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BEATO GIOVANNI DUNS SCOTO
FESTA DI MARZO 1995

LA MISSIONE DELLA CHIESA E DELLA VITA CONSACRATA
NEL PENSIERO DI GIOVANNI DUNS SCOTO

(Omelia 19 marzo 1995)

Premessa

A nome della Comunità francescana di Castellana Grotte ho l’onore di porgere a tutti i convenuti un grazie sincero per aver voluto compartecipare alla gioia del ricordo del Beato Giovanni Duns Scoto, soprannominato Doctor Subtilis e Doctor Marianus.
La festa odierna, con la quale il Centro Studi Personalisti “Giovani Duns Scoto” dedica nel mese di marzo al Beato intende ricordare due avvenimenti storici molto importanti: l’anniversario della sua ordinazione sacerdotale (17 marzo 1291) e la conferma del suo culto liturgico ( 20 marzo 1993), cade quest’anno in un clima di una festa più grande: la presenza del Papa nella nostra Provincia Francescana di Puglia e Molise, e precisamente nel Santuario Mariano di Castelpetroso (Isernia).
Prendendo spunto dal recente Sinodo e relativo messaggio sinodale, dalla liturgia della 3ª domenica di Quaresima e dalla Giornata Missionaria, piace richiamare l’attenzione su questi principi fondamentali alla luce della teologia del Beato Giovanni Dns Scoto, che, in quanto pensatore del futuro, offre validi riferimenti di riflessione e di meditazione sulla vera natura della vita missionaria, cui ogni battezzato e consacrato è tenuto a vivere in prima persona.

Affermazione base di Duns Scoto è la concezione che la Chiesa è per sua natura missione e missionaria, perché il suo fondatore e capo, Cristo Gesù, è il primo inviato e consacrato alla missione per la salvezza di tutti gli uomini.
Oggi, il centro della missione della Chiesa è la chiamata alla nuova evangelizzazione, che, a seconda dei destinatari, può intendersi grosso modo almeno in due maniere: prima evangelizzazione, destinata a chi per la prima volta riceve il lieto messaggio di salvezza evangelico, voluto e realizzato da Cristo nel suo mistero pasquale; e seconda evangelizzazione, destinata a chi ha indebolito o perduto il senso di salvezza, per essi si richiede un nuovo slancio nella presenza e nelle opere al fine di evangelizzare persone e ambienti secondo la particolarità delle situazioni e dei bisogni della società.
La complessità della struttura sociale moderna esige che la nuova evangelizzazione non si fermi all’annuncio iniziale, ma si deve esprimere anche sui massimi problemi dell’esistenza umana: il rapporto di tutti con Dio creatore e redentore, la dignità della persona, il rispetto della vita, la destinazione universale dei beni, ecc...
Secondo l’insegnamento del concilio Vaticano II, non si deve pensare “che i religiosi con la loro consacrazione diventino o estranei agli uomini o inutili alla società terrena. Poiché, anche se talora non sono direttamente presenti ai loro contemporanei, li tengono tuttavia presenti in modo più profondo nel cuore di Cristo, e con essi collaborano spiritualmente, affinché la costruzione della città terrena sia sempre fondata nel Signore e a lui diretta, né avvenga che lavorino invano quelli che la stanno costruendo” (Lumen gentium, n. 46). Grandi, perciò, sono i compiti della vita consacrata nella società d’oggi e ad essi la Chiesa fa appello per un rinnovamento della società secondo lo spirito del Vangelo.
Un appello speciale è rivolto ai religiosi, perché sappiano testimoniare l’amore di Dio nel mondo con una presenza peculiare in base ai propri carismi specifici, così da rendere operante il Vangelo delle beatitudini e delle opere di misericordia.
Tra i campi specifici della nuova evangelizzazione si possono certamente segnalare:

1) quello della cura dei giovani, futuro della Chiesa e dell’umanità,
2) quello della scuola cattolica, di grande interesse e di viva attualità,
3) quello della scelta preferenziale per i poveri, senza che la scelta della povertà diventi un’ideologia condizionante ed esclusiva,
4) quella della presenza nella cultura indispensabile per diffondere il seme autentico e critico della salvezza divina
5) quello del servire la causa dell’umanità nei suoi grandi e gravi problemi.

Di fronte a questi e simili campi d’azione della chiamata alla nuova evangelizzazione nella moderna società, come i consacrati e i battezzati possono rispondere? Quale atteggiamento assumere? Quali cambiamenti adottare?

Nel rispondere a questa moderna chiamata evangelica della Chiesa, mi farò guidare da alcuni principi generali del Beato Giovanni Duns Scoto che della vita religiosa è specchio di perfezione e della cultura è guida sicura. Così, infatti, viene presentato dal primitivo epitaffio (della prima metà XIV secolo): [Duns Scoto fu] “del clero guida, del chiostro luce e della verità apostolo”.
Il ricorso a Duns Scoto, per aiutare a risolvere i nostri problemi contemporanei non è una forma di anacronismo?
Lo sarebbe, se lo si legge con l’intento di trovare risposte belle e confezionate. Se invece ci si ispira soltanto a quei principi universali generali e trascendentali per mezzo dei quali poter compiere le personali sintesi, allora il riferimento è positivo e fecondo. I principi, infatti, non essendo legati alla dimensione del tempo e dello spazio, possono in quanto trascendentali essere utilizzati in ogni tempo e sotto ogni spazio.
Per la concretezza del suo pensiero, il Beato Giovanni Duns Scoto può suggerire alcune indicazione di massima che, se ben comprese vagliate discusse e applicate, potrebbero rivelarsi molto utili anche oggi. Ed è la finalità del Centro a lui dedicato.
La grande affermazione del Beato Giovanni Duns Scoto in ordine al tema della “missione”, riguarda la convinzione che la missione del Verbo si compie essenzialmente nel suo “diventare uomo”, nell’assumere la natura umana nella sua globalità. Come a dire: il Verbo diventa “missionario” nella e con l’Incarnazione: la natura umana di Cristo offre la sua perfetta collaborazione alla “missione” del Verbo, lasciandosi da lui totalmente prendere assumere e penetrare. La perfetta consacrazione dell’umanità di Cristo è il compimento della sua missione. Il Padre “manda” liberamente il Figlio, e il Figlio liberamente “viene” in missione. Non si ha missione se il Padre non manda e il Figlio non viene. È il nucleo della sua dottrina cristocentrica.
Strettamente parlando, dice Duns Scoto, non è la consacrazione che è orientata e finalizzata alla missione; è piuttosto la missione che trova la sua prima attuazione nella consacrazione. Prima di operare quale inviato del Padre, Cristo deve esistere già come inviato, cioè come colui che assume la natura umana nella sua unità personale. La missione storica di Gesù non consiste tanto nel “dare la vista ai ciechi...” (cf Is 62, 1-3; Lc 7, 22-23), quanto nel dare la vista ai ciechi come “segno”, perché sia riconosciuta la sua missione come “mandato dal Padre”.
L’opera di Cristo deve essere partecipata all’intera umanità, perché il suo scopo è quello di chiamare tutti gli uomini a far parte della sua comunione con il Padre, riconoscendo e accogliendo la sua missione. Difatti, l’opera di Dio è credere in colui che egli ha mandato, secondo il tema dell’odierna liturgia quaresimale che afferma non esserci salvezza senza la collaborazione umana.
Nella speculazione teologica del Beato Duns Scoto l’azione dell’Incarnazione continua storicamente nella Chiesa, perché con essa si identifica spiritualmente. Ne consegue che il contributo fondamentale alla missione di Cristo, da parte della Chiesa e di ogni battezzato e consacrato, non consiste tanto nell’annunciare agli altri il mistero di salvezza, quanto piuttosto nell’accoglierlo in sé e nell’offrirsi a lui come “spazio” e “luogo” per la sua continuazione storica.
In altre parole, il Beato Giovanni Duns Scoto sembra voler suggerire una norma spirituale molto importante: bisogna meno preoccuparsi di fare il missionario, che impegnarsi di essere missionario. Pensiero che tradotto significa: prima che un’opera, un’attività, la missione è una vita, una umanità che si fa spazio di Cristo; prima che annuncio e offerta di salvezza, è accoglienza e luogo di salvezza. Solo chi offre se stesso a Cristo, diventa spazio della sua presenza e proseguimento della sua missione. Bisogna possedere Cristo per portare Cristo, essere-missione (di Crsito) per essere-in-missione (con-Cristo) e quindi compiere una missione.
Questo concetto scotiano è di grande attualità. La vera missione, quella che continua l’opera di Cristo e porta Cristo agli altri, consiste principalmente nell’offrire se stessi a Cristo, perché Cristo possa operare tramite la mia umanità. È lui il vero “missionario”! E non c’è vera missione che non sia prosecuzione della sua missione.
La mia comunione con Cristo non solo è compimento della missione di Cristo in me, ma anche inizio e fonte della mia collaborazione alla missione di Cristo per la salvezza degli altri. La comunione con Cristo è anche missione del Cristo e per Cristo. Non si può condividere l’ideale di Cristo senza accettarne anche il suo amore per gli uomini.
Comunione con Cristo e solidarietà con gli altri costituiscono la base per essere-in-missione e per poter compiere la missione da battezzato e da religioso. Il Beato Giovanni Duns Scoto sembra voler dire: la vera missione, cioè quella che prosegue e rende attualmente operativa la missione di Cristo, consiste fondamentalmente nell’offrire totalmente e incondizionamente se stessi a lui, perché il vero missionario è lui solo e non c’è vera missione che non sia la continuazione della sua missione. La comunione con Cristo non solo è compimento della missione di Cristo, ma anche inizio e fonte della collaborazione dell’uomo alla missione di Cristo per la salvezza di tutti.
Per essere missionari bisogna avere incontrato prima Cristo, che rende condiligentes tutti gli uomini tra loro e con Dio, perché la comunione totale con Cristo comporta come conseguenza ineluttabile anche la missione. Aderire a Cristo, scegliere Cristo, dargli il primato nella propria vita è anteriore al lavorare per Cristo e servirlo nel mondo della missione. È un aspetto del primato dell’essere di Cristo in rapporto al fare per Cristo.
Questa interpretazione scotiana permette di capire e di giustificare il motivo di fondo perché ogni battezzato e ogni consacrato è essenzialmente missionario, anche quando fosse impossibilitato a compiere qualunque opera. In forza della consacrazione battesimale e religiosa l’uomo diventa membro attivo del corpo di Cristo, nel senso che Cristo continua la sua opera storica proprio attraverso di lui.
Secondo la dimensione teologica della missione del Beato Giovanni Duns Scoto, si comprendono bene le affermazioni conciliari: la vita dei religiosi “dev’essere consacrata al bene di tutta la Chiesa”, cioè di Cristo (LG 44b), “a completo servizio della sua missione” (PC 6c).
Alla luce teologica di questo pensiero scotiano, si può meglio comprendere e definire le forme e i contenuti della missione che il battezzato e il religioso sono tenuti a offrire con e nella loro vita. In forma estremamente schematica elenco gli elementi essenziali dell’apostolato missionario:

1) primo: accogliere Cristo in sé significa impegnarsi alla propria santificazione personale, cioè avere la consapevolezza di essere condiligentes di Dio in Cristo, perché in primo luogo Dio ama se stesso, in secondo luogo Dio ama se stesso nei coamanti o (condiligens) che hanno Cristo per capo;
2) secondo: la preghiera, intesa come risposta alla consapevolezza di essere amato da Dio in Cristo che dice: “senza di me non potete far nulla” ( ) o “chi non raccoglie con me disperde” (Lc 11, 23), come a dire che gli uomini (condiligentes) sono uniti dalla stessa legge dell’amore di Dio in Cristo;
3) terzo: il sacrificio come espressione della propria consacrazione battesimale e religiosa, perché si partecipa al mistero della sofferenza redentrice di Cristo;
4) quarto: la testimonianza di vita, ossia di ciò che si è sperimentato con Cristo, come fedeltà al proprio carisma di battezzato e di consacrato;
5) quinto: le attività apostoliche come espressione della riccheza interiore o della testimonianza di vita.

Questi alcuni punti chiave del pensiero del Beato Giovanni Duns Scoto intorno al concetto di missione e di conversione che sono di inpellente attualità. Sono principi che rispettano al massimo la libertà di Dio e la libertà dell’uomo, il quale si vede così a dover fare la sua scelta o con Cristo o contro Cristo. E solo così il religioso e il battezzato potranno offrire la loro testimonianza dell’amore di Dio nel mondo e costituire lievito per la cultura e per la promozione umana.

 


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