LA MARIOLOGIA
ESSENZIALE DI DUNS SCOTO
Giovanni Lauriola ofm
Premessa
Parlare della Madonna è la
cosa più bella e più cara per un cristiano
e in particolar per un francescano. Al semplice nominarla
il cuore si apre alla gioia e alla speranza, alla
vita e alla beatitudine. Sentimenti che si accrescono
a dismisura quando al nome della Madonna si accoppia
quello di Duns Scoto, vero cavaliere e cantore della
Vergine Maria.
Al momento della gioia spirituale, però, non
è disgiunto il momento della difficoltà
e complessità, quando si scende nell’analisi
dell’argomento. Sentimento che si può
comprendere con l’affermazione di Isaia «se
non crederete, non comprenderete» , e con l’osservazione
di Agostino: “prima di credere, ero in grado
di parlare di Dio, ora che credo, ho perduto tale
possibilità”.
Che vuol significare tutto questo? Quale la natura
della difficoltà?
Il discorso intorno alla Madonna non può essere
un discorso autonomo. Deve passare attraverso il discorso
di Cristo. Ciò comporta che nei destinatari
del messaggio mariano si esige una fede autentica
e matura in Cristo Gesù. Solo Cristo rivela
il mistero di Dio: egli è l’immagine
autentica del Dio invisibile. E solo Cristo svela
l’arcano segreto della Madre-Vergine.
La fede in Cristo apre la via al discorso sulla Madonna,
la cui maternità verginale è presentata
come segno della divinità del Figlio. Il Figlio
della Madre-Vergine è veramente Figlio di Dio.
Lo stretto legame di Madre-Figlio li rende uniti inseparabilmente
sia nella storia che nella preistoria. L’unione
non distrugge, però, la differenza sostanziale:
Cristo è Dio e Maria una creatura. Maria rimanda
sempre a Cristo, mentre Cristo solo a Dio.
Se a queste semplici indicazioni di carattere generale,
si accompagnano le intuizioni e le riflessioni di
Duns Scoto, il discorso sulla Madonna si riveste di
scientificità e di sistematicità, di
originalità e di attualità, ed entra
a pieno titolo in teologia e, precisamente in cristologia.
Difatti, in Duns Scoto il “principio mariologico
fondamentale” è dato dalla vicinanza
o relazione a Cristo, con tutte le conseguenze ecclesiali
possibili, dal momento che la Chiesa viene da lui
concepita e interpretata come continuatio Christi
nella storia.
E come il suo pensiero teologico è dominato
dalla viva preoccupazione di tradurre in comportamenti
di vita pratica le verità rivelate, così
dalla corretta conoscenza del mistero della Madonna,
così individua due importanti veicoli di vissuto
esistenziale: un cammino di fede più maturo
verso il Cristo e un cammino di carità più
autentico verso gli uomini. E spiritualmente su questo
binario “cristico” intende viaggiare la
presente relazione sul pensiero mariano essenziale
di Duns Scoto.
Ammessa la sua”via per conoscere Maria”
, nella mariologia scotiana si distinguono per comodità
delle tesi comuni e delle tesi originali. L’originalità,
però, non riguarda la sostanza del contenuto,
che appartiene sempre alla Rivelazione esplicita o
implicita, ma la formulazione delle argomentazioni
teologiche con cui vengono proposte e giustificate,
cioè la così detta via veritatis. Tra
le tesi originali si ricordano quelle della Predestinazione,
della Maternità e dell’Immacolata Concezione;
mentre tutte le altre tesi mariane come quelle in
ordine alla sua mediazione della grazia, alla sua
verginità perpetua, al suo culto, ecc... appartengono
alla dottrina comune, anche se viste nella luce cristocentrica
acquistano una particolare fisionomia, specie quella
dell’Assunzione.
Pertanto, il discorso mariologico essenziale di Duns
Scoto, pur non essendo un mondo autonomo, in quanto
è sempre in riferimento a quello di Cristo
come documenta il principio cristocentrico fondamentale
“nell’esaltare Cristo preferisco cadere
per eccesso nella lode a lui dovuta anziché
in difetto, se per ignoranza non è possibile
evitarli” , ha sempre una sua esposizione logica
interna ispirata alla sua norma ermeneutica mariana
“se non contraddice all’autorità
della Chiesa e all’autorità della Scrittura,
è bene attribuire a Maria tutto ciò
che è più eccelso” . Nell’analisi,
vengono esposte prima le tesi originali e poi le tesi
comuni.
I - TESI ORIGINALI
Il termine “originalità”,
applicato alle tesi di Duns Scoto, non comporta minimamente
il “contenuto” delle verità, che,
come si sa, dipende esplicitamente o implicitamente
sempre dalla Scrittura e dalla Chiesa, ma le argomentazioni
con cui vengono giustificate teologicamente. Difatti,
Duns Scoto, con il suo principio mariologico fondamentale,
insieme alla sua forte carica speculativa, fa la differenza
nel leggere il disegno di Dio la personalità
e la funzione della Vergine Madre.
Prima di procedere nell’analisi, una domanda
di curiosità serpeggia nella mente del lettore:
poiché il nome di Duns Scoto è stato
tramandato, anche se a torto, come un autore speculativo
per eccellenza, come ha vissuto la devozione alla
Madonna?
Penso di poter rispondere semplicemente così.
Come orientamento generale bisogna dire: primo, il
non ritrovamento ancora dei suoi scritti liturgici
e scritturistici, cioè le lezioni del suo tirocinio
universitario, non permette di conoscere con sicurezza
e direttamente le linee della dimensione esistenziale
della sua spiritualità e devozione in genere,
e in particolare verso la Madonna; secondo, un principio
di ermeneutica medievale, fortemente presente negli
scritti di Duns Scoto, vuole che il “testo sacro”
sia non solo oggetto di “studio” ma anche
oggetto “pregato”; terzo, si comprende
bene allora come in lui spiritualità e devozione
convolano a unità, come emerge dal suo trattato
De primo principio, in cui la dimostrazione procede
secondo il “pregare pensando” e il “pensare
pregando”, da me tradotto nel motto “Ora
et Cogita, Cogita et Ora”. Ecco qualche esempio:
«O Signore,
Creatore del mondo!
Concedimi
di credere
comprendere
e glorificare
la tua maestà,
ed eleva
il mio spirito
alla contemplazione di te.
O Signore, Dio mio,
quando il tuo servo Mosè
ti chiese il nome
da proporre ai figli d’Israele
-sapendo quello che di te
la mente umana può conoscere-
rispondesti
rivelando il tuo santo nome
Io sono colui che sono.
Tu, o Signore, sei l’Essere
vero!
Tu, o Signore, sei l’Essere totale!
Questo credo fermamente.
Questo, se possibile,
desidero conoscere.
O Signore,
aiutami a scoprire
il vero Essere
che sei tu.
O Signore,
aiutami
a comprendere
ciò che credo...» .
I pensieri d’amore divino infuocati
di Duns Scoto si traducono, nell’ultimo capitolo
del trattato in invocazioni di profonda e sublima
preghiera contemplativa, una specie di Te Deum. Eccone
qualche invocazione:
«Tu sei il Dio vivente della più nobile
vita, perché sei intelligente e perché
vuoi.
Tu sei felice essenzialmente.
Tu sei tutta la beatitudine perché possiedi
la comprensione di te stesso.
Tu solo, o Signore, sei incomprensibile e infinito.
Tu solo, o Signore, sei perfettamente semplice: l’angelo
non è perfetto e i corpi lo sono meno.
E’ davvero perfetto solo colui che di nulla
è manchevole e bisognoso, e che può
esistere in tutti gli esseri possibili.
Tu sei buono senza misura e con liberalità
comunichi il tuo amore.
Tutti gli esseri anelano verso di Te, che sei l’Essere
sommamente amabile, come il loro ultimo fine...
Ciò che ho detto [e pregato] di Te, o Signore,
anche i Filosofi lo sanno spiegare; ma meglio i cattolici
Ti proclamano con maggior precisione, quale onnipotente,
immenso, giusto, misericordioso, benefico verso tutte
le creature, provvidenziale soprattutto verso gli
esseri pensanti» .
Queste e simili invocazioni d’amore infuocate
costituiscono il fondamento e l’apice non solo
della spiritualità ma anche del misticismo
genuino di Duns Scoto, che ama sovente inabbissarsi
nel “pelago” immenso del divino Amore,
in cui trova appagamento e riposo il suo spirito sitibondo
di amore e di sapere. Il suo cuore infiammato d’amore
e immerso nell’Amore infinito prende il posto
della pienezza e del rigoglio dei pensieri e si rasserena
unicamente in Dio, suo centro e fine, contemplandolo
con dolcezza e tenerezza estatica, come «il
citarrista perfetto -per usare un suo esempio- che
non riflette più né pensa nel pizzicare
soavemente le corde» .
In questa visione contemplativa di Dio prende corpo
il mistero dell’Incarnazione del Verbo, che
concretizza e attualizza l’estrinsecazione della
Volontà dell’Essere-Amore, assicurando
così la condizione ontologica della stessa
creazione, e “inventando” nello stesso
tempo le condizioni indispensabili e necessarie all’uomo
per entrare in comunione-unione con Dio e contemplare
la sua Bellezza e Deità. Cristo è veramente
il Mediatore tra Dio e l’uomo, tra l’uomo
e la natura e tra l’uomo e Dio. Senza di Cristo,
ontologicamente parlando, non si può entrare
in comunione con Dio. Cristo è il Rivelatore
di Dio e il mezzo di comunione con Dio. Cristo è
l’unico “ponte” tra Dio e l’uomo
e tra l’uomo e Dio attraverso l’unico
linguaggio della preghiera .
1. Prima tesi:
la predestinazione di Maria
Per quanto riguarda la prima tesi,
quella sulla predestinazione di Maria, sono da notare
due cose: prima di tutto, Duns Scoto, nel precisare
il posto di Cristo nei decreti divini, non menziona
mai esplicitamente la collocazione di Maria, ma sono
stati i suoi diretti discepoli e i primi commentatori
ad applicare per estensione anche a Maria i principi,
che il Maestro aveva precisato per la predestinazione
di Cristo, e così assegnarle lo stesso “posto”
accanto al Figlio; secondo, come la predestinazione
di Cristo e di tutti i beati, così anche quella
di Maria, appartiene a quell’unica predestinazione
assoluta e simultanea che formalmente è un
atto della divina volontà.
Il contenuto di questa tesi, come corollario della
predestinazione di Cristo, vero capolavoro teologico,
costituisce fondamentalmente la novità dottrinale
assoluta nella mariologia di Duns Scoto, che è
entrato anche nella formula dell’Ineffabilis
Deus “uno eodemque decreto”, ossia nell’unico
e medesimo decreto di predestinazione Dio prevede
e vuole Cristo e Maria, prima della creazione del
mondo, cioè indipendentemente da qualsiasi
merito o demerito. In altre parole, Duns Scoto vuol
dire che né Cristo è stato previsto
dopo il peccato, e né Maria è stata
prevista prima del peccato, ma sia Cristo che Maria
sono stati previsti con un unico e medesimo decreto
prima della creazione e, quindi, indipendentemente
dal peccato .
In base al principio scotista che Dio vuole in modo
“più ragionevole possibile”, ne
segue che vuole anche per primo ciò che è
più vicino al fine . Il concetto di “mezzo”,
che permette di raggiungere il fine, può essere
considerato sotto due aspetti diversi: nei beati è
costituito dalla grazia proveniente dai meriti estrinseci
di Cristo; e in Cristo, dall’unione ipostatica,
che, in quanto principio del merito, non può
dipendere da nessuno. Nell’ordine della predestinazione,
perciò, Duns Scoto distingue una varietà
di gradi: dal massimo al minimo. Il primo posto in
modo assoluto è certamente quello di Cristo
e di Maria: Cristo riceve tutto dall’Amore del
Padre, Maria riceve tutto dall’Amore di Cristo.
Perciò, nella lettura del piano di Dio, secondo
l’ermeneutica di Duns Scoto, si può ugualmente
affermare con le sue stesse parole: Cristo è
il “Sommo Bene di Dio” e Maria è
il “Sommo Bene di Cristo” .
2. Seconda
tesi: la maternità di Maria
Il primo frutto della doppia predestinazione
alla gloria di Cristo e di Maria, nell’unico
e medesimo decreto divino, è certamente uno
scambio reciproco d’amore: Cristo dona a Maria
la Grazia della maternità, rendendola “piena
di grazia”; e Maria dona a Cristo la “natura
umana”, per la quale diviene “vero Uomo”.
In questo gioco d’amore, le azioni di Cristo
e di Maria sono contemporaneamente attive e passive
insieme: Cristo è attivo in quanto dona la
“grazia” ed è passivo in quanto
riceve la “natura umana”; Maria ugualmente
è attiva in quanto dona la “natura umana”
ed è passiva in quanto riceve la “grazia”.
Nasce così tra Cristo e Maria un duplice vincolo:
naturale l’uno, per l’unione ipostatica,
cui prende parte attiva anche Maria; morale l’atro,
per la trasfusione della grazia dal Figlio alla Madre.
La precedenza tra i due vincoli spetta sicuramente
a quello “naturale”. Alla stessa maniera
che in Cristo, l’unione ipostatica è
una esigenza alla grazia e alla gloria, così
in Maria la Maternità esige la grazia. Il vincolo
naturale tra Cristo e Maria, ossia la Maternità
di Maria, costituisce il fondamento di tutti i privilegi
mariani e di tutta la mariologia, come vuole il principio
mariologico fondamentale di Duns Scoto.
La tesi della “fecondità naturale”
di Maria, insieme a quella dell’Immacolata Concezione
e della sua Predestinazione, costituisce una delle
più suggestive e specifiche caratteristiche
mariane del pensiero Duns Scoto, che supera l’usura
del tempo. Difatti, i Teologi medievali, rifacendosi
all’autorità di Aristotele , sostenevano
che nella procreazione della prole, solo il padre
(o maschio) è principio attivo; mentre la madre
(o femmina) è semplice passività, avente
il compito di far sviluppare in sé il seme
vitale dell’uomo (o maschio). Principio che
esteso anche alla Madonna comporta la conseguenza
che Maria non ha operato nulla di attivo nella concezione
e nello sviluppo embrionale del Figlio Gesù,
ritenuto totalmente opera dello Spirito Santo.
Duns Scoto, invece, rifacendosi alla sua teoria della
concausalità dei principi nel processo conoscitivo
e alla teoria sessuologica del medico Galeno , ripreso
da Avicenna , insegna categoricamente che sia il padre
che la madre sono entrambi principi attivi nella procreazione
della prole . E con squisita sensibilità aggiunge
che, in argomenti di tale delicatezza, è meglio
affidarsi a un medico che a un filosofo. E applicando
tale principio anche alla Madonna si pone contro la
comune opinione dell’epoca: «Io dico che
la beata Vergine Maria ebbe una vera funzione di principio
attivo nella formazione del corpo di Cristo»
.
Affermato il principio generale dell’attività
della donna nel processo della maternità, Duns
Scoto fa la dovuta applicazione alla Madonna. Mentre
per la donna il principio attivo è dato dall’uomo,
per Maria invece dallo Spirito Santo. Precisare il
tipo specifico di collaborazione tra Maria e Spirito
Santo è così difficile e arduo, da entrare
nel mistero della fede. Tuttavia si tenterà
di precisare ciò che è precisabile,
senza alcuna velleità di risolvere il problema,
che sostanzialmente appartiene all’ambito della
fede.
a) Maria è
concausa con lo Spirito Santo
Al tempo di Duns Scoto, la concausalità
di Maria era comunemente negata, in quanto si attribuiva
la sua maternità all’opera unica ed esclusiva
dello Spirito Santo o della SS. Trinità. Duns
Scoto discute la questione in ordine al mistero dell’Incarnazione,
che, come si sa, da lui viene spiegata in chiave di
predestinazione assoluta con tutte le conseguenze
già note.
L’unione ipostatica, secondo Duns Scoto, può
considerarsi sotto un duplice aspetto: in facto, in
ordine all’effetto; oppure in fieri, in ordine
alla causa. Certamente, Maria non può essere
concausa nel primo significato, in quanto l’unione
ipostatica si realizza nel suo “termine”,
cioè nella persona del Verbo, essendo lui solo
il sussistente della natura umana. Allora la concausalità
di Maria si realizza nel secondo significato, quello
della causa efficiente dell’unione ipostatica.
La causalità di Maria non deve essere intesa
in senso morale come concorso volontario all’accettazione
dell’Incarnazione e neppure come condiscendenza
a fornire la materia (o carne) alla formazione del
corpo di Cristo, ma in senso naturale reale e fisico
di causa efficiente della stessa unione ipostatica,
anche se secondaria e strumentale alla causa principale
dell’azione dello Spirito Santo o della SS.
Trinità, perché il termine “Spirito
Santo” nell’Annunciazione intende tutta
la SS. Trinità.
Sempre secondo Duns Scoto, perciò, Maria è
realmente e fisicamente collaboratrice della SS. Trinità,
come causa essenziale secondaria in ordine alla realizzazione
dell’unione ipostatica. Nella teoria scotiana
delle cause ordinate essenzialmente, la secondaria
agisce sempre in subordinazione e in dipendenza della
causa principale. Di conseguenza, alla formazione
del ‘corpo’ di Cristo concorrono due cause
essenziali, Dio come causa principale e Maria come
causa secondaria. Il risultato Cristo: vero Dio e
vero Uomo. Da questa singolare e ardita concezione,
scaturiscono almeno due importantissime conseguenze,
che gettano nuova luce su due verità credute
ma non adeguatamente spiegate: Maria è vera
Madre di Gesù, e Gesù è vero
Figlio di Maria.
Nell’opinione di Duns Scoto che ritiene madre
e padre concause attive della procreazione dela prole,
Maria è vera Madre, perché compie tutto
ciò che naturalmente compete alla donna-madre.
Nel modo come si è realizzata, la maternità
di Maria è insieme soprannaturale e miracolosa,
perché si è compiuta per opera dello
Spirito Santo, cioè senza padre naturale, e
conservando intatta la sua Verginità.
Come sono due le cause dell’unione ipostatica,
così due sono pure le generazioni e le filiazioni:
eterna l’una, dal Padre; e temporale l’altra,
dalla Madre.
Sono entrambe reali?
La risposta dipende sempre dal diverso concetto che
si ha della predestinazione e, quindi, della “filiazione”:
chi la fa consistere nella “persona’,
e chi nella “natura”. Per gli uni, la
risposta non può che essere negativa, perché
in Cristo c’è una sola Persona; per gli
altri, invece, la risposta è positiva, perché
in Cristo ci sono due Nature. Duns Scoto appartiene
a questa seconda ipotesi che ammette due filiazioni
reali in Cristo, quella dal Padre e quella dalla Madre.
b) Maria piena
di grazia
Nella trattazione sulla predestinazione,
Duns Scoto a volte la considera in ordine alla grazia
e alla gloria insieme e altre volte solo in ordine
alla gloria. Nel primo caso, la predestinazione si
dice completa, perché abbraccia sia il mezzo
che il fine; nel secondo caso, incompleta, perché
riguarda principalmente il fine. Dall’insieme
si evince che grazia e gloria sono così intimamente
connesse, che una completa l’altra: la gloria
non si può conseguire senza la grazia, e la
grazia esige la gloria. Nell’ordine ontologico
o delle intenzioni, la gloria precede sempre la grazia;
nell’ordine storico o dell’esecuzione,
la grazia precede sempre la gloria.
La grazia, in quanto mezzo immediato per raggiungere
il fine della gloria, è necessaria a tutti
i beati o eletti, ed è qualitativamente identica
per tutti. La diversità di gradi nella grazia
proviene dall’applicazione dei meriti dell’unione
ipostatica, cioè dalla più o meno vicinanza
a Cristo. Solo la gloria di Cristo è indipendente
da qualsiasi merito sia proprio che altrui, mentre
tutti gli altri eletti, Maria compresa, dipendono
dai meriti di Cristo. Come a dire: nessuno entra nella
gloria senza la grazia ricevuta da Cristo. E il massimo
merito di Cristo è quello di conferire la sua
grazia senza aspettare le disposizioni di chi la riceve.
Allorquando si parla della grazia di Maria -o di qualsiasi
altro eletto- non si intende parlare né dell’origine
né della natura né del fine, ma unicamente
della sua “quantità”, ossia del
grado di grazia che può ricevere o sopportare.
E poiché l’unica opera ad extra di Dio,
l’Incarnazione del Verbo, è del tutto
gratuita, si deduce che da essa dipendono tutti i
vari gradi di grazia, secondo il principo della vicinanza
o lontananza da Cristo. Ora, Maria, in virtù
della sua Maternità, è più vicino
a Cristo di chiunque altro beato; pertanto dopo il
grado sommo di grazia di Cristo, viene subito e immediatamente
il sommo grado di grazia di Maria. Ogni grazia deriva
a Maria dalla sua Maternità divina, perché
la rende intimamente unita a Cristo, fonte della grazia.
Duns Scoto contempla il privilegio della pienezza
di grazia in Maria non a sé stante, che non
avrebbe senso, ma come scaturente dalla Maternità
divina. Perché Madre, Maria dev’essere
piena di grazia: maternità e pienezza di grazia
sono due titoli-doni che vanno considerati sempre
insieme e in rapporto a Cristo.
E’ da notare che la dottrina di Duns Scoto in
ordine alla grazia di Maria si sviluppa in rapporto
alla sua Maternità, mentre quella dei Padri
segue la via del saluto dell’angelo, ugualmente
presupposta dal Dottor Sottile. Per il Maestro francescano,
il privilegio della pienezza di grazia in Maria deriva
da Cristo Salvatore.
3. Terza tesi:
l’Immacolata Concezione
Il secolare e lento processo - più
di 12 secoli - che ha condotto alla definizione dogmatica
dell’Immacolata Concezione bisogna situarlo
nel contesto storico-devozionale e di fede in cui
si è sviluppato. In questo processo storico-teologico
un posto di eccezionale importanza spetta a Duns Scoto
che ha letto per la prima volta il privilegio mariano
in chiave cristocentrica, legandolo indissolubilmente
al primato di Cristo. La novità della lettura
mariana insieme alla profondità forza speculativa,
che sono sempre accompagnate da una carità
diafana e da un’espressione originale, consiste
nell’aver esteso la potenza della redenzione
di Cristo anche nella forma intensiva, oltre a quella
estensiva.
Il paragrafo viene articolato in tre momenti: influsso
della fede popolare; influsso della liturgia e della
teologia; e posizione di Duns Scoto. Il dopo Duns
Scoto appartiene al patrimonio culturale comune della
storia del dogma e, per questo, non viene toccato
dal mio riferimento.
1. Influsso
della fede popolare
Dalle origini della storia del dogma
dell’Immacolata Concezione si evince a tutto
tondo che il senso cristiano della fede è stato
compatto e determinante nel proclamare la santità
originaria di Maria Vergine, a differenza della riflessione
teologica che si è manifestata a lungo ondeggiante.
La prima testimonianza storica si trova nel Protovangelo
di Giacomo, un apocrifo del II secolo, che ha molto
influito nella liturgia, dando origine a tre feste
mariane: la “Concezione” (l’8 dicembre),
la “Natività” (l’8 settembre)
e la “Presentazione di Maria al tempio”
(il 21 novembre).
Al di là di ogni considerazione tecnica, il
racconto - pur nella sua veste popolare - contiene
certamente delle istanze teologiche in ordine alla
santità di Maria Vergine, e rappresenta in
modo intuitivo e mitico anche la sua stessa concezione
verginale. La diffusione della letteratura apocrifa
si fa sentire principalmente nel culto orientale,
dove - già nel VII secolo - si celebra liturgicamente
la festa della “Concezione di Maria”.
Per quanto riguarda l’influsso del Protovangelo
di Giacomo è da notare che, già nel
IV secolo, Epifanio respinge la credenza della concezione
verginale da parte di Anna. E fino al concilio di
Efeso (431), non si registrano particolari affermazioni
dei Padri circa l’assenza di peccato ab initio
in Maria, ma abbondano elogi e titoli che esaltano
la sua santità. Benché il concilio riguardasse
il problema cristologico delle due nature - la divina
e l’umana, perfette e diverse - tuttavia presenta
la Vergine Maria come Theotòkos, ossia Genitrice
di Dio.
Nella polemica pelagiana - V secolo - la perfezione
negativa di Maria costituisce il presupposto su cui
Pelagio e il suo discepolo, Giuliano di Eclano, puntano
le loro posizioni. Anche Agostino afferma l’assenza
di peccati personali in Maria. Questa perfezione negativa
è dovuta a un puro dono della grazia, a un
privilegio eccezionale che le è stato conferito
in considerazione della sua maternità divina.
Una delle conseguenze della polemica è stata
quella di aver sganciata l’idea dell’immacolata
concezione da ogni contesto di “privilegio”
e da ogni “dipendenza” da Cristo, presentandola
come unico frutto delle personali forze di Maria.
Questo spostamento è dovuto al diverso modo
di concepire il peccato originale, i cui effetti si
faranno sentire fino al concilio di Trento, che ne
ristabilirà l’esatta natura nella classica
distinzione: colpa, reato e macchia. Il privilegio
mariano riguarda, com’è ovvio, solo la
macchia del peccato originale.
Se a questa situazione di spostamento di interesse,
si aggiunge la cattiva fama che godevano in Occidente
gli scritti apocrifi, si comprende meglio il deciso
rallentamento dello sviluppo della dottrina circa
la Concezione Immacolata di Maria. L’introduzione
della festa liturgica in Occidente - XI secolo - contribuirà
a bilanciare la situazione.
2. Influsso
della liturgia e della teologia
a) Influsso
storico-liturgico
Verso la fine del VII secolo o agli
inizi dell'VIII secolo cominciò a venir celebrata,
in Oriente, la festa della Concezione di Maria, come
risulta da Andrea di Creta. La prima omelia che si
conosca sulla Concezione è quella di Giovanni
d'Eubea, contemporaneo del Damasceno. All'oggetto
primitivo della festa, che era l'annunzio della miracolosa
Concezione di Maria fatta dall'angelo ai genitori
(idea che risale al Protovangelo di Giacomo), non
aveva tardato ad aggiungersi quello odierno, ossia
quello della Concezione passiva della Madre di Dio,
dichiarata, non di rado, santa e immacolata. Così
Giovanni d'Eubea asserisce un intervento della Santissima
Trinità nella formazione di Maria tale da crearla
nello stato di giustizia originale. Nel IX secolo
la festa diviene universale nella Chiesa greca.
La festa della «Concezione», istituita
dai Greci, restò per lungo tempo ignorata dai
Latini. Importata da qualche monaco, venuto dall'Oriente,
essa appare in Inghilterra verso il 1060 circa, ma
scompare quasi subito, al tempo della conquista normanna
(1066), senza lasciare altre tracce all'infuori di
un ricordo, unito però a dei rimpianti. È
così che essa può rinascere con slancio,
grazie alla devozione popolare, verso il 1127-1128,
su basi più solide, e passa in Normandia, poi,
di là, in tutta l'Europa, nonostante la decisa
opposizione di S. Bernardo. L'oggetto della festa,
abbastanza indeterminato all'origine, si precisa a
poco a poco, non senza un sofferto travaglio. Infatti
molti sostenitori della festa non affermavano in senso
stretto l'Immacolata Concezione, ma alcuni celebravano
semplicemente le primizie della futura Madre di Dio,
altri la sua santificazione nel grembo materno. Altri
ancora sostenevano la santità originale di
Maria, ma con significati molto diversi. Alcuni facevano
partire la sua santità dal momento della concezione,
altri dal momento della concezione spirituale, cioè
dall'infusione dell'anima, che segna l'inizio dell'esistenza
personale di Maria.
Per quanto riguarda l’occidente, le prime testimonianze
intorno alla festa della Conceptio Mariae risalgono
al XI secolo, e principalmente in Inghilterra con
la data all’8 dicembre, prima dell’invasione
normanna. Soppressa dai Normanni, la festa viene prontamente
ristabilita da Elsin, abate di Ramsay (1080-1087).
E nel XII secolo trovò in Anselmo junior (ca
1125), nipote del famoso Anselmo d’Aosta, un
grande e zelante propagatore. Nel concilio londinese
(1127-29), Gilberto vescovo della città, difende
il culto dell’Immacolata Concezione di Maria,
contro i vescovi di Salisbury e di S. David. Specialmente
Eadmero di Canterbury (1124-1141) prende le difese
della nuova festa nel Tractatus de Conceptione Mariae,
in cui si esalta Maria esente fin dai primi istanti
della sua creazione da ogni corruzione di peccato.
La sua dimostrazione si basa sulla distinzione tra
concezione attiva (nel peccato) e concezione passiva
(senza peccato). Porta come esempio il celebre episodio
della castagna che esce indenne dall’involucro
spinoso: «Non poteva forse Dio conferire a un
corpo umano ... di restare libero da ogni puntura
di spine, anche se fosse stato concepito in mezzo
ai pungiglioni del peccato? E’ chiaro che lo
poteva e voleva; se lo ha voluto l’ha fatto:
(“potuit plane et voluit; si igitur voluit,
fecit’’)».
In una lettera ad Anselmo junior, Osberto di Clara
(1120), grande innamorato della Madonna, scrive: «E’
da credere che nella stessa concezione ci fosse la
medesima santità... Così che crediamo
che non fosse impossibile a Dio santificare la beata
vergine Maria dalla massa di prevaricazione di Adamo,
senza avere alcun contatto di peccato. L’Altissimo,
dunque, ha santificato il suo tabernacolo nello stesso
inizio della creazione della concezione nell’utero
della madre».
Dall’Inghilterra la festa liturgica si estende
in tutto il continente, specialmente in Normandia.
E l’entusiasmo è tale che gli studenti
normanni all’Università di Parigi la
scelgono come festa patronale, onde l’appellativo
anche di “festa dei normanni”.
Anche i canonici della cattedrale di Lione adottarono
verso il 1139-40 la nuova festa mariana nella liturgia,
suscitando una indignata protesta in Bernardo che
nella lettera 174 loro indirizzata così scrive:«...
E’ principalmente in materia liturgica che non
si vide mai la chiesa di Lione cedere all’allettarnento
della novità e che essa piena di giudizio non
si è mai disonerata con una leggerezza puerile.
Così non posso abbastanza meravigliarmi che
ai nostri giorni, si siano trovati tra noi dei canonici
che vogliono oscurarne lo splendore con l’introduzione
di una festa che la Chiesa ignora, che la ragione
disapprova, che la tradizione non raccomanda».
La festa liturgica della Concezione di Maria Vergine
si diffonde rapidamente oltr’Alpe, e verso la
metà del XII secolo penetra anche in Italia.
Qui, riceve un nuovo e magnifico impulso ad opera
dei francescani, che, nel capitolo generale del 1263,
tenutosi a Pisa, decidono di celebrarla per l’intero
Ordine, benché la chiesa romana non ancora
esprimesse il suo parere, come testimonia Tommaso
d’Aquino: «La chiesa romana benché
non celebri la Concezione della beata Vergine Maria,
tuttavia tollera la consuetudine di quelle chiese
che celebrano tale festa».
Il silenzio di Roma non doveva durare a lungo. Dopo
la celebre disputa all’Università di
Parigi, sostenuta con ardore e audacia da Duns Scoto
nel 1307, papa Giovanni XXII celebra ad Avignone con
grande solennità la festa della Concezione
della Vergine Maria nel 1325.
b) Influsso
teologico
Poiché non si registrano novità
di rilievo fino alla fine del XIII secolo, se non
una maggiore propensione a favore della “pia
sentenza” da parte dell’ambiente accademico
di Oxford - a differenza di quello di Parigi, che
anzi è decisamente contrario - torna utile
fare il punto della situazione secondo la chiara e
precisa puntualizzazione di Bonaventura da Bagnoregio
nel commento al III libro delle Sentenze di Pietro
Lombardo.
Storicamente Bonaventura fissa i termini della questione
in due opinioni: l”’immacolista”
e la “macolista”. Dopo attenta valutazione
degli argomenti “pro et contra” dell’una
e dell’altra, egli proprende per la seconda
opinione, giudicandola “più comune, più
razionale e più sicura”.
La prima opinione -quella immacolista- poggia meno
su argomenti scritturistici che di convenienza. L’idea
di fondo che la vivifica è semplice: l’onore
della madre si ripercuote sul Figlio. In questo modo
prende corpo la “possibilità” che
in Maria Vergine coisistesse da sempre la grazia.
Tra gli argomenti più significativi meritano
di essere segnalati: quello della mediazione di Maria
tra Cristo e gli uomini, (in analogia alla mediazione
di Cristo tra Dio e gli uomini); e quello della santità
di Maria che eccelle su quella di tutti i santi insieme.
Una menzione a parte merita l’argomento liturgico,
interessante sia per la storia del dogma, sia per
la delicata sensibilità spirituale di Bonaventura.
Ecco le sue parole: «Alcuni per speciale devozione
celebrano la concezione della beata Vergine. Di essi
né sento che bisogna lodare né biasimare.
Che tale esempio non sia del tutto da approvare, lo
ricavo dal fatto che i Padri, mentre per altre solennità
della Vergine stabilirono di celebrarle, per quelle
dell’immacolata concezione non decretarono di
solennizzarla. Anzi, il beato Bernardo, esimio amatore
della Vergine e zelatore del suo onore, rimprovera
aspramente tale introduzione liturgica. Da parte mia,
io non sento che bisogna riprendere coloro che celebrano
la festa dell’immacolata concezione di Maria,
perché - come dicono alcuni - essa cominciò
a celebrarsi non per umana invenzione, ma per divina
rivelazione. Se ciò è vero, non c’è
dubbio che è un bene solennizzare tale festa.
Poiché tale affermazione non è autentica,
non si è tenuti a credere; e poiché
(la festa) non è contraria alla retta fede,
non si è tenuti neppure a negarla... Tuttavia
credo e confido nella gloriosa Vergine che, se qualcuno
celebra tale solennità non per amore di novità
ma per vero spirito di devozione e in buona fede,
la benedetta Vergine accetta la sua devozione; se
inveve qualcuno fosse da rimproverare, spero che la
Vergine si degni di scusarlo presso il giusto Giudice».
La tesi degli “immacolisti” - secondo
Bonaventura - riposa sull’idea di mediazione
e di santificazione di Maria Vergine. L’abbondanza
della santità di Maria non è solo questione
di quantità ma anche di qualità, nel
senso che supera la stessa dimensione del tempo: da
sempre Maria è stata ricolma di grazia e santità
per svolgere adeguatamente la sua azione di Mediatrice.
La consistenza dell’altra opinione -quella macolista-
poggia invece su due brani rivelati ai Romani di S.
Paolo: “tutti peccarono e tutti attendono la
gloria di Dio”’ e “tutti peccarono
in Adamo’’; e su alcune testimonianze
patristiche: “nessuno è liberato dalla
massa del peccato se non nella fede del Redentore”
e “il nostro Salvatore, come è venuto
per liberare tutti, così nessuno ha trovato
libero dal reato”.
Lo scoglio insuperabile è costituito, perciò,
dall’interpretazione dei testi paolini sul peccato
originale e sulla redenzione universale di Cristo.
Dal momento che non si trova alcun passo rivelato
dove è possibile appoggiare l’immunità
dal peccato originale di Maria, bisogna concludere
che la sua santificazione sia avvenuta dopo la contrazione
dello stesso peccato. Così è salva la
tesi della universale redenzione di Cristo.
3. La tesi di
Duns Scoto
Dal bonaventuriano quadro storico-teologico
si evince con molta chiarezza e con solidità
di argomenti che la tesi “macolista” gravita
attorno a due poli: l’universalità della
redenzione di Cristo e l’universalità
del peccato di Adamo. Problemi strettamente connessi,
ma storicamente incarbugliatesi per la riduttiva interpretazione
del peccato originale, causata dalla polemica antipelagiana,
rendendo oggettivamente insuperabile l’ostacolo
verso la “pia sentenza” del concepimento
immacolato di Maria.
La storica posizione di Duns Scoto non consiste certamente
nella soluzione esegetica del peccato originale, anche
se da lui intuita, che del resto troverà giusta
risposta soltanto nel Concilio Tridentino, bensì
nella felice e originale intuizione, teologicamente
fondata, del primato assoluto di Cristo, intorno al
quale fa gravitare, come corollario, la redenzione
preventiva della Vergine Maria.
Il suo grande merito, perciò, consiste nell’aver
considerato il privilegio mariano non come realtà
o verità a se stante, ma come parte o effetto
della tesi cristocentrica principale, ossia come primo
“frutto” della redenzione universale di
Cristo. Concezione provvidenziale! Apre un’altra
via alla definizione dogmatica. La storia gli riconosce
unanime questo merito.
a) Ambiente storico
E’ storicamente provato che
Duns Scoto sostenne una celebre disputa all’università
di Parigi per difendere la tesi sull’Immacolata
Concezione della Vergine Maria nel primo semestre
del 1307, quando “leggeva” il 3° libro
delle Sentenze di Pietro Lombardo. La geniale intuizione
di Duns Scoto maturò certamente nell’ambiente
di Oxford, favorevole alla “pia sentenza”
non solo liturgicamente ma anche teologicamente. Parigi
invece respirava un’aria completamente diversa
e contraria, tanto da essere considerata la “roccaforte
dei macolisti”.
La non facile e movimentata attività accademica
di Duns Scoto non riuscì a incrinare il limpido
e profondo suo pensiero. Anzi l’esplicito e
chiaro insegnamento suscitò ben presto reazioni
e prese di posizioni in tutto il corpo accademico
della Sorbona, culla e centro della cultura. Di solito
quando accadeva un caso simile, cioè che un
“magister” prendeva posizione contro la
comune opinione del corpo accademico, la competente
autorità universitaria “invitava”
(cioè costringeva) il Maestro innovatore a
giustificare pubblicamente la sua tesi in una solenne
disputa.
I rischi erano gravi e grandi. Chi non riusciva a
giustificare scientificamente la sua posizione, veniva
bandito dalla cattedra e, a seconda dei casi, soffriva
anche l’esilio, quando non si arrivava all’accusa
formale di eresia, con tutte le conseguenze connesse.
La posta in gioco, perciò, era molto alta.
E Duns Scoto ha voluto correre questo rischio.
Le decisioni dell’Università non si fecero
attendere. Tutta la questione fu deferita al papa
Clemente V, che, in quel periodo, si trovava a Poitiers.
Questi ordinò ai legati pontifici Berengario
di Fredal e Stefano di Suisi, che si trovavano a Parigi
per l’affare dei Templari, di organizzare la
solenne disputa e costringere Duns Scoto a giustificare
teologicamente la sua tesi sulI’Immacolato Concepimento
di Maria.
Così, alla data stabilita, di fronte ai due
legati pontefici, al vescovo di Parigi - Simone Matifas
-, al cancelliere dell’Università - Simone
di Guiberville -, al corpo accademico al completo,
alle personalità di corte, ai superiori maggiori
dei vari ordini religiosi, ai numerosi invitati, alla
calca degli studenti e dei curiosi..., il Maestro
Francescano si presentò nell’aula magna
della Sorbona per difendere la sua tesi mariana.
Si racconta che, prima di entrare nella grande assise,
passando davanti alla cappella del Palazzo Reale,
sul cui frontespizio inferiore c’era una statua
di Maria scolpita in pietra, Duns Scoto si fermò
in preghiera mormorando le parole:Dignare me laudare
te, Virgo sacrata (Degnati, o Vergine benedetta, che
io possa lodarti). La statua illuminata dai riflessi
dei raggi del sole piegò la testa in segno
di approvazione e così rimase fino ai giorni
nostri, onde viene salutata la “Madonna del
saluto”.
L’esposizione della tesi cristocentrica sul
“perfettissimo Redentore”, in cui Duns
Scoto impianta la “perla preziosa” della
redenzione “preventiva” di Maria Vergine,
si sviluppa con argomenti convincenti e saudenti,
fondati sulla Scrittura e organizzati da una potente
struttura logica. Alla fine, si elevò osannante
un applauso trionfante in onore della Vergine Maria
e del suo Dottore. Informato dell’andamento
della disputa, il pontefice Clemente V approva il
titolo di “Doctor Subtilis”, proposto
dall’autorità accademica; e quello di
“Doctor Marianus”, proposto per acclamazione
popolare.
Le conseguenze non si fanno attendere. Viene subito
abrogato dall’Autorità Accademica il
decreto episcopale del 1163, che vietava la stessa
liturgia della Concezione Immacolata; ed emanato un
altro che ne prescrive annualmente la celebrazione,
con l’obbligo che un francescano dovesse tenere
il discorso ufficiale.
Tra le testimonianze storiche che si possono addurre
a conferma della disputa, piace riportare quella del
discepolo e uditore di Duns Scoto, Landolfo Caracciolo,
eletto poi arcivescovo di Amalfi nel 1326, che nel
trattato De Conceptione Virginis scrive: «Gesù
Cristo destinò Duns Scoto, dottore esimio dell’ordine
dei minori, a Parigi, dove fu indetta per ordine papale
una pubblica disputa sulla Concezione della Vergine.
Duns Scoto confutò le ragioni e gli argomenti
degli avversari, e difese talmente la santità
della concezione della vergine, che gli avversari
stupefatti vennero meno nel far obiezioni. Per questo
motivo, Duns Scoto venne chiamato “Doctor Subtilis”»
. Importante è anche la notizia circa il giuramento
che i professori universitari dovevano emettere a
Parigi. Lo stesso Caracciolo così riporta il
suo: «Io Landolfo, volendo seguire le norme
del Papa e quella dell’Accademia, e avendo giurato
nell’Università della Sorbona e desiderando
osservare gli Statuti di essa, amo celebrare devotamente
la festività della santa Concezione e voglio
che venga da tutti solennizzata» .
Una conferma inoppugnabile proviene dal Chartularium
Universitatis Parisiensis, che al 13 novembre 1318
attesta il pubblico giuramento emesso alla Sorbona
di voler celebrare la festa dell’Immacolato
Concepimento di Maria da parte del francescano Pietro
Aureolo, del cistercense Giovanni di Dunis e dell’agostiniano
Giovanni di Paignole. Importantissima è anche
la testimonianza del calendario delle lezioni all’Università
parigina che il Denifle riporta nello stesso volume:
“8 dicembre, Concezione della Santa Vergine.
Non si legge in nessuna facoltà”.
Di pari valore risulta anche la parola diretta di
Pietro Aureolo quando scrive: «E’ cosa
certa che il signor Papa, i Cardinali e la chiesa
romana erano consapevoli da tempo, e conoscevano che
la chiesa anglicana, quella di Normandia, l’Università
di Parigi e molte altre chiese - sottoposte all’obbedienza
del Pontefice - celebravano la festa della Concezione,
e che molti Dottori hanno predicato annualmente a
Parigi e in Inghilterra, lasciandone memoria nei loro
scritti, come fece il grande Giovanni Duns Scoto»
.
Dal 1325 in poi, da quando cioè il papa Giovanni
XXII volle far celebrare “con insolita pompa”
non solo nella sua cappella privata, ma in tutta la
città di Avignone la liturgia in onore della
Vergine Immacolata, grande incremento e larga diffusione
guadagnò la tesi “immacolista”.
Certo, occorreranno altri secoli - lunghi travagliati
difficili e ricchi di controversie - prima che la
fede del popolo cristiano vedrà proclamare
solennemente e infallibilmente la tanta attesa definizione
dogmatica, che Pio IX pronunciò 1’8 dicembre
del 1854. E la stessa Vergine quattro anni dopo confermerà
con l’autodefinizione: “Io sono l’Immacolata
Concezione”.
b) La posizione
di Duns Scoto
Può suonar strano ma la potente
personalità teologico-speculativa di Duns Scoto
affonda le radici nella profondità delle intuizioni
semplici di Francesco d’Assisi, che ha saputo
cogliere il legame strettissimo tra Cristo e Maria,
specialmente quando identifica la Vergine Madre con
la Chiesa: la “Vergine diventata Chiesa’’.
L’attenzione di Duns Scoto, infatti, è
rivolta principalmente a considerare la stretta dipendenza
della tesi mariana con quella cristocentrica, anzi
è la considerazione della “predestinazione
assoluta” di Cristo che fa scaturire logicamente
-come corollario- il privilegio dell’Immacolato
Concepimento di Maria Vergine. La stretta connessione
delle due tesi impedisce un’esposizione autonoma
e indipendente, che farebbe fondare sul vuoto il privilegio
mariano. Sembra utile, pertanto, premettere un breve
riferimento sostanziale alla tesi cristocentrica.
1) Fondamento
cristologico dell’Immacolata
Come ogni riferimento mariano non
avrebbe senso senza Cristo, così quello cristologico
senza Dio. Non solo la storia della salvezza ma anche
la metafisica in Duns Scoto è contrassegnata
dalla visione di Dio come “amore per essenza”
o “formalmente amore e formalmente carità
e non soltanto efficiente”, in cui il “vero
infinito” e il “buono infinito”
coincidono. Identità che contrassegna la concezione
scotiana di Dio.
In quanto formalmente carità, Dio comunica
nella pienezza della libertà i raggi della
sua bontà e del suo amore alle creature, che
chiama all’esistenza perché entrino in
comunione-con-lui. Benché il suo atto di amore
sia semplicissimo, tuttavia -afferma Duns Scoto- esso
tende in diversi modi verso gli oggetti ordinati.
E questo perché Dio vuole e ama in maniera
perfettissima e nel modo più ragionevole possibile,
distinguendo cioè nel suo unico atto di amore
fini diversi.
Nella gerarchia dell’essere, al primo posto
nella linea discendente fuori di Dio, si trova Cristo,
poi l’angelo, l’uomo e infine il mondo.
La “primità” di Cristo non solo
è di essere ma anche di amore, nel senso che
può amare e glorificare Dio piú di tutti
gli altri esseri insieme. Di conseguenza, l’Incarnazione
o, come la chiama Duns Scoto, il Summum Opus Dei,
essendo l’opera più grande fatta da Dio
e che sovrasta infinitamente ogni ordine di essere
creato, non può essere in nessun modo occasionata
né tanto meno voluta per caso.
L’acume intuitivo e speculativo di Duns Scoto
si proietta con estrema arditezza al cuore stesso
dell’essere di Dio e vi coglie la più
ardita logica del piano divino, esclusivamente fondato
sulla libertà ordinatissima dell’amore.
E scrive: «Chi vuole ordinatamente, vuole prima
il fine, poi ciò che immediatamente raggiunge
in fine, e il terzo luogo tutto ciò che è
ordinato remotamente al raggiungimento del fine. Così
anche Dio, che è ordinatissimo, vuole prima
il fine e poi ciò che è ordinato immediatamente
al fine; in secondo luogo vuole altri amanti attorno
a sé; in terzo luogo vuole anche ciò
che è necessario per raggiungere questo fine,
ossia i beni della grazia; e in quarto luogo infine
vuole altri beni più remoti come mezzi per
raggiungere i primi (beni della grazia)» .
In quest’ardito piano divino, in cui predomina
la caratteristica fondamentale dell’essenza
di Dio che si ama e vuole essere riamato infinitamente,
perché “tutto ha fatto per se stesso”,
e ha voluto circondarsi di “condiligentes”
che lo amino, Duns Scoto afferma che l’Incarnazione
non solo occupa il “primo” posto, ma costituisce
anche il “centro” assoluto di tutto e
indipendente da tutto, nel senso che tutto dipende
da essa come causa efficiente esemplare e finale.
Il Summum Opus Dei, quindi, ha il primato universale
e assoluto su tutti e rende il più perfetto
amore a Dio. Per questo Dio ama e vuole l’esistenza
di Cristo in sé e per sé. Difatti scrive:
«Dio ama in primo luogo se stesso. In secondo
luogo ama se stesso negli altri. In terzo luogo vuole
essere amato da colui che può amarlo in sommo
grado parlo di un amore estrinseco a lui o creato.
In quarto luogo prevede l’unione ipostatica
di quella natura che deve amarlo infinitamente, anche
se nessuno fosse caduto» .
Nella visione teologica di Duns Scoto, perciò,
Cristo occupa il primo posto in modo assoluto e incondizionato,
e la gloria che egli rende a Dio è maggiore
intensivamente di quella di tutti i beati. Di conseguenza,
conclude: «La causa della predestinazione di
Cristo è la gloria di Dio e non la caduta dell’uomo;
anzi se non fosse caduto né l’angelo
né l’uomo... Cristo sarebbe stato predestinato
ugualmente. Non è ragionevole che la più
grande opera di Dio sia voluta occasionaliter, perché
la sua gloria a Dio supera intensivamente quella di
tutti i santi insieme» .
2) Redenzione
preventiva di Maria Vergine
Alla luce della predestinazione assoluta
di Cristo prende corpo anche la predestinazione di
Maria. Bisogna notare che Duns Scoto nella sua trattazione
non menziona mai esplicitamente tale connessione di
dipendenza, ma la lascia facilmente supporre ma saranno
i suoi primi discepoli a renderla esplicita. Deduzione
logica ed evidente. Se ogni predestinazione alla gloria,
infatti, precede naturalmente la prescienza del peccato,
ciò si dovrà dire maggiormente della
predestinazione di Maria che, in quanto Madre di Dio,
fu destinata alla gloria più alta.
Per il principio “omnis rationabiliter volens,
primo vult finem, et secundo immediate illud quod
attingit finem”, e per la constatazione che
Dio vuole e ama “ordinatissime” e “perfectissime”,
si può concludere che la massima comunicazione
ad extra di Dio si realizza nell’unione ipostatica
con l’umanità, ricevuta dalla Vergine
Madre, per opera dello Spirito Santo. In forza di
tale unione, i predicati propri della natura creata
e quelli della natura divina possono essere attribuiti
realmente alla stessa persona divina del Verbo. Per
questo, Cristo e Maria entrano a pieno titolo nell’unico
e medesimo decreto di predestinazione, come Duns Scoto
dimostra, nella specifica questione dal titolo “Utrum
beata Virgo fuerit concepta in peccato originali”.
Più che seguire da vicino l’ordine della
questione, si preferisce offrire un’esposizione
più sistematica, così da cogliere con
più immediatezza la dottrina fondamentale intorno
alla redenzione preventiva di Maria Vergine. La questione
si divide in quattro parti.
Nella prima parte - quod sic - elenca i dieci argomenti
d’autorità a favore della tesi di Maria
concepita nel peccato originale, l’ultimo è
quello di Bernardo; nella seconda parte - contra -
riporta le due argomentazioni favorevoli alla pia
sentenza, l’una di Agostino e l’altra
di Anselmo; nella terza parte - ad quaestionem - esamina
il corpo della discussione in due momenti: nell’uno
critica l’opinione “macolista”,
prendendo posizione a favore della tesi “immacolista”;
nell’altro invece presenta una stringata valutazione
filosofico-teologica di ambedue le tesi, dandò
la propria adesione a quella in favore del privilegio
mariano; nella quarta parte, infine, - ad auctoritates
- riprende una per una a tutte e dieci le autorità
del “quod sic” e le critica.
La questione può essere sintetizzata intorno
a tre argomenti: possibilità di poter santificare
nel primo istante; valore dell’universalità
redentrice di Cristo, fino alla preservazione della
Madre sua.
Primo argomento: la santificazione di Maria nel primo
istante della sua concezione.
Dei tre argomenti proposti, questo è il più
esplicito e il più nevralgico, perché
dischiude la possibilità all’intera questione.
Rispondendo all’obiezione di Enrico di Gand,
Duns Scoto precisa che la santificazione può
avvenire post aliquod tempus in peccato, nell’unum
istans temporis e nel numquam temporis. Escludendo
le prime due, ne accetta la terza, ossia che in Maria
Vergine la santificazione coincide con il primo istante
del peccato originale. In questo modo, Duns Scoto
si assicura la possibilità in Dio di poter
conferire la grazia anche nel primo istante e non
solo dopo, perché come si può conferire
la grazia dopo il primo istante, così la si
può conferire anche prima, e scrive: «Dio
nel primo istante della creazione di Maria potè
darle tanta grazia quanta ne dà a chiunque
riceve la circoncisione o il battesimo» .
Dall’insieme dell’argomentazione, alquanto
laboriosa, il Dottor Sottile enuclea e applica alla
Vergine Maria il concetto della redenzione “preventiva”:
«Maria più che mai ha avuto bisogno di
Cristo redentore. A causa della propagazione comune,
infatti, anche Maria avrebbe contratto il peccato
originale, se non fosse stata prevenuta dalla grazia
del Mediatore. Come gli altri ebbero bisogno di Cristo,
affinché per suo merito venisse rimesso a loro
il peccato già contratto, così Maria
ebbe maggiormente bisogno del Mediatore per non contrarre
il peccato» .
La possibilità teologica del privilegio mariano
riposa direttamente non in Maria ex se, ma in Cristo
-ex merito alterius- che la sceglie quale Madre sua.
Una simile affermazione così chiara nel pensiero
e così esplicita nella forma ha una importanza
notevole nella storia del dogma mariano, che -come
si vedrà nel terzo argomento- è di natura
esclusivamente cristocentrica.
Secondo argomento: l’universalità del
peccato originale.
Assicurantosi la possibilità della santificazione
nel primo istante della concezione, Duns Scoto si
trova di fronte alla reale difficoltà del testo
paolino: «tutti hanno peccato in Adamo e tutti
quelli che derivano da Adamo -per naturale generazione-
sono peccatori» .
Come superarla? Tutta la disamina del Dottor Sottile
verte non tanto nel tentativo di risolverla criticamente
e direttamente, quanto nell’aggirarla e convogliare
tutte le forze verso il concetto del Redentore “perfettissimo”,
e quindi solo indirettamente supera la concretezza
della difficoltà del testo paolino.
Perché tanta circospezione?
Due sembrano i motivi: primo, in base alla dottrina
comune dell’epoca, la trasmissione del peccato
originale veniva spiegata fisiologicamente con l’atto
della copulazione; secondo, su tutta la questione
pesava potentemente la polemica pelagiana, che ha
travisato il testo ai Romani, rendendo impossibile
la soluzione testuale diretta.
Lo stesso Duns Scoto, trovandosi nella difficoltà
oggettiva di poter sciogliere il nodo del testo paolino,
tenta di aggirare l’ostacolo attraverso delle
felici intuizioni, che solo indirettamente colgono
il nucleo dell’insegnamento di Paolo, mediante
la teoria della “redenzione universale”,
divisibile in estensiva e in intensiva: con il primo
si intende tutto il genere umano e le singole persone;
con il secondo, invece, s’includono tutti i
gradi possibili della redenzione, anche il grado della
“preservazione”. In questo modo, Duns
Scoto riprende in forma indiretta il senso genuino
e autentico dell’insegnamento paolino specialmente
quello espresso dai testi: «tutti hanno peccato
in Adamo e la grazia di Cristo ha maggiormente abbondata
sul peccato di Adamo».
In tal modo la concezione della Vergine coincide con
la grazia divina che neutralizza completamente l’azione
del peccato originale. Contemporaneità che
equivale a una “redenzione preservativa”.
L’affermazione di Duns Scoto è categorica:
«La beata Vergine Madre di Dio non fu mai in
atto nemica di Dio né in ragione del peccato
attuale né in ragione di quello originale»
.
Discutendo le molteplici obiezioni, il cui nucleo
può essere racchiuso nella frase: «la
Madre di Dio fu naturalmente figlia di Adamo prima
di ricevere la grazia, perché fu prima persona
che grazia» , Duns Scoto con riferimenti di
alta metafisica risponde distinguendo una “priorità
di natura positiva” e una “priorità
di natura privativa”, per neutralizzare la necessarietà
della conseguenza. Il fatto che Maria sia naturaliter
figlia di Adamo non comporta di necessità la
mancanza di grazia ex se. La “priorità
di natura privativa” gli consente di introdurre
il concetto della grazia ex merito alterius, ossia
come redenzione preventiva di Cristo e come preservazione
dalla effettiva privazione della grazia, in cui per
“priorità di natura positiva” ne
sarebbe rimasta priva in quanto figlia di Adamo.
Sovrabbondanza che si è riversata in ante prima
e principalmente su Maria Vergine, preservandola dalla
colpa originale e confermandola nella grazia divina
da sempre e per sempre. Di per sé, quindi,
tutti e singoli gli uomini hanno contratto il peccato
originale, mentre per merito di Cristo “qualcuno”
può essere preservato, perché la grazia
di Cristo sovrabbondi sul peccato di Adamo. In altre
parole, Duns Scoto illustra il privilegio mariano
con il concetto del Redentore perfettissimo, presentandolo
come la parte migliore e il primo frutto della redenzione,
e recuperando intuitivamente il senso autentico del
testo paolino.
Terzo argomento: l’universalità della
redenzione.
Nello sforzo di unire la potenza del cuore e la potenza
dell’intelletto in una felice e sublime unità,
Duns Scoto rivela il meglio di se stesso: riesce a
penetrare con il massimo delle potenzialità
umane il mistero arcano di Dio e a raccogliervi quella
“briciola” possibile a uomo naturalmente.
L’argomentazione si muove e si sviluppa intrinsecamente
allo stesso argomento dal quale gli avversari “macolisti”
traevano la conclusione opposta. Nella sua brevità
essenziale, l’argomento dei “macolisti”
si impernia su tre proposizioni: Cristo è il
redentore del genere umano; Maria appartiene al genere
umano in quanto persona; Maria, dunque, ha contratto
il peccato originale, altrimenti non avrebbe avuto
bisogno di redenzione, contraddicendo alle esplicite
affermazioni di Paolo ai Romani.
Con una espertissima mossa dialettica e con un felicissimo
intuito metafisico, Duns Scoto riprende il concetto
di redentore universale, l’approfondisce teologicamente
e lo ritorce contro gli avversari, affermando testualmente:
«Proprio dall’universalità della
redenzione di Cristo si argomenta che Maria non ha
contratto il peccato originale, perché preservata»
.
Questa inaspettata affermazione si snoda in tre momenti,
a seconda che il termine di riferimento sia “Dio”
con il quale avviene la riconciliazione dell’uomo,
il “male” dal quale l’uomo viene
liberato da Cristo, e l’”obbligo”
della persona riconciliata verso Cristo. Riguardo
al primo momento scrive: «Nessuno placa o riconcilia
perfettamente una persona da un’offesa che può
ricevere, se non può prevenire che quella persona
sia offesa. Se la riconciliazione awiene dopo l’offesa,
mediante l’amore di misericordial essa non è
perfettissima, perché non ha prevenuto l’offesa.
La redenzione di Cristo, pertanto, non sarebbe perfettissima
o universalissima, se non avesse prevenuto che qualcuno
offendesse Dio, nel suo mistero trinitario; e di conseguenza
se qualcuno non avesse contratto la colpa d’origine.
E ciò è possibile» .
Dalla possibilità ontologica, approfondita
nella tesi della santificazione nel primo e medesimo
istante, Duns Scoto penetra nel profondo del concetto
del “redentore universale” ed esplicitamente
afferma: «Nel [concetto di] Redentore universale
e perfettissimo è inclusa la potenza di allontanare
ogni pena dalla persona che riconcilia. La colpa originale
è una pena più grande della stessa privazione
della visione beatifica, perché il peccato,
fra tutte le pene della natura umana, è la
più grande. Se Cristo è il mediatore
universale -come viene affermato da tutti- egli deve
aver meritato che qualche persona sia stata preservata
dalla colpa d’origine. E tale persona non può
che essere che la Madre di Lui, la vergine Maria»
.
Nel terzo momento, Duns Scoto enuncia il famoso principio
che l’innocenza perfetta è un bene maggiore
della remissione della colpa, e conclude: «La
persona riconciliata non è obbligata in modo
perfetto al suo mediatore, se da lui non riceve il
massimo bene che può darle. Dell’azione
mediatrice di Cristo si può ottenere l’innocenza,
cioè la preservazione della colpa d’origine
o già contratto o da contrarsi. Nessuno, pertanto,
sarebbe tenuto a Cristo in modo perfetto, se egli
non avesse preservato qualcuno dalla colpa d’origine...
E’ beneficio maggiore preservare qualcuno dal
male, che permettere che egli incorra nel male e poi
venga liberato. Se è bene maggiore l’innocenza
perfetta che la remissione della colpa, allora a Maria
Vergine viene conferito un bene maggiore preservandola
dalla colpa originale, che riconciarla dopo averla
contratta» .
Al termine di questa breve presentazione di una questione
così delicata, piace mettere in risalto il
ruolo e l’influsso che Duns Scoto ha avuto nell’aprire
una nuova “via” alla tesi immacolista,
da meritarsi il titolo di “Cantore dell’Immacolata”
. E’ a tutti noto che la tesi “immacolista”
prima di Duns Scoto non ha storia, anzi, eccetto la
celebrazione liturgica che non aveva valore teologico,
il sostenerla comportava l’accusa di eresia,
perché l’opinione comune dei teologi
scolastici negava esplicitamente tale possibilità.
In sintensi la questione: Dicitur communiter quod
sic, propter auctoritates et propter rationes... Sed
contra dico, quod Deus potuit facere, ut Maria numquam
fuisset in peccato originali... La comune opinione
dei teologi è a favore della tesi macolista,
fondata su argomenti d’autorità e su
argomenti di ragione... Io al contrario affermo che
Dio potè fare che Maria non fosse mai nel peccato
originale...
Al di là della simpatia o dell’antipatia
non si può non prendere atto della situazione
storica: Duns Scoto prende posizione contro la dottrina
comune. Per questo viene considerato anche come il
“vero iniziatore” della storia del dogma
dell’Immacolata, permettendo alla teologia di
compiere l’approfondimento necessario, su cui
il Magistero dirà l’ultima parola. Il
privilegio mariano si presenta nella prospettiva scotista
doppiamente cristocentrica: da un lato, dimostra che
nessuno è salvo se non in Cristo; dall’altro,
dimostra che la redenzione “preventiva”
di Maria è totalmente il dono meraviglioso
che Cristo fa alla sua madre.
II - TESI COMUNI
Dopo le tesi specifiche proposte
da Duns Scoto, sembra utile spendere anche due parole
su alcune tesi mariane come quelle in ordine all’assunzione,
alla verginità perpetua, alla collaborazione
e distribuzione della grazia, al culto, ecc., che,
pur appartendo alla cosiddetta dottrina comune, acquistano
una particolare fisionomia se considerate nella luce
del cristocentrismo e delle precedenti tesi. Il termine
“comune” non vuol indicare né valutazione
né identità di vedute interpretative,
ma semplicemente indica il nucleo di quelle verità
di fede che Duns Scoto non le ha trattato specificatamente,
perché appartenenti al patrimonio della Chiesa.
Quando Duns Scoto accenna a queste tesi, sottende
tutta intera la Scuola francescana e vi apporta il
suo contributo originale, che fa sempre la differenza
con le altre interpretazioni, non sviluppantesi attorno
al nucleo del principio cristocentrico fondamentale
e a quello mariologico essenziale. Come la breve analisi
documenta.
1. Prima tesi:
Maria assunta in cielo
a) Il significato
del dogma
Il dogma dell’Assunzione di
Maria Santissima al cielo, definito dal Papa Pio XII
il 1º novembre 1950, al termine di un anno santo
che concludeva un periodo, durato circa un secolo,
di straordinario fervore devozionale verso la Vergine
Maria, anche a motivo delle apparizioni di Lourdes
e di Fatima, nella parte specifica suona così:
«l’Immacolata sempre Vergine Maria, Madre
di Dio, terminato il corso della vita terrena, fu
assunta alla gloria celeste in anima e corpo»
.
La verità definita riguarda soltanto lo stato
glorioso della Vergine, e non dice nulla circa il
modo in cui Maria vi giunse, se passando attraverso
la morte e la risurrezione, oppure no. La gloria celeste
di cui si parla è lo stato di beatitudine nel
quale si trova attualmente l’umanità
santissima di Gesù Cristo, e al quale giungeranno
tutti gli eletti alla fine del mondo. Coloro che muoiono
dopo il battesimo e prima dell’uso di ragione
e i giusti perfettamente purificati da ogni reliquia
di peccato partecipano di questa beatitudine quanto
all’anima già prima del giudizio finale,
ma non quanto al corpo. Il privilegio dell’Assunzione
concesso a Maria consiste quindi nel dono dell’anticipata
glorificazione integrale del suo essere, anima e corpo,
a somiglianza del suo Figlio.
L’espressione «Assunta alla gloria celeste»
non designa di per sé una traslazione locale
del corpo della Vergine dalla terra al cielo, ma il
passaggio dalla condizione dell’esistenza terrena
alla condizione dell’esistenza propria della
beatitudine celeste. I teologi però ammettono
comunemente che il «cielo» non significhi
soltanto uno stato, ma anche un «luogo»:
il luogo dove si trova appunto Cristo risorto e glorioso,
in anima e corpo, e dove si trova Maria accanto a
Lui. Precisare ulteriormente dove si trovi, e in quale
ordine di rapporti con il nostro universo visibile
è assolutamente impossibile. Quanto alle condizioni
di esistenza della Vergine Assunta e del suo corpo
glorioso, si possono applicare tutti i concetti che
la teologia, fondandosi principalmente su S. Paolo
, ha elaborato per illustrare le condizioni di esistenza
sia di Cristo risorto che dei beati dopo la risurrezione
finale. Si noti che si parla di “assunzione”
di Maria e non di risurrezione, per far capire la
differenza che vi è tra Gesù e Maria:
Gesù-Dio è risorto per forza propria;
Maria-creatura è risorta per opera di Dio onnipotente.
b) La questione
della morte di Maria
Pio XII, nella definizione dogmatica
dell’Assunzione, ha deliberatamente evitato
di pronunciarsi sulla questione se Maria sia prima
morta, per poi risorgere, oppure sia stata assunta
immediatamente senza passare attraverso la morte,
proprio per non schierarsi né derimere la questione.
La questione della morte o non morte di Maria rimane
dunque lasciata alla libera ricerca dei teologi, anche
se bisogna riconoscere che l’opinione dei «mortalisti»,
per chiamarli così, è di gran lunga
più diffusa di quella degli «immortalisti».
Anche il Papa Giovanni Paolo II, nella sua catechesi
del 25 giugno 1997, pur senza l’intenzione di
chiudere il dibattito, ha parlato della morte, o dormizione,
di Maria, come di un fatto comunemente ammesso.
Duns Scoto, in sintonia con il mistero globale di
Cristo, instaura una forma di perfetta analogia con
Maria. Come Cristo è morto ed è risorto,
così Maria è morta ed stata assunta
in cielo. Il fondamento della sua posizione è
dato dal commento al passo del Genesi : «sei
polvere e in polvere ritornerai». Il valore
dell’espressione è così generale
che non ammette eccezione, neppure Cristo e Maria.
Scrive: «L’espressione “sei polvere
e in polvere ritornerai” è talmente universale
che da essa non sono stati esclusi né Cristo
e né la beata Maria, che, veramente innocenti
e senza peccato, avrebbero dovuto fruire in sommo
grado di quel privilegio [dell’esenzione della
morte], e se non l’ottennero loro, a maggior
ragione non l’otterranno gli altri beati»
.
Per comprendere il pensiero del Dottor Sottile bisogna
tenere presente la distinzione tra “legge naturale”
e “legge morale”, sottesa ai testi citati
sopra. La morte appartiene alla “legge naturale”,
che non ammette eccezioni di sorta; il peccato originale,
alla “legge morale”, che sopporta l’eccezione,
come di fatto è avvenuto nella storia della
salvezza. In questo modo si comprende anche la differenza
dell’universalità del peccato con l’universalità
della morte. Di per sé, la morte è una
conseguenza del peccato, cioè per demerito;
in Cristo e Maria, invece, la morte risponde alla
legge naturale e non alla legge morale, dal momento
che essi erano esenti dal peccato d’origine
e attuale, e quindi per privazione della gloria di
per sé nel corpo.
Questo pensiero di Duns Scoto è da completarlo
con il commento al testo paolino della risurrezione
immediata alla fine dei tempi, quando scrive:«E’
probabile che, alla fine dei tempi, gli ultimi uomini
subiranno la morte come quella di Cristo e di sua
Madre, e poi subito risorgeranno» . La morte
di Cristo e di Maria non viene mai vista come conseguenza
del peccato, ma sempre come legge naturale, cui è
soggetta metafisicamente la materialità del
corpo. In breve se il Redentore ha preservato Maria
dalla colpa originale, che è la pena maggiore
del castigo divino, non l’ha liberata dalle
pene minori, come sete, fame, dolore, passione e morte;
e questo perché Maria potesse maggiormente
meritare per sé e gli altri.
Anche in questo mistero Duns Scoto va contro corrente,
difatti gli autori della scolastica e tanti teologi,
basandosi sul testo di Paolo ai Romani : «la
morte è entrata nel mondo per il peccato»;
di conseguenza prima del peccato originale c’era
l’immortalità. Il Maestro francescano,
con la distinzione tra morte con valore naturale e
morte come pena del peccato, è del parere che
sia Cristo che Maria dovevano morire per legge naturale
della materialità del proprio corpo. Difatti
scrive, commentando il suddetto testo paolino , che
la morte è entrata sì nel mondo per
il peccato, ma è stata preceduta dalla «potenza
di morire» .
E nell’ipotesi assurda che Adamo avesse conservato
lo stato di innocenza, la morte non sarebbe entrata
nel mondo, ma con questo non sarebbe ipso facto immortale,
perché la morte non appartiene allo stato di
grazia, ma allo stato di natura, al massimo la morte
sarebbe stata diversa, cioè non come punizione,
ma come semplice passaggio alla vita eterna senza
l’attuale senso punitivo. La morte perciò
secondo Duns Scoto più che al peccato, anche
se con esso è punizione, appartiene alla legge
di natura del corpo che intrinsecamente e metafisicamente
è mortale. Allora anche Maria è passata
attraveso il dolce sonno della morte alla beata assunzione
in cielo, come suo Figlio, anche se con modalità
differenti, proprio in forza dei meriti de condigno
che hanno acquistato per gli altri.
E’ da notare che la Munificentissimus Deus,
pur affermando il nesso strettissimo fra la verità
dell’Assunzione e quella dell’Immacolata
Concezione, nella documentazione teologica addotta
cita tanti autori che, benché favorevoli all’Assunzione,
negano l’Immacolata Concezione, ma dell’unico
teologo favorevole a tutte e due le verità
, cioè Duns Scoto, non se ne fa parola. Regna
sovrano il silenzio!
2. Seconda tesi:
la verginità di Maria
a) Significato
di verginità
Che cos’è esattamente
indica il concetto e il significato del termine verginità?
Nella prospettiva cristiana esso comporta la consegna
totale della persona, anima e corpo, mente e cuore,
a Gesù Cristo. Questa donazione completa della
persona comporta due aspetti: la verginità
del corpo, cioè l’integrità corporea,
che, secondo il linguaggio filosofico-teologico, ne
costituisce l’elemento materiale, e come tale
entra nell’essenza stessa della verginità,
e non va considerata come un elemento accessorio e
secondario: è invece un elemento essenziale
e imprescindibile; la verginità dell’anima,
cioè la decisione cosciente e libera di appartenere
esclusivamente a Dio secondo le esigenze della castità
perfetta, che presuppone non solo la totale integrità
fisica della donna, come pura realtà biologica,
ma anche la volontà di conservare sempre tale
integrità, e questo consegnarsi a Dio con cuore
indiviso costituisce l’elemento formale e intenzionale
della verginità.
Intensa in questo modo la verginità si può
capire il senso di ciò che la Chiesa insegna,
a partire almeno dal IV secolo, quando dice che Maria
Santissima fu vergine prima del parto, durante il
parto e dopo il parto. Questa fede fu espressa solennemente,
nei tempi recenti, dal Papa Paolo VI, quando nel “Credo
del Popolo di Dio” (29-6-1968) proclamò
solennemente: «Noi crediamo che Maria è
la Madre, rimasta sempre vergine, del Verbo Incarnato,
il nostro Dio e Salvatore Gesù Cristo».
Quindi la Chiesa insegna sulla verginità di
Maria le seguenti verità rivelate: a) l’assoluta
e perpetua integrità corporale della Vergine;
b) la verginità della sua anima, cioè
la piena ed esclusiva unione sponsale della sua anima
con il Signore. E, da parte sua, il dogma della fede
cattolica suppone: a) che Maria concepì miracolosamente
e verginalmente per l’onnipotenza divina, per
cui Gesù non ebbe un padre umano; b) che diede
alla luce il Figlio senza lesione della sua integrità
corporale; c) che dopo la nascita di Gesù Maria
rimase vergine durante tutta la sua vita terrena.
b) Verità
molto complessa
Alla luce delle tesi specifiche della
Predestinazione, della Maternità e dell’Immacolata
Concezione, Duns Scoto, sulla scia dei Padri, afferma
che la Verginità costituisce per Maria come
la disposizione immediata alla grazia e come il segno
della divinità del Cristo, per questo sostiene
l’ipotesi del voto assoluto di verginità
e interpreta lo sposalizio con Giuseppe come vero
matrimonio.
La complessità della verità è
data non solo dai tre momenti dell’ante partum,
in partu e post partum, ma anche dalle situazioni
esistenziali in cui Maria si è venuta a trovare
specialmente in ordine al voto di verginità
e al suo matrimonio con Giuseppe. Di fronte a questa
complessità, Duns Scoto non entra in merito
ex professo, ma accetta la verità nel suo insieme,
perché una “verità rivelata esplicitamente
dalla Scrittura e proclamata dalla Chiesa appartiene
alla sostanza della fede” , e cerca di spiegarla
espressamente alla luce dei suoi principi ermeneutici,
specialmente in difesa del “voto” e del
“matrimonio” della Vergine Maria.
c) Il voto
di verginità di Maria
Il voto di verginità di Maria
entra nel terzo momento della verità dogmatica,
cioè nel post partum, come sua volontà
a voler conservare l’integralità totale
della sua persona. Nell’interpretare l’episodio
dell’annunciazione “Concepirai e dari
alla luce un Figlio” .“Come avverrà
questo, poiché non conosco uomo?” “Come
avverrà questo, poiché non conosco uomo?”,
Duns Scoto afferma chiaramente che Maria ha voluto
esprimere il suo “voto assoluto” di restare
vergine per sempre, perché l’espressione
“non conosco uomo” implica chiaramente
la volontà di non conoscerlo neppure in futuro,
altrimenti non era il caso di chiedere spiegazione.
La domanda fu posta perché aveva fermamente
deciso di far voto e di mai voler conoscere uomo;
onde la risposta dell’angelo: “Lo Spirito
Santo scenderà su di te...” .
Il succo dell’episodio della verginità
totale, comprensiva del voto assoluto di Maria, viene
indirettamente convalidato anche dall’interpretazione
del primo Dottore della scuola francescana, Antonio
da Padova, che, nel secondo sermone mariano dell’Annunciazione,
identifica il “picchetto”, con il quale
si chiude l’ingresso della tenda, con “la
verginità di Maria”, secondo il testo
sacro: “Questa porta rimarrà chiusa:
non verrà aperta, nessun uomo la passerà,
perché c’è passato il Signore”
. Simpatica interpretazione allegorica!
d) Il matrimonio
con Giuseppe
Anche a questo delicato problema
del matrimonio tra Maria e Giuseppe, Duns Scoto offre
la sua geniale interpretazione tendente a salvare
sia il voto di verginità di Maria e sia la
validità dello stesso matrimonio. E’
una questione sia teologica che giuridica: l’una
perché implica l’azione dello Spirito
Santo che pone Maria in una condizione privilegiata
di verginità assoluta; e l’altra perché
comporta dei chiarimenti circa un matrimonio valido,
rato ma non consumato. Il problema sostanzialmente
si pone in questi termini: è valido un matrimonio
con un voto di castità assoluto di uno dei
coniugi?
Con la sua proverbiale sottigliezza, è bene
ascoltare direttamente Duns Scoto: “Nel contratto
matrimoniale il mutuo dono dei corpi per la copula
è sottoposto a una implicita condizione, cioè
se venga richiesto. Perciò contranggono realmente
matrimonio coloro che lo contraggono col proposito
di fare immediatamente dopo il voto di castità.
Questa condizione non pregiudica il voto di castità
anche dopo il contratto matrimoniale, se quella condizione
non viene posta in opera. Quindi, se vi è la
semplice certezza che essa non verrà esercitata,
il contratto matrimoniale non pregiudica in nessun
modo il voto di castità. Nel nostro caso vi
fu tale certezza”.
“Onde l’informazione a Giuseppe in Matteo
‘Non temere di prendere Maria in moglie tua’.
A maggior ragione e con grande certezza, si deve ammettere
che anche Maria, prima di promettersi a Giuseppe,
fu resa sicura non temere di prendere Giuseppe uomo
giusto come tuo marito. Ecco che lo Spirito Santo
te lo darà come custode e testimone della tua
verginità, perché come te è impegnato
con voto alla continenza e ti aiuterà in molti
modi idonei alla custodia della verginità.
Non c’è da meravigliarsi per questa supposizione,
poiché quanto accade a Giuseppe con l’apparizione
dell’angelo aveva la sua motivazione in Maria,
che concepì immediatamente in modo misterioso
e miracoloso l’Unigenito Figlio di Dio”
.
Mentre l’acume di Duns Scoto cerca in tutti
i modi di conciliare le due tesi, e ci riesce abbastanza
bene, le interpretazioni degli altri invece non assicurano
tale possibilità. Alcuni autori, infatti, sono
favorevoli alla validità del matrimonio, ma
interpretano il voto in modo “condizionato”
se piace a Dio; altri accettano il voto assoluto,
ma attenuano il consenso matrimoniale, interpretandolo
vagamente come relazione amicale .
3. Terza tesi:
la mediazione di Maria
a) Il significato
di mediazione
Come non mai il principio marialogico
fondamentale di Duns Scoto produce i suoi frutti abbondanti
e ubertosi come nell’interpretare la “mediazione”
di Maria. E’ il primato assoluto di Cristo che
fonda l’origine del concetto di mediazione,
nel senso che può collegare i due estremi dell’esistenza,
quella infinita e quella finita. La funzione di mediatore
è svolta da Cristo proprio in quanto Cristo,
cioè Dio e Uomo, e non in quanto solo Dio o
in quanto solo Uomo. La mediazione di Cristo, perciò,
nasce e si sviluppa soltanto in forza della sua unione
ipostatica, che lo rende perfetto Mediatore tra Dio
e uomo, perché egli stesso congiunge in sé
Dio e Uomo.
Benché riconosciuta da tutti, la mediazione
non viene né può essere spiegata allo
stesso modo. La risposta dipende come è ovvio
dal modo come viene intesa la predestinazione di Cristo
e quindi il suo primato, se in senso relativo o in
senso assoluto. In ordine a Dio, il concetto di Mediatore
è sempre relativo, perché l’Incarnazione
dipende da un decreto libero di Dio. Il problema nasce
quando viene considerata in ordine alle creature.
E cioè: la necessità della mediazione
di Cristo nasce con la stessa esistenza delle creature
oppure è susseguente alla loro esistenza? La
necessità della mediazione in altri termini
è connaturale con le creature oppure è
posteriore, per porre rimedio a un disordine morale?
E’ assoluta o relativa?
Le risposte sono due. Dipendono dal modo come si interpreta
il concetto della predestinazione di Cristo. L’una,
sostiene la necessità della mediazione di Cristo
soltanto in modo relativo, perché considera
l’esistenza di Cristo dipendente dal peccato
di Adamo. La risposta scotista, invece, afferma la
necessità assoluta della mediazione di Cristo,
perché considera l’Incarnazione indipendente
dal peccato.
Soltanto in un passo biblico, quello della prima lettera
a Timoteo, Cristo viene esplicitamente dichiarati
di essere “l’unico mediatore tra Dio e
gli umini”: «Uno solo, infatti, è
Dio e uno solo è il mediatore tra Dio e gli
uomini, l’uomo Cristo Gesù» . Questo
testo sembra faccia da cerniera tra Romani 3, 30 e
Efesini 4, 6, che fondano l’universalità
della salvezza nell’unità di Dio, e tra
Galati 3, 12-19 e 2Corinzi 5, 14, che la fondano invece
nell’unico uomo Cristo Gesù.
In Duns Scoto i termini “mediator” e “redemptor”
sono usati non solo come sinonimi ma anche come endiadi
e rafforzativo. Afferma categoricamente che l’unico
e vero Mediator tra Dio e gli uomini è solo
Cristo o il suo vicario il Sacerdote , aprendo ed
estendendo così la partecipazione della stessa
funzione mediatrice agli altri. La mediazione di Cristo,
perciò, possiede due caratteristiche fondamentali:
una, di ordine naturale perché è Dio;
e l’altra, di ordine morale perché possiede
il sommo della grazia, e come tale è fonte
unica di grazia, e, come capo della Chiesa, può
liberamente partecipare ai suoi membri . In quanto
partecipata, ogni forma diversa di mediazione è
e sarà sempre imperfetta, perché fondata
unicamente sulla grazia santificante ricevuta dalla
mediazione unica e perfetta di Cristo , che per suo
beneplacito vi associa altri.
La lunghezza d’onda scotista della mediazione
di Cristo trova conferma ufficiale nei decreti del
concilio Vaticano II, senza citare il nome di Duns
Scoto! Si offre qualche esempio esemplificativo.
«Cristo, unico Mediatore, ha costituito sulla
terra e incessantemente sostenta la sua Chiesa santa,
comunità di fede, di speranza e di carità,
quale organismo visibile, attraverso il quale diffonde
su tutti la verità e la grazia...Per una non
debole analogia, quindi, [la Chiesa] è paragonata
al mistero del Verbo incarnato...» . Il riferimento
alla lettera di Paolo a Timoteo è esplicito,
come esplicito è anche il concetto di Duns
Scoto che considera la Chiesa come la “continuazione
dell’Incarnazione”.
«I presbiteri, ... partecipi, nel loro grado
di ministero, dell’ufficio dell’unico
Mediatore Cristo, annunziano a tutti la divina parola.
Ma soprattutto esercitano il loro sacro ministero
nel culto eucaristico...» . La mediazione assoluta
di Cristo si estende all’ordine episcopale sacerdotale
e del popolo di Dio: tutto il sacerdozio della Chiesa
è una partecipazionedell’unica mediazione
dell’eterno Sacerdote, Cristo.
b) La mediazione
mariana
In base al principio scotista della
predestinazione delle creature alla gloria, si ricava
anche il principio che quanto più la creatura
è vicina alla fonte della grazia, tanto più
aumenta il suo grado di mediazione. E chi più
di Maria è vicina a Cristo? Proprio per questo
Maria è la “piena di grazia”.
Mentre gli altri teologi, spiegando la “pienezza”
di grazia come frutto di “purificazione”
nel seno materno e conseguenza della “concezione”
del Cristo, che, assicurano a Maria l’esenzione
dal peccato attuale e la volontà di non peccare,
le riconoscono la funzione di mediatrice; Duns Scoto,
invece, in forza del primato di Cristo e del relativo
corollario mariano, fonda la mediazione di Maria direttamente
sul privilegio dell’Immacolata e, quindi, della
sua Maternità verginale, che costituisce il
massimo della grazia di benevolenza che una creatura
può ottenere e sopportare. Difatti, scrive
Duns Scoto: “nella concezione del Figlio suo,
Maria ebbe quella pienezza di grazia, che Dio dispose
che a lei arrivasse” . Onde è logico
pensare che Cristo ha voluto scegliere la Madre a
sua collaboratrice, come si evince storicamente dal
suo “consenso” che attualizza il piano
divino, l’abilitandola definitivamente anche
all’ufficio di “Mediatrice”.
Dottrina che trova vasta eco nel capitolo III della
Lumen Gentium dedicato alla Beata Vergine Maria Così,
per es., si può leggere: «Uno solo è
il nostro Mediatore secondo le parole dell’Apostolo:
“Non vi è che un solo Dio, uno solo anche
è il Mediatore tra Dio e gli uomini, l’uomo
Cristo Gesù, che per tutti ha dato se stesso
quale riscatto” . La funzione materna di Maria
verso gli uomini in nessun modo oscura o diminuisce
questa unica mediazione di Cristo, ma ne mostra l’efficacia...
Poiché ogni salutare influsso della beata Vergine
verso gli uomini, non nasce da una necessità,
ma dal beneplacito di Dio, e sgorga dalla sovrabbondanza
dei meriti di Cristo, si fonda sulla mediazione di
Lui, da essa assolutamente dipende e attinge tutta
la sua efficacia...» . Si è certi, quindi,
che ogni mediazione, anche quella di Maria Vergine,
si riduce, in definitiva, alla mediazione dell’unico
vero mediatore, Cristo Gesù.
4. Quarta tesi:
il culto a Maria
a) Significato
di culto
Per “culto”, in genere,
si intende quella forma di riverenza che si presta
a un essere superiore sia per la sua intrinseca dignità
sia per i benefici che lo stesso elargisce a colui
che lo venera. Tradizionalmente la differenziazione
del culto religioso secondo le esigenze della gerarchia
dei valori che esso concerne è stata espressa
con la triplice distinzione di: a) latria, o vera
adorazione, dovuta a Dio solo; b) dulia, o semplice
venerazione, dovuta ai Santi che vengono riveriti,
amati e invocati in riferimento a Dio; c) iperdulia,
o venerazione speciale, dovuta a Maria per la sua
singolarità di Madre Immacolata del Verbo incarnato.
La manifestazione della forma di culto si compie con
atti interni e con atti esterni. Ora, “tra gli
esseri, -scrive Duns Scoto - solo Dio è il
supremo Signore, mentre qualsiasi altra creatura è
dipendente nel suo essere e come tale deve prestare
il suo massimo riconoscimento e ossequio al datore
del suo essere, cioè a Dio” . E subito
dopo afferma che “è giusto e razionale
che la creatura intelligente senta l’obbligo
morale non solo a riconoscere il suo Signore ma anche
a riverirlo [con il culto di latria]” .
La massima espressione di culto di latria può
essere di due forme: “assoluto superlativo”
ed è riservato unicamente a Dio, Uno e Trino,
che solo Cristo può offrire a Dio; e “assoluto
relativo” ed è il culto attribuito a
Cristo. In Cristo, infatti, non si adora né
l’umanità sola né la divinità
sola, ma tutto il Cristo: vero Dio e vero Uomo. L’adorazione
a Cristo, benché parta dall’umanità
- quid relativum - tuttavia termina sempre nella sua
divinità - quid absolutum. E così è
salva la vera “ragione” del culto di latria
che riguarda sempre la divinità e non nella
umanità di Cristo; tuttavia l’umanità
di Cristo non può essere esclusa dallo stesso
culto di latria, a causa della sua unione ipostatica
con Verbo.
b) Il culto
alla Vergine Maria
Quando la dignità o eccellenza
è soltanto partecipata alla persona del culto,
allora la forma di culto è del tutto relativa
e si chiama di dulia, e viene tributato ai santi.
In questa forma di culto si inserisce la questione
del culto da attribuire alla Vergine Maria, che Duns
Scoto afferma esplicitamente essere di iperdulia:
“Si deve onorare Maria con culto di iperdulia”.
La comprensione di tale affermazione richiede alcune
precisazioni intorno allo stesso concetto del culto:
1) il culto cresce in proporzione alla dignità
della persona cui viene prestato o tributato; 2) la
dignità della stessa persona dipende dal grado
di grazia che riceve per partecipazione e per il quale
si avvicina all’essere divino, l’unico
depositario della dignità per eccellenza.
In virtù della sua maternità divina,
Maria Vergine si trova al sommo grado di grazia, subito
dopo quello di Cristo e al di sopra di quello di qualsiasi
altra creatura, angelo compreso. Per tale posizione
di grazia, anche la forma di culto si distingue da
quella di Cristo come da quella degli altri beati.
Difatti, in rapporto al culto di latria, dovuto solo
a Dio e a Cristo, esso è specificatamente diverso;
in rapporto al culto di dulia, dovuto alla semplice
creatura, è solo di grado superiore. Lo stesso
termine di iperdulia, con cui viene chiamato il culto
riservato alla Madonna, non fa che indicare da un
lato la superiorità verso quello di dulia,
e dall’altro l’inferiorità verso
quello di latria. Per cui Duns Scoto definisce il
culto di iperdulia come l’estrema riverenza
e il “sommo ossequio prestato a una creatura”
.
In ogni forma di culto si possono distinguere due
motivi di venerazione: l’uno riguardante la
dignità intrinseca della persona; e l’altro
i benefici che provengono all’adorante. Per
quanto riguarda il culto di “iperdulia”,
il Dottore Sottile ha precisato sia l’aspetto
intrinseco, fondato sulla grazia, e sia l’aspetto
estrinseco, dovuto ai benefici. La forma del culto
di iperdulia deve la sua “eccellenza”
al titolo e alla verità dell’Immacolata,
che dà tono a tutto il culto in onore della
Madonna.
Da una simile dottrina, è facile il passaggio
alla determinazione della vera natura del culto mariano,
che è di “iperdulia”, ossia superiore
al culto di qualsiasi altro beato, singolarmente o
collettivamente preso, ed inferiore solo al culto
dovuto a Cristo e a Dio; ed è agevole estendere
il “supremo ossequio” a tutti gli istanti
dell’esistenza di Maria Vergine, anche al ”primo
istante” della sua concezione. E’ questo
il momento che segna il fastigio dell’eccellenza
di Maria Vergine. Al primo istante, infatti, si abbinano
i due fattori che danno vita al culto: l’uno
negativo, consistente nella speciale redenzione dalla
macchia del peccato originale e sia dalla mancanza
della potenza di peccare; e l’altro positivo,
consistente nell’infusione della massima grazia.
Giustamente, quindi, il titolo della verità
dell’Immacolata costituisce il punto fisso del
culto a Maria Vergine nella Chiesa.
L’altro elemento, che accentua la natura del
culto di iperdulia, è estrinseco alla persona
cui il culto è diretto, e consiste nei benefici
che ne provengono. Quanto più questi sono grandi,
tanto più gli obblighi verso la persona venerata
crescono. Ora, quali e quanti siano questi benefici,
basti pensare al contenuto della dottrina della “mediazione
di Maria”, secondo il principio scotiano che
Cristo ha trasmesso alla Madre tutta la sua grazia,
da cui deriva all’uomo ogni dono, ogni bene
e la totalità della salute spirituale. In altre
parole: se Cristo ha dato il diritto di chiamare sua
Madre, nostra Madre e di tenerla come tale, ha imposto
anche il “dovere” di amarla e venerarla
come lui stesso l’ha amata e onorata. In questa
prospettiva scotiana, il culto di iperdulia acquista
veramente la caratteristica di “somma riverenza
a una semplice creatura”.
CONCLUSIONE
Al termine di questa veloce presentazione
dei tratti più caratteristici della mariologia
di Duns Scoto, che portano a naturale perfezionamento
tutta la tadizione precedente francescana, al di là
del giudizio che possa venir fatto del suo genio teologico,
piace concludere con Pohle quando scrive: «Anche
se il Dottor sottile e la sua scuola non avesse guadagnato
nessu’altro merito nelle cose di fede, se non
quello della prospera e fortunata difesa e documentazione
del dogma dell’Immacolata Concezione, solo questo
fatto glorioso sarebbe sufficiente per riconoscergli
nella storia e nel consiglio della divina Provvidenza
un posto imperituro», cioè nella santità
e nel dottorato.
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