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”IMMAGINE E SOMIGLIANZA DI DIO”
NELLA PROSPETTIVA CRISTOCENTRICA
DI DUNS SCOTO

Giovanni Lauriola ofm

Premessa


Lo sviluppo delle conoscenze scientifiche e delle capacità tecnologiche nell’epoca moderna ha portato notevoli vantaggi al genere umano, ma pone anche difficili sfide, specialmente in ordine alla comprensione dell’essere umano, del mondo e di Dio stesso. Nella storia si sono avvicendate diverse letture dell’essere, che spaziano dal banale quotidiano al complesso divino, attraverso differenti concezioni di piani dell’essere e dell’uomo.
Anche la teologia ha le sue piste preferenziali di letture dell’essere, dell’uomo e di Dio, a seconda del rapporto che instaura tra l’uomo e Dio nella mediazione di Cristo. In virtù dello spessore dato al Cristo “Mediatore” si hanno due principali interpretazioni: quella teocentrica e quella cristocentrica. L’una considera e interpreta la mediazione di Cristo in modo relativo o antropologico, l’altra, invece, in modo assoluto o cristocentrico. Fuori metafora, la visione teocentrica vede l’Incarnazione in funzione della Redenzione, mentre quella cristocentrica vede l’Incarnazione sganciata dalla Redenzione, che, a sua volta, è considerata come un “dono” di Cristo.
La dottrina del primato assoluto di Cristo, il cristocentrismo assoluto, getta nuova luce sull’essere, sull’uomo e su Dio. Costituisce la chiave ermeneutica privilegiata nell’interpretare la storia della salvezza o l’intero disegno divino descritto nei testi sacri e interpretato dalla tadizione, dal magistero e dalla teologia, insieme a tutte le discipline umane. Come tale diviene non solo la “perla” preziosa del vangelo per la nuova evangelizzazione e anche il soggetto qualificato per rispondere alla sfide dell’uomo moderno, che ha bisogno di diventare adulto e maturo anche in teologia.
Il presente articolo, attraverso una serena meditazione sul concetto dell’imago Dei in prospettiva cristocentrica, secondo il fondatore e assertore della dottrina del cristocentrismo assoluto, Giovanni Dun Scoto, si presenta pur nei suoi limiti come tentativo per orientare la riflessione sul significato dell’esistenza umana, del mondo e di Dio, e, quindi anche sulle sfide moderne.
L’esposizione segue ovviamente la via sistematica e non quella cronologica, proprio in considerazione della più sicura ermeneutica che vuole l’A.T. letto alla luce del N.T. e i passi sicuramente espliciti guida a quelli meno espliciti, ecc. Pertanto, dopo una breve analisi dell’imago Dei nella Scrittura, nella Tradizione e nel Magistero, si espone il significato essenziale del Cristocentrismo come sintesi dottrinale dell’indagine.

A - IL CONCETTO DI IMAGO DEI NELLA SCRITTURA

La verità che l’uomo sia stato creata a immagine di Dio appartiene al cuore della rivelazione cristiana. I Padri della Chiesa e i grandi Teologi scolastici hanno riconosciuto tale verità e ne hanno esposte le implicazioni di massima, secondo le rispettive concezioni teologiche. Nonostante che questa verità, pur nella diversità interpretativa, sia stata messa in discussione da alcuni pensatori moderni, oggi si è concordi con il Magistero ufficiale nel riscoprire e riaffermare la dottrina dell’imago Dei, specialmente nella dimensione più cristocentrica che teocentrica.

I. L’imago Dei nella Scrittura

1. L’imago Dei nell’A.T.

La quasi totalità degli esegeti contemporanei riconosce la centralità del tema dell’imago Dei nella rivelazione biblica , tanto da essere considerato come la chiave per una comprensione biblica della natura umana e per tutte le affermazioni di antropologia biblica nell’Antico come nel Nuovo Testamento. Per la Bibbia, l’imago Dei costituisce quasi una definizione dell’uomo: il mistero dell’uomo non può essere compreso separatamente dal mistero di Dio. Prima dell’analisi biblica del termine, sembra utile accennare all’origine e al significato dello stesso termine imago.

a) Origine e significato di imago

Il termine imago deriva dal greco eikon (da eikun = essere analogo, somigliante, sembrare) e significa immagine. Ha diversi sensi: uno indica l’immagine figurata come il dipinto, la statua o l’icona numismatica, oppure l’immagine figurata, come il riflesso speculare, l’illusione ottica; un altro indica l’immagine ideale, la similitudine, la somiglianza, secondo il concetto dell’idea di Platone; e un altro ancora, la riproduzione, l’immagine vivente, nel senso di copia, incarnazione, manifestazione.

Il concetto di imago Dei nel veterotestamento è riferito sempre e unicamente a all’uomo creato. Mentre nel vicino Oriente il concetto dell’imago Dei riflette il pensiero, secondo cui solo il re era immagine di Dio sulla terra, l’interpretazione biblica invece lo estende a tutti gli uomini. La differenza biblica si estende anche al fine cui è riservata l’imago Dei, cioè verso la coltivazione e al dominio della terra , e non verso il culto degli dèi. Il culto viene più direttamente collegato con la coltivazione, perché nel il testo sacro l’attività umana dei sei giorni della settimana è ordinata al sabato, un giorno di benedizione e di santificazione.
I testi del concetto di imago Dei nell’A.T. in tutto ne sono 6. Il racconto della creazione della Genesi mette in evidenza come l’uomo non sia stato creato direttamente da Dio:«Facciamo l’uomo a nostra immagine e nostra somiglianza» ; a cui segue quello della famiglia: «Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò» ; e nel nuovo ordine dopo il diluvio viene riaffermato l’origine dell’uomo che no deve spargere il sangue del suo simile «perché a immagine di Dio Egli ha fatto l’uomo» . Nei due testi sapienziali , il concetto dell’imago Dei viene collegato direttamente al fine stesso dell’imago, cioè uno all’immortalità, ossia al fine finale cui è orientata la stessa immagine, che come tale la somiglianza con Dio non può essere concepita in modo statico bensì dinamico e in evoluzione; e l’altro al fine immediato del dominio delle cose e degli animali.
Quale il significato profondo del termine “immagine”?
Il contesto immediato del racconto riguarda certamente l’atto della creazione diretta dell’uomo da Dio stesso, anche se il linguaggio risente della cultura e dell’ambiente orientale, e, quindi, la sua interpretazione deve rispettare tali riferimenti storici. Pertanto, dal testo risulta che l’”immagine e somiglianza” è certamente di partecipazione e non di natura, perché la differenza tra il Creatore e la creatura è abissale, qualitativa e ontologica. Allora, l’immagine e somiglianza con Dio non consiste nella ‘personalità’ dell’uomo o nella ‘libertà dell’io’, e neppure nella ‘dignità dell’uomo’ o nel ‘libero uso delle facoltà morali’, bensì nel fatto sic et simpliciter che la natura umana non proviene dal basso, ma dall’alto ed è imparentata con il mondo divino.
I pochi passi paralleli convalidano tale intepretazione, nel senso non è possibile una lettura in chiave esclusivamente fisica o spirituale del testo del Genesi . Nel primo testo parallelo , si parla di Seth come generato in tutto a immagine e somiglianza di Adamo. L’importanza del passo è questo: presenta l’immagine e somiglianza come un dato attuale e valido per tutte le generazioni, e quindi appartiene alla natura umana. Difatti, il versetto 3 presuppone una una somiglianza “fisica” con Dio che si trasmette di generazione in generazione. Senso convalidato anche da Genesi 9, 6, che vieta l’omicidio, motivandolo con la somiglianza fra l’uomo e Dio. Anche dal secondo testo parallelo, il Salmo , non è possibile ricavare una lettura della somiglianza esclusivamente come connotato fisico o spirituale, perché è detto che l’uomo è poco al di sotto di Dio, che l’ha coronato di gloria i di onore.
Da questi testi e relativi contesti non si può con certezza e precisione desumere il significato tecnico della somiglianza fra l’uomo e il suo Creatore. E’ facile pensare come l’ineffabilità dell’Essere divino contribuisca a stendere un certo velo sul mistero stesso della creazione, pur affermando apertamente la dipendenza nell’essere della natura umana che resta comunque strettamente imparentata con Dio, anche se di una parentela partecipata e non di uguaglianza nella natura, come invece si dirà di Cristo.
Se qualche dubbio resta nella determinazione esatta della natura dell somiglianza, non c’è alcun dubbio invece circa il fine cui è predisposta la somiglianza fra l’uomo e Dio. Lo scopo della somiglianza viene espressa direttamente con una proposizione finale, cioè di dominare le creature . Il racconto si presenta straordinariamente drastico nel presentare l’insieme del creato come affidato all’uomo e bisognosa del suo dominio come principio ordinatore. Nell’ambito del suo dominio, quindi, l’uomo è un “mandatario” di Dio, chiamato a esercitare la sovranità e le prerogative di lui nel mondo. Interpretazione che trova riscontro anche nel passo del Salmo 8, che riconnette il dominio dell’uomo sulle creature con la sua imamgine con Dio. Non diversamente anche il testo del Siracide .
Da questi testi si può anche ricavare il concetto che l’uomo possa perdere l’originaria somiglianza con Dio? Nel mondo dell’A.T. l’idea della perdita della somiglianza è praticamente sconosciuta. Tuttavia, già dal testo della generazione di Seth, e dalla costante riduzione della vita dei patriarchi antidiluviani, che teologicamente letta, non può che avvallare l’ ipotesi del decadere della potenza e della fisionomia conferite all’uomo da Dio. In breve si può ritenere che la somiglianza con Dio si può indebolire o perdere addirittura in proporzione al distacco pratico o morale con Dio.

b) Il concetto di imago Dei nel giudaismo

A differenza di Filone, la primitiva teologica rabbinica non ha mai messo in discussione la dottrina della somiglianza fra l’uomo e Dio, anzi non costituisce neppure un problema. Il vero problema esegetico di Genesi 1, 26s e di Genesi 2, 7 è costituito dall’enigmatico plurale “Facciamo l’uomo a nostra immagine e somiglianza”e non dalla somiglianza tra l’uomo e Dio. Per cui si assiste a una pluralità di ipotesi nell’interpretare quel plurale. Tra le interpretazioni più comuni si ricordano quelle che identificano il “noi”come una specie di consultazione di Dio o con il suo ‘cuore’, o con gli ‘angeli’, o con la ‘Torà’ oppure con ‘cielo e terra”.
Per quanto riguarda la conservazione o la perdita della somiglianza con Dio, i rabbini la fanno dipendere dal comportamento morale del singolo e dalla sua maggiore o minore osservanza della Torà. Essere simili a Dio, quindi, viene a significare essere degni di Dio. La riduzione della somiglianza in senso etico deriva dal fatto che nei rabbini manca la tendenza alla speculazione. Difatti, non appena il mondo ebraico viene a contatto con il mondo ellenistico le cose cominaciano a prendere un’altra strada, come in Filone.

c) Il concetto di imago Dei in Filone d’Alessandria

Dietro l’influsso del pensiero greco, si comincia a pensare la somiglianza divina come una realtà metafisica e a indagarne la natura e le caratteristiche. Le prime risposte sono già presenti in Sapienza 2, 23s, dove viene determinato il fine della somiglianza nell’immortalità, essendo l’uomo creato a «immagine della natura divina», e come tale dono è stato sottratto «per l’invidia del diavolo» , che può essere identificato soltanto con il peccato. Ma è specialmente in Filone d’Alessandria (30 a.C.-50 d.C.), sotto l’influenza del pitagorismo, che il concetto di imago Dei viene interpretato in vari modi.
Dopo aver identificato pitagoricamente l’eikon con il numero sette e anche con l’uno, Filone, in base alla sua antropologia - che prevede tre parti costitutive dell'uomo: materia, intelletto (mente/anima), spirito, di cui solo lo spirito è immortale, in quanto infuso direttamene da Dio - introduce la triplice distinzione per determinare l’eikon theu: l’immagine come prototipo,l’immagine come immagine del prototipo e l’immagine come riflesso del prototipo. Questa distinzione è molto importante per determinare il senso dell’uomo come imago Dei. La vera immagine di Dio è il prototipo, o uomo vero e autentico o celeste o logos, onde la facile identificazione con Cristo anche se con profonda cautela. L’uomo terrestre è l’immagine del prototipo, che si concretizza nella parte spirituale dell’essere umano, mentre la domensione corporea dell’uomo è semplicemnte riflesso del prototipo, e questo in considerazione che Dio non ha corpo e quindi non può essere simile. E secondo l’antropologia filoniana l’uomo celeste non è soggetto alla morte, a differenza di quello terrestre che è stato tartto dalla polvere.
Per Filone il prototipo è il Logos, ossia il « luogo » delle Idee di Platone, in quanto è 1'« esemplare » di tutte le cose; ed è anche la forza, l’ anima, che è ora in tutte le cose per farle essere quello che sono, per farle vivere e mantenere unite tra di loro: «Egli è il legame dell'universo, egli ne conserva tutte le parti e impedisce che si dissolvano». Il Logos è mediatore tra Dio e l'uomo e il mondo, ma non è creatore, è un essere divino, ma non è Dio. E’ vero che Filone, prendendo spunti sia da Platone che dal Primo Testamento, parla a volte del Logos come di una Persona in Dio, come la « Parola di Dio » (analogamente a quanto aveva fatto il libro della Sapienza) che è intermediaria tra Dio e l'uomo, adombrando quasi il mistero delle Persone divine. Il Logos di Filone supera l'abisso infinito che separa Dio dal mondo, è la vera immagine di Dio, l' esemplare eterno di tutto ciò che è stato creato, è la vita che permette a tutto ciò che è di essere, ed è la via che permette all'uomo di elevarsi fino a Dio. Eppure, nonostante le apparenti somiglianze, grande è la differenza con il Logos giovanneo, e la dottrina di Filone sul Logos rimane quanto mai ambigua e anche contraddittoria .

II. L’imago Dei nel N.T.

1. Il termine imago in genere

Nel N.T., l’uso del termine eikon o imago è poverissimo, e i pochi casi in cui viene utilizzato indica l’effigie dell’imperatore sulla moneta ; o l’immagine della bestia , o anche immagini-statue di dèi che parlano e si muovono . In tutti questi casi generici, il termine imago nono si riferisce né all’uomo né a Cristo. Interessante è l’uso del termine in Ebrei 10,1, dove viene accentuata la netta contrapposizione tra l’eikon o immagine o prototipo o essenza della realtà e la sua skià o ombra .
Lo stesso schema di contrapposizione si può rilevare in Romani 1, 23, dove si dice che gli uomini, ossia i pagani, hanno scambiato la gloria di Dio con la somiglianza e l’immagine dell’uomo effimero. Il termine somiglianza traduce il greco omoìomia che vuol dire anche immagine ma immagine del prototipo, mentre l’eikon designa l’immagine come prototipo o la stessa realtà rappresentata e la sua figura. I pagani, quindi, secondo Paolo, hanno scambiato l’eikon, il prototipo, l’originale con la sua figura umana e animale.

2. L’imago Dei applicata a Cristo

I testi principali dell’uso del termine eikon tho theu riferito a Cristo appartengono due a Paolo e due a Giovanni, e in tutti e quattro l’accento è posto sull’identità perfetta fra l’eikon e il prototipo, cioè tra Cristo e Dio. I passi paolini sono Colossesi 1, 15 e 2Cor 4,4, che entrambi recitano «Cristo è l’immagine di Dio» . Cristo è definito, perciò, in greco con l’eikon tho theu, e in latino con l’imago Dei, per esprimere la perfetta identità tra i due termini, tra l’immagine e la realtà, tra Cristo e Dio. Definizione che coincide con il significato dei passi giovannei: «chi ha visto me, ha visto il Padre» , e «chi vede me, vede colui che mi ha mandato» , che esprimono ugualmente la perfetta identità di natura tra il Cristo e il Padre.
Questi testi paolini aiutano a interpretare Genesi 1, 27 in chiave cristocentrica, specialmente se vengono accostati con il testo di 1Corinti 15, 45s, dove Cristo è presentato come il nuovo Adamo, cioè il vero uomo, l’uomo autentico. Il parallelo con Filone sembra ovvio: dove l’alessandrino vede il logos, Paolo vede Cristo, entrambi sembrano riferirsi all’uomo celeste, anche se le differenze di fondo restano sempre. L’insegnamento paolino, a primo acchito, sembra voler dire che Cristo è dato come immagine di Dio, affinché riveli il volere divino.
L’interpretazione teologica dei testi di Paolo è differente a seconda del significato che si attribuisce al nome “Cristo”: nella concezione teocentrica prevale il senso di Figlio, seconda persona della Trinità; nella concezione cristocentrica invece quella di Figlio Incarnato. Per lo scrivente la questione è solo di posizione.
A rendere ancora più chiara la dottrina dell’indentità di natura tra l’imagoDei e Dio stesso, è utile discutere un attimo il testo di Giovanni, dove i giudei rimproverano a Gesù di farsi uguale a Dio: «I Giudei cercavano ancor più di ucciderlo, perché... chiamava Dio suo Padre, facendosi uguale -ìson - a Dio» . Il “rimprovero” a Gesù da parte dei giudei si fonda su due motivi fondamentali: l’uno perché Gesù pone l’accento nel dire «il mio Padre», ma anche e soprattutto perché Gesù si colloca sullo stesso piano di Dio, con il quale equipara le sue azioni, cioè si dichiara uguale in natura a Dio.
Si potrebbe osservare: Gesù non ha mai detto esplicitamente di essere uguale a Dio, anzi spesso ha sottolineato che «il Padre è più grande di me» .
E’ vero, nei testi sacri non risulta che Gesù abbia personalmente pronunciato la sua identità o uguaglianza con Dio. Lo ha fatto solo indirettamente. Questo, però, non significa che Gesù non abbia ammesso la sua uguaglianza con Dio. Certo, Gesù a volte sembra spostare l’attenzione della diretta uguaglianza, affermandola in modo indiretto, come quando dice: «ciò che egli [Dio] fa, anche il Figlio lo fa ugualmente» . Per Giovanni, quindi, non c’è alcun dubbio che Gesù è totalmente sottomesso al Padre e totalmente uguale a Dio: «Il Padre mio è più grande di tutti... Io e il Padre siamo una cosa sola» . E causa di questa dichiarazione, i Giudei incalzano contro Gesù: «ti vogliamo lapidare... perché... tu che sei uomo, ti fai Dio» . E così via...
In breve, si può ritenere che il testo giovanneo non indica accostamento né identità, ma indica fortemente l’uguaglianza di dignità, di volontà e di natura, come sarà in seguito espresso dal termine omoousios.
Un altro testo, tanto famoso quanto difficile, per cogliere il senso autentico dell’uguaglianza di natura tra Cristo e Dio, è certamente quello paolino ai Filippesi: «Cristo Gesù, pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio, ma splogliò se stesso assumendo la condizione di servo» . L’espressione chiave dell’intero versetto è sicuramente «Cristo è uguale a Dio - einai isa Theo- esse se aequalem Deo». Questa uguaglianza con Dio costituisce per Cristo un possesso irrinunciabile e inalienabile, perché non solo è il punto di partenza del suo cammino, ma anche il punto di arrivo, come concludono i versetti seguenti: «Per questo Dio l’ha esaltato... perché nel nome di Gesù... e ogni lingua proclami che Gesù Cristo è il Signore, a gloria di Dio Padre» .
Proprio di questa sua uguaglianza con Dio, Cristo non ne profittò conservando il suo modo d’essere divino, anzi se ne privò, per un certo tempo, assumendo la forma del servo del Signore - ebed jhwh, proprio lui che è il Signore- jhwh. Per Paolo e Giovanni, quindi, essere uguale a Dio significa essere Signore - kyrios.

3. L’imago Dei applicata all’uomo

Molto più semplice sembra interpretare i pochi testi paolini dell’imago Dei applicata genericamente all’uomo. Il testo più esplicito sembra 1Cor 11, 7: «... l’uomo è immagine e gloria di Dio». Una lettura più attenta al contesto e al termine utilizzato nel testo greco e in quello latino, ci si accorge che le cose non sono poi tanto chiare e sicure. Difatti, il contesto parla dell’ordine da tenere nelle assemblee, dove ognuno ha la sua specifica funzione e responsabilità. Nel disciplinare un ordine interno alla stessa assemblea da osservare, Paolo dal versetto 3 instaura una speciale scala di precedenza e di compiti o responsabilità. E da buon credente stabilisce il seguente ordine gerarchico: Dio-Cristo-uomo-donna. Ogni membro è “capo” -eikon - del successivo, e chi viene dopo è”riflesso” -doxa - del precedente. In questo modo: Dio è capo di Cristo, e Cristo è la gloria di Dio; Cristo è capo dell’uomo, e l’uomo è la gloria di Cristo; l’uomo è capo della donna e la donna è la gloria dell’uomo. Questa qualifica di “capo” non comporta né dal testo né tantomeno dal contesto, nessuna forma di preferenza sull’altro, ma indica soltanto un compito diverso e una resposabilità specifica dei membri che devono osservare nelle assemblee.
Se poi si pone attenzione ai termini utilizzati da Paolo sia nel verso 3 che nel verso 7, ci sia accorge che il senso italiano di “uomo” non è così scontato, anzi non rende proprio il pensiero dell’Autore. Difatti, il termine greco aner e quello latino vir indicano il concetto di un uomo eccezionale, coraggioso, eroico...che filonianamente si può anche indicare con celeste. Comunque non è il semplice uomo “comune”, per il quale le due lingue classiche utilizzano i termini di androphos e di homo.
Se Paolo, quindi, usa il termine aner o vir vuol dire che annette una particolare attenzione a questo tipo di “uomo”, che nessuno vieta che tenga presente addirittura l’uomo perfetto di Cristo, nel senso «l’uomo che è immagine e gloria di Dio» è l’uomo cristico o cristificato, perché il vero uomo è quello che si cristifica. Solo unito a all’uomo-Cristo l’uomo può dirsi non solo immagine ma anche gloria di Dio, perché solo Cristo è la vera eikon thu theu.
Una conferma a questa cristologica interpretazione viene direttamente dallo stesso Paolo che specialmente al v. 44-45 del capitolo 15 della medesima lettera scrive: «Se c’è un corpo animale, vi è anche un corpo spirituale, poiché sta scritto che il primo uomo - androphos- Adamo, divenne un essere vivente, ma l’ultimo - eschatos - Adamo divenne spirito datore di vita - pneuma zoopoiun» . L’ultimo Adamo, Cristo, è chiamato col nome di eschaton, che in tanti testi sacri fa coppia con principium e alpha, che apertamente indicano Cristo. Se a tutto questo si volesse aggiungere anche il precedente v. 22: «e come tutti muoiono in Adamo, così tutti riceveranno la vita in Cristo» , allora il quadro non può essere che chiaramente cristocentrico, perché Cristo è datore di vita zoopoiethesontai, come dirà al v. 45: zoopoiun.
L’interpretazione cristocentrica dei testi paolini sono in perfetta armonia con i testi giovannei che presentano il Cristo non solo come causa di vita ma come la vita stessa. Ecco alcuni testi dove Cristo è presentato come causa di vita: «...anche il Figlio [incarnato] dà la vita a chi vuole» ; «Ma voi non volete venire a me per avere la vita» ; «il pane di Dio è colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo» ; «e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo» ; «chi segue me... avrà la luce della vita» ; «io sono venuto perché abbiano la vita el’abbiano in abbondanza» ; «Io do loro la vita eterna...» ; «chi crede in me, anche se muore, vivrà...» ; «E io so che il mio comandamento è vita eterna» ; «senza di me non potete far nulla [per la vita eterna]» ; «perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio e perché, credendoabbiate la vita nel suo nome» ; «...perché noi avessimo la vita per lui [Cristo]» .
Ecco invece dove Cristo è identificato con la vita stessa: «In lui [Cristo] era la vita e la vita era la luce degli uomini» ; «Io sono il pane della vita...» ; «Io sono la via, la verità e la vita» ; «Io vivo e voi vivrete» ; «la vita si è fatta visibile...» ; «Dio ci ha dato la vita e questa vit è nel suo Figlio [incarnato]. Chi ama il Figlio ha la vita, chi non ha il Figlio di Dio [Gesù], non ha la vita» .
Senza produrre altri testi, di cui il N.T. è ricco, penso sia anche superfluo addurre riflessioni teologiche del caso per dimostrare l’abbondanza della prospettiva cristocentrica del concetto di imago Dei. Direttamente, quindi, solo Cristo è vera imago Dei, l’uomo invece lo indirettamente in Cristo, per cui è l’immagine dell’immagine di Dio, in quanto è imago Christi, secondo la conclusione teologica di Duns Scoto.
Difatti, l’immagine perfetta di Dio è Cristo stesso, l’uomo dev’essere a lui conformato per diventare figlio del Padre attraverso la potenza dello Spirito Santo . Effettivamente per «conformarsi» all’imago Dei, è necessario che l’uomo partecipi attivamente alla sua trasformazione secondo il modello autentico dell’imago, Cristo, che, essendo «tutto in tutti» , manifesta la propria identità tramite il movimento storico dalla sua Incarnazione alla sua gloria. Secondo questo modello cristico, che manifesta la sua signoria sul peccato e sulla morte attraverso la Passione e la Risurrezione, l’immagine di Dio in ogni uomo è costituita dal suo stesso percorso storico che parte dalla creazione, passando per la conversione dal peccato, fino alla salvezza e al suo compimento. Così ogni uomo consegue la propria signoria attraverso Cristo nello Spirito Santo - non soltanto una sovranità sulla Terra e sul regno animale, come affermato dall’A.T., ma principalmente sul peccato e sulla morte.
Secondo il N.T., questa trasformazione nell’imago Christi si attua attraverso i sacramenti, innanzitutto come effetto dell’illuminazione del messaggio di Cristo e del battesimo . La comunione con Cristo deriva dalla fede in lui e dal battesimo, attraverso il quale si muore all’uomo vecchio tramite Cristo e ci si riveste dell’uomo nuovo . La Penitenza, l’Eucaristia e gli altri sacramenti ci confermano e ci rafforzano in questa trasformazione radicale, che avviene secondo il modello della Passione, Morte e Risurrezione di Cristo. Creato a immagine di Cristo e perfezionato per la potenza dello Spirito Santo nei sacramenti, l’uomo entra effettivamente nel disegno d’amore di Dio.

B- IL CONCETTO DELL’ IMAGO DEI NELLA TRADIZIONE

Come la dottrina dell’uomo imago Dei costituisce un elemento fondamentale dell’antropologia biblica, così lo è anche per la tradizione patristica, che non ha avuto a disposizione il testo in lingua ebraica, cioè i vocaboli tselem e demuth, ma nella traduzione greca dei LXX con eikon e homoiosin, tradotti poi in latino, con imago e similitudo. L’osservazione testuale vale sia per i due racconti della creazione . Si ricordi inoltre che dai Padri, come norma ermeneutica generale, 1’A.T. viene letto alla luce del N.T. e quindi in parallelo con i testi paolini .
La maggior parte dei rappresentanti della tradizione non ha aderito pienamente alla visione biblica che identificava l’immagine con la totalità dell’uomo, cioè prendeva come sinonimi i due termini imago e similitudo; altri invece ne hanno distinto il significato attraverso una più capillare speculazione dovuta all’influsso del pensiero greco. Così, si può comunemente dividere la fase patristica dell’interpretazione dell’espressione imago Dei in due scuole di esegesi, quella dell’unità identificativa con a capo Melitone e quella della differenza qualitativa, con a capo Ireneo.
Nell’esemplificazione della ricerca, si può dire che i Padri si domandano: dove si colloca l’imago Dei nell’uomo? Nell’anima e nel corpo, o nella sola anima?
Si è nel cuore dell’antropologia patristica, il cui sviluppo specifico è segnato certamente dalla distinzione introdotta da Ireneo tra imago e similitudo, secondo la quale l’imago denota una partecipazione ontologica (methexis) e similitudo (mimesis) una trasformazione morale . Secondo Tertulliano, Dio ha creato l’uomo a sua immagine e gli ha trasfuso il suo soffio vitale in quanto sua somiglianza. Mentre l’immagine non potrà mai essere distrutta, la somiglianza può essere perduta tramite il peccato .
Agostino non ha fatto sua questa distinzione, ma ha presentato una versione più personalistica, psicologica ed esistenziale dell’imago Dei. Per lui, l’imago Dei nell’uomo ha una struttura trinitaria, che si riflette nella struttura tripartita dell’anima umana (spirito, coscienza di sé e amore) o nei tre aspetti della psiche (memoria, intelligenza e volontà). Secondo Agostino, l’immagine di Dio nell’uomo lo orienta verso Dio nell’invocazione, nella conoscenza e nell’amore .
Così, nei primi secoli, si sono formate e sviluppate scuole diverse di esegesi di onorme importanza, che comunemente prendono nome dal luogo geografico, come per es. Antiochia in Asia minore e Alessandria in Egitto; e anche dalla lingua utilizzata, così si distinguono in Padri greci e in Padri latini.

1. La patristica greca

L'incontro del cristianesimo con la cultura greca ha significato per certi versi l'inserimento della novità cristiana nel seno di una cultura matura e detentrice di un "pensiero forte". Compito dei Padri fu quello di assimilare quel pensiero vagliandolo criticamente al fine di renderlo adatto al servizio della fede. Le prime sintesi si hanno agli inizi del III sec., quando nascono le prime scuole ad Alessandria e ad Antiochia
Per quanto riguarda l’antropologia, esiste un buon filone teologico fondato sulla rivelazione di un Dio personale che crea l’uomo secondo la sua immagine e somiglianza. Questa conoscenza di se stesso può essere considerata da diversi punti di vista. Già Filone di Alessandria insiste sul fatto che la conoscenza di sé deve essere morale, cioè con lo scopo di migliorare la propria vita, e nello stesso tempo anagogica, cioè partire dalla conoscenza di sé per arrivare alla conoscenza di Dio. Nella tradizione patristica greca s’incontrano ambedue gli aspetti nelle due diverse scuole.

1) La scuola di Antiochia

Le origine della scuola di Antiochia si fanno risalire a Melitone (II sec.), vescovo di Sardi, nella Asia minore, alla cui chiesa è stata indirizzata anche una lettera dall’angelo dell’Apocalisse . Le notizie dirette su Melitone sono scarse, quelle indirette lo sono meno. Origene, per es., nella sua polemica contro gli autori asiatici, cita spesso Melitone, specialmente contro gli “antropomorfiti”, che affermavano che l’imago Dei si riferiva al corpo di Adamo e , quindi, dell’uomo.
L’interesse di Melitone è importante per l’antropologia biblica, perché in lui appare 1’identità del plasma e dell’eikón, ovvero dell’unità dell’uomo. L’imago Dei riguarda l’unità dell’uomo e non una sua specifica parte, l’anima o il corpo. L’idea di Melitone, sarà continuata da Teofilo, Ireneo, Tertulliano e altri della scuola detta di Antiochia, dal suo primo e grande autore Teofilo d’Atiochia (I-II sec.), resa famosa specialmente dal martire Ireneo (II sec.).
Sulla scia di Melitone, Ireneo difende innanzitutto l’unità dell’uomo. E la rivendica sia nei confronti di Dio, come creatore del mondo e Padre del Verbo, e sia contro gli avversari eretici. Rifacendosi alla tripartizione paolina del composto umano «spirito, anima e corpo» , afferma che l’uomo completo non si riduce a nessuno di questi costitutivi, separatamente presi, ma dalla loro unione. E motiva la sua affermazione in chiave soteorologica, in quanto oggetto della salvezza è l’uomo totale. Non tre uomini, ma un solo uomo.
Di fronte al predominio eccessivo del nous o pneuma, e al pessimismo ontologico nei riguardi del corpo come fonte del male propugnato dagli gnostici, Ireneo afferma vigorosamente il primato del corpo a tal punto da dire che l’uomo è principalmente sarx, plasma. Alla visione discendente di tipo platonico, propria degli gnostici, secondo cui il corporeo sta al termine di una caduta e l’uomo è uno spirito che scopre la sua prigione e la sua degradazione nel vestito di carne, Ireneo oppone la visione ascendente e progressiva della carne fino alle altezze di Dio. La corporeità non si spiega come decadenza, bensi come inizio modesto proiettato nella teleiosis e destinato al vertice dell’increato .

Per la decisa presa di posizione contro l’errore gnostico, che ha offerto a Ireneo l’occasione di gettare le basi per il primo monumento della teologia del corpo, si è parlato anche di una certa “sarcologia” ireniana, in quanto la carne dell’uomo è considerata immagine della carne di Cristo. Ireneo, come anche i successori della stessa scuola, non solo ignora lo schema della “doppia creazione”, ma, interpretando i due racconti della Genesi in senso complementare, mette l’accento proprio sulla “carne”, sul plasma. E tuttavia, nell’uomo, pur composto di tre elementi, carne, anima e spirito, quello che funge da polo di attrazione è la carne, capace di accogliere lo spirito e diventare “gloriosa”.
Questa alta concezione che Ireneo ha della carne sembra mettere in ombra la realtà dell’anima. Ciò è spiegabile più dallo stile polemico della controversie che dalla reale convinzione dell’Autore. L’accento sul corpo-plasma, pur restando deciso, tuttavia la totalità dell’uomo come persona costituisce l’oggetto dell’imago Dei sia in Ireneo che in tutta la scuola d’Antiochia.

2) La scuola di Alessandria

Mentre per la scuola antiochena,l’imago Dei riguarda l’uomo integrale, per la scuola di Alessandria riguarda solo l’anima, o meglio il nous, o mens, sede della conoscenza, della libertà e di ogni virtù. Solo indirettamente la sublimità dell’imago si ripercuote sul corpo, il quale, non potendo partecipare alla natura invisibile e spirituale dell’imago, si situa a un livello nettamente inferiore. In sostanza, l’uomo è imago Dei, non nel senso biblico, ossia dell’uomo come totalità, secondo quanto affermato dalla scuola di Antiochia, ma secondo la concezione filosofica greca.
Tra gli esponenti principali, è sufficiente ricordare Clemente Alessandrino (II-III sec.), uomo dotto e tutto dedito all’approfondimento della fede, e Origene (185-253), una delle più grandi personalità della storia. Sotto l’influsso del pensiero greco, Clemente considera l’uomo composto essenzialmente di anima e di corpo, attribuendone a Dio la creazione diretta e immediata, affermando tuttavia che «l’espressione “ad immagine e somiglianza” non si riferisce al corpo, perché è inammissibile che il mortale rassomigli all’immortale, ma all’intelletto e alla ragione, ossia a quelle parti dell’uomo in cui il Signore può fissare convenientemente, come un sigillo, la rassomiglianza rispetto al beneficare e al comandare» . Dal contesto si può anche evincere che il concetto di “somiglianza” è più vicino all’agire dell’uomo che alla sua essenza.
Influenzato da Filone, Origene rintroduce lo schema della “doppia creazione”, secondo cui solo l’uomo “fatto” è ad immagine, non l’uomo “plasmato” , convalidandolo con la distinzione paolina dell’uomo interiore e dell’uomo esteriore . Egli insiste nell’affermare che l’imago Dei riguarda direttamente l’incorporeità dell’anima, cioè del nous, il solo che può conoscere Dio e assimilarsi a lui.
Anche i tre Cappadoci - Gregorio di Nissa (335-394), Basilio di Nissa (331-379) e Gregorio di Nazianzio (330-390) - seguono Filone e Origene nello schema delle due creazioni con qualche differenza importante.
Per Gregorio Nisseno, l’immagine ideale riguarda l’umanità tutt’intera, e si concretizza principalmente nell’anima. Egli considera 1’uomo ideale come un progetto, un programma ideale escogitato da Dio per l’umanità, ma che storicamente non è mai esistito. È il progetto, il modello a cui l’uomo si deve costantemente ispirare se vuole rassomigliare veramente a Dio. L’immagine è, in realtà, anche il traguardo cui l’uomo giungerà dopo la vita presente, se ha vissuto in conformità ai precetti divini e all’esempio di Cristo. L’immagine reale, storica, fu posta in atto da Dio quando decise di creare l’uomo sessuato, rendendolo cosi simile agli animali. Nell’immagine concreta la somiglianza opera dunque in due direzioni: in direzione di Dio, mediante l’anima e le sue facoltà; in direzione degli animali, mediante il corpo e la sua sessualità. Scrive: «L’uomo si trova in mezzo, tra due realtà estremamente lontane tra loro: tra la natura divina che non possiede la corporeità, e la natura animale priva di ragione ... Della natura divina, che è esente dalla distinzione dei sessi, l’uomo deriva il potere della ragione e dell’intelligenza; invece dalla natura animale, priva di ragione, egli trae la struttura del corpo e la distinzione dei sessi» .
In breve, si può ritenere che i Padri greci interpretano l’imago Dei solo come sede dell’anima.
Se dal mondo orientale, si passa all’occidente, si trova ugualmente una forte presenza di Padri, che, se meno raffinata dei greci ma più concreta per l’influsso del mondo romano, presenta tuttavia una propria originalità.

2. La patristica latina

Anche in Occidente si trovano le stesse posizioni del mondo greco, ma più realiste e concrete, perché diverso è il mondo romano. Ilario (IV sec), uno degli autori nei quali la diversità delle fonti di ispirazione è più rilevabile, presenta una riflessione asistematica, sufficiente tuttavia a darci un quadro del suo pensiero. La posizione preminente e centrale dell’uomo rispetto a tutte le altre creature, è un tema ricorrente nel suo pensiero. E ispirandosi prevalentemente alla tradizione occidentale, mette in risalto la cura particolare con la quale Dio crea l’uomo, insistendo maggiormente sulla dimensione materiale del corpo. Successivamente poi, a causa del suo esilio in Frigia, ha spiritualizzato marcatamente il concetto d’imago, assumendo lo schema della “doppia creazione”, ossia di una duplice composizione dell’uomo, avvenuta in due momenti distinti: l’anima “fatta” al principio, il corpo “plasmato” in seguito. Ilario pone l’immagine nell’anima come se, platonicamnte parlando, essa sola costituisse l’essenza dell’uomo.
Un altro grande Padre d’Occidente è certamente Girolamo (V sec.), il quale, appoggiandosi a Sal 119, 73, come Ilario e forse in dipendenza da lui, distingue, nella creazione dell’uomo, factura e plasmatio.
Anche Ambrogio (IV sec.) ha le sue fonti quasi esclusivamente nel mondo orientale (Filone, Plotino, Origene, Atanasio, Basilio, e altri), anche se egli sa fondere l’insegnamento altrui al calore del suo pensiero di pastore e di guida spirituale. II suo dualismo è riscattato dalla fede e da quell’ottimismo di fondo che ispira un’antropologia complessivamente serena.
Ammette la doppia creazione e la differenza tra i due uomini: l’uomo “fatto”, ossia 1’anima, è l’essenza dell’uomo; 1’uomo “plasmato”, o il corpo, non è elemento essenziale di noi, ma piuttosto un nostro possesso, o meglio un possesso dell’anima. Solo l’anima è immagine e non il corpo, o meglio il nous.
Altro fondamentale Padr eoccidentale è sicuramente Agostino (IV-V sec.), che afferma l’uomo essere fatto a immagine di Dio secondo l’anima, e persino ciò che nell’anima è più elevato, la mens o intellectus, uquale è “ciò che eccelle in essa”, è “come il suo volto, il suo occhio interiore e intelligibile”. Questa tesi capitale permette ad Agostino di eliminare l’obiezione manichea che attribuiva ai cristiani la corporeità in Dio, colloca l’immagine in ciò che distingue l’uomo dalle creature inferiori e fonda il suo potere su di esse, ma soprattutto stabilisce un rapporto immediato tra l’uomo e Dio. Nella mente Agostino distingue ulteriormente due rationes: quella inferior, volta alle cose del mondo, e la superior, rivolta verso le verità eteme, e quindi verso Dio.
Solo questa seconda è propriamente imago Dei, perché incorruttibile come Dio. Non vien meno neppure quando il corpo si corrompe, perché conosce Dio, lo invoca, lo ama, in altre parole è in comunione con lui. Il corpo non è il luogo dell’immagine, tuttavia, oltre ad essere vestigium di Dio come tutto il creato, essendo fatto per il servizio dell’azione razionale, partecipa indirettamente alla qualità dell’immagine, sia perché esiste e vive, sia perché, capace di contemplare il cielo per la sua statura eretta, esso si avvicina all’immaginesomiglianza più del corpo animale.
A conclusione di questo breve cenno patristico , si può dare una valutazione generale. La visione strettamente sintetica e globale della Bibbia sull’uomo incontra nei Padri una certa soluzione di continuità, a favore dello schema dualista, ossia di una più radicale distinzione degli elementi che “compongono” l’uomo. Occorre tuttavia dire che le posizioni dei Padri non sono uniformi ma differenziate, al punto che si potrebbe parlare di antropologie diverse: da quella che sembra più vicina alla concezione sintetica biblica (= scuola asiatica) a quella che collima spesso con il dualismo greco (= scuola alessandrina). Il maggior carattere “sintetico” della prima tendenza presenta una valutazione piena e positiva del corpo, o carne, in polemica con gli gnostici; la seconda tendenza si muove invece maggiormente all’ombra del pensiero platonico, per il quale il corpo e il sensibile sono realtà depotenziate. Ambedue le tendenze, comunque, si muovono nell’ambito della comune fede, dal momento che ambedue accolgono, pur con diverse sfumature, la fede nella creazione e nella redenzione di tutto l’uomo, come pure nella risurrezione: tre capisaldi che contraddistinguono il pensiero cristiano dal dualismo antropologico greco. In una parola: il Kerigma cristiano, nato in contesto semitico, è stato inculturato nel vasto mondo greco-romano.

D - L’IMAGO DEI IN DUNS SCOTO

1. Antefatto dottrinale

Prima di introdurre il pensiero di Duns Scoto sul concetto di imago Dei, sembra utile sintetizzare al massimo quanto già detto sopra, così da avere sotto mano il quadro culturale generale in cui si muove la sua ricerca, che, non essendo tecnicamente specifica, ha bisogno di essere metodologicamente inquadrata e ricostruita.
I testi dell’A.T. insegnano che gli esseri umani sono stati creati ad immagine (tselem) e a somiglianza (demuth) di Dio. L’immagine è associata al dominio sulla creazione animale, e, quindi, permane dopo il peccato originale, onde anche la ragione della proibizione dell’assassinio . La somiglianza invece non rimane.
Nel N.T. invece solo Cristo è detto ‘immagine di Dio invisibile’ . Dall’interpretazione di questo testo, sono derivate due distinte concezioni di immagine tra i Padri della Chiesa: a) solo la natura umana di Cristo è l’immagine visibile, ossia autentica e propria, di Dio; b) solo la natura divinità di Cristo è ‘l’invisibile immagine dell’invisibile di Dio.
Alla diversa interpretazione su Cristo è sottesa anche la diversa interpretazione in cui l’uomo è imago Dei: da una parte, l’immagine è nell’intero uomo, corpo e anima; dall’altra, l’immagine risiede solo nell’anima o in una sua parte. Onde: Cristo è propriamente l’imago Dei, mentre l’uomo è solamente ad imaginem Dei (kat’eikona), che costituisce anche l’essenza della natura umana. La distinzione tra imago e ad imaginem introduce la differenza concettuale tra ordine della natura, cui si riferisce il primo termine, e ordine della grazia cui si ferisce il secondo termine ad imaginem o‘a somiglianza’ .

2. Il pensiero di Francesco e di Antonio

Quando Duns Scoto entra nella scena culturale, trova intorno al problema dell’imago Dei questo quadro dottrinale remoto e le interpretazioni recenti dei Maestri parigini e anche di Francesco d’Assisi, che così inizia la sua quinta ammonizione: «Considera, o uomo, in quale sublime condizione ti ha posto Dio che ti creò e ti fece a immagine del suo diletto Figlio [incarnato] secondo il corpo, e a sua similitudine secondo lo spirito» . Francesco eredita la distinzione tra dimensione corporale e dimensione spirituale, senza alcuna problematizzazione, perché il suo intento era di richiamare semplicente la “dignità” dell’uomo.
La nota spirituale di Francesco viene rivestita di scientificità dal “suo vescovo” Antonio da Padova, assumendo già una piccola trattazione anche se di genere predicamentale. Oltre alla Scrittura, Antonio predilige Agostino. Così scrive: «Dio crea le anime dal nulla, perché, come dice Agostino “Dio infondendo crea [l'anima] e creando infonde” onde nel Salmo è detto: “Lui solo ha plasmato il loro cuore” , cioè a dire crea le singole anime dal nulla e non già da Adamo, come dicono alcuni, credendo che un'anima derivi da un'altra anima» .
E utilizzando l’immagine del “candelabro aureo” di Zaccaria , afferma che «l'anima è creata a immagine e somiglianza [di Dio]. Onde nel Siracide ”Dio creò l'uomo dalla terra... e a sua immagine lo formò” , perché esista, viva e sappia, ed abbia memoria, intelletto e volontà».
A cui segue una bellissima applicazione trinitaria sull’esempio di Agostino: «E come dal Padre deriva il Figlio e dall'uno e dall'altro lo Spirito Santo, così dall'intelletto procede la volontà e da ambedue la memoria; né senza di queste facoltà l'anima può essere perfetta... E come il Padre è Dio, il Figlio è Dio, lo Spirito Santo è Dio, eppure non sono tre dèi, ma un solo Dio in tre persone, così anima è intelletto, anima è volontà, anima è memoria, ma non per questo sono tre anime, bensì un'anima sola avente tre facoltà, nelle quali è mirabilmente ritratta l'immagine divina. E perciò ciè comandato di amare il nostro creatore con queste eccellentissime facoltà, in modo che, per quanto lo si comprende ed ama, si abbia sempre nella nostra memoria. Non basta andare a Dio con l'intelletto, se la volontà non sia presa d'amore per lui; né basta l'uno e l'altro, ma è necessario che vi si aggiunga la memoria, perché Dio rimanga sempre fisso nell'intelligenza e nella volontà... come non v'ha momento in cui l'uomo non si serva e gusti della bontà di Dio, così Dio dev'essere sempre presente nella sua memoria... Inoltre l'uomo è stato fatto ad immagine e somiglianza di Dio, perché come Dio è carità, buono, giusto, mite e misericordioso, così l'uomo sia caritatevole, giusto, mite e misericordioso .
E con una pennellata di alta spiritualità, Antonio continua nell’indicare il fine dell’anima che è quello di amare e lodare Dio e di essere felice con gli uomini, attraverso l’immagine del sole e della luna: «Dio creò due grandi luci, la maggiore e la minore, cioè creò due esseri ragionevoli. La luce maggiore è lo spirito angelico, la luce minore l’anima umana... creata per essere uno di quegli spiriti celesti, in grado di comprendere le cose celesti, di lodare il Creatore e di essere felice con i figli di Dio» .

3. Il pensiero di Tommaso e di Bonaventura

Dopo queste pennellata di spiritualità antoniano-francescana, ecco cosa insegnano i due grandi Maestri Tommaso e Bonaventura, rispettivamente capiscuola dei Domenicani e dei Francescani.
Il concetto di “immagine” comporta, per Tommaso, una somiglianza significativa. L’imago Dei esprime una somiglianza con Dio, ma non una somiglianza perfetta, perché il Genesi dice che l’uomo è fatto ad imaginem Dei. E una somiglianza è una somiglianza significativa quando contiene quel che è distintivo di ciò che rappresenta. Tra le creature, solo quelle razionali sono create ad imaginem Dei,per cui solo le creature intellettuali sono, rigorosamente parlando, ‘ad immagine di Dio’. L’immagine di Dio nell’uomo è imperfetta ma può essere portata a perfezione mediante l’esercizio delle virtù . In Tommaso, infatti, l’imago Dei possiede una natura storica, in quanto passa attraverso tre fasi: l’imago creationis (naturae), l’imago recreationis (gratiae) e l’imago similitudinis (gloriae) . Per l’Aquinate, l’imago Dei è fondamento della partecipazione alla vita divina. L’immagine di Dio si realizza principalmente in un atto di contemplazione nell’intelletto .
Anche per Bonaventura l’anima umana, a differenza dei Filosofi, viene considerata ad imaginem Dei. Immagine che non è accidentale, ma sostanziale, perché appartiene alla stessa natura dell’anima, secondo il principio «Ciò che appartiene alla costituzione stessa di un essere gli è naturale. L’essere a immagine di Dio appartiene alla costituzione stessa dell’anima. L’immagine di Dio appartiene alla stessa natura dell’anima» . E seguendo il simbolismo agostiniano che caratterizza l’anima come capax Dei e come particeps Dei, Bonaventura riconosce due forme d’espressione dell’unità e della trinità nell’anima: da una parte, le tre potenze memoria intelligenza e volontà nell’unità dell’anima; e dall’altra, mente conoscenza e amore nella medesima unità, di cui l’amore è la massima espressione . E seguendo il pensiero del Damasceno che rimanda l’imago ad prototypum, Bonaventura afferma che il fine dell’anima è quello di conoscere e amare il Bene infinito ; e quello di Ugo di San Vittore che distingue l’immagine riguarda la natura, e la somiglianza riguarda la figura, il Dottor Serafico precisa che l’immagine si realizza nella natura, mentre la somiglianza nella grazia; l’immagine è in potenza a conoscere, mentre la somiglianza ad amare . Di conseguenza, conclude Bonaventura: con la grazia, l’imago Dei diventa similitudo Dei, ossia nella partecipazione alla natura divina ; e l’imago naturale di creazione diventa similitudo per ri-creazione .

4. Il pensiero di Duns Scoto

La comprensione del pensiero di Duns Scoto necessita di una precisazione di critica testuale. Nell’edizione critica dell’Ordinatio non sono stati inclusi i testi dei commenti di Pietro Lombardo circa le distinzioni 15-25 del II libro, perché “interpolate”; mentre nella Lectura I, non sono stati incluse le distinzioni 16-17 sempre del II libro. Come testo di rimando, ma non critico, c’è il testo dei Reportata Parisiensia .
In questi casi, la metodologia come scienza suggerisce qualche consiglio. Genericamente la metodologia indica le vie da percorrere per raggiungere un fine dottrinale particolare o anche per comprendere al meglio un concetto, quando qualcosa testuale non quadra. E questo è possibile perché la metodologia esprime la scelta di fondo fatta da un autore e orienta nella interpretazione o ricostruzione di un pensiero difficile o non chiaro. Pertanto, conoscendo le regole generali della metodologia di un autore, si possono cogliere i contenuti fondamentali della sua dottrina, anche di fronte a delle difficoltà testuali.
Questo riferimento generale è valido per tutte le opere e per tutti gli autori. Ogni autore ha i suoi principi generali e particolari secondo cui espone il suo pensiero, in forza di essi è possibile anche le fasi salienti del suo sviluppo. Ciò, com’è ovvio, vale anche nel caso di Duns Scoto. Nelle sue opere manifesta sé stesso, le scelte esistenziali e culturali fatte storicamnete, i principi ai quali tiene massimamente e dai quali viene regolato lo svolgersi delle sue tesi.
Applicando al dottrina dell’imago Dei, tema del presente articolo, si può ricostruire il suo pensiero in ordine a una tesi, di cui non c’è sicurezza testuale, attraverso il riferimento alle idee madri della sua metodologia. Ora la chiave ermeneutica della metodologia di Duns Scoto è precisamente il Cristocentrismo. E dalle linee essenziali di esso si può ricostruire il suo pensiero intorno all’imago Dei.

a) Visione sintetica del Cristocentrismo

Il nucleo è dato dai seguenti fattori. Punto base, il fatto d’esperieza che il mondo esiste. Ed esiste perché creato da Dio. Dio agisce sempre «rationabiliter» , cioè ha la sua intrinseca ragione per agire. Senza un perché non si agisce . E la ragione dell’agire di Dio è la sua gloria: «propter suam bonitatem vult et propter obiectum primum» ; «Deus universum propter se creavit, unde Deus diligens se fecit haec» ; «Primo Deus diligit se, secundo diligit se aliis» ; «propter bonitatem suam commuicandam et propter suam bonitatem plura in eadem specie produxit» .
Da questi testi si ricavano utilissime indicazioni per la struttura del Cristocentrismo. Con la creazione del mondo nel suo complesso, Dio -come Architetto- ha costituito un monumento che rispecchia la sua bontà, la sua grandezza e la sua gloria. E poché l’esecuzione si svolge «ordinate», vuol dire che la comunicazione dell’amore esige una risposta d’amore: «vult alios diligentes, et hoc est velle alios habere amorem suum in se, et hoc est praedestinare eos, si velit eis hoc bonum finaliter» . La ragione finale della creazione, quindi, è la glorificazione di Dio stesso .
A questa constatazione subentra un’altra constatazione: non tutti gli esseri sono uguali in perfezione o in dignità, nel senso che tra gli esseri c’una speciale gerarchia o gradazione, secondo la vicinanza o lontananza dal fine per cui Dio ha inteso nel crearli.
Di questo organico e meraviglioso “monumento” della creazione, qual è, per così dire, la chiave di volta? Qual è l’essere che risponde alla perfezione a ciò che Dio vuole? Qual è l’essere voluto-amato per primo indipendentemente da tutto il resto, il più vicino al suo amore e alla sua gloria?
Da un esame retrospettivo sulla creazione tutta, su tutto ciò che è non-Dio-Uno-Trino, non si può non concludere ragionevolmente che Cristo Gesù è il primo inteso e il primo voluto. Per questo scrive Duns Scoto: «Dico igitur sic: Primo Deus diligit se, secundo diligit se aliis, et iste est amor castus; tertio vul diligi se ab alio, loquendo de amore alicuius extrinseci; et quarto praevidit unionem illius naturae, quae debet summe diligere, etsi nullus cecidisset... et in quinto instanti vidit mediatorem venientem passurum ac redepturum populum suum, et non venisset ut mediator, ut passurus, nisi aliquis prius peccasset» .
E nel testo dell’Ordinatio così precisa e continua: «Universaliter autem ordinate volens prius videtur velle hoc quod est fini proprinquius, et ita sicut vult prius gloriam aliqui quam gratiam, ita etiam inter praedestinatos, quibus vult gloriam, ordinate prius videtur velle gloriam illi, quem vult esse proximum fini, et ita huic animae Christi vult gloriam prius quam alicui alteri velit gloriam» .
Dalla storia della salvezza e dalla lettura tutta della creazione, quindi, da fatti di effettiva esperienza e non da semplici idee, Duns Scoto ricava gli elementi essenziali del primato assoluto di Cristo, ossia della sua esistenza ideale nella mente di Dio prima di qualsivolgia essere creato e indipendentemente dalla sua esistenza Il primo elemento è: Dio compie tutto per la sua gloria, e vuole la gloria anche dagli esseri ad extra della Trinità; il secondo è: solo Cristo può rendere gloria a Dio in modo degno e immensamente superiore a quella di tutti gli altri esseri messi insieme.
Questa è la scelta fatta da Duns Scoto. Alla cui luce ora si rapporti il concetto di imago Dei. In Cristo -dice la fede- c’è vero Dio e vero Uomo. Dio, perché Verbum o Logos o seconda Persona della Trinità; Uomo, perché il Verbum assume la natura umana, onde il mistero dell’Incarnazione. Già nel termine “Cristo”, immediatamente si comprende che è la vera e autentica imago Dei, cioè la visibilità dell’invisibile, e che la “natura umana”, proprio in vista di essere assunta dal Verbum, è la creatura più nobile e più idonea a rendere gloria a Dio. E poiché questa “eletta” natura umana è personalizzata dal Verbum, Cristo racchiede in sé come profondo mistero tutta la Divinità e tutta l’Umanità, e costituisce tecnicamente anche quello che si chiama Mediatore.
Certamente, tutto questo disegno divino, prima di essere concretizzato nella realtà storica, è presente tutto intero e nella sua stessa realtà ideale nella mente eterna di Dio. E giustifica questa scelta con la stessa concezione dell’Essere Infinito, perché secondo Duns Scoto «l’Intelletto Infinito comprende ogni intelligibile in modo perfettissimo, altrimente non sarebbe Infinito; e comprende nell’intellezione non solo sé stesso, ma anche tutto ciò che è intelligibile in quanto intelligibile» . E questa conoscenza “previa” di Dio, proprio perché Essere Infinito, è sempre in atto, chiarissima e distintissima: «l’intelletto del primo Essere conosce in atto, sempre, necessariamente e indistintamente ogni intelligibile prima che questo naturalmente esista in se stesso» .
Da questo delicato concetto di alata speculazione, con fondamento in re, Duns Scoto ricava anche una meravigliosa riflessione antropologica: l’uomo, nella sua natura, è conosciuto da Dio prima della sua stessa esistenza storica. Quindi, è conosciuto in sé con tutte le sue perfezioni, e quando è chiamato all’esistenza nulla gli è tolto di quanto gli appartiene per natura. Il Dottor Sottile utilizza la bella espressione: «Il Verbo assume la natura [umana] nell’attimo [del volere divino], cioè nella sua singolarità» .
Che cosa vuol dire precisamente Duns Scoto con il termine in atomo?
Al di là dell’immediatezza dell’eterno presento divino, vuole anche affermare che la “natura umana” non ha subìto alcun cambiamento o perfezionamento con o per l’assunzione nel Verbo: è rimasta quella che era da principio nella mente di Dio. Conseguenza teologica: la natura umana di Cristo è idonea a rendere gloria a Dio e costituisce il fine supremo e ultimo della stessa creazione , come poi dirà Paolo.

b) Concetto di imago

Dopo questo riferimento di metodologia generale, l’analisi plana prima sul concetto generale di imago e di similitudo e poi sulle due applicazioni a Cristo e all’uomo.
Genericamente per Duns Scoto «l’ immagine rappresenta ciò di cui è distintamente da ciò di cui è immagine...» . E in un testo delle Collationes, dice che c’è differenza concettuale tra i termini «immagine, ombra, vestigio e similititudine, e ognuno di essi comporta relazione e rapporto [causale]» , con cui si rapporta.
Il termine similitudo, per es., è ambivalente: applicato alle cose sensibili «appartiene alla realtà che appare» , mentre applicato a quelle divine «esprime sempre una relazione reale con Dio» . Il motivo: la similitudine esprime rapporto di grazia e non di causa, al contrario invece del vestigio che esprime sempre rapporto causale .
Anche l’immagine può essere di due tipi: di “derivazione” dalla stessa natura, e di “riproduzione” della stessa natura. L’immagine di derivazione si dice anche di generazione e si ha quando colui che è immagine esprime la stessa natura di colui di cui è immagine, in questo modo l’immagine s’identifica con la copia di cui è immagine, e si chiama anche perfetta o diretta, come nel caso del Verbo invisibile, che, sussistente nella natura umana di Cristo visibile, si rende visibile, è, quindi della stessa natura di Dio, come nel testo paolino, «Cristo [visibile rende visibile l’invisibile] è l’immagine di Dio invisibile», in cui Cristo - vero Dio e vero Uomo - indica questo senso perfetto dell’immagine che esprime l’identità di natura.
L’immagine di riproduzione, invece, si ha quando colui che è immagine riproduce qualcosa dell’originale o del prototipo semplicemente per partecipazione e non naturalmente, come per es., tra il progetto e la sua realizzazione, nel senso che l’immagine partecipa della natura di ciò di cui è immagine, come quando si afferma che l’uomo è immagine di Cristo o di Dio . Forte e chiara è la differenza tra immagine e vestigio , mentre il concetto di imago lo deriva da Agostino .
Il concetto di similitudo ha ugualmente due valenze: una viene applicata alle cose terrene e significa più o meno «ciò che appare, ha una certa similitudine con ciò di cui appare» , e un’altra alle cose divine e «comporta sempre una relazione reale con Dio» , cioè un rapporto di grazia e non di causa , e, quindi, un dono di libero amore .
Dall’eccenno sull’uso dei vocaboli imago e similitudo, si può in breve ritenere che il termine imago rimanda sempre a un respectum, cioè a un rapporto causale con il prototipo o con l’originale; mentre il termine similitudo rimanda sempre a un donum e a una atto di amore libero e responsabile, ossia rimanda a un rapporto di grazia. Differenza che sarà utile tener presente per meglio comprendere alcune conseguenze del Cristo “glorificatore”.

c) L’imago Dei applicata a Cristo

La prima applicazione del termine imago è riservata a Cristo. Il non ritrovamento ancora dei Commentari della sacra Scrittura di Duns Scoto, durante il suo lungo periodo di tirocinante per raggiungere il titolo di magister regens, non permette di poter utilizzare dal vivo i suoi scritti, e orienta l’analisi sempre in chiave di “ricostruzione”. Per esperienza diretta, sembra non sia presente tra i suoi scritti neppure il titolo di imago Dei applicato esplicitamente a Cristo, per cui bisogna rifarsi sempre all’aspetto della metodologia generale e al concetto di imago generale sopra espressi.
Il significato dell’imago Dei in Cristo si realizza certamente nella “natura” e non nella “persona”. Il perché è ovvio. Il concetto di immagine richiama più ciò che unisce che ciò che divide. Difatti, può essere più o meno perfetta rispetto all’originale. Ora, per fede, si ammettono in Cristo due nature, quella divina e quella umana, e una sola persona, quella del Verbo. In forza delle tre divine persone, si afferma che nel mistero di Dio ci sono delle differenze, nel senso che il Padre non è il Figlio e il Figlio non è il Padre, così dello Spirito Santo. Mentre ciò che unisce le tre persone divine è l’identica e comune “natura”. E’ il concetto di natura allora che può comunicarsi o per generazione o per riproduzione, e non il concetto di persona che invece caratterizza e singolarizza una natura, e, quindi, è incomunicabile.
Altra caratteristica dell’imago Dei, secondo il testo paolino, è che essa rende “visibile” una realtà che per sua natura è invisibile, Dio. Il soggetto dell’immagine non può essere il Verbo perché, in quanto seconda persona della Trinità, è “invisibile” anche lui, perché Dio ugualmente. Bisogna intendere allora il Verbo “incarnato”, che, unito ipostaticamente alla “visibile” natura umana, rende visibile ciò che è invisibile. In questo modo, l’Invisibile diventa visibile non in sé e per sé, ma unicamente nell’Uomo-Cristo, ossia nel Verbo “incarnato”. E’ chiaro, quindi, che Dio «invisibile» si manifesta e parla all’uomo per mezzo della sua «Immagine» visibile, cioè del Verbo incarnato.
L’espressione imago Dei rigorosamente parlando si riferisce esclusivamente a Cristo, che è l’immagine perfetta e diretta di Dio. Da essa derivano tutte le altre immagini, che, perché derivanti, sono anche imperfette. Così negli esseri razionali come negli esseri irrazionali, a seconda del grado di vicinanza che hanno a Cristo stesso, unico Mediatore della loro esistenza. Si ha così la scala discendente dell’essere: Dio Cristo-Maria Angelo Uomo e Mondo. Negli esseri razionali si realizza il concetto dell’ imago imperfetta di Cristo; negli esseri irrazionali, il concetto di vestigium di Cristo. Così in tutta la creazione è assicurata la presenza di Cristo, dovuta al titolo di “unico Mediatore”, sia come vestigium sia come imago, che viene a costituire anche la scala per reditus ad Deum. Cristo, in quanto immagine perfetta diviene anche il prototipo non solo della creazione, ma anche fulcro della risalita all’originale, Dio. In questa risalita, per visibilia s’intende Cristo e non le cose create! E’ in Cristo e per Cristo che si sale a Dio: la via dell’immagine di Cristo è più sicura del vestigio, come nel testo ai Romani 1, 1-23, cristocentricamente letto.

d) L’imago Dei applicato all’uomo

Anche per l’applicazione all’uomo dell’espressione imago Dei, bisogna ricorrere alla metodologia generale per quanto riguarda l’antropologia, che è sempre un riflesso del cristocentrismo, perché in Duns Scoto non c’è esposizione sistematica di un problema, ma ricerca appassionata degli elementi che possono contribuire a risolverlo. E lungo questo sforzo, si trovano sparsi principi e asserti dottrinali, che costituiscono quelle regole di metodologia da non dimenticare nell’esporre e interpretare il suo pensiero.
In ordine al concetto dell’imago Dei bisogna tener presente più o meno quei principi che parlano della natura umana “prima del peccato” e quelli “dopo il peccato originale”. Dai riferimenti all’uno e all’altro stato della natura umana, si possono ricavare importanti indicazioni circa la stessa natura umana e la sua dignità. Certamente questi “principi” riguardano i valori intrinseci alla stessa natura, indipendentemente dal suo stato morale in cui si viene a trovare.
Eccone alcuni principali:
1) «a nessuna natura bisogna limitare la sua dignità, a meno che non sia evidente da qualche elemento della natura stessa» ;
2) «bisogna sempre porre la dignità della natura, quando non si può dimostrare la sua indegnità» ;
3) «a nessuna natura bisogna negare di avere la perfezione, se non appare evidente che è manchevole» ;
4) «Dio per sé non nega alla natura la causalità, che le può competere, anzi, oltre alla sua comunicazione, assiste la sua azione con le cause seconde» ;
5) «Benché Dio possa fare tutto e così facendo non distruggerebbe l’entità degli esseri ma li renderebbe quasi oziosi e inutili, tuttavia vuole per essi contribuire all’azione non solo per l’entità ma anche per la virtù attiva e propria; infatti non sottrae per sé agli esseri la loro perfezione, di cui sono capaci» ;
6) «Ogni essere diverso dall’Essere infinito è un essere per partecipazione, perché riceve una parte della sua entità, che egli possiede totalmente eperfettamente» ;
7) «nessuna creatura è parte di Dio, essendo Dio semplicissimo, ma ogni essere finito, in quanto inferiore all’Essere infinito, può essere detto sua parte, benché non sia secondo una certa proportione determinata che supera l’infinito» ;
8) «La creatura non è parte di Dio, quasi parzialmente, pur essendo un suo effetto o partecipato» ;
9) «La grazia supera la natura, perché la congiunge al fine come al bene soprannaturale e soprannaturalmente lo raggiunge per merito» ;
10) «i beni naturali rimangono integri nel peccatore» ;
11) «il peccatore non può distruggere qualcosa della sua natura» ;
12) «la natura non si consuma né nella dignità né in qualche sua parte. Difatti, nessuna natura [umana] creata può corrompere la sua intellettività o qualcosa di naturale in sé stessa; se potesse diminuirla, potrebbe anche distruggerla completamente» .
Una visione antropologica abbastanza essenziale si evince dall’insieme dei tesi citati. Emerge a tutto tondo l’identità della natura umana prima e dopo il peccato sia nella sua dignità sia nelle sue capacità naturali. E come la natura umana rimane integra in sé, dopo il peccato, così resta idonea anche al raggiungimento del fine generale verso Dio e verso il mondo. La “grazia”, infatti, non ha influenza diretta sull’esercizio naturale delle facoltà della natura umana, ma ha il compito di trasportarla dall’ordine naturale all’ordine soprannaturale. Essa «è una certa partecipazione di Dio» , e anche «la perfezione che principalmente rende conforme tutta l’anima a Dio» . Perdendo con il peccato questa “grazia” si toglie all’anima e all’uomo quella forma speciale, quell’entità che gli permette di raggiungere Dio e di conformarsi con Lui in modo soprannaturale. Questa forma speciale tecnicamente si chiama similitudo. Il peccato, quindi, toglie o diminuisce la similitudo dell’anima con Dio, che viene ristabilita con la grazia di Cristo , ma non ha influenza sull’imago, la cui natura e i suoi beni essenziali restano integri.
E questo perché anche il concetto di similitudo implica un concetto di grazia e non un rapporto causale , anzi si può definire come donum della libera volontà dello Spirito . «L’uomo, infatti, per sé, non è creato giusto, ma è stato creato giusto da Dio, altrimenti lontano da Dio sarebbe giusto!» , e potrebbe anche conoscere il suo fine ultimo, che, invece, «non può conoscerlo naturalmente e in modo distinto, senza una certa conoscenza soprannaturale» .
Di conseguenza, come si realizza il piano di glorificazione di Cristo?
Mediante due doni, quello dell’immortalità e quello della beatitudine, che sono essenziali all’uomo per raggiungere il suo fine. E tutti e due provengono dai meriti di Cristo, e, quindi, da lui donati liberamente e gratuitamente, e come tali sono anche soprannaturali. Il dono dell’”immortalità” viene detto tecnicamente gratis datum, “dato liberamente”, per indicare la sua esclusiva e assoluta donazione di Cristo; il dono della “beatitudine”, invece, gratum faciens , “che ti fa grato”, indica che tale dono ti rende grato e accetto davanti a Dio. Il dono dell’”immortalità” è fondamento e supporto al dono della “beatitudine” .
L’immagine, essendo un dono gratis datum, non è soggetta alla volontà della creatura, cioè né si può guadagnare né si può perdere. Tenendo presente che la sede dell’immagine è l’intelletto, e la sede della somiglianza la volontà, ne scaturisce che il dono dell’immagine rimane in sé sostanzialmente inalterato, mentre il dono della somiglianza è in continuo progresso in sintonia con il grado di virtù o di perfezione che l’uomo riesce a raggiungere. Come a dire: l’uomo è ad immagine e progredisce nella somiglianza; oppure: il dono dell’immagine è gratis datum, mentre il dono della somiglianza è gratum faciens. La vita eterna, perciò, abbraccia il binomio dell’immortalità e della beatitudine.
Su questa via ermeneutica scotiana e cristocentrica è in sintonia anche il concilio Vaticano II e la Teologia contemporanea, a testimonianza dell’attualità e della bontà del pensiero di Duns Scoto.

E - L’IMAGO DEI NEL VATICANO II

Per tutta la metà del XX secolo si è assistito a un progressivo recupero d’interesse nei confronti della teologia dell’imago Dei, grazie specialmente a un attento studio della Bibbia, dei Padri della Chiesa e dei grandi Teologi scolastici. Questa riscoperta, già ampiamente presente nei principali teologi preconciliari, ha avuto poi un nuovo slancio dallo stesso concilio Vaticano II, particolarmente nella costituzione pastorale della Gaudium et spes.
La prospettiva cristocentrica dell’imago Dei, è colta immediatamente dai testi «Cristo [...], proprio rivelando il mistero del Padre e del suo amore, svela anche pienamente l'uomo all'uomo e gli fa nota la sua altissima vocazione» ; «E’ in Cristo, “immagine del Dio invisibile” , che l'uomo è stato creato ad «immagine e somiglianza» del Creatore. È in Cristo, Redentore e Salvatore, che l'immagine divina, deformata nell'uomo dal primo peccato, è stata restaurata nella sua bellezza originale e nobilitata dalla grazia di Dio» .
A fondamento dell’insegnamento conciliare, quindi, c’è la determinazione cristostocentrica dell’immagine: è Cristo l’immagine del Dio invisibile , è Cristo l’uomo perfetto . Rivelatosi in modo liberissimo in Cristo, Dio ha creato l’uomo a immagine di Cristo, ed è lui a dare all’uomo una risposta agli interrogativi sul significato della vita e della morte .
Nel prosiego del testo, il Concilio sottolinea anche la struttura trinitaria dell’immagine: conformandosi a Cristo e attraverso i doni dello Spirito Santo , viene creato un uomo nuovo, capace di adempiere il comandamento nuovo . Sono i santi ad essere pienamente trasformati nell’immagine di Cristo ; in loro, Dio manifesta la sua presenza e la sua grazia come segno del suo regno. Partendo dalla dottrina dell’ imago Dei, il Concilio insegna che l’attività umana rispecchia la creatività divina che ne rappresenta il modello e che essa va orientata verso la giustizia e la comunione per promuovere la formazione di una sola famiglia nella quale tutti possano essere fratelli e sorelle .
Nella visione conciliare, l’imago Dei consiste nel fondamentale orientamento dell’uomo verso Dio, fondamento della dignità umana e dei diritti inalienabili della persona umana. Poiché ogni essere umano è un’immagine di Dio, nessuno può essere costretto a soggiacere a qualsiasi sistema o finalità di questo mondo. La signoria dell’uomo nel cosmo, la sua capacità di esistenza sociale, e la conoscenza di Dio e l’amore verso Dio sono tutti elementi che trovano le loro radici nel fatto che l’uomo è stato creato a immagine di Dio.
Il rinnovato interesse per l’imago Dei emerso dal concilio Vaticano II si riflette anche nella teologia, specialmente per dimostrare come l’imago Dei illumini le connessioni tra antropologia e cristologia. Le possibilità che Cristo apre all’uomo non significano la soppressione della realtà dell’uomo in quanto creatura, ma la sua trasformazione e realizzazione secondo l’immagine perfetta del Figlio incarnato.
Inoltre, congiuntamente a questa nuova comprensione del legame tra cristocentrismo e antropologia, emerge anche una maggiore comprensione del carattere dinamico dell’imago Dei, per riconoscere la verità che, alla luce della storia umana e dell’evoluzione della cultura umana, l’imago Dei può essere considerata, in un senso reale, ancora in divenire. E così si apre anche la connessione con la teologia morale. L’uomo, in questo modo, possiede una partecipazione alla legge divina, chiamata “legge naturale” che l’orienta verso il bene. L’imago Dei ha una dimensione non solo teleologica ma anche escatologica che definisce l’uomo come viator, orientato cioè verso la parousia, ossia verso il compimento del piano divino per l’universo. E tutto ciò nella prospettiva cristocentrica dell’imago Dei.
Piace aggiungere un pensiero del Ministro Generale che presenta Duns Scoto nella «prospettiva per una rinnovata teologia: una teologia che, come “scienza pratica”, per se stessa è regola dell’agire umano nella storia. Una teologia che non resta relegata nell’ambito speculativo, ma si fa norma della propria vita di fede. Compito ai nostri tempi sempre più profetico, se si considerano le odierne tendenze, alle quali non siamo estranei, di far convivere, separandoli, un esasperato razionalismo con una cieca ricerca del sacro, ma allo stesso tempo compito difficile a causa del processo di globalizzazione in atto, anche dal punto di vista culturale, che rischia di far scomparire le singole voci a favore di un pensiero egemone. Un pensiero che, purtroppo, spesso ci spinge alla superficialità, alla fretta e talvolta ad accettare acriticamente come buono tutto quello che viene presentato. Duns Scoto insegna invece la fatica di una fede intelligente, che scruta e cerca di penetrare nei misteri di Dio, disposta ad incamminarsi per sentieri impervi, certamente non ricchi di consolazioni facili ed immediate. Una fede che sgorga dall’amore di Dio per l’uomo, che in Gesù Cristo irrompe nella storia. Una fede che, nutrendosi di questo amore, non può non farsi essa stessa storia, concretezza, “prassi”. In questo senso Duns Scoto ha ben meritato l’appellativo di “Dottor sottile”, perché per percorrere una strada simile è necessaria molta cautela, o meglio, una sapiente opera di discernimento unita ad un’ardente passione, perché - scrive Francesco - solo «dov’è amore e sapienza, ivi non è timore né ignoranza» .

CONCLUSIONE

Piace concludere questo concetto dell’imago Dei nella prospettiva cristocentrica, con il riferimento alle mappe concettuali fondamentali dello Cristocentrismo : Predestinazione assoluta di Cristo, Cristo unico Mediatore, Cristo unico Redentore e Cristo unico Glorificatore, riprese a grandi linee anche dal concilio Vaticano II, che nella Gaudium et spes presenta i principali elementi dell’imago Dei. Famoso è il brano: «In realtà solamente nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell’uomo. Adamo, infatti, il primo uomo, era figura di quello futuro e cioè di Cristo Signore. Cristo, che è il nuovo Adamo, proprio rivelando il mistero del Padre e del suo amore, svela anche pienamente l’uomo all’uomo e gli fa nota la sua altissima vocazione. Nessuna meraviglia, quindi, che tutte le verità su esposte trovino in lui la loro sorgente e tocchino il loro vertice» .
Le origini dell’uomo vanno ricercate in Cristo: egli è stato creato «per mezzo di Cristo e in vista di Cristo» , e «in Cristo [che è] la vita […] e la luce che illumina ogni uomo che viene nel mondo ». Se è vero che l’uomo è stato creato ex nihilo, è anche possibile affermare che è creato dalla pienezza (ex plenitudine) di Cristo stesso, che è al tempo stesso creatore, mediatore e fine dell’uomo. Il Padre ci ha destinati ad essere suoi figli e «a essere conformi all’immagine del Figlio suo [incarnato], perché egli sia il primogenito tra molti fratelli» . Che cosa significhi essere stati creati a imago Dei ci viene quindi pienamente svelato soltanto nell’imago Christi. In lui troviamo la totale ricettività del Padre che dovrebbe caratterizzare la nostra stessa esistenza, l’apertura all’altro in un atteggiamento di servizio che dovrebbe caratterizzare le relazioni con i nostri fratelli e sorelle in Cristo, e la misericordia e l’amore per l’altro che Cristo, in quanto immagine del Padre, mostra nei nostri riguardi.
Proprio come le origini dell’uomo vanno ricercate in Cristo, così anche la sua finalità. L’uomo è orientato verso il regno di Dio come a un futuro assoluto, il compimento dell’esistenza umana. Poiché «tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui» , trovano in lui la loro direzione e il loro destino. La volontà di Dio, che Cristo sia la pienezza dell’uomo, trova anche la sua realizzazione escatologica. Lo Spirito Santo porterà a compimento la configurazione ultima delle persone umane secondo Cristo alla risurrezione dei morti, ma già oggi gli esseri umani partecipano a questa somiglianza escatologica a Cristo qui su questa Terra, nel mezzo del tempo e della storia. Attraverso le fasi della Predestinazione-Mediatore-Redentore-Glorificatore, l’eschaton di Cristo è già qui; e che, attraverso l’azione silenziosa dello Spirito Santo in tutti gli esseri umani di buona volontà, li trasfigura e li divinizza consegnando tutto nelle mani di Dio: omnia a Deo per Christum et omnia ad Deum per Christum .


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