce “dalla
donna”, “per riscattarlo”, cioè
“redimerlo” (ut redimeret). Il passaggio
di condizione costituisce la vera natura della redenzione,
che abbraccia sempre due elementi: sottrarre l’uomo
dalla condizione inferiore, ed elevarlo alla condizione
superiore. In Paolo, perciò, è presente
il pensiero: Dio, che è “sopra la legge”,
nasce “sotto la legge”; affinché
l’uomo, che è “sotto la legge”,
possa elevarsi al di “sopra della legge”.
Anche in altri luoghi , Paolo presenta il mistero
della redenzione sempre prospettando il piano divino,
al cui centro c’è unicamente Cristo:
da Cristo e per mezzo di Cristo derivano tutti i benefici
divini, da quelli della creazione ed elevazione di
tutti gli esseri razionali (compreso gli angeli),
a quello della redenzione, ossia alla remissione dei
peccati e riguarda solo l’uomo. Il mistero della
redenzione, perciò, è a vantaggio unicamente
degli uomini, e in essi della creazione in genere,
dal momento che vengono esclusi gli Angeli, come si
legge nella seconda lettera di Pietro: «Dio
non risparmiò gli angeli che avevano peccato,
ma li precipitò negli abissi tenebrosi dell’inferno,
serbandoli per il giudizio» , a cui fa seguito
la lettera di Giuda: «gli angeli che non conservarono
la loro dignità ma lasciarono la propria dimora,
egli [il Signore] li tiene in catene eterne, nelle
tenebre, per il giudizio del gran giorno» .
II. LA REDENZIONE
NELLA STORIA
La dottrina cristiana della redenzione
si distingue da tutte le altre forme extra-bibliche
di redenzione per il fatto che essa proviene dall’esterno,
cioè come intervento divino, dal di fuori per
la salvezza di tutti gli uomini e di tutto il creato.
Varie sono state le teorie escogitate per spiegare
tale mistero. Ogni epoca ha avuto la sua teoria, fino
a quella moderna che ripropone nella sostanza la sintesi
operata da Duns Scoto.
Come prima teoria si può presentare la redenzione
come ricapitolazione, dovuta principalmente a Ireneo,
che si era rifatto all’idea paolina di Cristo,
novello Adamo, e della ricapitolazione in Cristo,
come capo, dell’intera creazione. Secondo quest’ipotesi,
la redenzione di Cristo non consiste tanto nell’opera
di Cristo -vita e morte-, quanto nella sua Incarnazione.
In questo modo, la redenzione era già oggettivamente
compiuta nell’Incarnazione, in quanto Cristo
aveva colmato l’abisso tra Creatore e creatura,
ristabilendo l’originaria unità tra Dio
e uomo. Oltre a Ireneo, seguirono questa teoria anche
Atanasio e Gregorio di Nissa.
Rifacendosi alla dottrina paolina che l’uomo
caduto si trova sotto il dominio di Satana, e anche
alle parole del Signore: «Il Figlio dell’uomo
non è venuto per essere servito, ma per servire
e dare la sua vita in riscatto per molti» ,
Origene sviluppa la teoria della redenzione come riscatto.
Questa teoria considera l’uomo decaduto come
proprietà formale del diavolo e la redenzione
quasi una transazione commerciale tra Cristo e il
diavolo, cioè Cristo paga con la sua vita il
prezzo del riscatto al diavolo. Pur presentando delle
profonde ambiguità, la teoria trovò
molti seguaci, come per esempio: Basilio, Gregorio
di Nissa, Ambrogio, Agostino, Fulgenzio, Alcuino,
Rabano Mauro; sono contrari invece: Gregorio Nazianzeno,
Anselmo, Abelardo.
La terza teoria è quasi simile alla precedente
e si chiama redenzione come soddisfazione. Secondo
Tertulliano, mentalità giuridica, la morte
di Cristo era la soddisfazione per il peccato dell’umanità
di fronte alla giustizia divina. Sviluppata da Cipriano,
la teoria viene accettata anche da: Ambrogio, Agostino,
Girolamo, Leone I, Fulgenzio e Gregorio Magno. Poiché
i peccati dell’uomo sono la colpa e la gravità
della colpa dipende da chi si offende, Anselmo d’Aosta,
Tommaso d’Aquino, Bonaventura da Bagnoregio
e altri sostengono che, essendo infinita la colpa,
l’espiazione richiedesse proprio la morte del
Figlio di Dio Incarnato.
Di fronte a quest’ultima teoria prende posizione
Giovanni Duns Scoto. Egli fa osservare giustamente
che non si può in nessun modo vedere nel peccato
un’offesa assolutamente infinita di Dio, per
cui richiedere una espiazione infinita. Benché
l’opera redentrice di Cristo sia meritoria per
tutta l’umanità e per tutto il creato,
essa non dipende dalla sua “infinità”,
che avrebbe in un certo senso costretto Dio, ma dall’accettazione
dell’opera redentrice da parte della volontà
divina. Duns Scoto in pratica dimostra che la dottrina
dell’assoluta necessità della morte espiatoria
di Cristo è insostenibile.
Difatti, in una sintesi di ricostruzione sistematica
si esprime il nuclueo della posizione del Principe
dei Teologi in questo modo:
«Si dice che la caduta dell’uomo sia stata
la causa necessaria della predestinazione di Cristo.
Di conseguenza: Dio previde che Adamo sarebbe caduto,
previde ancora che Cristo sarebbe venuto come redentore,
e infine previde che la natura umana sarebbe assunta
[nella persona del Verbo], assunzione che avrebbe
tanto glorificato [l’uomo].
Io invece dico: la caduta [di Adamo] non fu la causa
della predestinazione di Cristo; neppure se non fossero
caduti né l’Angelo e né l’uomo,
Cristo sarebbe stato predestinato ugualmente, anzi
[per assurdo] persino se non ci fossero stati altri
esseri da creare se non solo Cristo.
E lo provo.
a) Chi vuole ordinatamente, vuole prima il fine e
poi le cose più vicine al fine. Ma Dio vuole
con sommo ordine. Dunque [bisogna dire che] Dio vuole
così, [cioè con sommo ordine]. Dio perciò
vuole primariamente se stesso e tutto ciò che
gli è intrinseco; secondariamente vuole quello
che gli è immediatamente estrinseco, cioè
l’anima di Cristo. Pertanto, prima di ogni merito
o demerito [di altri], Dio previde che Cristo si sarebbe
unito a lui nell’unità della persona.
b) Ancora: l’ordinazione e la predestinazione
completa degli eletti [alla grazia e alla gloria]
è anteriore alla predestinazione dei cattivi,
affinché nessuno goda della perdizione dell’altro,
come se sia un guadagno per lui. Prima della previsione
della caduta, perciò, e prima di qualsiasi
demerito, tutta l’avventura di Cristo fu prevista.
c) Infine: se la caduta fosse stata la causa della
predestinazione di Cristo, ne sequirebbe che il Capolavoro
di Dio -summum opus Dei- sarebbe [semplicemente] occasionale:
non c’è tanta gloria intensiva negli
altri quanta è la gloria di Cristo; e intanto
Dio avrebbe omesso un’opera così grande
per una buona azione di Adamo, se non avesse peccato.
Ciò sembra molto irrazionale!
Perciò io dico così:
In primo luogo, Dio ama se stesso.
In secondo luogo, Dio ama se stesso negli altri, e
questo è amore puro.
In terzo luogo, Dio vuole essere amato da un altro
che lo possa amare sommamente, e parlo di un amore
a lui estrinseco.
In quarto luogo, Dio previde l’unione [ipostatica]
della natura umana, destinata ad amarlo sommamente,
anche se nessuno avesse dovuto peccare» .
«Questo, l’ordine della previsione divina.
Primo, Dio intuisce se stesso come sommo bene.
Secondo, Dio conosce tutte le creature [possibili].
Terzo, Dio predestina [alcuni] alla grazia e alla
gloria, e non predestinando altri.
Quarto, Dio prevede che tutti [gli uomini] sarebbero
caduti [nel peccato] di Adamo.
Quinto, Dio prevede e stabilisce il rimedio, cioè
il modo come gli uomini sarebbero stati redenti per
mezzo della passione del suo Figlio.
Così che Cristo, come tutti gli altri eletti,
è stato prima previsto e predestinato alla
gloria e alla grazia, e poi è stata prevista
la sua passione e morte, come medicina per la caduta.
Il medico, infatti, vuole la salute dell’uomo
[malato] prima di ordinare la medicina per curarlo
e salvarlo» .
«Tutte le testimonianze [della Scrittura e dei
Padri che sembrano affermare il contrario, cioè
che Cristo non si sarebbe mai incarnato se Adamo non
avesse peccato] possono essere intese nel senso che
Cristo non sarebbe venuto come redentore, se l’uomo
non fosse caduto; né forse [sarebbe venuto
nella carne] passibile, perché non c’è
necessità alcuna che l’anima gloriosa
[di Cristo], gloriosa e preordinata da Dio da sempre
non soltanto alla somma gloria, ma anche all’unione
con il corpo passibile, se non ci fosse stato bisogno
della redenzione» .
«Inoltre, non c’è nessuna necessità
di redimere il genere umano, e che, quindi, Cristo
patisse. La conseguenza è chiara per se stessa.
Si prova l’antecedente così: la redenzione
sarebbe stata necessaria, se l’uomo fosse stato
predestinato [necessariamente] alla gloria, e questa,
data la caduta, non si potesse conseguire che per
mezzo della soddisfazione [di Cristo]. Ora la predestinazione
dell’uomo [alla gloria] è contingente
e non necessaria. Dio, infatti, ha predestinato l’uomo
contingentemente e non necessariamente, perché
niente opera Dio fuori di sé necessariamente
[ma sempre contingentemente, ossia liberamente]. [Quindi,
come Dio] ha ordinato l’uomo alla gloria [contingentemente],
così poteva anche non predestinarlo. Né
sarebbe inconveniente che l’uomo fosse deluso
di tale beatitudine, a meno che non fosse [necessariamente]
predestinato. Perciò, come non vi fu assoluta
necessità di predestinare l’uomo [alla
gloria], così non era assolutamente necessaria
la sua redenzione» .
«Lo provo principalmente dal fatto che l’uomo
poteva essere redento diversamente che per mezzo della
morte di Cristo. Agostino, nel XIII libro della Trinità,
capitolo 10, scrive: «A Dio non mancava davvero
un altro modo di redimere l’uomo, poiché
tutto è sottomesso al suo potere». Dunque,
non c’è alcuna necessità nella
conclusione.
D’altra parte, non c’è alcuna necessità
che Cristo redima l’uomo per mezzo della sua
morte, se non per la necessità di conseguenza,
cioè posto che [Dio] abbia ordinato che così
egli lo redimesse. La necessità di consequenza
è questa: se corro, mi muovo. Il muovermi è
una conseguenza del mio correre; ma il correre è,
senza dubbio, contingente, ossia sia il mio correre
che il mio muovermi [sono contingenti].
Ugualmente, la morte di Cristo fu un atto contingente,
come contingente fu la previsione della sua passione.
Niente dunque è necessario se non di una necessità
di conseguenza; se fu previsto che [Cristo] doveva
patire, [di fatto] ha patito, ma sia la previsione
che l’esecuzione sono contingenti» .
«Si dice: Non si soddisfa a Dio, se non si offre
a Dio qualcosa che formalmente [essentialmente] sia
più grande [dell’offesa fatta a Dio];
l’offerente, quindi, dev’essere più
grande di ogni creatura [nella dignità e nella
perfezione].
Con tutto il rispetto a chi lo dice, io credo ciò
non sia vero!
Per soddisfare il peccato del primo uomo non è
necessario che la creatura sia totalmente e formalmente
più grande in dignità e in perfezione,
perché sarebbe stato sufficiente offrire a
Dio un bene maggiore del male commesso dal primo uomo.
Pertanto, se Adamo, per grazia e carità di
Dio, avesse fatto uno o più atti di amore di
Dio per se stesso, con uno sforzo di volontà
superiore a quello fatto nel compiere il peccato,
[certamente] tale dilezione sarebbe stata sufficiente
alla remissione del suo peccato, e avrebbe così
soddisfatto […].
Come per l’amore della creatura, oggetto amabile,
[l’uomo] non avrebbe dovuto peccare, così
nel soddisfare [il suo peccato] avrebbe dovuto offrire
a Dio qualcosa di più grande da attingere per
mezzo di un atto [d’amore] oggettivo, per quanto
[possibile] a creatura, cioè un atto di amore
rivolto a Dio stesso e per se stesso, e quest’amore
oggettivo in quanto termina in Dio, supera l’amore
della creatura, come Dio supera la creatura.
E come [l’uomo] peccò infinitamente amando
l’oggetto più ignobile, così doveva
soddisfare infinitamente amando l’oggetto più
nobile [cioè Dio]. E ciò sarebbe bastato
[alla soddisfazione] almeno in linea di possibilità.
Inoltre, un semplice uomo avrebbe potuto soddisfare
per tutti, se fosse stato concepito senza peccato.
Possibilità possibile a verificarsi per opera
dello Spirito Santo e della madre, come fu Cristo,
e Dio gli avesse donato la grazia più grande
che potesse ricevere, come la diede a Cristo, senza
meriti precedenti e per sua [pura] liberalità.
Un tale uomo, infatti, avrebbe potuto meritare la
distruzione del peccato e anche la felicità
eterna.
E se dici che per questo saremmo obbligati a quest’uomo,
quanto [siamo] obbligati ti a Dio, è falso.
Al contrario [saremmo obbligati] semplicemente a Dio
[e non all’uomo], perché tutto ciò
che egli avrebbe, sarebbe [dono] di Dio. Tuttavia
saremmo obbligati a quest’uomo, come siamo obbligati
alla Vergine Beata e ai Santi, che meritarono per
noi, [riferendo] però sempre costantemente
e sommamente [tutto] a Dio, come a colui dal quale
procedono i beni degli altri.
Ancora, (parlo sempre di possibilità). Sembra
che ciascuno possa soddisfare per se stesso. Se a
qualcuno fosse [possibile] dare la prima grazia senza
meriti, allo stesso modo, benché qualcuno fosse
figlio dell’ira, a lui tuttavia sarebbe data
la prima grazia senza meriti propri, [cioè
gratuitamante], e così potrebbe meritare la
beatitudine. Dunque, potrebbe meritare anche la distruzione
della [sua] colpa.
Non sembra, poi, assolutamente necessario che soltanto
l’uomo potesse offrire soddisfazione. Chi non
è debitore, infatti, può soddisfare
per un altro, come può pregare per un altro.
Perciò Cristo che non era debitore potè,
come uomo senza colpa, soddisfare [per gli altri].
Se fosse piaciuto a Dio, anche un Angelo buono avrebbe
potuto soddisfare, offrendo per noi a Dio qualcosa
che Dio avrebbe accettato per tutti i peccati, poiché
una cosa creata offerta a Dio tanto vale, quanto Dio
l’accetta e non più» .
«Tutto ciò che è stato fatto da
Cristo per la nostra redenzione, non fu di necessità
se non in quanto conseguente a deliberazione divina,
che così dispose; perciò solo in quest’ordine
di necessità conseguente, Cristo patì.
Tutto fu essenzialmente contingente: l’antecedente
[cioè la preordinazione] e il conseguente [cioè
il fatto]» .
«Questo è il motivo per cui noi siamo
ancor più obbligati a Cristo. L’uomo,
infatti, poteva essere redento diversamente, e invece
[Cristo] per sua libera volontà ha voluto redimerlo
così. Gli siamo obbligati ancor più
che se fosse stato necessario redimerci così,
e non altrimenti. Io credo che volle redimerci così
principalmente per avvincerci al suo amore, e perché
l’uomo si sentisse maggiormente obbligato verso
Dio» .
Secondo Duns Scoto, quindi, Dio non aveva bisogno
di nessuna “soddisfazione”, né
tanto meno di una soddisfazione “di sangue”.
Difatti, senza offendere la giustizia divina, la redenzione
avrebbe potuto farsi in qualsiasi altro modo, dice
Duns Scoto. Pur rendendo in questo modo indipendente
l’Incarnazione dalla Redenzione, Duns Scoto
ha un grandissimo concetto della stessa Redenzione.
Da questo pensiero di Duns Scoto si possono ricavare
alcune costanti che sono state fatte proprie dalla
teologia moderna: a) la redenzione come libera azione
di Dio; b) la funzione redentrice di Cristo.
Dalla dottrina biblica emerge l’assoluta libertà
di Dio nell’offrire all’uomo l’iniziativa
del suo amore misericordioso e redentivo. Benché
dal punto di vista umano, la redenzione fosse necessaria
onde poter ristabilire il giusto rapporto con Dio,
Dio non era affatto obbligato a redimere gli uomini.
La necessità dell’uomo a essere redento
si trova di fronte all’assoluta libertà
di Dio. In altre parole, supposta la divina deliberazione
a redimere l’uomo, l’Incarnazione del
Figlio di Dio non era assolutamente necessaria a tal
fine.
Per quanto riguarda la funzione redentrice di Cristo
la teologia oggi ritiene a buon diritto la dottrina
dell’Incarnazione del Figlio di Dio come indipendente
dal peccato di Adamo, secondo la teoria del cristocentrismo.
Immagine di Dio e prototipo della creazione, e in
particolare dell’uomo creato a sua immagine,
Cristo è apparso nella carne dell’uomo,
assumendo cioè la natura umana nell’unità
con il Logos divino. In questo modo, Cristo ha dato
inizio al movimento di ritorno dell’intera creazione,
e dell’uomo in particolare, a Dio, realizzando
cioè la cosiddetta “ricapitolazione”
di tutto e di tutti a Dio. Dal Cristo immagine di
Dio e vero Uomo deriva l’uomo creato da Cristo
a sua immagine: l’uomo pertanto si può
considerare immagine dell’immagine.
Sul rapporto Redenzione ed Incarnazione le opinioni
dei teologi moderni non sono concordi: alcuni sostengono
la teoria “amartiocentrica” (= peccato
al centro del disegno di Dio), altri la teoria “cristocentrica”
(= Cristo al centro del disegno di Dio). Quest’ultima
teoria si appoggia soprattutto a Duns Scoto e sembra
prevalere nell’opinione dei teologi.
D - CRISTO GLORIFICATORE
Dopo aver descritto il pensiero di Duns Scoto intorno
alla mediazione universale dell’essere e dell’uomo
in particolare, ora bisogna accennare alla conclusione
finale di questa mediazione protesa verso la beatitudine
eterna. Per il Dottor Sottile, già si sa, il
fine ultimo dell’uomo appartiene più
all’ordine della fede e che a quello della ragione;
tuttavia nelle sue analisi, si preoccupa di trovare
anche la possibilità filosofica di tale elevazione
alla grazia, dono libero ed esclusivo di Dio in Cristo,
discutendo il concetto di “desiderio naturale”.
I- DESIDERIO
NATURALE DI DIO
Prima di analizzare il pensiero di
Duns Scoto intorno al desiderio naturale, è
bene tener presente la premessa generale del rapporto
con la dottrina dello Stagirita, dal momento che lo
segue punto punto sia nel commento alla Metafisica
che nelle altre opere. L’idea principale della
premessa è questa: la differenza qualitativa
tra pensiero aristotelico e pensiero cristiano, che
il Filosofo francescano sottende apertamente, avendo
avuto tante occasioni per documentarlo nelle sue analisi,
specialmente in rapporto al concetto della creazione
ex nichilo e del fine ultimo dell’uomo. Verità
non raggiunte da Aristotele né le poteva raggiungere,
e che fanno sentire il loro influsso anche sul concetto
del desiderio naturale.
Tenendo presente un principio classico della filosofia
che «ogni ente che agisce, agisce per un fine»
, Duns Scoto prima definisce il desiderio come «l’atto
emesso dalla volontà e che, forse, non rimane
con l’oggetto desiderato» ; e tale desiderio
verte più verso le sostanze materiali che verso
quelle spirituali ; passa poi a descriverlo come un
atto possibile e aperto a ogni conoscibile con la
precisa inclinazione a conoscere la causa delle cose
e lo stesso Dio .
Come un atto si dice “virtuoso” se segue
l’inclinazione della virtù, così
si chiama “naturale” un atto emesso dalla
volontà, se segue l’inclinazione della
natura . E l’inclinazione naturale dell’uomo
è quella di conoscere . Descrive la caratteristica
fondamentale del desiderio naturale «nella conoscenza
dell’oggetto beatifico, come una presenza di
una visione chiara e distinta; e poiché il
desiderio naturale non può essere vano, l’uomo
è capace di questa beatitudine...» .
Identifica poi tale oggetto con l’Essere primo
o con il concetto di Dio, che attira come amore o
come fine l’uomo, al quale è aperta la
via della conoscenza di Dio proprio attraverso il
desiderio naturale . Certo, si tratta di una conoscenza
indistinta o generica, ma sempre di Dio , che cresce
e aumenta attraverso l’esperienza . Simpatica
è anche la scala metodologica che indica nel
processo della conoscenza tramite il desiderio naturale,
che dall’effetto risale alla causa , che muove
come muove amore .
Da questo concetto generale di “desiderio naturale”
come tendenza alla propria perfezione , Duns Scoto
passa a parlare del desiderio naturale di Dio nell’uomo,
concepito agostinianamente come capax Dei. Tra i molteplici
fini presenti nell’essere umano, il Dottor Sottile
distingue i fini che perfezionano la dimensione fisica
o corporea dell’uomo, dai fini che lo perfezionano
nella sua dimensione spirituale, cioè, nell’intelletto
e nella volontà, che tendono all’infinito,
perché solo l’Infinito acquieta il loro
intrinseco desiderio. Difatti, scrive: «Nell’intelletto
che conosce un effetto, c’è il desiderio
[naturale] di conoscere la causa; e nell’intelletto
che conosce la causa nella sua universalità
astratta, c’è il desiderio naturale di
conoscere tale causa nella sua realtà concreta
e distinta» . Per l’intelletto, la causa
ultima in astratto è l’essere in quanto
essere, in concreto invece è lo stesso Essere
Infinito, nel quale conosce tutto il resto dell’essere:
«L’intelletto non si acquieta (non si
riposa o non si appaga) conoscendo la stessa essenza
divina, se non la conosce nella sua infinità»
. Lo stesso modo di argomentare Duns Scoto lo applica
anche alla volontà: «la volontà
creata è così fatta naturalmente che
non può essere acquietata ( saziata o appagata)
dagli esseri naturali, perché non può
essere appagata se non dal Bene Infinito» .
Solo in Dio, perciò, trovano appagamento adeguato
l’intelletto e la volontà dell’uomo.
Il desiderio naturale della beatitudine non risolve
completamente tutti i problemi inerenti alla stesso
concetto di beatitudine, dal momento che, per Duns
Scoto, il fine ultimo dell’uomo non appartiene
all’ordine della ragione, bensì a quello
della fede.
Qual è, allora, la natura di questa beatitudine,
naturale o soprannaturale, filosofica o teologica?
Quella che l’uomo naturalmente raggiunge con
le proprie forze razionali, oppure quella che Dio
stesso partecipa e completa la prima? In che modo,
l’uomo può desiderare naturalmente ciò
che supera tutte le sue forze naturali?
In altre parole, Duns Scoto da un lato afferma che
«la natura ha dato all’uomo dei mezzi
per raggiungere la beatitudine, come le potenze passive
e attive» , che sono intelletto e volontà:
si dicono “passive”, perché da
sé non sono in grado di conoscere e amare Dio
come Dio; invece, “attive”, perché,
mediante la loro azione, collaborano con Dio alla
conoscenza e all’amore di Dio stesso; dall’altro
lato, nelle Collationes afferma invece che «l’uomo
non ha in sé il principio attivo sufficiente
per raggiungere la beatitudine» . Due affermazioni
che sembrano contraddire il pensiero del Filosofo
scozzese.
La contraddizione è solo apparente. La soluzione
di Duns Scoto è una soluzione di qualità:
passa dal piano filosofico a quello teologico, o meglio
alla sua possibilità: ciò che non può
essere raggiunto dalla natura in senso stretto, può
essere raggiunto in modo soprannaturale, ammettendo
la possibilità di un Essere che completa perfezionando
l’azione naturale della natura. Scrive: «Ammetto
che Dio sia il fine naturale [del desiderio] dell’uomo;
tuttavia tale fine non può essere raggiunto
naturalmente, ma solo in modo soprannaturale»
.
La risposta di Duns Scoto è corretta filosoficamente?
A primo acchito sembra di no, se lui stesso scrive
che «a ogni potenza passiva corrisponde un principio
attivo naturale; altrimenti sembra che codesta potenza
passiva sia vana nella natura, se nulla nella natura
può realizzarla» . Se, invece, nell’ordine
generale dell’essere c’è la possibilità
di poterla realizzare, o come potenza obbedienziale
o come agente superiore, allora la risposta è
ineccepibile filosoficamente. In questo modo, Duns
Scoto ammette la possibilità che la natura
naturale dell’uomo possa aprirsi sull’orizzonte
del soprannaturale o verso l’Essere Infinito
concreto e distinto, con cui entra in collaborazione.
Scrive: «Dico che la potenza non è vana
nella natura, anche se non può essere realizzata
principalmente da un agente naturale, purché
da questo agente possa essere realizzata una disposizione
all’atto e da un altro agente in natura -cioè
nel coordinamento dell’essere o degli enti-
per esempio dalla causa prima o soprannaturale si
possa condurre perfettamente all’atto [la potenza]»
.
Anche all’obiezione dei filosofi che un simile
ragionamento possa costituire uno svilimento per la
natura, che si vede completata da una forza soprannaturale,
Duns Scoto pensa che più che svilimento si
debba parlare di nobilizzazione della natura, perché
così porta a termine il suo intrinseco desiderio,
che, come si vedrà, è soprannaturale.
La preoccupazione del Dottor Sottile è sì
dettata da una visione teologica dell’essere
della natura, ma senza alcuna forzatura, perché
tale possibilità è già insita
nel concetto dell’essere in quanto essere, oggetto
proprio dell’intelletto, in cui essere finito
ed essere infinito sono uniti filosoficamente. Possibilità
che viene realizzata con una scelta di qualità
in modo concreto dallo stesso Essere Infinito. Così
scrive: «Se si obietta che si vilifica la natura
ammettendo che questa non possa realizzare la sua
perfezione da se stessa, rispondo che, anzi, nobilita
la natura il fatto che sia possibile che una natura
suprema si ponga naturalmente; né fa meraviglia
che la capacità passiva della natura sia maggiormente
perfezionata da un’altra natura [superiore]
verso cui estende la sua causalità» .
Per meglio comprendere la risposta di Duns Scoto,
bisogna accennare anche se velocemente al concetto
di “natura”. Al suo tempo, per un rispetto
eccessivamente acritico verso Aristotele, si concepiva
la natura in modo “pura” o astratta. Il
Dottor Sottile, insieme alla tradizione francescana,
più vicina ad Agostino, la concepisce invece
come “storica” o “ordinata al soprannaturale”.
Questo significa che la natura per sé - così
come la Bibbia insegna - può raggiungere il
suo fine, senza cadere in contraddizione, per via
soprannaturale, perché il desiderio naturale
di Dio non deriva direttamente dalla “natura
pura”, bensì dalla “natura storica”.
Difatti scrive Duns Scoto: «Di fatto, nessun
uomo nasce nello stato di natura pura e Dio condurrà
ogni natura ragionevole al suo fine, a meno che essa
non ponga volontariamente ostacoli» .
Con il concetto della natura “storica”,
il desiderio naturale, anche se non viene realizzato
alla perfezione in modo naturale, trova la sua realizzazione
in modo soprannaturale, senza cadere in contraddizione,
perché la stessa natura è ordinata a
un fine soprannaturale, e, quindi, necessariamente
dotata per raggiungere il suo fine: possiede una capacitas
Dei o una potentia obedientialis in quanto imago Christi.
Per questo intrinseco motivo Duns Scoto applica il
principio delle Confessiones: «l’uomo
[intelletto] non avrà riposo finché
non vedrà l’essenza divina nella sua
infinità» .
A questo punto, Duns Scoto si chiede come l’uomo
entra in possesso di questa concezione “storica”
della natura che comporta con sé anche il modo
diverso di interpretare il desiderio naturale dell’uomo
ordinato al mondo soprannaturale?
La sua risposta non può non essere che attraverso
la Rivelazione e quindi la fede. Difatti, nella questione
della prima parte del prologo all’Ordinatio
scrive: «Con la ragione naturale non si può
dimostrare che nell’uomo ci sia qualcosa di
soprannaturale, né [che qualcosa di soprannaturale]
sia richiesto dalla sua natura; e neppure colui che
possiede [qualcosa di soprannaturale] può averne
conoscenza» . Come a dire che il soprannaturale
lo si conosce soltanto con mezzi soprannaturali, cioè
per mezzo della Rivelazione. E in questo c’è
la differenza tra il teologo e il filosofo: il teologo
è illuminato dalla Rivelazione, mentre il filosofo
solo dalla ragione. Con l’illuminazione della
Rivelazione, il teologo può dimostrare anche
filosoficamente che l’uomo possiede il desiderio
naturale della beatitudine, che trova la sua perfetta
realizzazione nella partecipazione alla beatitudine
infinita di Dio. Ed è la posizione di Duns
Scoto.
Come si realizza il piano di glorificazione di Cristo?
Mediante due doni, quello dell’immortalità
e quello della beatitudine, che sono essenziali all’uomo
per raggiungere il suo fine. E tutti e due provengono
dai meriti di Cristo, e, quindi, da lui donati liberamente
e gratuitamente, e come tali sono anche soprannaturali.
Il dono dell’”immortalità”
viene detto tecnicamente gratis datum, “dato
liberamente”, per indicare la sua esclusiva
e assoluta donazione di Cristo; il dono della “beatitudine”,
invece, gratum faciens , “che ti fa grato”,
indica che tale dono ti rende grato e accetto davanti
a Dio. Il dono dell’”immortalità”
è fondamento e supporto al dono della “beatitudine”.
II. DONO DELL’IMMORTALITÀ
Il concetto di immortalità
è molto diffuso nelle molteplici dottrine e
tradizioni religiose di molti popoli. Comunque bisogna
tener presente il principio che l’interpretazione
del concetto di immortalità varia a seconda
delle dottrine in cui è inserito, e a seconda
delle concezioni metafisiche più o meno sviluppate
in cui si trova. Nelle dottrine non cristiane il concetto
di immortalità dipende dall’affermazione
che l’anima è della stessa essenza divina,
e come tale è immortale per natura o di natura;
l’anima viene considerata una “scintilla
di Dio” o una “particella di Dio”.
Nella dottrina cristiana, invece, che ammette la creazione,
l’immortalità è considerata non
un diritto di natura, ma semplicemente un dono.
Inoltre, nell’interpretazione dell’Incarnazione
occasionata dal peccato, la questione dell’immortalità
dell’anima viene considerata come una verità
semplicemente di ragione, e come tale è di
natura che l’anima sia immortale, onde anche
la sua dimostrabilità. La dottrina, invece,
che considera l’Incarnazione come azione libera
e sganciata dal peccato, l’immortalità
dell’anima diventa un dono soprannaturale che
Cristo fa all’uomo,e, quindi, non dimostrabile
razionalmente, ma solo con la fede.
Il cristianesimo pone la questione dell’immortalità
in una problematica nuova, perché l’uomo
non viene considerato per natura un essere di essenza
divina. Egli è creato. La sua esistenza è
un dono, come pure un dono è la sua immortalità.
L’immortalità ha il suo posto in una
prospettiva propriamente soprannaturale. Non è
grazie alla sua natura che l’anima è
immortale, ma è grazie a un dono soprannaturale
interamente gratuito che l’uomo è chiamato
a partecipare alla vita stessa di Dio. La partecipazione
alla vita divina è possibile soltanto attraverso
la trasformazione dolorosa, simile alla morte di croce,
per cui l’uomo si sveste dell’”uomo
vecchio” per rivestirsi della nuova creatura.
La nuova creatura deve sperimentare il passaggio dalla
morte alla vita, come il suo modello Cristo, il vero-nuovo
uomo e l’Immagine del Padre. In breve, nel cristianesimo
l’anima non è pars divinae substantiae,
perché è creata; di conseguenza, l’immortalità
e la vita eterna non sono un privilegio della natura,
ma un dono della grazia cristica.
Come introduzione alle testimonianze patristiche piace
riportare soltanto l’affermazione agostiniana:
«Che cosa sia l’anima, non ancora i filosofi
trovano accordo, né giammai forse lo troveranno»
; «Tre realtà sono ignote e indefinite
all’uomo nella sostanza: Dio, angelo e anima,
realtà che solo Dio conosce nella loro essenza»
; «la questione dell’anima è veramente
difficile!» .
A queste testimonianze, fa eco la risposta metafisica
di Duns Scoto, che anticipa a sua volta quella di
Vico: «Se si conosce l’essenza di una
realtà, se ne conoscono anche le caratteristiche»
, e poiché «dell’uomo non è
conoscibile [l’essenza] dell’anima»
, quindi, dell’anima non si può conoscere
il suo fine né la sua caratteristica dell’immortalità.
Poiché i testi del NT sull’immortalità
sono pochissimi, si riportano tutti:
«Ecco vi annunzio un mistero:... è necessario
che questo corpo corruttibile si vesta di incorruttibilità
e questo corpo mortale si vesta di immortalità...»
; «[Dio è] il solo che possiede l’immortalità,
che abita una luce inaccessibile; che nessuno fra
gli uomini ha mai visto né può vedere»
; «Al Re dei secoli immortale, invisibile e
unico Dio, onore e gloria nei secoli dei secoli»
.
Oltre che a Dio, ci sono dei testi che attribuiscono
l’immortalità e l’incorruttibilità
anche all’uomo Cristo. Eccoli:
«La grazia sia con tutti quelli che amano il
Signore nostro Gesù Cristo nella [sua] incorruttibilità»
; «Dio ci ha salvati e ci ha chiamati con un
vocazione santa, non già in base alle nostre
opere, ma secondo il suo proposito e la sua grazia;
grazia che ci è stata data in Cristo Gesù
fin dall’eternità, ma è stata
rivelata solo ora con l’apparizione del Salvatore
nostro Cristo Gesù, che ha vinto la morte e
ha fatto risplendere la vita e l’immortalità
per mezzo del vangelo» . Anche i credenti sono
già in possesso dell’eredità che
non si corrompe: «...amatevi gli uni gli altri,
perché siete stati rigenerati non da un seme
corruttibile, ma immortale, cioè dalla parola
di Dio viva ed eterna» .
Di tutti questi testi scritturistici, quello che viene
preso in considerazione maggiormente dai Padri è
certamente il passo della prima lettera a Timoteo
di Paolo «[Dio è] il solo che possiede
l’immortalità» .
Il principio che guida la riflessione patristica e
scotiana è questo: per natura solo Dio è
semplice e, quindi, immortale; tutto ciò che
è fuori di Dio, invece, è composto e,
quindi, mortale. L’immortalità per sé
appartiene soltanto a Dio, mentre la creatura razionale
la riceve solo per grazia di Cristo.
III. L’IMMORTALITÀ
DONO DI CRISTO
Se la caratteristica dell’immortalità
non appartiene per sé alla natura umana, come
è possibile che l’uomo sia immortale?
O che è lo stesso, è possibile che l’immortale
diventi mortale?
A queste domande Agostino così risponde: la
possibilità riposa sul fatto che ci sia un
essere che, nello stesso tempo, sia Creatore e creatura,
Immortale per sé e mortale per accidens, cioè
che abbia in sé le proprietà specifiche
dei due esseri, quello divino e quello umano . Al
pensiero che un Dio diventi uomo e un uomo diventi
Dio, l’uomo smarrisce il suo orientamento e
si affida unicamente alla logica del mistero.
Di fronte a questo quesito, i Padri sono dell’avviso
che il mistero per realizzarsi deve seguire la logica
di Dio, e cioè che Dio diventi prima uomo,
e poi l’uomo può diventare Dio, perché
non è possibile che l’uomo, per sé
è mortale, diventi da solo Dio. E’ necessario
prima che Dio, per sé immortale, diventi uomo,
così che l’uomo possa essere elevato
alla dignità divina e quindi anche alla caratteristica
dell’immortalità.
Così infatti scrive Ireneo: «Per il fatto
che il Verbo di Dio si è fatto uomo, egli è
contemporaneamente Figlio di Dio e Figlio dell’uomo,
affinché l’uomo, unito al Verbo di Dio
e ricevendo l’adozione, diventa Figlio di Dio»
. Anche Giovanni Crisostomo afferma lo stesso concetto:
«E’ estremamente difficile per l’intelletto
umano comprendere che Dio diventi uomo, come l’uomo
diventi figlio di Dio. Quando ascolti [nel Vangelo]
che il Figlio di Dio sia anche figlio di Davide...
puoi dubitare che egli abbandoni te, o figlio di Adamo,
per diventare figlio di Dio?» .
In altri termini, se Dio ha deciso nella sua liberissima
volontà di elevare l’uomo alla gloria
e quindi all’immortalità, doveva anche
fornire il mezzo adatto per conseguirla, cioè
metterlo nelle condizioni oggettive di poter raggiungere
con la grazia il suo fine ultimo. Unico mezzo possibile
è quello dell’unione ipostatica, per
la quale Dio assume l’uomo e l’uomo può
diventare Dio nella Persona che lo personalizza. Solo
attraverso l’unione ipostatica tra Dio e uomo
c’è scambio di caratteristiche essenziali,
come quella dell’immortalità. L’immortalità
per sé del Verbo viene comunicata anche alla
natura umana, personalizzata dalla Persona del Verbo.
Gli effetti dell’unione ipostatica sono da considerarsi
sia in ordine all’uomo-Cristo e sia in ordine
all’uomo-uomo. L’esigenza all’immortalità
compete principalmente all’uomo assunto dal
Verbo, perché, in forza dell’unione ipostatica,
la natura umana viene personificata dalla Persona
del Verbo, che, come tale, le comunica la sua perpetua
stabilità. La natura umana di Cristo, perciò,
non diviene per sé immortale, ma, conservando
la sua mortalità, acquista l’esigenza
all’immortalità.
Tale interpretazione poggia sulle testimonianze dei
Padri. Così per esempio, Atanasio scrive: «[Il
corpo di Cristo] per sua natura non si corrompe di
più per l’ingresso del Verbo divino,
ma è senza corruzione per l’inabitazione
del Verbo di Dio» ; Cirillo: «Dopo che
il Verbo inabitò nella carne [di Cristo], le
concesse l’immortalità, non il contrario
dal fatto che il Verbo è [immortale] per natura»
; Ambrogio: «Cristo poté non morire»
.
Dall’insieme delle testimonianze si ricava che
Cristo diviene il depositario dell’immortalità
ricevuta dal Verbo e anche il primo a riceverla. In
quanto depositario, Cristo ha ricevuto il dono dell’immortalità
non solo per sé, ma anche per gli altri. In
questo senso si realizza la sua unica Mediazione:
quanto ha ricevuto lo trasmetterà ai suoi “fratelli”.
L’immortalità umana, quindi, riposa sull’immortalità
di Cristo, che ne è la sorgente e la radice.
Quando e in che modo l’uomo diventa “fratello”
[adottivo] di Cristo? O anche: in che modo si realizza
l’unione dell’uomo con Cristo, da cui
riceve tutti i doni di natura, anche quello dell’immortalità?
Il dono dell’immortalità proviene come
causa e da Dio e da Cristo: Dio lo trasmette all’umanità
di Cristo e Cristo all’uomo. La trasmissione
esige e presuppone un legame naturale tra chi dona
e chi riceve. In Cristo è assicurato dall’unione
sostanziale con la Persona del Verbo; nell’uomo,
invece, tale legame naturale è assicurato dall’indentità
di “natura” con Cristo, che così
può trasmettere ciò che lui possiede.
In questo modo si realizza alla perfezione l’ufficio
di “mediazione”: tutto proviene all’uomo
da Dio tramite Cristo. La grazia, perciò, parte
da Dio, passa in Cristo e arriva all’uomo. E
come la grazia, così anche gli altri doni passano
da Cristo alle creature: uomini e angeli compresi.
Il rapporto Dio-Cristo è segnato dalla libertà
e dalla gratuità: tutto ciò che Cristo
ha, lo ha ricevuto gratuitamente da Dio liberamente
e gratuitamente per mezzo dell’unione ipostatica,
cioè senza alcun merito. Allo stesso modo anche
il rapporto Cristo-uomini è fondato sulle stesse
caratteristiche divine di libertà, di gratuità
e di amerito. Il dono dell’immortalità
all’uomo è un dono del tutto gratuito
fatto da Cristo.
Da questo parallelismo del rapporto, si può
anche ricavare l’altro parallelismo dell’”immagine”.
Cristo riceve la sua immortalità dalla Persona
del Verbo, a lui ipostaticamente unito, che lo rende
vera e unica immagine di Dio. Nell’uomo avviene
un processo simile. Il Verbo, abitando nell’uomo
per mezzo di Cristo, lo costituisce immagine di Cristo
e lo eleva a immagine dell’immagine di Dio.
Sede dell’immortalità, perciò,
è il concetto di immagine di Cristo, di cui
ogni natura intellettuale è dotata, e che non
si perde neppure per colpa del peccato... Anzi, l’immagine
di Cristo costituisce per l’uomo e per l’angelo
il “germe dell’eternità”
e dell’immortalità, e viene interpretato
da Atanasio come presenza del Verbo nell’uomo
.
L’immagine, essendo un dono gratis datum, non
è soggetta alla volontà della creatura,
cioè né si può guadagnare né
si può perdere. Questo è il motivo per
cui i Padri insegnano che l’eternità
è il fine della creazione . E se le creature
sono costituite per l’eternità, come
si spiega il mistero della morte? Perché le
creature muoiono se sono destinate all’eternità?
Arduo e difficile problema. La chiave di soluzione
penso si trovi nella concezione che la “morte”
sia una punizione, ossia la trasgressione di una legge.
Difatti, nel racconto della creazione dell’uomo:
«Il Signore diede questo comando all’uomo:
“Tu potrai mangiare di tutti gli alberi del
giardino, ma dell’albero della conoscenza del
bene e del male non devi mangiare, perché,
quando tu ne mangiassi, certamente moriresti”»
.
La morte produce due effetti principali: uno spirituale,
ossia la separazione dell’anima da Dio per disobbedienza;
e uno materiale, ossia la separazione del corpo dall’anima
e la conseguente corruzione del corpo stesso. Come
la morte materiale è conseguente alla morte
spirituale, così la resurrezione, che Cristo
opererà, riguarderà prima la vita dell’anima
e secondariamente la vita del corpo.
Poiché la vita dell’anima comporta la
presenza dello spirito che le trasmette la stessa
vita di grazia in ordine alla gloria, la resurrezione
dell’anima riguarderà soltanto le anime
giuste, cioè quelle che decidono di vivere
secondo la legge di Cristo. Di conseguenza la prima
resurrezione è chiamata “di misericordia”
e si attua nella vita presente. La seconda resurrezione,
quella finale, si realizzerà alla fine del
mondo, quando tutti i corpi, indistintamente, buoni
e cattivi, risorgeranno chi alla felicità eterna
e chi alla condanna eterna.
Dalla doppia risurrezione nasce un altro problema,
e cioè come mai la resurrezione dell’anima
non comporta anche quella del corpo? In altre parole:
la colpa di Adamo cosa ha privato alla natura umana,
perché questa debba morire di necessità?
La risposta dipende dalla questione: lo stato originale
di Adamo era mortale o immortale? Ossia: l’uomo
è stato creato mortale o immortale?
A questo delicato quesito, i Padri sono unanimi nel
ritenere che Adamo, e in lui ogni uomo, non fu creato
né mortale né immortale, ma fu creato
indifferente, cioè nella natura per sé
mortale Dio ha posto un seme per sé immortale,
e tutto dipendente dalla scelta di Adamo o dell’uomo.
Il “seme d’immortalità” è
dato dall’”immagine” a Cristo. E
poiché non si può ammettere in Dio un
prima e poi, se non soltanto a livello logico, si
deve concludere dicendo che Adamo si è costituito
nella sua realtà ontologica, mortale o immortale,
in forza della sua scelta di fede radicale fatta a
Cristo.
L’istante logico dell’autoposizione, nello
stato naturale o in quello immortale, di Adamo coincide
con l’atto della sua creazione, e, per analogia,
corrisponde all’istante esistenziale di Cristo,
in cui unione ipostatica e istante concezionale coincidono.
L’elevazione allo stato di gloria dell’uomo,
perciò, è strettamente legato con l’atto
della sua creazione e della sua decisione di fede
obbedienziale.
In forza di quest’istante logico della creazione-elevazione,
si può parlare sia di stato naturale che soprannaturale
dell’uomo. Mi spiego. Nell’uomo, l’immagine
di Cristo può dirsi “naturale”,
in quanto è stata inserita nella natura e con
la natura, all’istante della creazione, e non
dalla natura; e anche “soprannaturale”,
in quanto insieme all’anima costituisce la stessa
naturale natura umana. Ciò significa che la
prima grazia santificante non trasformava la natura
umana da mortale a immortale, ma le concedeva soltanto
la possibilità di non morire.
Peccando, Adamo ha perduto questa possibilità
e non l’ha potuta trasmettere alla sua discendenza.
Anzi, Adamo trasmette un corpo, non soltanto mortale
per legge di natura, ma anche “morto”
spiritualmente, come dice Paolo , cioè l’uomo
eredita un corpo già morto. Di conseguenza,
la perdita in Adamo della possibilità di morire,
si traduce per l’uomo nella necessità
di morire. Così come per il peccato di uno
solo tutti ricevono la morte, così per la risurrezione
di Uno solo tutti riceveranno la vita alla fine dei
tempi.
Come si spiega questo misterioso scambio?
Il Verbo, assumendo la natura umana, si è fatto
in tutto simile all’uomo eccetto il peccato,
cioè ha assunto un corpo “mortale”
per legge di natura, ma “immortale” per
l’immagine di Cristo. Cristo, pertanto, aveva
la possibilità di non morire, eppure ha voluto
subire l’umiliazione della morte, per sconfiggere
la stessa morte con e nella sua morte libera e volontaria.
Onde Paolo può scrivere: «La morte è
stata ingoiata per la vittoria» .
In breve, la realtà dell’immortalità
alla luce di Cristo si rivela un vero e proprio mistero.
Solo per Cristo le creature partecipano dell’immortalità.
E poiché l’immortalità è
prerogativa esclusiva della divinità, le creature
vi partecipano soltanto in forza dell’unione
ipostatica. Cristo partecipa all’uomo l’immagine
sua di Dio, da cui scaturisce l’immortalità
e la beatitudine. Pur ricevendo l’immortalità,
non tutte le creature ricevono la beatitudine finale.
IV - LA BEATITUDINE
DONO DI CRISTO
Insieme all’immortalità,
la “beatitudine” costituisce il fine della
creazione umana, nel senso che l’uomo è
stato creato per partecipare alla gloria di Dio. Tenendo
presente che la sede dell’immagine è
l’intelletto, e la sede della somiglianza la
volontà, ne scaturisce che il dono dell’immagine
rimane in sé sostanzialmente inalterato, mentre
il dono della somiglianza è in continuo progresso
in sintonia con il grado di virtù o di perfezione
che l’uomo riesce a raggiungere. Come a dire:
l’uomo è ad immagine e progredisce nella
somiglianza; oppure: il dono dell’immagine è
gratis datum, mentre il dono della somiglianza è
gratum faciens. La vita eterna, perciò, abbraccia
il binomio dell’immortalità e della beatitudine.
Prima di esporre il pensiero scotiano circa il concetto
e la realtà della beatitudine, sembra utile
tener presente anche la spiegazione del termine che
ne fa seguendo le indicazioni provenienti sia da Aristotele
che da Agostino. «Il termine beatitudine indica
un bene sufficiente che esclude ogni indigenza; è
un bene perfetto che esclude ogni imperfezione; è
un bene ultimo che esclude ogni tendenza verso un
altro bene superiore; è un bene completo sia
soggettivamente che oggettivamente» . Ancora,
afferma che «il termine beatitudine è
equivoco perché o riguarda la perfezione finale-completa
sia in modo estensivo o in modo intesivo...»
.
Tenendo presente, inoltre, le diverse indicazioni
sulla definizione di “beatitudine” , Duns
Scoto, da parte sua, la definisce semplicemente e
sinteticamente come «il godimento del sommo
Bene, il cui atto risiede nella sola volontà»
. All’osservazione proveniente dal Vangelo:
«Questa è la vita eterna: che conoscano
te, l’unico vero Dio e colui che hai mandato»
, all’interpretazione del termine “conoscere”
in senso strettamente gnoseologico, il Dottor Sottile
oppone invece l’interpretazione in senso biblico
o plenior, cioè come sinonimo di “amore”;
per cui la vita eterna o la beatitudine consiste nell’amare
e godere Dio .
Come in tutti i problemi inerenti al mistero della
vita, anche in questo della beatitudine, Duns Scoto
nei Theoremata afferma che «non si dimostrare
naturalmente, cioè scientificamente, che l’uomo
sia stato ordinato alla beatitudine eterna»
. E ciò sempre a conferma della sua posizione
circa i così detti preambula fidei che appartengono
alla fede e non alla ragione. E in questo il suo pensiero
è fortemente traumatico e novativo.
Circa la natura della beatitudine, Duns Scoto non
ha alcuna esitazione a individuarla nella partecipazione
alla bontà dell’ultimo e ottimo fine
dell’uomo, che è Dio stesso, conosciuto
e amato dall’uomo. Molteplici sono i testi che
parlano in tal senso, se ne scelgono alcuni come indicazione.
Prima di tutto afferma che il vero fine ultimo è
anche ottimo e che il bene non in astratto o generale
ma concreto e particolare , il cui possesso lo distingue
in estensivo e in intensivo, a seconda che il possesso
della beatitudine sia per sempre o per un istante
. Esclude che l’atto d’amore verso Dio
sia un atto di concupiscenza , ma soltanto un atto
d’amore di amicizia . E seguendo la teoria dell’amore
di Ugo di san Vittore, dichiara che «la beatitudine
consiste nel conoscere e nell’amare il bene
ottimo sommo e sufficiente» . E nel precisare
tale natura afferma che «la beatitudine umana
è partecipazione formale all’essenza
divina» o agostinianamente è «il
summo guadagno» che s’identifica con Dio
e non dipende da alcunché di estrinseco a Dio
stesso . Tra le caratteristiche della beatitudine,
quella dell’eternità o perpetuità
è la più suffragata e anche la massima
tranquillità dello spirito e l’impeccabilità
. Circa la sede della beatitudine, se l’intelletto
o la volontà, Duns Scoto è molto esplicito
nell’indicare la volontà come sede propria
della beatitudine
Alla domanda: è possibile disgiungere i due
doni, cioè avere l’immortalità
senza beatitudine, e la beatitudine senza dell’immortalità?
Il Dottor Sottile distingue la volontà divina
dalla volontà umana. In ordine alla volontà
divina non è possibile la divisione dei due
doni. Lo è invece in ordine alla volontà
negativa o incredula dell’uomo. E questo perché
Dio, in quanto Bene per essenza, comunica soltanto
il bene alle creature. Nella creatura, invece, possono
essere separati dalla stessa volontà creata
che non accetta la volontà di Dio, e si cade
nell’errore e nella condanna. Perciò,
le creature ribelli a Dio -angeli e uomini- si privano
della somiglianza con Dio, pur conservandone l’immagine.
Nell’ipotesi tomista in cui l’immortalità
è naturale, si restringe l’influsso di
Cristo sulle creature; nell’ipotesi scotista,
invece, si mette più in auge l’azione
di mediazione di Cristo, che come dona l’immortalità
così dona anche la beatitudine. Tutto è
“dono” nella visione Cristocentrica scotiana.
Cristo è tutto.
CONCLUSIONE
Questo, in breve, lo schizzo cristologico, elaborato
secondo il pensiero di Duns Scoto e confermato dalla
Tradizione e dal Magistero. Costituisce il fiore all’occhiello
del francescanesimo. L’Ordine, purtroppo, è
molto in ritardo in questo campo sia a livello giuridico
sia a livello speculativo. O si accetta il Cristocentrismo
in toto come rivoluzione copernicana in campo teologico,
o è meglio ignorarlo e desistere dal gloriarsi
inutilmente.
Costituisce una vera miniera ancora del tutto vergine
che aspetta d’essere utilizzata. E’ la
materia prima e anche il segreto della nuova evangelizzazione
e della nuova riproposizione del cristianesimo a livello
europeo. E’ la sfida del nuovo secolo. E’
l’arma moderna del francescanesimo per il nuovo
secolo: tutto si gioca su Cristo. O con Cristo o contro
Cristo.
Duns Scoto è veramente il Dottore del Christus
totus, del Cristo totale!
A lui la gloria nei secoli. Amen.
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