”IMMAGINE
E SOMIGLIANZA DI DIO”
NELLA PROSPETTIVA CRISTOCENTRICA
DI DUNS SCOTO
Giovanni Lauriola ofm
Premessa
Lo sviluppo delle conoscenze scientifiche e delle
capacità tecnologiche nell’epoca moderna
ha portato notevoli vantaggi al genere umano, ma pone
anche difficili sfide, specialmente in ordine alla
comprensione dell’essere umano, del mondo e
di Dio stesso. Nella storia si sono avvicendate diverse
letture dell’essere, che spaziano dal banale
quotidiano al complesso divino, attraverso differenti
concezioni di piani dell’essere e dell’uomo.
Anche la teologia ha le sue piste preferenziali di
letture dell’essere, dell’uomo e di Dio,
a seconda del rapporto che instaura tra l’uomo
e Dio nella mediazione di Cristo. In virtù
dello spessore dato al Cristo “Mediatore”
si hanno due principali interpretazioni: quella teocentrica
e quella cristocentrica. L’una considera e interpreta
la mediazione di Cristo in modo relativo o antropologico,
l’altra, invece, in modo assoluto o cristocentrico.
Fuori metafora, la visione teocentrica vede l’Incarnazione
in funzione della Redenzione, mentre quella cristocentrica
vede l’Incarnazione sganciata dalla Redenzione,
che, a sua volta, è considerata come un “dono”
di Cristo.
La dottrina del primato assoluto di Cristo, il cristocentrismo
assoluto, getta nuova luce sull’essere, sull’uomo
e su Dio. Costituisce la chiave ermeneutica privilegiata
nell’interpretare la storia della salvezza o
l’intero disegno divino descritto nei testi
sacri e interpretato dalla tadizione, dal magistero
e dalla teologia, insieme a tutte le discipline umane.
Come tale diviene non solo la “perla”
preziosa del vangelo per la nuova evangelizzazione
e anche il soggetto qualificato per rispondere alla
sfide dell’uomo moderno, che ha bisogno di diventare
adulto e maturo anche in teologia.
Il presente articolo, attraverso una serena meditazione
sul concetto dell’imago Dei in prospettiva cristocentrica,
secondo il fondatore e assertore della dottrina del
cristocentrismo assoluto, Giovanni Dun Scoto, si presenta
pur nei suoi limiti come tentativo per orientare la
riflessione sul significato dell’esistenza umana,
del mondo e di Dio, e, quindi anche sulle sfide moderne.
L’esposizione segue ovviamente la via sistematica
e non quella cronologica, proprio in considerazione
della più sicura ermeneutica che vuole l’A.T.
letto alla luce del N.T. e i passi sicuramente espliciti
guida a quelli meno espliciti, ecc. Pertanto, dopo
una breve analisi dell’imago Dei nella Scrittura,
nella Tradizione e nel Magistero, si espone il significato
essenziale del Cristocentrismo come sintesi dottrinale
dell’indagine.
A - IL CONCETTO
DI IMAGO DEI NELLA SCRITTURA
La verità che l’uomo
sia stato creata a immagine di Dio appartiene al cuore
della rivelazione cristiana. I Padri della Chiesa
e i grandi Teologi scolastici hanno riconosciuto tale
verità e ne hanno esposte le implicazioni di
massima, secondo le rispettive concezioni teologiche.
Nonostante che questa verità, pur nella diversità
interpretativa, sia stata messa in discussione da
alcuni pensatori moderni, oggi si è concordi
con il Magistero ufficiale nel riscoprire e riaffermare
la dottrina dell’imago Dei, specialmente nella
dimensione più cristocentrica che teocentrica.
I. L’imago
Dei nella Scrittura
1. L’imago
Dei nell’A.T.
La quasi totalità degli esegeti
contemporanei riconosce la centralità del tema
dell’imago Dei nella rivelazione biblica , tanto
da essere considerato come la chiave per una comprensione
biblica della natura umana e per tutte le affermazioni
di antropologia biblica nell’Antico come nel
Nuovo Testamento. Per la Bibbia, l’imago Dei
costituisce quasi una definizione dell’uomo:
il mistero dell’uomo non può essere compreso
separatamente dal mistero di Dio. Prima dell’analisi
biblica del termine, sembra utile accennare all’origine
e al significato dello stesso termine imago.
a) Origine
e significato di imago
Il termine imago deriva dal greco
eikon (da eikun = essere analogo, somigliante, sembrare)
e significa immagine. Ha diversi sensi: uno indica
l’immagine figurata come il dipinto, la statua
o l’icona numismatica, oppure l’immagine
figurata, come il riflesso speculare, l’illusione
ottica; un altro indica l’immagine ideale, la
similitudine, la somiglianza, secondo il concetto
dell’idea di Platone; e un altro ancora, la
riproduzione, l’immagine vivente, nel senso
di copia, incarnazione, manifestazione.
Il concetto di imago Dei nel veterotestamento
è riferito sempre e unicamente a all’uomo
creato. Mentre nel vicino Oriente il concetto dell’imago
Dei riflette il pensiero, secondo cui solo il re era
immagine di Dio sulla terra, l’interpretazione
biblica invece lo estende a tutti gli uomini. La differenza
biblica si estende anche al fine cui è riservata
l’imago Dei, cioè verso la coltivazione
e al dominio della terra , e non verso il culto degli
dèi. Il culto viene più direttamente
collegato con la coltivazione, perché nel il
testo sacro l’attività umana dei sei
giorni della settimana è ordinata al sabato,
un giorno di benedizione e di santificazione.
I testi del concetto di imago Dei nell’A.T.
in tutto ne sono 6. Il racconto della creazione della
Genesi mette in evidenza come l’uomo non sia
stato creato direttamente da Dio:«Facciamo l’uomo
a nostra immagine e nostra somiglianza» ; a
cui segue quello della famiglia: «Dio creò
l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo
creò; maschio e femmina li creò»
; e nel nuovo ordine dopo il diluvio viene riaffermato
l’origine dell’uomo che no deve spargere
il sangue del suo simile «perché a immagine
di Dio Egli ha fatto l’uomo» . Nei due
testi sapienziali , il concetto dell’imago Dei
viene collegato direttamente al fine stesso dell’imago,
cioè uno all’immortalità, ossia
al fine finale cui è orientata la stessa immagine,
che come tale la somiglianza con Dio non può
essere concepita in modo statico bensì dinamico
e in evoluzione; e l’altro al fine immediato
del dominio delle cose e degli animali.
Quale il significato profondo del termine “immagine”?
Il contesto immediato del racconto riguarda certamente
l’atto della creazione diretta dell’uomo
da Dio stesso, anche se il linguaggio risente della
cultura e dell’ambiente orientale, e, quindi,
la sua interpretazione deve rispettare tali riferimenti
storici. Pertanto, dal testo risulta che l’”immagine
e somiglianza” è certamente di partecipazione
e non di natura, perché la differenza tra il
Creatore e la creatura è abissale, qualitativa
e ontologica. Allora, l’immagine e somiglianza
con Dio non consiste nella ‘personalità’
dell’uomo o nella ‘libertà dell’io’,
e neppure nella ‘dignità dell’uomo’
o nel ‘libero uso delle facoltà morali’,
bensì nel fatto sic et simpliciter che la natura
umana non proviene dal basso, ma dall’alto ed
è imparentata con il mondo divino.
I pochi passi paralleli convalidano tale intepretazione,
nel senso non è possibile una lettura in chiave
esclusivamente fisica o spirituale del testo del Genesi
. Nel primo testo parallelo , si parla di Seth come
generato in tutto a immagine e somiglianza di Adamo.
L’importanza del passo è questo: presenta
l’immagine e somiglianza come un dato attuale
e valido per tutte le generazioni, e quindi appartiene
alla natura umana. Difatti, il versetto 3 presuppone
una una somiglianza “fisica” con Dio che
si trasmette di generazione in generazione. Senso
convalidato anche da Genesi 9, 6, che vieta l’omicidio,
motivandolo con la somiglianza fra l’uomo e
Dio. Anche dal secondo testo parallelo, il Salmo ,
non è possibile ricavare una lettura della
somiglianza esclusivamente come connotato fisico o
spirituale, perché è detto che l’uomo
è poco al di sotto di Dio, che l’ha coronato
di gloria i di onore.
Da questi testi e relativi contesti non si può
con certezza e precisione desumere il significato
tecnico della somiglianza fra l’uomo e il suo
Creatore. E’ facile pensare come l’ineffabilità
dell’Essere divino contribuisca a stendere un
certo velo sul mistero stesso della creazione, pur
affermando apertamente la dipendenza nell’essere
della natura umana che resta comunque strettamente
imparentata con Dio, anche se di una parentela partecipata
e non di uguaglianza nella natura, come invece si
dirà di Cristo.
Se qualche dubbio resta nella determinazione esatta
della natura dell somiglianza, non c’è
alcun dubbio invece circa il fine cui è predisposta
la somiglianza fra l’uomo e Dio. Lo scopo della
somiglianza viene espressa direttamente con una proposizione
finale, cioè di dominare le creature . Il racconto
si presenta straordinariamente drastico nel presentare
l’insieme del creato come affidato all’uomo
e bisognosa del suo dominio come principio ordinatore.
Nell’ambito del suo dominio, quindi, l’uomo
è un “mandatario” di Dio, chiamato
a esercitare la sovranità e le prerogative
di lui nel mondo. Interpretazione che trova riscontro
anche nel passo del Salmo 8, che riconnette il dominio
dell’uomo sulle creature con la sua imamgine
con Dio. Non diversamente anche il testo del Siracide
.
Da questi testi si può anche ricavare il concetto
che l’uomo possa perdere l’originaria
somiglianza con Dio? Nel mondo dell’A.T. l’idea
della perdita della somiglianza è praticamente
sconosciuta. Tuttavia, già dal testo della
generazione di Seth, e dalla costante riduzione della
vita dei patriarchi antidiluviani, che teologicamente
letta, non può che avvallare l’ ipotesi
del decadere della potenza e della fisionomia conferite
all’uomo da Dio. In breve si può ritenere
che la somiglianza con Dio si può indebolire
o perdere addirittura in proporzione al distacco pratico
o morale con Dio.
b) Il concetto
di imago Dei nel giudaismo
A differenza di Filone, la primitiva
teologica rabbinica non ha mai messo in discussione
la dottrina della somiglianza fra l’uomo e Dio,
anzi non costituisce neppure un problema. Il vero
problema esegetico di Genesi 1, 26s e di Genesi 2,
7 è costituito dall’enigmatico plurale
“Facciamo l’uomo a nostra immagine e somiglianza”e
non dalla somiglianza tra l’uomo e Dio. Per
cui si assiste a una pluralità di ipotesi nell’interpretare
quel plurale. Tra le interpretazioni più comuni
si ricordano quelle che identificano il “noi”come
una specie di consultazione di Dio o con il suo ‘cuore’,
o con gli ‘angeli’, o con la ‘Torà’
oppure con ‘cielo e terra”.
Per quanto riguarda la conservazione o la perdita
della somiglianza con Dio, i rabbini la fanno dipendere
dal comportamento morale del singolo e dalla sua maggiore
o minore osservanza della Torà. Essere simili
a Dio, quindi, viene a significare essere degni di
Dio. La riduzione della somiglianza in senso etico
deriva dal fatto che nei rabbini manca la tendenza
alla speculazione. Difatti, non appena il mondo ebraico
viene a contatto con il mondo ellenistico le cose
cominaciano a prendere un’altra strada, come
in Filone.
c) Il concetto
di imago Dei in Filone d’Alessandria
Dietro l’influsso del pensiero
greco, si comincia a pensare la somiglianza divina
come una realtà metafisica e a indagarne la
natura e le caratteristiche. Le prime risposte sono
già presenti in Sapienza 2, 23s, dove viene
determinato il fine della somiglianza nell’immortalità,
essendo l’uomo creato a «immagine della
natura divina», e come tale dono è stato
sottratto «per l’invidia del diavolo»
, che può essere identificato soltanto con
il peccato. Ma è specialmente in Filone d’Alessandria
(30 a.C.-50 d.C.), sotto l’influenza del pitagorismo,
che il concetto di imago Dei viene interpretato in
vari modi.
Dopo aver identificato pitagoricamente l’eikon
con il numero sette e anche con l’uno, Filone,
in base alla sua antropologia - che prevede tre parti
costitutive dell'uomo: materia, intelletto (mente/anima),
spirito, di cui solo lo spirito è immortale,
in quanto infuso direttamene da Dio - introduce la
triplice distinzione per determinare l’eikon
theu: l’immagine come prototipo,l’immagine
come immagine del prototipo e l’immagine come
riflesso del prototipo. Questa distinzione è
molto importante per determinare il senso dell’uomo
come imago Dei. La vera immagine di Dio è il
prototipo, o uomo vero e autentico o celeste o logos,
onde la facile identificazione con Cristo anche se
con profonda cautela. L’uomo terrestre è
l’immagine del prototipo, che si concretizza
nella parte spirituale dell’essere umano, mentre
la domensione corporea dell’uomo è semplicemnte
riflesso del prototipo, e questo in considerazione
che Dio non ha corpo e quindi non può essere
simile. E secondo l’antropologia filoniana l’uomo
celeste non è soggetto alla morte, a differenza
di quello terrestre che è stato tartto dalla
polvere.
Per Filone il prototipo è il Logos, ossia il
« luogo » delle Idee di Platone, in quanto
è 1'« esemplare » di tutte le cose;
ed è anche la forza, l’ anima, che è
ora in tutte le cose per farle essere quello che sono,
per farle vivere e mantenere unite tra di loro: «Egli
è il legame dell'universo, egli ne conserva
tutte le parti e impedisce che si dissolvano».
Il Logos è mediatore tra Dio e l'uomo e il
mondo, ma non è creatore, è un essere
divino, ma non è Dio. E’ vero che Filone,
prendendo spunti sia da Platone che dal Primo Testamento,
parla a volte del Logos come di una Persona in Dio,
come la « Parola di Dio » (analogamente
a quanto aveva fatto il libro della Sapienza) che
è intermediaria tra Dio e l'uomo, adombrando
quasi il mistero delle Persone divine. Il Logos di
Filone supera l'abisso infinito che separa Dio dal
mondo, è la vera immagine di Dio, l' esemplare
eterno di tutto ciò che è stato creato,
è la vita che permette a tutto ciò che
è di essere, ed è la via che permette
all'uomo di elevarsi fino a Dio. Eppure, nonostante
le apparenti somiglianze, grande è la differenza
con il Logos giovanneo, e la dottrina di Filone sul
Logos rimane quanto mai ambigua e anche contraddittoria
.
II. L’imago
Dei nel N.T.
1. Il termine
imago in genere
Nel N.T., l’uso del termine
eikon o imago è poverissimo, e i pochi casi
in cui viene utilizzato indica l’effigie dell’imperatore
sulla moneta ; o l’immagine della bestia , o
anche immagini-statue di dèi che parlano e
si muovono . In tutti questi casi generici, il termine
imago nono si riferisce né all’uomo né
a Cristo. Interessante è l’uso del termine
in Ebrei 10,1, dove viene accentuata la netta contrapposizione
tra l’eikon o immagine o prototipo o essenza
della realtà e la sua skià o ombra .
Lo stesso schema di contrapposizione si può
rilevare in Romani 1, 23, dove si dice che gli uomini,
ossia i pagani, hanno scambiato la gloria di Dio con
la somiglianza e l’immagine dell’uomo
effimero. Il termine somiglianza traduce il greco
omoìomia che vuol dire anche immagine ma immagine
del prototipo, mentre l’eikon designa l’immagine
come prototipo o la stessa realtà rappresentata
e la sua figura. I pagani, quindi, secondo Paolo,
hanno scambiato l’eikon, il prototipo, l’originale
con la sua figura umana e animale.
2. L’imago
Dei applicata a Cristo
I testi principali dell’uso
del termine eikon tho theu riferito a Cristo appartengono
due a Paolo e due a Giovanni, e in tutti e quattro
l’accento è posto sull’identità
perfetta fra l’eikon e il prototipo, cioè
tra Cristo e Dio. I passi paolini sono Colossesi 1,
15 e 2Cor 4,4, che entrambi recitano «Cristo
è l’immagine di Dio» . Cristo è
definito, perciò, in greco con l’eikon
tho theu, e in latino con l’imago Dei, per esprimere
la perfetta identità tra i due termini, tra
l’immagine e la realtà, tra Cristo e
Dio. Definizione che coincide con il significato dei
passi giovannei: «chi ha visto me, ha visto
il Padre» , e «chi vede me, vede colui
che mi ha mandato» , che esprimono ugualmente
la perfetta identità di natura tra il Cristo
e il Padre.
Questi testi paolini aiutano a interpretare Genesi
1, 27 in chiave cristocentrica, specialmente se vengono
accostati con il testo di 1Corinti 15, 45s, dove Cristo
è presentato come il nuovo Adamo, cioè
il vero uomo, l’uomo autentico. Il parallelo
con Filone sembra ovvio: dove l’alessandrino
vede il logos, Paolo vede Cristo, entrambi sembrano
riferirsi all’uomo celeste, anche se le differenze
di fondo restano sempre. L’insegnamento paolino,
a primo acchito, sembra voler dire che Cristo è
dato come immagine di Dio, affinché riveli
il volere divino.
L’interpretazione teologica dei testi di Paolo
è differente a seconda del significato che
si attribuisce al nome “Cristo”: nella
concezione teocentrica prevale il senso di Figlio,
seconda persona della Trinità; nella concezione
cristocentrica invece quella di Figlio Incarnato.
Per lo scrivente la questione è solo di posizione.
A rendere ancora più chiara la dottrina dell’indentità
di natura tra l’imagoDei e Dio stesso, è
utile discutere un attimo il testo di Giovanni, dove
i giudei rimproverano a Gesù di farsi uguale
a Dio: «I Giudei cercavano ancor più
di ucciderlo, perché... chiamava Dio suo Padre,
facendosi uguale -ìson - a Dio» . Il
“rimprovero” a Gesù da parte dei
giudei si fonda su due motivi fondamentali: l’uno
perché Gesù pone l’accento nel
dire «il mio Padre», ma anche e soprattutto
perché Gesù si colloca sullo stesso
piano di Dio, con il quale equipara le sue azioni,
cioè si dichiara uguale in natura a Dio.
Si potrebbe osservare: Gesù non ha mai detto
esplicitamente di essere uguale a Dio, anzi spesso
ha sottolineato che «il Padre è più
grande di me» .
E’ vero, nei testi sacri non risulta che Gesù
abbia personalmente pronunciato la sua identità
o uguaglianza con Dio. Lo ha fatto solo indirettamente.
Questo, però, non significa che Gesù
non abbia ammesso la sua uguaglianza con Dio. Certo,
Gesù a volte sembra spostare l’attenzione
della diretta uguaglianza, affermandola in modo indiretto,
come quando dice: «ciò che egli [Dio]
fa, anche il Figlio lo fa ugualmente» . Per
Giovanni, quindi, non c’è alcun dubbio
che Gesù è totalmente sottomesso al
Padre e totalmente uguale a Dio: «Il Padre mio
è più grande di tutti... Io e il Padre
siamo una cosa sola» . E causa di questa dichiarazione,
i Giudei incalzano contro Gesù: «ti vogliamo
lapidare... perché... tu che sei uomo, ti fai
Dio» . E così via...
In breve, si può ritenere che il testo giovanneo
non indica accostamento né identità,
ma indica fortemente l’uguaglianza di dignità,
di volontà e di natura, come sarà in
seguito espresso dal termine omoousios.
Un altro testo, tanto famoso quanto difficile, per
cogliere il senso autentico dell’uguaglianza
di natura tra Cristo e Dio, è certamente quello
paolino ai Filippesi: «Cristo Gesù, pur
essendo di natura divina, non considerò un
tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio, ma splogliò
se stesso assumendo la condizione di servo»
. L’espressione chiave dell’intero versetto
è sicuramente «Cristo è uguale
a Dio - einai isa Theo- esse se aequalem Deo».
Questa uguaglianza con Dio costituisce per Cristo
un possesso irrinunciabile e inalienabile, perché
non solo è il punto di partenza del suo cammino,
ma anche il punto di arrivo, come concludono i versetti
seguenti: «Per questo Dio l’ha esaltato...
perché nel nome di Gesù... e ogni lingua
proclami che Gesù Cristo è il Signore,
a gloria di Dio Padre» .
Proprio di questa sua uguaglianza con Dio, Cristo
non ne profittò conservando il suo modo d’essere
divino, anzi se ne privò, per un certo tempo,
assumendo la forma del servo del Signore - ebed jhwh,
proprio lui che è il Signore- jhwh. Per Paolo
e Giovanni, quindi, essere uguale a Dio significa
essere Signore - kyrios.
3. L’imago
Dei applicata all’uomo
Molto più semplice sembra
interpretare i pochi testi paolini dell’imago
Dei applicata genericamente all’uomo. Il testo
più esplicito sembra 1Cor 11, 7: «...
l’uomo è immagine e gloria di Dio».
Una lettura più attenta al contesto e al termine
utilizzato nel testo greco e in quello latino, ci
si accorge che le cose non sono poi tanto chiare e
sicure. Difatti, il contesto parla dell’ordine
da tenere nelle assemblee, dove ognuno ha la sua specifica
funzione e responsabilità. Nel disciplinare
un ordine interno alla stessa assemblea da osservare,
Paolo dal versetto 3 instaura una speciale scala di
precedenza e di compiti o responsabilità. E
da buon credente stabilisce il seguente ordine gerarchico:
Dio-Cristo-uomo-donna. Ogni membro è “capo”
-eikon - del successivo, e chi viene dopo è”riflesso”
-doxa - del precedente. In questo modo: Dio è
capo di Cristo, e Cristo è la gloria di Dio;
Cristo è capo dell’uomo, e l’uomo
è la gloria di Cristo; l’uomo è
capo della donna e la donna è la gloria dell’uomo.
Questa qualifica di “capo” non comporta
né dal testo né tantomeno dal contesto,
nessuna forma di preferenza sull’altro, ma indica
soltanto un compito diverso e una resposabilità
specifica dei membri che devono osservare nelle assemblee.
Se poi si pone attenzione ai termini utilizzati da
Paolo sia nel verso 3 che nel verso 7, ci sia accorge
che il senso italiano di “uomo” non è
così scontato, anzi non rende proprio il pensiero
dell’Autore. Difatti, il termine greco aner
e quello latino vir indicano il concetto di un uomo
eccezionale, coraggioso, eroico...che filonianamente
si può anche indicare con celeste. Comunque
non è il semplice uomo “comune”,
per il quale le due lingue classiche utilizzano i
termini di androphos e di homo.
Se Paolo, quindi, usa il termine aner o vir vuol dire
che annette una particolare attenzione a questo tipo
di “uomo”, che nessuno vieta che tenga
presente addirittura l’uomo perfetto di Cristo,
nel senso «l’uomo che è immagine
e gloria di Dio» è l’uomo cristico
o cristificato, perché il vero uomo è
quello che si cristifica. Solo unito a all’uomo-Cristo
l’uomo può dirsi non solo immagine ma
anche gloria di Dio, perché solo Cristo è
la vera eikon thu theu.
Una conferma a questa cristologica interpretazione
viene direttamente dallo stesso Paolo che specialmente
al v. 44-45 del capitolo 15 della medesima lettera
scrive: «Se c’è un corpo animale,
vi è anche un corpo spirituale, poiché
sta scritto che il primo uomo - androphos- Adamo,
divenne un essere vivente, ma l’ultimo - eschatos
- Adamo divenne spirito datore di vita - pneuma zoopoiun»
. L’ultimo Adamo, Cristo, è chiamato
col nome di eschaton, che in tanti testi sacri fa
coppia con principium e alpha, che apertamente indicano
Cristo. Se a tutto questo si volesse aggiungere anche
il precedente v. 22: «e come tutti muoiono in
Adamo, così tutti riceveranno la vita in Cristo»
, allora il quadro non può essere che chiaramente
cristocentrico, perché Cristo è datore
di vita zoopoiethesontai, come dirà al v. 45:
zoopoiun.
L’interpretazione cristocentrica dei testi paolini
sono in perfetta armonia con i testi giovannei che
presentano il Cristo non solo come causa di vita ma
come la vita stessa. Ecco alcuni testi dove Cristo
è presentato come causa di vita: «...anche
il Figlio [incarnato] dà la vita a chi vuole»
; «Ma voi non volete venire a me per avere la
vita» ; «il pane di Dio è colui
che discende dal cielo e dà la vita al mondo»
; «e il pane che io darò è la
mia carne per la vita del mondo» ; «chi
segue me... avrà la luce della vita»
; «io sono venuto perché abbiano la vita
el’abbiano in abbondanza» ; «Io
do loro la vita eterna...» ; «chi crede
in me, anche se muore, vivrà...» ; «E
io so che il mio comandamento è vita eterna»
; «senza di me non potete far nulla [per la
vita eterna]» ; «perché crediate
che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio
e perché, credendoabbiate la vita nel suo nome»
; «...perché noi avessimo la vita per
lui [Cristo]» .
Ecco invece dove Cristo è identificato con
la vita stessa: «In lui [Cristo] era la vita
e la vita era la luce degli uomini» ; «Io
sono il pane della vita...» ; «Io sono
la via, la verità e la vita» ; «Io
vivo e voi vivrete» ; «la vita si è
fatta visibile...» ; «Dio ci ha dato la
vita e questa vit è nel suo Figlio [incarnato].
Chi ama il Figlio ha la vita, chi non ha il Figlio
di Dio [Gesù], non ha la vita» .
Senza produrre altri testi, di cui il N.T. è
ricco, penso sia anche superfluo addurre riflessioni
teologiche del caso per dimostrare l’abbondanza
della prospettiva cristocentrica del concetto di imago
Dei. Direttamente, quindi, solo Cristo è vera
imago Dei, l’uomo invece lo indirettamente in
Cristo, per cui è l’immagine dell’immagine
di Dio, in quanto è imago Christi, secondo
la conclusione teologica di Duns Scoto.
Difatti, l’immagine perfetta di Dio è
Cristo stesso, l’uomo dev’essere a lui
conformato per diventare figlio del Padre attraverso
la potenza dello Spirito Santo . Effettivamente per
«conformarsi» all’imago Dei, è
necessario che l’uomo partecipi attivamente
alla sua trasformazione secondo il modello autentico
dell’imago, Cristo, che, essendo «tutto
in tutti» , manifesta la propria identità
tramite il movimento storico dalla sua Incarnazione
alla sua gloria. Secondo questo modello cristico,
che manifesta la sua signoria sul peccato e sulla
morte attraverso la Passione e la Risurrezione, l’immagine
di Dio in ogni uomo è costituita dal suo stesso
percorso storico che parte dalla creazione, passando
per la conversione dal peccato, fino alla salvezza
e al suo compimento. Così ogni uomo consegue
la propria signoria attraverso Cristo nello Spirito
Santo - non soltanto una sovranità sulla Terra
e sul regno animale, come affermato dall’A.T.,
ma principalmente sul peccato e sulla morte.
Secondo il N.T., questa trasformazione nell’imago
Christi si attua attraverso i sacramenti, innanzitutto
come effetto dell’illuminazione del messaggio
di Cristo e del battesimo . La comunione con Cristo
deriva dalla fede in lui e dal battesimo, attraverso
il quale si muore all’uomo vecchio tramite Cristo
e ci si riveste dell’uomo nuovo . La Penitenza,
l’Eucaristia e gli altri sacramenti ci confermano
e ci rafforzano in questa trasformazione radicale,
che avviene secondo il modello della Passione, Morte
e Risurrezione di Cristo. Creato a immagine di Cristo
e perfezionato per la potenza dello Spirito Santo
nei sacramenti, l’uomo entra effettivamente
nel disegno d’amore di Dio.
B- IL CONCETTO
DELL’ IMAGO DEI NELLA TRADIZIONE
Come la dottrina dell’uomo
imago Dei costituisce un elemento fondamentale dell’antropologia
biblica, così lo è anche per la tradizione
patristica, che non ha avuto a disposizione il testo
in lingua ebraica, cioè i vocaboli tselem e
demuth, ma nella traduzione greca dei LXX con eikon
e homoiosin, tradotti poi in latino, con imago e similitudo.
L’osservazione testuale vale sia per i due racconti
della creazione . Si ricordi inoltre che dai Padri,
come norma ermeneutica generale, 1’A.T. viene
letto alla luce del N.T. e quindi in parallelo con
i testi paolini .
La maggior parte dei rappresentanti della tradizione
non ha aderito pienamente alla visione biblica che
identificava l’immagine con la totalità
dell’uomo, cioè prendeva come sinonimi
i due termini imago e similitudo; altri invece ne
hanno distinto il significato attraverso una più
capillare speculazione dovuta all’influsso del
pensiero greco. Così, si può comunemente
dividere la fase patristica dell’interpretazione
dell’espressione imago Dei in due scuole di
esegesi, quella dell’unità identificativa
con a capo Melitone e quella della differenza qualitativa,
con a capo Ireneo.
Nell’esemplificazione della ricerca, si può
dire che i Padri si domandano: dove si colloca l’imago
Dei nell’uomo? Nell’anima e nel corpo,
o nella sola anima?
Si è nel cuore dell’antropologia patristica,
il cui sviluppo specifico è segnato certamente
dalla distinzione introdotta da Ireneo tra imago e
similitudo, secondo la quale l’imago denota
una partecipazione ontologica (methexis) e similitudo
(mimesis) una trasformazione morale . Secondo Tertulliano,
Dio ha creato l’uomo a sua immagine e gli ha
trasfuso il suo soffio vitale in quanto sua somiglianza.
Mentre l’immagine non potrà mai essere
distrutta, la somiglianza può essere perduta
tramite il peccato .
Agostino non ha fatto sua questa distinzione, ma ha
presentato una versione più personalistica,
psicologica ed esistenziale dell’imago Dei.
Per lui, l’imago Dei nell’uomo ha una
struttura trinitaria, che si riflette nella struttura
tripartita dell’anima umana (spirito, coscienza
di sé e amore) o nei tre aspetti della psiche
(memoria, intelligenza e volontà). Secondo
Agostino, l’immagine di Dio nell’uomo
lo orienta verso Dio nell’invocazione, nella
conoscenza e nell’amore .
Così, nei primi secoli, si sono formate e sviluppate
scuole diverse di esegesi di onorme importanza, che
comunemente prendono nome dal luogo geografico, come
per es. Antiochia in Asia minore e Alessandria in
Egitto; e anche dalla lingua utilizzata, così
si distinguono in Padri greci e in Padri latini.
1. La patristica
greca
L'incontro del cristianesimo con
la cultura greca ha significato per certi versi l'inserimento
della novità cristiana nel seno di una cultura
matura e detentrice di un "pensiero forte".
Compito dei Padri fu quello di assimilare quel pensiero
vagliandolo criticamente al fine di renderlo adatto
al servizio della fede. Le prime sintesi si hanno
agli inizi del III sec., quando nascono le prime scuole
ad Alessandria e ad Antiochia
Per quanto riguarda l’antropologia, esiste un
buon filone teologico fondato sulla rivelazione di
un Dio personale che crea l’uomo secondo la
sua immagine e somiglianza. Questa conoscenza di se
stesso può essere considerata da diversi punti
di vista. Già Filone di Alessandria insiste
sul fatto che la conoscenza di sé deve essere
morale, cioè con lo scopo di migliorare la
propria vita, e nello stesso tempo anagogica, cioè
partire dalla conoscenza di sé per arrivare
alla conoscenza di Dio. Nella tradizione patristica
greca s’incontrano ambedue gli aspetti nelle
due diverse scuole.
1) La scuola
di Antiochia
Le origine della scuola di Antiochia
si fanno risalire a Melitone (II sec.), vescovo di
Sardi, nella Asia minore, alla cui chiesa è
stata indirizzata anche una lettera dall’angelo
dell’Apocalisse . Le notizie dirette su Melitone
sono scarse, quelle indirette lo sono meno. Origene,
per es., nella sua polemica contro gli autori asiatici,
cita spesso Melitone, specialmente contro gli “antropomorfiti”,
che affermavano che l’imago Dei si riferiva
al corpo di Adamo e , quindi, dell’uomo.
L’interesse di Melitone è importante
per l’antropologia biblica, perché in
lui appare 1’identità del plasma e dell’eikón,
ovvero dell’unità dell’uomo. L’imago
Dei riguarda l’unità dell’uomo
e non una sua specifica parte, l’anima o il
corpo. L’idea di Melitone, sarà continuata
da Teofilo, Ireneo, Tertulliano e altri della scuola
detta di Antiochia, dal suo primo e grande autore
Teofilo d’Atiochia (I-II sec.), resa famosa
specialmente dal martire Ireneo (II sec.).
Sulla scia di Melitone, Ireneo difende innanzitutto
l’unità dell’uomo. E la rivendica
sia nei confronti di Dio, come creatore del mondo
e Padre del Verbo, e sia contro gli avversari eretici.
Rifacendosi alla tripartizione paolina del composto
umano «spirito, anima e corpo» , afferma
che l’uomo completo non si riduce a nessuno
di questi costitutivi, separatamente presi, ma dalla
loro unione. E motiva la sua affermazione in chiave
soteorologica, in quanto oggetto della salvezza è
l’uomo totale. Non tre uomini, ma un solo uomo.
Di fronte al predominio eccessivo del nous o pneuma,
e al pessimismo ontologico nei riguardi del corpo
come fonte del male propugnato dagli gnostici, Ireneo
afferma vigorosamente il primato del corpo a tal punto
da dire che l’uomo è principalmente sarx,
plasma. Alla visione discendente di tipo platonico,
propria degli gnostici, secondo cui il corporeo sta
al termine di una caduta e l’uomo è uno
spirito che scopre la sua prigione e la sua degradazione
nel vestito di carne, Ireneo oppone la visione ascendente
e progressiva della carne fino alle altezze di Dio.
La corporeità non si spiega come decadenza,
bensi come inizio modesto proiettato nella teleiosis
e destinato al vertice dell’increato .
Per la decisa presa di posizione
contro l’errore gnostico, che ha offerto a Ireneo
l’occasione di gettare le basi per il primo
monumento della teologia del corpo, si è parlato
anche di una certa “sarcologia” ireniana,
in quanto la carne dell’uomo è considerata
immagine della carne di Cristo. Ireneo, come anche
i successori della stessa scuola, non solo ignora
lo schema della “doppia creazione”, ma,
interpretando i due racconti della Genesi in senso
complementare, mette l’accento proprio sulla
“carne”, sul plasma. E tuttavia, nell’uomo,
pur composto di tre elementi, carne, anima e spirito,
quello che funge da polo di attrazione è la
carne, capace di accogliere lo spirito e diventare
“gloriosa”.
Questa alta concezione che Ireneo ha della carne sembra
mettere in ombra la realtà dell’anima.
Ciò è spiegabile più dallo stile
polemico della controversie che dalla reale convinzione
dell’Autore. L’accento sul corpo-plasma,
pur restando deciso, tuttavia la totalità dell’uomo
come persona costituisce l’oggetto dell’imago
Dei sia in Ireneo che in tutta la scuola d’Antiochia.
2) La scuola
di Alessandria
Mentre per la scuola antiochena,l’imago
Dei riguarda l’uomo integrale, per la scuola
di Alessandria riguarda solo l’anima, o meglio
il nous, o mens, sede della conoscenza, della libertà
e di ogni virtù. Solo indirettamente la sublimità
dell’imago si ripercuote sul corpo, il quale,
non potendo partecipare alla natura invisibile e spirituale
dell’imago, si situa a un livello nettamente
inferiore. In sostanza, l’uomo è imago
Dei, non nel senso biblico, ossia dell’uomo
come totalità, secondo quanto affermato dalla
scuola di Antiochia, ma secondo la concezione filosofica
greca.
Tra gli esponenti principali, è sufficiente
ricordare Clemente Alessandrino (II-III sec.), uomo
dotto e tutto dedito all’approfondimento della
fede, e Origene (185-253), una delle più grandi
personalità della storia. Sotto l’influsso
del pensiero greco, Clemente considera l’uomo
composto essenzialmente di anima e di corpo, attribuendone
a Dio la creazione diretta e immediata, affermando
tuttavia che «l’espressione “ad
immagine e somiglianza” non si riferisce al
corpo, perché è inammissibile che il
mortale rassomigli all’immortale, ma all’intelletto
e alla ragione, ossia a quelle parti dell’uomo
in cui il Signore può fissare convenientemente,
come un sigillo, la rassomiglianza rispetto al beneficare
e al comandare» . Dal contesto si può
anche evincere che il concetto di “somiglianza”
è più vicino all’agire dell’uomo
che alla sua essenza.
Influenzato da Filone, Origene rintroduce lo schema
della “doppia creazione”, secondo cui
solo l’uomo “fatto” è ad
immagine, non l’uomo “plasmato”
, convalidandolo con la distinzione paolina dell’uomo
interiore e dell’uomo esteriore . Egli insiste
nell’affermare che l’imago Dei riguarda
direttamente l’incorporeità dell’anima,
cioè del nous, il solo che può conoscere
Dio e assimilarsi a lui.
Anche i tre Cappadoci - Gregorio di Nissa (335-394),
Basilio di Nissa (331-379) e Gregorio di Nazianzio
(330-390) - seguono Filone e Origene nello schema
delle due creazioni con qualche differenza importante.
Per Gregorio Nisseno, l’immagine ideale riguarda
l’umanità tutt’intera, e si concretizza
principalmente nell’anima. Egli considera 1’uomo
ideale come un progetto, un programma ideale escogitato
da Dio per l’umanità, ma che storicamente
non è mai esistito. È il progetto, il
modello a cui l’uomo si deve costantemente ispirare
se vuole rassomigliare veramente a Dio. L’immagine
è, in realtà, anche il traguardo cui
l’uomo giungerà dopo la vita presente,
se ha vissuto in conformità ai precetti divini
e all’esempio di Cristo. L’immagine reale,
storica, fu posta in atto da Dio quando decise di
creare l’uomo sessuato, rendendolo cosi simile
agli animali. Nell’immagine concreta la somiglianza
opera dunque in due direzioni: in direzione di Dio,
mediante l’anima e le sue facoltà; in
direzione degli animali, mediante il corpo e la sua
sessualità. Scrive: «L’uomo si
trova in mezzo, tra due realtà estremamente
lontane tra loro: tra la natura divina che non possiede
la corporeità, e la natura animale priva di
ragione ... Della natura divina, che è esente
dalla distinzione dei sessi, l’uomo deriva il
potere della ragione e dell’intelligenza; invece
dalla natura animale, priva di ragione, egli trae
la struttura del corpo e la distinzione dei sessi»
.
In breve, si può ritenere che i Padri greci
interpretano l’imago Dei solo come sede dell’anima.
Se dal mondo orientale, si passa all’occidente,
si trova ugualmente una forte presenza di Padri, che,
se meno raffinata dei greci ma più concreta
per l’influsso del mondo romano, presenta tuttavia
una propria originalità.
2. La patristica
latina
Anche in Occidente si trovano le
stesse posizioni del mondo greco, ma più realiste
e concrete, perché diverso è il mondo
romano. Ilario (IV sec), uno degli autori nei quali
la diversità delle fonti di ispirazione è
più rilevabile, presenta una riflessione asistematica,
sufficiente tuttavia a darci un quadro del suo pensiero.
La posizione preminente e centrale dell’uomo
rispetto a tutte le altre creature, è un tema
ricorrente nel suo pensiero. E ispirandosi prevalentemente
alla tradizione occidentale, mette in risalto la cura
particolare con la quale Dio crea l’uomo, insistendo
maggiormente sulla dimensione materiale del corpo.
Successivamente poi, a causa del suo esilio in Frigia,
ha spiritualizzato marcatamente il concetto d’imago,
assumendo lo schema della “doppia creazione”,
ossia di una duplice composizione dell’uomo,
avvenuta in due momenti distinti: l’anima “fatta”
al principio, il corpo “plasmato” in seguito.
Ilario pone l’immagine nell’anima come
se, platonicamnte parlando, essa sola costituisse
l’essenza dell’uomo.
Un altro grande Padre d’Occidente è certamente
Girolamo (V sec.), il quale, appoggiandosi a Sal 119,
73, come Ilario e forse in dipendenza da lui, distingue,
nella creazione dell’uomo, factura e plasmatio.
Anche Ambrogio (IV sec.) ha le sue fonti quasi esclusivamente
nel mondo orientale (Filone, Plotino, Origene, Atanasio,
Basilio, e altri), anche se egli sa fondere l’insegnamento
altrui al calore del suo pensiero di pastore e di
guida spirituale. II suo dualismo è riscattato
dalla fede e da quell’ottimismo di fondo che
ispira un’antropologia complessivamente serena.
Ammette la doppia creazione e la differenza tra i
due uomini: l’uomo “fatto”, ossia
1’anima, è l’essenza dell’uomo;
1’uomo “plasmato”, o il corpo, non
è elemento essenziale di noi, ma piuttosto
un nostro possesso, o meglio un possesso dell’anima.
Solo l’anima è immagine e non il corpo,
o meglio il nous.
Altro fondamentale Padr eoccidentale è sicuramente
Agostino (IV-V sec.), che afferma l’uomo essere
fatto a immagine di Dio secondo l’anima, e persino
ciò che nell’anima è più
elevato, la mens o intellectus, uquale è “ciò
che eccelle in essa”, è “come il
suo volto, il suo occhio interiore e intelligibile”.
Questa tesi capitale permette ad Agostino di eliminare
l’obiezione manichea che attribuiva ai cristiani
la corporeità in Dio, colloca l’immagine
in ciò che distingue l’uomo dalle creature
inferiori e fonda il suo potere su di esse, ma soprattutto
stabilisce un rapporto immediato tra l’uomo
e Dio. Nella mente Agostino distingue ulteriormente
due rationes: quella inferior, volta alle cose del
mondo, e la superior, rivolta verso le verità
eteme, e quindi verso Dio.
Solo questa seconda è propriamente imago Dei,
perché incorruttibile come Dio. Non vien meno
neppure quando il corpo si corrompe, perché
conosce Dio, lo invoca, lo ama, in altre parole è
in comunione con lui. Il corpo non è il luogo
dell’immagine, tuttavia, oltre ad essere vestigium
di Dio come tutto il creato, essendo fatto per il
servizio dell’azione razionale, partecipa indirettamente
alla qualità dell’immagine, sia perché
esiste e vive, sia perché, capace di contemplare
il cielo per la sua statura eretta, esso si avvicina
all’immaginesomiglianza più del corpo
animale.
A conclusione di questo breve cenno patristico , si
può dare una valutazione generale. La visione
strettamente sintetica e globale della Bibbia sull’uomo
incontra nei Padri una certa soluzione di continuità,
a favore dello schema dualista, ossia di una più
radicale distinzione degli elementi che “compongono”
l’uomo. Occorre tuttavia dire che le posizioni
dei Padri non sono uniformi ma differenziate, al punto
che si potrebbe parlare di antropologie diverse: da
quella che sembra più vicina alla concezione
sintetica biblica (= scuola asiatica) a quella che
collima spesso con il dualismo greco (= scuola alessandrina).
Il maggior carattere “sintetico” della
prima tendenza presenta una valutazione piena e positiva
del corpo, o carne, in polemica con gli gnostici;
la seconda tendenza si muove invece maggiormente all’ombra
del pensiero platonico, per il quale il corpo e il
sensibile sono realtà depotenziate. Ambedue
le tendenze, comunque, si muovono nell’ambito
della comune fede, dal momento che ambedue accolgono,
pur con diverse sfumature, la fede nella creazione
e nella redenzione di tutto l’uomo, come pure
nella risurrezione: tre capisaldi che contraddistinguono
il pensiero cristiano dal dualismo antropologico greco.
In una parola: il Kerigma cristiano, nato in contesto
semitico, è stato inculturato nel vasto mondo
greco-romano.
D - L’IMAGO
DEI IN DUNS SCOTO
1. Antefatto
dottrinale
Prima di introdurre il pensiero di Duns Scoto sul
concetto di imago Dei, sembra utile sintetizzare al
massimo quanto già detto sopra, così
da avere sotto mano il quadro culturale generale in
cui si muove la sua ricerca, che, non essendo tecnicamente
specifica, ha bisogno di essere metodologicamente
inquadrata e ricostruita.
I testi dell’A.T. insegnano che gli esseri umani
sono stati creati ad immagine (tselem) e a somiglianza
(demuth) di Dio. L’immagine è associata
al dominio sulla creazione animale, e, quindi, permane
dopo il peccato originale, onde anche la ragione della
proibizione dell’assassinio . La somiglianza
invece non rimane.
Nel N.T. invece solo Cristo è detto ‘immagine
di Dio invisibile’ . Dall’interpretazione
di questo testo, sono derivate due distinte concezioni
di immagine tra i Padri della Chiesa: a) solo la natura
umana di Cristo è l’immagine visibile,
ossia autentica e propria, di Dio; b) solo la natura
divinità di Cristo è ‘l’invisibile
immagine dell’invisibile di Dio.
Alla diversa interpretazione su Cristo è sottesa
anche la diversa interpretazione in cui l’uomo
è imago Dei: da una parte, l’immagine
è nell’intero uomo, corpo e anima; dall’altra,
l’immagine risiede solo nell’anima o in
una sua parte. Onde: Cristo è propriamente
l’imago Dei, mentre l’uomo è solamente
ad imaginem Dei (kat’eikona), che costituisce
anche l’essenza della natura umana. La distinzione
tra imago e ad imaginem introduce la differenza concettuale
tra ordine della natura, cui si riferisce il primo
termine, e ordine della grazia cui si ferisce il secondo
termine ad imaginem o‘a somiglianza’ .
2. Il pensiero
di Francesco e di Antonio
Quando Duns Scoto entra nella scena
culturale, trova intorno al problema dell’imago
Dei questo quadro dottrinale remoto e le interpretazioni
recenti dei Maestri parigini e anche di Francesco
d’Assisi, che così inizia la sua quinta
ammonizione: «Considera, o uomo, in quale sublime
condizione ti ha posto Dio che ti creò e ti
fece a immagine del suo diletto Figlio [incarnato]
secondo il corpo, e a sua similitudine secondo lo
spirito» . Francesco eredita la distinzione
tra dimensione corporale e dimensione spirituale,
senza alcuna problematizzazione, perché il
suo intento era di richiamare semplicente la “dignità”
dell’uomo.
La nota spirituale di Francesco viene rivestita di
scientificità dal “suo vescovo”
Antonio da Padova, assumendo già una piccola
trattazione anche se di genere predicamentale. Oltre
alla Scrittura, Antonio predilige Agostino. Così
scrive: «Dio crea le anime dal nulla, perché,
come dice Agostino “Dio infondendo crea [l'anima]
e creando infonde” onde nel Salmo è detto:
“Lui solo ha plasmato il loro cuore” ,
cioè a dire crea le singole anime dal nulla
e non già da Adamo, come dicono alcuni, credendo
che un'anima derivi da un'altra anima» .
E utilizzando l’immagine del “candelabro
aureo” di Zaccaria , afferma che «l'anima
è creata a immagine e somiglianza [di Dio].
Onde nel Siracide ”Dio creò l'uomo dalla
terra... e a sua immagine lo formò” ,
perché esista, viva e sappia, ed abbia memoria,
intelletto e volontà».
A cui segue una bellissima applicazione trinitaria
sull’esempio di Agostino: «E come dal
Padre deriva il Figlio e dall'uno e dall'altro lo
Spirito Santo, così dall'intelletto procede
la volontà e da ambedue la memoria; né
senza di queste facoltà l'anima può
essere perfetta... E come il Padre è Dio, il
Figlio è Dio, lo Spirito Santo è Dio,
eppure non sono tre dèi, ma un solo Dio in
tre persone, così anima è intelletto,
anima è volontà, anima è memoria,
ma non per questo sono tre anime, bensì un'anima
sola avente tre facoltà, nelle quali è
mirabilmente ritratta l'immagine divina. E perciò
ciè comandato di amare il nostro creatore con
queste eccellentissime facoltà, in modo che,
per quanto lo si comprende ed ama, si abbia sempre
nella nostra memoria. Non basta andare a Dio con l'intelletto,
se la volontà non sia presa d'amore per lui;
né basta l'uno e l'altro, ma è necessario
che vi si aggiunga la memoria, perché Dio rimanga
sempre fisso nell'intelligenza e nella volontà...
come non v'ha momento in cui l'uomo non si serva e
gusti della bontà di Dio, così Dio dev'essere
sempre presente nella sua memoria... Inoltre l'uomo
è stato fatto ad immagine e somiglianza di
Dio, perché come Dio è carità,
buono, giusto, mite e misericordioso, così
l'uomo sia caritatevole, giusto, mite e misericordioso
.
E con una pennellata di alta spiritualità,
Antonio continua nell’indicare il fine dell’anima
che è quello di amare e lodare Dio e di essere
felice con gli uomini, attraverso l’immagine
del sole e della luna: «Dio creò due
grandi luci, la maggiore e la minore, cioè
creò due esseri ragionevoli. La luce maggiore
è lo spirito angelico, la luce minore l’anima
umana... creata per essere uno di quegli spiriti celesti,
in grado di comprendere le cose celesti, di lodare
il Creatore e di essere felice con i figli di Dio»
.
3. Il pensiero
di Tommaso e di Bonaventura
Dopo queste pennellata di spiritualità
antoniano-francescana, ecco cosa insegnano i due grandi
Maestri Tommaso e Bonaventura, rispettivamente capiscuola
dei Domenicani e dei Francescani.
Il concetto di “immagine” comporta, per
Tommaso, una somiglianza significativa. L’imago
Dei esprime una somiglianza con Dio, ma non una somiglianza
perfetta, perché il Genesi dice che l’uomo
è fatto ad imaginem Dei. E una somiglianza
è una somiglianza significativa quando contiene
quel che è distintivo di ciò che rappresenta.
Tra le creature, solo quelle razionali sono create
ad imaginem Dei,per cui solo le creature intellettuali
sono, rigorosamente parlando, ‘ad immagine di
Dio’. L’immagine di Dio nell’uomo
è imperfetta ma può essere portata a
perfezione mediante l’esercizio delle virtù
. In Tommaso, infatti, l’imago Dei possiede
una natura storica, in quanto passa attraverso tre
fasi: l’imago creationis (naturae), l’imago
recreationis (gratiae) e l’imago similitudinis
(gloriae) . Per l’Aquinate, l’imago Dei
è fondamento della partecipazione alla vita
divina. L’immagine di Dio si realizza principalmente
in un atto di contemplazione nell’intelletto
.
Anche per Bonaventura l’anima umana, a differenza
dei Filosofi, viene considerata ad imaginem Dei. Immagine
che non è accidentale, ma sostanziale, perché
appartiene alla stessa natura dell’anima, secondo
il principio «Ciò che appartiene alla
costituzione stessa di un essere gli è naturale.
L’essere a immagine di Dio appartiene alla costituzione
stessa dell’anima. L’immagine di Dio appartiene
alla stessa natura dell’anima» . E seguendo
il simbolismo agostiniano che caratterizza l’anima
come capax Dei e come particeps Dei, Bonaventura riconosce
due forme d’espressione dell’unità
e della trinità nell’anima: da una parte,
le tre potenze memoria intelligenza e volontà
nell’unità dell’anima; e dall’altra,
mente conoscenza e amore nella medesima unità,
di cui l’amore è la massima espressione
. E seguendo il pensiero del Damasceno che rimanda
l’imago ad prototypum, Bonaventura afferma che
il fine dell’anima è quello di conoscere
e amare il Bene infinito ; e quello di Ugo di San
Vittore che distingue l’immagine riguarda la
natura, e la somiglianza riguarda la figura, il Dottor
Serafico precisa che l’immagine si realizza
nella natura, mentre la somiglianza nella grazia;
l’immagine è in potenza a conoscere,
mentre la somiglianza ad amare . Di conseguenza, conclude
Bonaventura: con la grazia, l’imago Dei diventa
similitudo Dei, ossia nella partecipazione alla natura
divina ; e l’imago naturale di creazione diventa
similitudo per ri-creazione .
4. Il pensiero
di Duns Scoto
La comprensione del pensiero di Duns
Scoto necessita di una precisazione di critica testuale.
Nell’edizione critica dell’Ordinatio non
sono stati inclusi i testi dei commenti di Pietro
Lombardo circa le distinzioni 15-25 del II libro,
perché “interpolate”; mentre nella
Lectura I, non sono stati incluse le distinzioni 16-17
sempre del II libro. Come testo di rimando, ma non
critico, c’è il testo dei Reportata Parisiensia
.
In questi casi, la metodologia come scienza suggerisce
qualche consiglio. Genericamente la metodologia indica
le vie da percorrere per raggiungere un fine dottrinale
particolare o anche per comprendere al meglio un concetto,
quando qualcosa testuale non quadra. E questo è
possibile perché la metodologia esprime la
scelta di fondo fatta da un autore e orienta nella
interpretazione o ricostruzione di un pensiero difficile
o non chiaro. Pertanto, conoscendo le regole generali
della metodologia di un autore, si possono cogliere
i contenuti fondamentali della sua dottrina, anche
di fronte a delle difficoltà testuali.
Questo riferimento generale è valido per tutte
le opere e per tutti gli autori. Ogni autore ha i
suoi principi generali e particolari secondo cui espone
il suo pensiero, in forza di essi è possibile
anche le fasi salienti del suo sviluppo. Ciò,
com’è ovvio, vale anche nel caso di Duns
Scoto. Nelle sue opere manifesta sé stesso,
le scelte esistenziali e culturali fatte storicamnete,
i principi ai quali tiene massimamente e dai quali
viene regolato lo svolgersi delle sue tesi.
Applicando al dottrina dell’imago Dei, tema
del presente articolo, si può ricostruire il
suo pensiero in ordine a una tesi, di cui non c’è
sicurezza testuale, attraverso il riferimento alle
idee madri della sua metodologia. Ora la chiave ermeneutica
della metodologia di Duns Scoto è precisamente
il Cristocentrismo. E dalle linee essenziali di esso
si può ricostruire il suo pensiero intorno
all’imago Dei.
a) Visione
sintetica del Cristocentrismo
Il nucleo è dato dai seguenti
fattori. Punto base, il fatto d’esperieza che
il mondo esiste. Ed esiste perché creato da
Dio. Dio agisce sempre «rationabiliter»
, cioè ha la sua intrinseca ragione per agire.
Senza un perché non si agisce . E la ragione
dell’agire di Dio è la sua gloria: «propter
suam bonitatem vult et propter obiectum primum»
; «Deus universum propter se creavit, unde Deus
diligens se fecit haec» ; «Primo Deus
diligit se, secundo diligit se aliis» ; «propter
bonitatem suam commuicandam et propter suam bonitatem
plura in eadem specie produxit» .
Da questi testi si ricavano utilissime indicazioni
per la struttura del Cristocentrismo. Con la creazione
del mondo nel suo complesso, Dio -come Architetto-
ha costituito un monumento che rispecchia la sua bontà,
la sua grandezza e la sua gloria. E poché l’esecuzione
si svolge «ordinate», vuol dire che la
comunicazione dell’amore esige una risposta
d’amore: «vult alios diligentes, et hoc
est velle alios habere amorem suum in se, et hoc est
praedestinare eos, si velit eis hoc bonum finaliter»
. La ragione finale della creazione, quindi, è
la glorificazione di Dio stesso .
A questa constatazione subentra un’altra constatazione:
non tutti gli esseri sono uguali in perfezione o in
dignità, nel senso che tra gli esseri c’una
speciale gerarchia o gradazione, secondo la vicinanza
o lontananza dal fine per cui Dio ha inteso nel crearli.
Di questo organico e meraviglioso “monumento”
della creazione, qual è, per così dire,
la chiave di volta? Qual è l’essere che
risponde alla perfezione a ciò che Dio vuole?
Qual è l’essere voluto-amato per primo
indipendentemente da tutto il resto, il più
vicino al suo amore e alla sua gloria?
Da un esame retrospettivo sulla creazione tutta, su
tutto ciò che è non-Dio-Uno-Trino, non
si può non concludere ragionevolmente che Cristo
Gesù è il primo inteso e il primo voluto.
Per questo scrive Duns Scoto: «Dico igitur sic:
Primo Deus diligit se, secundo diligit se aliis, et
iste est amor castus; tertio vul diligi se ab alio,
loquendo de amore alicuius extrinseci; et quarto praevidit
unionem illius naturae, quae debet summe diligere,
etsi nullus cecidisset... et in quinto instanti vidit
mediatorem venientem passurum ac redepturum populum
suum, et non venisset ut mediator, ut passurus, nisi
aliquis prius peccasset» .
E nel testo dell’Ordinatio così precisa
e continua: «Universaliter autem ordinate volens
prius videtur velle hoc quod est fini proprinquius,
et ita sicut vult prius gloriam aliqui quam gratiam,
ita etiam inter praedestinatos, quibus vult gloriam,
ordinate prius videtur velle gloriam illi, quem vult
esse proximum fini, et ita huic animae Christi vult
gloriam prius quam alicui alteri velit gloriam»
.
Dalla storia della salvezza e dalla lettura tutta
della creazione, quindi, da fatti di effettiva esperienza
e non da semplici idee, Duns Scoto ricava gli elementi
essenziali del primato assoluto di Cristo, ossia della
sua esistenza ideale nella mente di Dio prima di qualsivolgia
essere creato e indipendentemente dalla sua esistenza
Il primo elemento è: Dio compie tutto per la
sua gloria, e vuole la gloria anche dagli esseri ad
extra della Trinità; il secondo è: solo
Cristo può rendere gloria a Dio in modo degno
e immensamente superiore a quella di tutti gli altri
esseri messi insieme.
Questa è la scelta fatta da Duns Scoto. Alla
cui luce ora si rapporti il concetto di imago Dei.
In Cristo -dice la fede- c’è vero Dio
e vero Uomo. Dio, perché Verbum o Logos o seconda
Persona della Trinità; Uomo, perché
il Verbum assume la natura umana, onde il mistero
dell’Incarnazione. Già nel termine “Cristo”,
immediatamente si comprende che è la vera e
autentica imago Dei, cioè la visibilità
dell’invisibile, e che la “natura umana”,
proprio in vista di essere assunta dal Verbum, è
la creatura più nobile e più idonea
a rendere gloria a Dio. E poiché questa “eletta”
natura umana è personalizzata dal Verbum, Cristo
racchiede in sé come profondo mistero tutta
la Divinità e tutta l’Umanità,
e costituisce tecnicamente anche quello che si chiama
Mediatore.
Certamente, tutto questo disegno divino, prima di
essere concretizzato nella realtà storica,
è presente tutto intero e nella sua stessa
realtà ideale nella mente eterna di Dio. E
giustifica questa scelta con la stessa concezione
dell’Essere Infinito, perché secondo
Duns Scoto «l’Intelletto Infinito comprende
ogni intelligibile in modo perfettissimo, altrimente
non sarebbe Infinito; e comprende nell’intellezione
non solo sé stesso, ma anche tutto ciò
che è intelligibile in quanto intelligibile»
. E questa conoscenza “previa” di Dio,
proprio perché Essere Infinito, è sempre
in atto, chiarissima e distintissima: «l’intelletto
del primo Essere conosce in atto, sempre, necessariamente
e indistintamente ogni intelligibile prima che questo
naturalmente esista in se stesso» .
Da questo delicato concetto di alata speculazione,
con fondamento in re, Duns Scoto ricava anche una
meravigliosa riflessione antropologica: l’uomo,
nella sua natura, è conosciuto da Dio prima
della sua stessa esistenza storica. Quindi, è
conosciuto in sé con tutte le sue perfezioni,
e quando è chiamato all’esistenza nulla
gli è tolto di quanto gli appartiene per natura.
Il Dottor Sottile utilizza la bella espressione: «Il
Verbo assume la natura [umana] nell’attimo [del
volere divino], cioè nella sua singolarità»
.
Che cosa vuol dire precisamente Duns Scoto con il
termine in atomo?
Al di là dell’immediatezza dell’eterno
presento divino, vuole anche affermare che la “natura
umana” non ha subìto alcun cambiamento
o perfezionamento con o per l’assunzione nel
Verbo: è rimasta quella che era da principio
nella mente di Dio. Conseguenza teologica: la natura
umana di Cristo è idonea a rendere gloria a
Dio e costituisce il fine supremo e ultimo della stessa
creazione , come poi dirà Paolo.
b) Concetto
di imago
Dopo questo riferimento di metodologia
generale, l’analisi plana prima sul concetto
generale di imago e di similitudo e poi sulle due
applicazioni a Cristo e all’uomo.
Genericamente per Duns Scoto «l’ immagine
rappresenta ciò di cui è distintamente
da ciò di cui è immagine...» .
E in un testo delle Collationes, dice che c’è
differenza concettuale tra i termini «immagine,
ombra, vestigio e similititudine, e ognuno di essi
comporta relazione e rapporto [causale]» , con
cui si rapporta.
Il termine similitudo, per es., è ambivalente:
applicato alle cose sensibili «appartiene alla
realtà che appare» , mentre applicato
a quelle divine «esprime sempre una relazione
reale con Dio» . Il motivo: la similitudine
esprime rapporto di grazia e non di causa, al contrario
invece del vestigio che esprime sempre rapporto causale
.
Anche l’immagine può essere di due tipi:
di “derivazione” dalla stessa natura,
e di “riproduzione” della stessa natura.
L’immagine di derivazione si dice anche di generazione
e si ha quando colui che è immagine esprime
la stessa natura di colui di cui è immagine,
in questo modo l’immagine s’identifica
con la copia di cui è immagine, e si chiama
anche perfetta o diretta, come nel caso del Verbo
invisibile, che, sussistente nella natura umana di
Cristo visibile, si rende visibile, è, quindi
della stessa natura di Dio, come nel testo paolino,
«Cristo [visibile rende visibile l’invisibile]
è l’immagine di Dio invisibile»,
in cui Cristo - vero Dio e vero Uomo - indica questo
senso perfetto dell’immagine che esprime l’identità
di natura.
L’immagine di riproduzione, invece, si ha quando
colui che è immagine riproduce qualcosa dell’originale
o del prototipo semplicemente per partecipazione e
non naturalmente, come per es., tra il progetto e
la sua realizzazione, nel senso che l’immagine
partecipa della natura di ciò di cui è
immagine, come quando si afferma che l’uomo
è immagine di Cristo o di Dio . Forte e chiara
è la differenza tra immagine e vestigio , mentre
il concetto di imago lo deriva da Agostino .
Il concetto di similitudo ha ugualmente due valenze:
una viene applicata alle cose terrene e significa
più o meno «ciò che appare, ha
una certa similitudine con ciò di cui appare»
, e un’altra alle cose divine e «comporta
sempre una relazione reale con Dio» , cioè
un rapporto di grazia e non di causa , e, quindi,
un dono di libero amore .
Dall’eccenno sull’uso dei vocaboli imago
e similitudo, si può in breve ritenere che
il termine imago rimanda sempre a un respectum, cioè
a un rapporto causale con il prototipo o con l’originale;
mentre il termine similitudo rimanda sempre a un donum
e a una atto di amore libero e responsabile, ossia
rimanda a un rapporto di grazia. Differenza che sarà
utile tener presente per meglio comprendere alcune
conseguenze del Cristo “glorificatore”.
c) L’imago
Dei applicata a Cristo
La prima applicazione del termine
imago è riservata a Cristo. Il non ritrovamento
ancora dei Commentari della sacra Scrittura di Duns
Scoto, durante il suo lungo periodo di tirocinante
per raggiungere il titolo di magister regens, non
permette di poter utilizzare dal vivo i suoi scritti,
e orienta l’analisi sempre in chiave di “ricostruzione”.
Per esperienza diretta, sembra non sia presente tra
i suoi scritti neppure il titolo di imago Dei applicato
esplicitamente a Cristo, per cui bisogna rifarsi sempre
all’aspetto della metodologia generale e al
concetto di imago generale sopra espressi.
Il significato dell’imago Dei in Cristo si realizza
certamente nella “natura” e non nella
“persona”. Il perché è ovvio.
Il concetto di immagine richiama più ciò
che unisce che ciò che divide. Difatti, può
essere più o meno perfetta rispetto all’originale.
Ora, per fede, si ammettono in Cristo due nature,
quella divina e quella umana, e una sola persona,
quella del Verbo. In forza delle tre divine persone,
si afferma che nel mistero di Dio ci sono delle differenze,
nel senso che il Padre non è il Figlio e il
Figlio non è il Padre, così dello Spirito
Santo. Mentre ciò che unisce le tre persone
divine è l’identica e comune “natura”.
E’ il concetto di natura allora che può
comunicarsi o per generazione o per riproduzione,
e non il concetto di persona che invece caratterizza
e singolarizza una natura, e, quindi, è incomunicabile.
Altra caratteristica dell’imago Dei, secondo
il testo paolino, è che essa rende “visibile”
una realtà che per sua natura è invisibile,
Dio. Il soggetto dell’immagine non può
essere il Verbo perché, in quanto seconda persona
della Trinità, è “invisibile”
anche lui, perché Dio ugualmente. Bisogna intendere
allora il Verbo “incarnato”, che, unito
ipostaticamente alla “visibile” natura
umana, rende visibile ciò che è invisibile.
In questo modo, l’Invisibile diventa visibile
non in sé e per sé, ma unicamente nell’Uomo-Cristo,
ossia nel Verbo “incarnato”. E’
chiaro, quindi, che Dio «invisibile» si
manifesta e parla all’uomo per mezzo della sua
«Immagine» visibile, cioè del Verbo
incarnato.
L’espressione imago Dei rigorosamente parlando
si riferisce esclusivamente a Cristo, che è
l’immagine perfetta e diretta di Dio. Da essa
derivano tutte le altre immagini, che, perché
derivanti, sono anche imperfette. Così negli
esseri razionali come negli esseri irrazionali, a
seconda del grado di vicinanza che hanno a Cristo
stesso, unico Mediatore della loro esistenza. Si ha
così la scala discendente dell’essere:
Dio Cristo-Maria Angelo Uomo e Mondo. Negli esseri
razionali si realizza il concetto dell’ imago
imperfetta di Cristo; negli esseri irrazionali, il
concetto di vestigium di Cristo. Così in tutta
la creazione è assicurata la presenza di Cristo,
dovuta al titolo di “unico Mediatore”,
sia come vestigium sia come imago, che viene a costituire
anche la scala per reditus ad Deum. Cristo, in quanto
immagine perfetta diviene anche il prototipo non solo
della creazione, ma anche fulcro della risalita all’originale,
Dio. In questa risalita, per visibilia s’intende
Cristo e non le cose create! E’ in Cristo e
per Cristo che si sale a Dio: la via dell’immagine
di Cristo è più sicura del vestigio,
come nel testo ai Romani 1, 1-23, cristocentricamente
letto.
d) L’imago
Dei applicato all’uomo
Anche per l’applicazione all’uomo
dell’espressione imago Dei, bisogna ricorrere
alla metodologia generale per quanto riguarda l’antropologia,
che è sempre un riflesso del cristocentrismo,
perché in Duns Scoto non c’è esposizione
sistematica di un problema, ma ricerca appassionata
degli elementi che possono contribuire a risolverlo.
E lungo questo sforzo, si trovano sparsi principi
e asserti dottrinali, che costituiscono quelle regole
di metodologia da non dimenticare nell’esporre
e interpretare il suo pensiero.
In ordine al concetto dell’imago Dei bisogna
tener presente più o meno quei principi che
parlano della natura umana “prima del peccato”
e quelli “dopo il peccato originale”.
Dai riferimenti all’uno e all’altro stato
della natura umana, si possono ricavare importanti
indicazioni circa la stessa natura umana e la sua
dignità. Certamente questi “principi”
riguardano i valori intrinseci alla stessa natura,
indipendentemente dal suo stato morale in cui si viene
a trovare.
Eccone alcuni principali:
1) «a nessuna natura bisogna limitare la sua
dignità, a meno che non sia evidente da qualche
elemento della natura stessa» ;
2) «bisogna sempre porre la dignità della
natura, quando non si può dimostrare la sua
indegnità» ;
3) «a nessuna natura bisogna negare di avere
la perfezione, se non appare evidente che è
manchevole» ;
4) «Dio per sé non nega alla natura la
causalità, che le può competere, anzi,
oltre alla sua comunicazione, assiste la sua azione
con le cause seconde» ;
5) «Benché Dio possa fare tutto e così
facendo non distruggerebbe l’entità degli
esseri ma li renderebbe quasi oziosi e inutili, tuttavia
vuole per essi contribuire all’azione non solo
per l’entità ma anche per la virtù
attiva e propria; infatti non sottrae per sé
agli esseri la loro perfezione, di cui sono capaci»
;
6) «Ogni essere diverso dall’Essere infinito
è un essere per partecipazione, perché
riceve una parte della sua entità, che egli
possiede totalmente eperfettamente» ;
7) «nessuna creatura è parte di Dio,
essendo Dio semplicissimo, ma ogni essere finito,
in quanto inferiore all’Essere infinito, può
essere detto sua parte, benché non sia secondo
una certa proportione determinata che supera l’infinito»
;
8) «La creatura non è parte di Dio, quasi
parzialmente, pur essendo un suo effetto o partecipato»
;
9) «La grazia supera la natura, perché
la congiunge al fine come al bene soprannaturale e
soprannaturalmente lo raggiunge per merito»
;
10) «i beni naturali rimangono integri nel peccatore»
;
11) «il peccatore non può distruggere
qualcosa della sua natura» ;
12) «la natura non si consuma né nella
dignità né in qualche sua parte. Difatti,
nessuna natura [umana] creata può corrompere
la sua intellettività o qualcosa di naturale
in sé stessa; se potesse diminuirla, potrebbe
anche distruggerla completamente» .
Una visione antropologica abbastanza essenziale si
evince dall’insieme dei tesi citati. Emerge
a tutto tondo l’identità della natura
umana prima e dopo il peccato sia nella sua dignità
sia nelle sue capacità naturali. E come la
natura umana rimane integra in sé, dopo il
peccato, così resta idonea anche al raggiungimento
del fine generale verso Dio e verso il mondo. La “grazia”,
infatti, non ha influenza diretta sull’esercizio
naturale delle facoltà della natura umana,
ma ha il compito di trasportarla dall’ordine
naturale all’ordine soprannaturale. Essa «è
una certa partecipazione di Dio» , e anche «la
perfezione che principalmente rende conforme tutta
l’anima a Dio» . Perdendo con il peccato
questa “grazia” si toglie all’anima
e all’uomo quella forma speciale, quell’entità
che gli permette di raggiungere Dio e di conformarsi
con Lui in modo soprannaturale. Questa forma speciale
tecnicamente si chiama similitudo. Il peccato, quindi,
toglie o diminuisce la similitudo dell’anima
con Dio, che viene ristabilita con la grazia di Cristo
, ma non ha influenza sull’imago, la cui natura
e i suoi beni essenziali restano integri.
E questo perché anche il concetto di similitudo
implica un concetto di grazia e non un rapporto causale
, anzi si può definire come donum della libera
volontà dello Spirito . «L’uomo,
infatti, per sé, non è creato giusto,
ma è stato creato giusto da Dio, altrimenti
lontano da Dio sarebbe giusto!» , e potrebbe
anche conoscere il suo fine ultimo, che, invece, «non
può conoscerlo naturalmente e in modo distinto,
senza una certa conoscenza soprannaturale» .
Di conseguenza, come si realizza il piano di glorificazione
di Cristo?
Mediante due doni, quello dell’immortalità
e quello della beatitudine, che sono essenziali all’uomo
per raggiungere il suo fine. E tutti e due provengono
dai meriti di Cristo, e, quindi, da lui donati liberamente
e gratuitamente, e come tali sono anche soprannaturali.
Il dono dell’”immortalità”
viene detto tecnicamente gratis datum, “dato
liberamente”, per indicare la sua esclusiva
e assoluta donazione di Cristo; il dono della “beatitudine”,
invece, gratum faciens , “che ti fa grato”,
indica che tale dono ti rende grato e accetto davanti
a Dio. Il dono dell’”immortalità”
è fondamento e supporto al dono della “beatitudine”
.
L’immagine, essendo un dono gratis datum, non
è soggetta alla volontà della creatura,
cioè né si può guadagnare né
si può perdere. Tenendo presente che la sede
dell’immagine è l’intelletto, e
la sede della somiglianza la volontà, ne scaturisce
che il dono dell’immagine rimane in sé
sostanzialmente inalterato, mentre il dono della somiglianza
è in continuo progresso in sintonia con il
grado di virtù o di perfezione che l’uomo
riesce a raggiungere. Come a dire: l’uomo è
ad immagine e progredisce nella somiglianza; oppure:
il dono dell’immagine è gratis datum,
mentre il dono della somiglianza è gratum faciens.
La vita eterna, perciò, abbraccia il binomio
dell’immortalità e della beatitudine.
Su questa via ermeneutica scotiana e cristocentrica
è in sintonia anche il concilio Vaticano II
e la Teologia contemporanea, a testimonianza dell’attualità
e della bontà del pensiero di Duns Scoto.
E - L’IMAGO
DEI NEL VATICANO II
Per tutta la metà del XX secolo
si è assistito a un progressivo recupero d’interesse
nei confronti della teologia dell’imago Dei,
grazie specialmente a un attento studio della Bibbia,
dei Padri della Chiesa e dei grandi Teologi scolastici.
Questa riscoperta, già ampiamente presente
nei principali teologi preconciliari, ha avuto poi
un nuovo slancio dallo stesso concilio Vaticano II,
particolarmente nella costituzione pastorale della
Gaudium et spes.
La prospettiva cristocentrica dell’imago Dei,
è colta immediatamente dai testi «Cristo
[...], proprio rivelando il mistero del Padre e del
suo amore, svela anche pienamente l'uomo all'uomo
e gli fa nota la sua altissima vocazione» ;
«E’ in Cristo, “immagine del Dio
invisibile” , che l'uomo è stato creato
ad «immagine e somiglianza» del Creatore.
È in Cristo, Redentore e Salvatore, che l'immagine
divina, deformata nell'uomo dal primo peccato, è
stata restaurata nella sua bellezza originale e nobilitata
dalla grazia di Dio» .
A fondamento dell’insegnamento conciliare, quindi,
c’è la determinazione cristostocentrica
dell’immagine: è Cristo l’immagine
del Dio invisibile , è Cristo l’uomo
perfetto . Rivelatosi in modo liberissimo in Cristo,
Dio ha creato l’uomo a immagine di Cristo, ed
è lui a dare all’uomo una risposta agli
interrogativi sul significato della vita e della morte
.
Nel prosiego del testo, il Concilio sottolinea anche
la struttura trinitaria dell’immagine: conformandosi
a Cristo e attraverso i doni dello Spirito Santo ,
viene creato un uomo nuovo, capace di adempiere il
comandamento nuovo . Sono i santi ad essere pienamente
trasformati nell’immagine di Cristo ; in loro,
Dio manifesta la sua presenza e la sua grazia come
segno del suo regno. Partendo dalla dottrina dell’
imago Dei, il Concilio insegna che l’attività
umana rispecchia la creatività divina che ne
rappresenta il modello e che essa va orientata verso
la giustizia e la comunione per promuovere la formazione
di una sola famiglia nella quale tutti possano essere
fratelli e sorelle .
Nella visione conciliare, l’imago Dei consiste
nel fondamentale orientamento dell’uomo verso
Dio, fondamento della dignità umana e dei diritti
inalienabili della persona umana. Poiché ogni
essere umano è un’immagine di Dio, nessuno
può essere costretto a soggiacere a qualsiasi
sistema o finalità di questo mondo. La signoria
dell’uomo nel cosmo, la sua capacità
di esistenza sociale, e la conoscenza di Dio e l’amore
verso Dio sono tutti elementi che trovano le loro
radici nel fatto che l’uomo è stato creato
a immagine di Dio.
Il rinnovato interesse per l’imago Dei emerso
dal concilio Vaticano II si riflette anche nella teologia,
specialmente per dimostrare come l’imago Dei
illumini le connessioni tra antropologia e cristologia.
Le possibilità che Cristo apre all’uomo
non significano la soppressione della realtà
dell’uomo in quanto creatura, ma la sua trasformazione
e realizzazione secondo l’immagine perfetta
del Figlio incarnato.
Inoltre, congiuntamente a questa nuova comprensione
del legame tra cristocentrismo e antropologia, emerge
anche una maggiore comprensione del carattere dinamico
dell’imago Dei, per riconoscere la verità
che, alla luce della storia umana e dell’evoluzione
della cultura umana, l’imago Dei può
essere considerata, in un senso reale, ancora in divenire.
E così si apre anche la connessione con la
teologia morale. L’uomo, in questo modo, possiede
una partecipazione alla legge divina, chiamata “legge
naturale” che l’orienta verso il bene.
L’imago Dei ha una dimensione non solo teleologica
ma anche escatologica che definisce l’uomo come
viator, orientato cioè verso la parousia, ossia
verso il compimento del piano divino per l’universo.
E tutto ciò nella prospettiva cristocentrica
dell’imago Dei.
Piace aggiungere un pensiero del Ministro Generale
che presenta Duns Scoto nella «prospettiva per
una rinnovata teologia: una teologia che, come “scienza
pratica”, per se stessa è regola dell’agire
umano nella storia. Una teologia che non resta relegata
nell’ambito speculativo, ma si fa norma della
propria vita di fede. Compito ai nostri tempi sempre
più profetico, se si considerano le odierne
tendenze, alle quali non siamo estranei, di far convivere,
separandoli, un esasperato razionalismo con una cieca
ricerca del sacro, ma allo stesso tempo compito difficile
a causa del processo di globalizzazione in atto, anche
dal punto di vista culturale, che rischia di far scomparire
le singole voci a favore di un pensiero egemone. Un
pensiero che, purtroppo, spesso ci spinge alla superficialità,
alla fretta e talvolta ad accettare acriticamente
come buono tutto quello che viene presentato. Duns
Scoto insegna invece la fatica di una fede intelligente,
che scruta e cerca di penetrare nei misteri di Dio,
disposta ad incamminarsi per sentieri impervi, certamente
non ricchi di consolazioni facili ed immediate. Una
fede che sgorga dall’amore di Dio per l’uomo,
che in Gesù Cristo irrompe nella storia. Una
fede che, nutrendosi di questo amore, non può
non farsi essa stessa storia, concretezza, “prassi”.
In questo senso Duns Scoto ha ben meritato l’appellativo
di “Dottor sottile”, perché per
percorrere una strada simile è necessaria molta
cautela, o meglio, una sapiente opera di discernimento
unita ad un’ardente passione, perché
- scrive Francesco - solo «dov’è
amore e sapienza, ivi non è timore né
ignoranza» .
CONCLUSIONE
Piace concludere questo concetto
dell’imago Dei nella prospettiva cristocentrica,
con il riferimento alle mappe concettuali fondamentali
dello Cristocentrismo : Predestinazione assoluta di
Cristo, Cristo unico Mediatore, Cristo unico Redentore
e Cristo unico Glorificatore, riprese a grandi linee
anche dal concilio Vaticano II, che nella Gaudium
et spes presenta i principali elementi dell’imago
Dei. Famoso è il brano: «In realtà
solamente nel mistero del Verbo incarnato trova vera
luce il mistero dell’uomo. Adamo, infatti, il
primo uomo, era figura di quello futuro e cioè
di Cristo Signore. Cristo, che è il nuovo Adamo,
proprio rivelando il mistero del Padre e del suo amore,
svela anche pienamente l’uomo all’uomo
e gli fa nota la sua altissima vocazione. Nessuna
meraviglia, quindi, che tutte le verità su
esposte trovino in lui la loro sorgente e tocchino
il loro vertice» .
Le origini dell’uomo vanno ricercate in Cristo:
egli è stato creato «per mezzo di Cristo
e in vista di Cristo» , e «in Cristo [che
è] la vita […] e la luce che illumina
ogni uomo che viene nel mondo ». Se è
vero che l’uomo è stato creato ex nihilo,
è anche possibile affermare che è creato
dalla pienezza (ex plenitudine) di Cristo stesso,
che è al tempo stesso creatore, mediatore e
fine dell’uomo. Il Padre ci ha destinati ad
essere suoi figli e «a essere conformi all’immagine
del Figlio suo [incarnato], perché egli sia
il primogenito tra molti fratelli» . Che cosa
significhi essere stati creati a imago Dei ci viene
quindi pienamente svelato soltanto nell’imago
Christi. In lui troviamo la totale ricettività
del Padre che dovrebbe caratterizzare la nostra stessa
esistenza, l’apertura all’altro in un
atteggiamento di servizio che dovrebbe caratterizzare
le relazioni con i nostri fratelli e sorelle in Cristo,
e la misericordia e l’amore per l’altro
che Cristo, in quanto immagine del Padre, mostra nei
nostri riguardi.
Proprio come le origini dell’uomo vanno ricercate
in Cristo, così anche la sua finalità.
L’uomo è orientato verso il regno di
Dio come a un futuro assoluto, il compimento dell’esistenza
umana. Poiché «tutte le cose sono state
create per mezzo di lui e in vista di lui» ,
trovano in lui la loro direzione e il loro destino.
La volontà di Dio, che Cristo sia la pienezza
dell’uomo, trova anche la sua realizzazione
escatologica. Lo Spirito Santo porterà a compimento
la configurazione ultima delle persone umane secondo
Cristo alla risurrezione dei morti, ma già
oggi gli esseri umani partecipano a questa somiglianza
escatologica a Cristo qui su questa Terra, nel mezzo
del tempo e della storia. Attraverso le fasi della
Predestinazione-Mediatore-Redentore-Glorificatore,
l’eschaton di Cristo è già qui;
e che, attraverso l’azione silenziosa dello
Spirito Santo in tutti gli esseri umani di buona volontà,
li trasfigura e li divinizza consegnando tutto nelle
mani di Dio: omnia a Deo per Christum et omnia ad
Deum per Christum .
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