NOTE DI METODOLOGIA SCOTIANA
(Giovanni Lauriola ofm)
Eccellenza Rev.ma, Delegato Apostolico
Molto reverendo P. Castor, Vicario Custodiale,
Illustre Direttore,
Illustri Professori,
Signore e Signori
Sento vivo il bisogno di ringraziare
nel prof. Alviero Nicacci, Pro-Decano dello Studio
Biblico Francescano, e nel prof. Vincenzo Ianniello,
Moderatore dello Studio Teologico di Gerusalemme e
dello Studio Filosofico di Betlemme, tutto il Corpo
Accademico Docente e Discente degli stessi Studi,
per aver voluto far coincidere questo incontro con
la prima celebrazione liturgica ufficiale in onore
del neo-Beato Giovanni Duns Scoto e con la Prolusione
dell’anno accademico delle stesse istituzioni
scientifiche.
Oltre al dovuto ringraziamento, permettetemi di esprimere,
a una assemblea così diversificata e altamente
qualificata, la gioia e la commozione che provo nel
prendere la parola in questo prestigioso luogo dello
Studio Biblico.
La celebrazione odierna si colloca in perfetta sintonia
con l’Ateneo Antonianum di Roma, che giorno
8 ha ugualmente aperto ufficialmente l’Anno
Accademico. Questo solenne atto in onore del Beato
Giovanni Duns Scoto, Patrono delle Scuole francescane,
vuole essere contemporaneamente: una specie di riparazione
storico-culturale per il troppo silenzio cui direttamente
o indirettamente è stato obbligato e tenuto;
un segno di rispetto e d’amore verso il rappresentante
più qualificato della Scuola francescana; un
impegno a voler recuperare la caratteristica francescana
e scotiana dello studio e della ricerca della verità
e a tener vivo il ricordo della personalità
scientifica e spirituale più caratteristica
dell’Ordine francescano.
L’onore e soprattutto l’onere
è caduto sulle mie spalle, senza che con questo
ne fossi degno. Non sono, infatti, né un cattedratico
né un ricercatore puro né uno specialista
di professione. Ma un semplice appassionato e autodidatta
del Maestro francescano, che svolge attività
didattica in varie scuole e studi superiori in Italia
[nello Studio Teologico Interreligioso Pugliese (Bari,
Affiliato all’Antonianum di Roma), nell’Istituto
Teologico Pugliese (Molfetta), Seminario Regionale
(Molfetta), nell’Istituto Magistrale Statale
(Conversano)] e fondatore e presidente del Centro
studi personalisti “G. Duns Scoto” (Castellana
Grotte), che organizza periodicamente varie manifestazioni
cultuali e culturali in onore del Beato.
Parlare di Duns Scoto è sempre
impresa difficile ardua e delicata, perché,
in questa seconda parte del nostro secolo, diverse
personalità del mondo filosofico teologico
spirituale e scientifico hanno già scritto
ed esposto molto meglio ed esaurientemente il suo
pensiero. Il pericolo, quindi, della ripetizione e
di ciò che già si conosce, è
sempre presente e latente in queste manifestazioni.
Pertanto, chiedo anticipatamente venia e clemenza
a un tempo, per quanto riuscirò a dire o, meglio,
a balbettare in questa Prolusione sulla complessa
e poliedrica personalità scientifica di Duns
Scoto, limitatamente all’aspetto della metodologia
generale. Tema altamente arduo e impervio perché
non esistono studi specifici in materia. Bisogna affidarsi
alla propria esperienza e a indicazioni generali.
Il titolo della Prolusione, pur richiamandosi al tema
generale del recente Congressus Scotisticus Internationalis,
celebratosi a Roma, presso l’Antonianum nei
giorni 9-11 marzo scorso, cui ho partecipato con una
Comunicazione, non ha alcuna velleità di sintetizzarne
il ricco contenuto, perché vuole esprimere
solo il modesto e semplice tentativo di presentare
a grande linee i principi metodologici generali che
hanno accompagnato la breve ma intensa attività
scientifica di Duns Scoto, secondo una personale esperienza
meno tecnica che artigianale. Pertanto, il titolo
sottende e sottintende tutta la ricca e complessa
produzione scientifica sia in campo filosofico che
teologico spirituale, di cui non si farà alcun
cenno, se non di traverso o solo indicativamente,
a seconda dei casi, e la tematica viene suddivisa
in due parti principali: “testimonianze del
Magistero” e “Via Scoti”, quest’ultima
articolata in tre sottotitoli: opzione metodologica,
chiave ermeneutica e statuto epistemologico.
1- Testimonianze
del Magistero
Prima di introdurmi nel vivo della problematica,
sembra opportuno, almeno per alcuni che non hanno
molta dimestichezza con il pensiero di Duns Scoto
o con le sue vicende storiche dell’iter della
causa di beatificazione, di richiamare velocemente
alcuni tratti della sua attualità, messi in
luce dal magistero ecclesiale in questo ultimo trentennio.
È d’obbligo aprire la serie delle testimonianze
da papa Paolo VI che ha consegnato alla storia il
primo documento ufficiale su Duns Scoto con l’Alma
parens del 14 luglio 1966, da cui piace proporre il
seguente brano:
«Giovanni Duns Scoto elevò
una maestosa cattedrale al cielo... su ferme basi
e con arditi pinnacoli con la sua ardente speculazione,
da divenire... il rappresentante più qualificato
della scuola francescana.
Seguendo lo spirito e l’ideale del suo patriarca
Francesco d’Assisi, subordinò il sapere
al ben vivere, asserendo l’eccellenza della
carità sopra ogni scienza, l’universale
primato di Cristo, capolavoro di Dio, glorificatore
della SS. Trinità e Redentore del genere umano,
Re dell’ordine naturale e soprannaturale, al
cui lato splende di originale bellezza la Vergine
Immacolata, Regina dell’universo.
Egli evidenzia specialmente le idee sovrane della
rivelazione evangelica, particolarmente quelle che
s. Giovanni Evangelista e s. Paolo Apostolo videro,
nel piano divino della salvezza in grado eminente...
La sua dottrina filosofia è un’arma potente
contro la piaga dell’ateismo contemporaneo».
Altra testimonianza storica importante
è certamente la dichiarazione del 22 maggio
1972, sempre di Paolo VI, che riconosceva l’ortodossia
dottrinale e l’autenticità delle opere
di Duns Scoto:
«Niente ostacola la continuazione
della ‘Causa Scoti’»,
interrotta bruscamente nel lontano 1925
con la pubblicazione delle famose Animadversationes,
da parte del cardinale domenicano Andrea Frühwirth,
e che ha permesso di portare felicemente a termine
il processo di canonizzazione più lungo della
storia della chiesa, circa tre secoli (1706-1993).
Un altro valido segno del positivo cammino della ‘Causa
Scoti’ viene dal bel titolo attribuito da papa
Giovanni Paolo II, il 10 ottobre 1980, quando nella
visita a Colonia, oltre a pregare sulla tomba di Duns
Scoto, lo chiama
«Torre spirituale della fede».
Il traguardo finale viene tagliato il
6 luglio 1991, quando la Congregazione per la causa
dei Santi pubblica il decreto di canonizzazione del
Servo di Dio Giovanni Duns Scoto. Nel suo complesso,
il documento presenta Duns Scoto come un fedele adoratore
di Dio in un momento in cui lo spirito di preghiera
contemplativa sembra in crisi per l’eccessiva
forma di secolarizzazione del mondo; come un campione
della fede in un tempo in cui a tutto si crede, ma
difficilmente a Dio; come un esempio di studioso e
di ricercatore della verità, di modello di
fedeltà al Magistero e alla Chiesa in un momento
in cui facile non appare il rapporto tra Magistero
e Teologi...
Anche da questo importantissimo documento piace richiamare
l’attenzione su qualche punto di natura più
metodologica che dottrinale:
«Giovanni Duns Scoto... pose come
fondamento della sua speculazione e dei suoi sentimenti
e interessi il Signore Dio e la Chiesa. Egli usando
opportunamente le doti ricevute dal cielo, tenne fissi
gli occhi della mente e del cuore nella luce delle
verità eterne, e con la gioia di chi ha trovato
un grande tesoro, più profondamente si addentrò
nella conoscenza, nella contemplazione e nell’amore
di Dio. Con autentica umiltà di sapiente non
confidava nelle sue forze, ma nell’aiuto della
grazia, che pieno di fiducia invocava con fervide
preghiere. La teologia alimentava in lui la vita spirituale
e a sua volta la vita spirituale rinvigoriva la teologia.
La Rivelazione e il Magistero della Chiesa furono
le sue regole principali non solo della sua meditazione,
ma anche della sua vita che aveva deciso di conformare
alla vita di Cristo.
Guidato dalla fede, temprato dalla carità,
illuminato dalla speranza, Giovanni Duns Scoto visse
in intima unione con Dio, che amava con sommo ardore,
e onorò con particolare devozione il mistero
dell’Incarnazione del Verbo, della Passione
di Cristo, dell’Eucaristia... e, da vero teologo
di Maria, fu grande e autorevole assertore dell’Immacolata
Concezione...
Convinto che la somma autorità nella Chiesa
apparteneva al Pontefice di Roma, non esitò
ad abbandonare la splendida carriera nell’Università
per testimoniare la sua fedeltà al Vicario
di Cristo...».
Anche molto significativa è la
presentazione spirituale che Giovanni Paolo II ha
fatto il 23 maggio 1992 in visita a Nola (Napoli):
«[Giovanni Duns Scoto è
un] serio e grande teologo, nel cui confronto è
possibile realizzare l’aggiornamento teologico
e l’impegno di evangelizzazione. Egli è
principalmente un esempio di vita, una testimonianza
religiosa, un modello sacerdotale...».
Ultima testimonianza che piace presentare
è quella del 20 marzo 1993, quando Giovanni
Paolo II nella gioia di Confermare il Culto liturgico
al Beato Giovanni Duns Scoto, tra l’altro scrive:
«Nella nostra epoca, pur ricca
di immense risorse umane tecniche e scientifiche,
ma nella quale molti hanno smarrito il senso della
fede e conducono una vita lontana da Cristo e dal
suo Vangelo, il Beato Duns Scoto si presenta non solo
con l’acutezza del suo ingegno e la straordinaria
capacità di penetrare nel mistero di Dio, ma
anche con la forza persuasiva della sua santità
di vita che lo rende, per la Chiesa e per l’umanità
intera, Maestro di pensiero e di vita. La sua dottrina...
edifica vigorosamente la Chiesa, sostenendola nella
sua urgente missione di nuova evangelizzazione dei
popoli della terra.
In particolare, per i Teologi, i Sacerdoti, i Pastori
d’anime, i Religiosi, e in modo speciale per
i Francescani, il Beato Duns Scoto costituisce un
esempio di fedeltà alla verità rivelata,
di feconda azione sacerdotale, di serio dialogo nella
ricerca dell’unità [e della verità]».
2- La Via
Scoti
Per espressione “Via Scoti”
intendo nel suo complesso la personalità scientifica
e spirituale di Duns Scoto con una particolare attenzione
alla dimensione metodologica generale non solo riguardo
alla ricerca della verità, ma anche per quanto
riguarda la sua formazione, che fa da supporto alle
posizioni dottrinali del suo lavoro. E poiché
ogni autore è figlio del suo tempo, anche Duns
Scoto non può essere compreso nella sua vera
realtà, se considerato avulso dalle coordinate
storiche culturali della sua epoca. Pertanto sembra
utile accennare alla sua opzione culturale, già
indicativa della sua metodologia, prima di essere
impegnato nel vivo del dibattito culturale.
a) L’opzione
metodologica di Duns Scoto
Il ventennio, che separa la condanna
dell’Aristotelismo (1277) dall’entrata
sulla scena culturale di Duns Scoto, ha visto consolidarsi
e anche irrigidirsi la formazione delle ‘scuole’,
spesso rivali tra loro per la difesa dell’ortodossia
delle posizioni di Tommaso. Triste e brutto periodo
storico culturale ed ecclesiale!
La tentazione intellettuale di abbracciare una delle
Scuole
-la Scuola francescana capeggiata da Bonaventura e
da molti esponenti di spicco come Guglielmo de la
Mare, Riccardo di Mediavilla, Vitale del Forno, Guglielmo
di Ware e altri; la Scuola domenicana capeggiata da
Tommaso e da alcuni esponenti come Alberto Magno,
Bernardo di Trilia, Bernardo d’Auvergne, Riccardo
di Knapwell, Egidio Romano; la Scuola eclettica con
Enrico di Gand e Goffredo de Fonteneis-
dovette mettere a dura prova la capacità del
‘laureando’ Duns Scoto, il quale, invece
di scegliere tra le varie Scuole già formate
e in polemica tra di loro, si apre una nuova “via”
segnata da un metodo più rigorosamente storico-critico
e sorretta da principi metafisici più generali.
Con tali premesse metodologiche, egli getta le basi
per costruire una nuova sintesi dottrinale, aperta
a sempre nuovi sviluppi secondo i segni dei tempi.
Sintesi, non sistema chiuso e perfetto di scuola,
ma aperto alle esigenze del tempo in continua trasformazione
ed evoluzione. In via del tutto esemplificativa, in
Duns Scoto confluiscono elementi aristotelici (teoria
dell’atto e della potenza), platonici (teoria
delle idee), avicenniani (teoria della natura comune
e dell’univocità dell’essere),
francescani (teoria del concreto e dell’amore)...
In questa costruzione del sistema aperto, Duns Scoto
si lascia guidare criticamente da due principi di
metodologia generale, che hanno vasta eco anche in
ermeneutica, uno è tratto dalle Quaestiones
quodlibetales e l’altro dall’Ordinatio.
Il primo manifesta profonda onestà intellettuale
e serio rispetto del pensiero degli altri, e recita:
«A nessun autore bisogna attribuire
una sentenza falsa o chiaramente assurda, a meno che
essa non sia espressamente formulata o che segua con
evidenza dalle sue parole»;
il secondo esprime il tentativo di cogliere
l’intenzione dell’autore, quando le parole
non sono del tutto chiare, anticipando così
alcune indicazione di moderna ermeneutica:
«Per quanto riguarda le intenzioni
dei filosofi, Aristotele e Avicenna in particolare,
non voglio imporre ad essi tesi così assurde
di quanto essi stessi dicono o di quanto necessariamente
segue dalle loro affermazioni. Voglio prendere le
loro affermazioni nel modo più razionale possibile».
Ogni parola di commento sembra superflua.
Ognuno può farne il proprio.
b) La chiave
ermeneutica di Duns Scoto
Certamente il principio ermeneutico
fondamentale, Duns Scoto l’ha desunto dalla
lezione storica dei grandi pensatori, perfezionato
dalla ricchezza della sua fede e della visione dell’amore
cristiano. Storia fede e amore dialogano insieme e
convolano a unità operativa. È talmente
convinto di tale operazione metodologica, che se la
ricerca della verità non produce frutti di
vita pratica o praxis, è come se ad luxuriam
reducitur.
L’esempio analogico è troppo crudo e
violento, ma in fondo rispecchia profondamente la
realtà: le ricerche dei teologi -ogni ricerca
di verità-, se non orientano la persona ad
agire rettamente nella verità, sono semplicemente
dei passatempi pericolosi, perché favoriscono
l’accidia e alimentano la “pigrizia mentale”.
Dalla storia della filosofia Duns Scoto apprende la
necessità di pregare:
- da Platone quando si trova di fronte alle ultime
spiegazioni della realtà o del mistero da comprendere,
come l’origine del male, l’esistenza di
Dio...
- da Agostino quando si impegna a tradurre in pratica
la verità raggiunta con rigore scientifico
e con sincera fedeltà, traducibile con l’espressione
intellige ut credas, crede ut intelligas, cioè
di comprendere con la mente ciò che si crede
con il cuore e si vive nella pratica;
- da Anselmo quando afferma essere grave negligenza
(o peccato!), se dopo essere stato confermato nella
fede non subentri l’impegno serio di comprendere
ciò che si crede, perché dalla fede
si progredisce alla conoscenza e non viceversa, ossia
fides quaerens intellectum.
Ricco dall’esperienza storica -Platone Agostino
Anselmo- Duns Scoto struttura la sua metodologia sul
principio del credo ut intelligam o meglio credo ut
condiligam, che ha per fondamento sempre un dato biblico
esplicito o implicito, senza che con ciò si
mortifichi la natura umana o la serietà della
ricerca. Egli, infatti, dialogando criticamente con
i filosofi non credenti, afferma espressamente che
il suo ricorso alla Scrittura gli permette di garantire
meglio la libertà umana della ricerca, perché,
oltre ad ammettere ciò che essi stessi ammettono,
egli vi aggiunge soltanto qualcosa che perfeziona
e completa la stessa natura.
Un esempio lampante si ha nel trattato De primo principio,
quando prega e invoca, prima della dimostrazione:
«Tu, o Signore, sei l’Essere
vero!
Tu, o Signore, sei l’Essere totale!
Questo io credo fermamente.
Questo, se possibile,
desidero conoscere...
Signore, mio Dio,
che ti sei autodefinito l’Essere,
insegna al tuo servo
di conoscere con la ragione,
ciò che per fede crede fermamente:
Tu sei la causa efficiente,
Tu sei la causa formale,
Tu sei la causa finale
di tutte le cose..
Aiutami, Signore, a comprendere
quanta conoscenza di Te,
che sei il vero Essere,
possa raggiungere
la mia ragione naturale,
cominciando dall’essere
che Ti sei autodefinito...».
|
Per meglio comprendere la ‘chiave
ermeneutica’ della Via Scoti, già indicativamente
emersa da queste semplici invocazioni, sembra opportuno
approfondirla, anche se velocemente, dalla concezione
Dio e di Cristo, in cui egli la utilizza con più
evidenza.
1). Concezione di Dio
Punto cardine della speculazione scotiana
è sicuramente la concezione di Dio, sia nelle
relazioni ad intra che in quelle ad extra. Il suo
fondamento poggia su due concetti biblici: “Ego
sum qui sum” (Es, 3, 15); e “Deus charitas
est” (1Gv, 4, 16), che costituiscono il binario
sul quale si sviluppa tutta la speculazione filosofica
teologica e spirituale di Duns Scoto. Questi due principi,
pur accettati per fede, in quanto Duns Scoto è
principalmente un teologo, non influenzano minimamente
la loro giustificazione teoretica, perché egli
si manifesta un critico severo sia dei teologi che
dei filosofi.
La preoccupazione principale di Duns Scoto, per quanto
riguarda l’agire di Dio ad extra, è quella
di assicurare e difendere in Dio la massima libertà
e la massima razionalità, come espressioni
perfettissime del suo infinito amore: Dio agisce in
modo infinitamente libero e in modo razionalissimamente.
Benché Dio comprenda e voglia tutte le cose
nell’unico atto semplicissimo del suo perenne
presente, tuttavia, nota il Dottor Sottile, quest’atto
si dirige verso ciascun essere in modo diverso, a
seconda del grado di essere che riceve da Dio stesso.
La potenza teoretica ardita e inaudita a un tempo
di Duns Scoto osa umilmente penetrare, con la sua
sublime speculazione amorosa, direttamente nel cuore
dell’agire divino e, sempre con umiltà
di saggio, balbetta l’ordine logico intravisto
nel mistero di Dio. È la più grande
conquista mistica della storia.
Ecco le sue parole che sembrano un commento al concetto
biblico: “tutto Dio fa per se stesso”:
«In primo luogo, Dio ama se stesso.
In secondo luogo, Dio ama se stesso negli altri
condiligentes
chiamati all’esistenza
dal suo amore assolutamente libero.
In terzo luogo, Dio vuole essere amato da un altro
che lo può amare in modo infinito.
In quarto luogo, Dio prevede e vuole l’unione
ipostatica di Cristo,
indipendentemente dal peccato...». |
Tralasciando ogni considerazione sull’agire
ad intra di Dio, si può notare che la vera
preoccupazione di Duns Scoto è meno di natura
antropologica che teologica. Egli subordina il piano
ontologico a quello teologico, senza confonderli:
l’uno aiuta l’altro nella ricerca della
verità, che è sempre un continuo progresso
di fede e di speculazione. E così Duns Scoto
indica il secondo concetto biblico basilare della
sua Via nella ricerca umana della verità: Cristo.
Secondo il mio modesto parere, il Dottor Sottile è
orientato a questa scelta oltre che da motivi biblici
anche da motivi storico-teoretici. Nella speculazione
umana prima della Rivelazione, come il mondo greco,
e dopo di essa come il mondo arabo, si è arrivato
alla conclusione che Dio direttamente produce solo
Dio; per spiegare, invece, la presenza della contingenza
nel mondo, si fa ricorso a un ente intermedio o causa
seconda, comunque inteso. Cristo, pertanto, nella
scotiana visione speculativa, è considerato
anche come la mediazione sicura e indispensabile della
manifestazione di tutte le operazioni ad extra di
Dio.
2). Concezione
di Cristo
Guidato dal principio biblico “Dio
opera tutto per la sua gloria” (Proverbi, 16,
4) e dal principio metafisico “Dio produce solo
Dio” [Platone Plotino Averroé Avicenna...],
Duns Scoto coglie la vera chiave ermeneutica della
sua Via unicamente in Cristo, che così viene
visto e considerato come causa efficiente, causa formale
e causa finale di tutte le cose, perché egli
è contemporaneamente vero Dio e vero Uomo.
Per questo nell’ordine logico dell’amore
divino, tra i condiligentes, Cristo è primo
in modo assoluto e indipendente intorno al quale tutte
le cose ruotano e tutte a lui sono finalizzate. Getta
le basi così per il cristocentrismo, che costituisce
il fiore all’occhiello della Via Scoti, come
in teologia così in filosofia.
Sia per ragioni rivelate sia per ragioni razionali,
secondo Duns Scoto, la perfezione infinta di Dio è
tale da non poter entrare in nessun modo in rapporto
con ciò che Dio non è. La stessa ‘creazione’
viene rivisitata alla luce di Cristo, unico ed effettivo
termine dell’azione diretta di Dio ad extra,
e, quindi, unica mediazione tra Dio e la materia,
assunta, tramite l’uomo, da Cristo che è
contemporaneamente Dio e Uomo.
Tale è anche la lettura di Paolo: “Cristo
è immagine [visibile] del Dio invisibile, generato
prima d’ogni creatura; poiché per mezzo
di lui sono state create tutte le cose... Tutte le
cose sono state create per mezzo di Cristo e in vista
di Cristo. Cristo è prima di tutte le cose
e tutte sussistono in Lui” (Colossesi, 1, 15-17),
che corredata da altri passi [Efesini, 1, 3-14; Filippesi
2, 6-11; Romani, 8, 29], soggiace alle meravigliose
definizioni date a Cristo da Duns Scoto: Summum opus
Dei, Summum opus gratiae, Summum bonum in entibus...,
che in questo modo attualizza il suo metodo di ricerca:
partire da un atto di fede semplice e generoso, e
arrivare alla conoscenza razionale della stessa verità
attraverso rigorose argomentazioni e profonde meditazioni,
secondo l’adagio credo ut intelligam o, meglio,
credo ut condiligam.
Dall’insieme della pronunciata Via Scoti, si
evince che il Dottor Sottile distingue nel piano divino
un ordine ontologico e un ordine storico. Nell’ordine
delle intenzioni, Cristo occupa il primo posto nella
gerarchia dei condiligentes o esseri, ordinati in
base alla loro importanza ricevuta da Dio e non secondo
il posto che occupano nella successione storica. Come
a dire: nell’ordine ontologico è primo
non chi appare per prima, ma chi viene dopo. Ad esempio:
il vegetale rispetto al mondo inorganico; l’animale
rispetto al mondo vegetale; l’uomo rispetto
al mondo animale; Cristo rispetto al mondo umano.
E questo perché, secondo Paolo [1Cor 3, 2],
è per l’uomo che Dio ha creato il mondo,
ed è in vista di Cristo che l’uomo è
stato creato, e Cristo è stato voluto da Dio
e per Dio.
Se da un punto di vista storico, Cristo si è
formato un corpo a “immagine dell’uomo”,
è altrettanto vero che nell’ordine ontologico
l’uomo è stato voluto a “immagine
di Cristo”, imago Christi “. È
una lettura ontologica dell’essere in cui Dio
manifesta al di fuori di sé la pienezza della
vita, dell’amore e della grazia. In questo disegno
meraviglioso d’amore, Duns Scoto intuisce la
presenza di Cristo come cuore di Dio, come cuore dell’essere
e come mistero da conoscere. Nella scala dell’essere,
perciò, Cristo tiene in modo assoluto il primato
su tutti gli esseri, perché tutto è
stato creato da lui, e tutto dipende da lui, ed egli
non dipende da nessuno: egli è l’assolutamente
libero.
In termini di speculazione scotiana, questo significa
che Dio per primo ama se stesso in Cristo e in lui
tutto ciò che viene dopo di lui. È in
forza del primato ontologico di Cristo che Duns Scoto
non può in nessun modo concedere la sua occasionalità,
o, peggio, la sua dipendenza da qualsiasi motivo a
lui estrinseco, anzi ne afferma l’assoluta gratuità,
l’assoluta libertà. Le affermazioni cristiche
del Dottor Sottile sono tutte suffragate da testimonianze
bibliche, specialmente quelle tratte dall’ Evangelista
Giovanni e dall’Apostolo Paolo.
Con questa chiave ermeneutica del cristocentrismo,
Duns Scoto legge tutta la storia della salvezza, precisandone
tutte le verità teologiche sia in ordine alla
Madonna e sia in ordine alla Chiesa, intesa come il
Cristo continuato, di cui l’Eucaristia ne costituisce
la fonte e la perfezione, e intorno a cui ruotano
il sacerdozio, gli altri sacramenti e tutte le devozioni;
e legge anche tutta la scala dell’essere nelle
sue varie manifestazioni storiche ed esistenziali
possibili.
Come esemplificazione di queste indicazioni, piace
riferire qualche espressione di metodologia generale
applicata nei confronti delle auctoritates, che segnano
la struttura portante del lavoro scientifico di Duns
Scoto. Al di là della loro condivisione, esse
manifestano comunque una serietà di comportamento
di tutto rispetto e una profonda fede.
«Nell’interpretare Cristo,
preferisco più eccedere nella lode che essere
difettoso...»;
«Si può attribuire a Maria tutto ciò
che è più eccellente e più degno,
se non contraddice all’autorità della
Chiesa e all’autorità della Scrittura...»;
«È pericoloso portare sofismi [per difendere
la fede], perché si espone la stessa fede alla
derisione...»;
«È meglio riconoscere la propria ignoranza
che pretendere saggezza per mezzo di sofismi...»;
«Nelle questioni di fede, nulla si deve asserire
se non può essere provato da quello che già
è conosciuto per vero»;
«Nulla si deve reputare attinente alla sostanza
della fede, se non ciò che si può ricavare
espressamente dalla Scrittura, o che è stato
espressamente dichiarato dalla Chiesa, o che segue
con evidenza da qualche verità chiaramente
contenuta nella Scrittura o chiaramente determinata
dalla Chiesa...»;
«La Scrittura è l’unica fonte della
Rivelazione, di cui il Magistero della Chiesa è
un tempo garante e interprete autentico...»;
«Se un teologo o studioso propone qualche novità
nel campo dottrinale, non si è tenuti a prestargli
senz’altro il proprio assenso... ma bisogna
prima consultare la Chiesa e così evitare l’errore...»;
«Le cosi dette verità dei preambula fidei
- [come ad es., la dimostrazione razionale dell’esistenza
di Dio Creatore, la dimostrazione razionale dell’immortalità
dell’anima, la dimostrazione razionale della
libertà umana...] - non appartengono all’ambito
della ragione, ma a quello della fede».
c) Statuto epistemologico
della Via Scoti
Per “statuto epistemologico”
della Via Scoti intendo il tentativo di ricostruire
l’insieme delle norme più universali
di metodologia generale applicata da Duns Scoto nel
suo lavoro scientifico e sistemate in un’ordine
di priorità piuttosto intuito che reale. Come
ogni ricostruzione ideale, anche questa esprime più
una esigenza soggettiva che oggettiva, più
una richiesta moderna che medievale, in quanto gli
autori medievali non si ponevano il problema alla
maniera odierna. Pertanto, la ricostruzione dello
statuto epistemologico ha un valore molto relativo
e anche molto indicativo, che in nessun modo ne esaurisce
la problematica.
1). Prima norma:
l’uomo può conoscere tutto
Elaborando alcune teorie aristoteliche
e avicenniane, Duns Scoto elenca la prima norma generale
della sua metodologia quando riconosce all’uomo
la possibilità naturale e positiva di conoscere
qualsiasi intelligibile. E si preoccupa anche di indicarne
il mezzo gnoseologico e teoretico insieme: la teoria
del concetto univoco dell’ens in quantum ens,
che, predicandosi dell’essere finito e dell’Essere
infinito, assicura all’uomo di accorciare al
massimo la distanza tra uomo e Dio, anche se essa
resta sempre abissale.
L’importanza storico-teoretica della ‘prima
norma’ non sfugge agli esperti di filosofia
medievale e contemporanea. Con essa Duns Scoto interpreta
in modo diverso la stessa astrazione, perché
vi pone a fondamento un atto di intuizione, che permette
di tenere aperta la possibilità positiva -e
non solo negativa- del discorso intorno a Dio; e sposta
anche di 180° l’asse della teoria della
conoscenza, nel senso che fa cadere l’importanza
più sul soggetto conoscente che sull’oggetto
conoscibile, anticipando e superando nello stesso
tempo il criticismo kantiano, e offrendo un diverso
modo di intendere la verità. La teoria dell’univocità
fonda e giustifica la teoria dell’analogia.
2). Seconda
norma: insufficienza del metodo induttivo
È da notare che dalla stessa
‘prima norma’, oltre che da altri elementi,
Duns Scoto ricava la critica al metodo induttivo,
giudicato insufficiente per assicurare la conoscenza
scientifica della realtà. La sua convinzione
poggia sulla constatazione che il metodo induttivo
non può effettuare l’enumerazione completa
e totale degli esperimenti, per affermare la scientificità
di una conclusione, perché l’esperienza
non può realizzarsi in tutti i casi possibili,
in omnibus.
Secondo De Gandillac, Duns Scoto, benché critico,
ha gettato le basi per una elaborazione del metodo
induttivo. È convinto, infatti, che l’esperienza,
realizzandosi in multis, offra all’esperto [scienziato]
gli elementi utili per poter affermare probabiliter
et infallibiliter che è così, sarà
sempre così e in tutti i casi. Per il Dottor
Sottile, quindi, l’enumerazione dei casi di
un fenomeno particolare, per quanto completa, è
sempre insufficiente da sola a formulare una legge
scientifica di valore universale e necessario, senza
l’intervento di qualcosa di estrinseco ai fenomeni,
che, interpretandoli, li inveri. Questo qualcosa di
apriori si trova nello stesso intelletto -quiescientem
in anima- e permette all’intelletto di concludere
l’analisi, dando forma e valore al materiale
raccolto dall’esperienza, in sé “muto
e stupido”, mediante il passaggio dal “giudizio
d’esistenza” al “giudizio d’essenza”.
Questo quid presente all’intelletto può
così essere formulato: «tutto ciò
che avviene nella pluralità dei casi, per effetto
di una causa non-libera, è effetto naturale
di tale causa».
Come appendice alla precisazione del metodo induttivo,
anche se vive in un contesto diverso, è la
critica che Duns Scoto rivolge, primo nella storia
del pensiero, al concetto aristotelico di scienza,
che dominava l’ambiente culturale dell’occidente,
sia per la rigorosità scientifica della sua
presentazione, sia per la l’autorità
che godeva lo Stagirita. La critica scotiana apre
nuovi orizzonti alla scienza, proiettandola verso
la “via moderna”, secondo lo storico della
scienza Umberto Forti.
[In sintesi tale critica può raccogliersi in
cinque punti.
Primo. Nel ricercare la radice ontologica dell’essere
contingente, Duns Scoto introduce la distinzione formale
tra intelletto e volontà nell’Essere
infinito, che gli permette di distinguere un piano
intellettivo-conoscitivo e un piano volitivo-operativo;
all’uno attribuisce la produzione dell’essere
possibile [intelligibile intenzionale...], e all’altro,
la realizzazione esistenziale o creazione.
Secondo. Dalla non-identità formale tra intelletto
e volontà divini, Duns Scoto ricava la distinzione
dell’onnipotenza divina in filosofica e teologica,
l’una dimostrabile scientificamente e l’altra
credibile per fede.
Terzo. Seguendo Anselmo e discutendo con i Filosofi
sul modo di intendere il concetto di creazione, Duns
Scoto introduce la differenza tra “ordine di
natura” e “ordine di durata”: con
la prima i Filosofi riconoscono a Dio la possibilità
di creare [ma necessariamente]; con la seconda, invece,
negano a Dio la possibilità di creare liberamente,
perché ciò che Dio produce direttamente
e senza nulla presupporre, lo produce di necessità,
mentre quello che produce indirettamente, lo produce
per mezzo di cause seconde. Come a dire i Filosofi
non hanno raggiunto il vero concetto di creazione,
che, invece, appartiene all’ordine della fede.
Quarto. La contingenza non è dimostrabile apriori,
né desumibile a posteriori, ma è documentabile
soltanto per esperienza immediata, per intuizione.
Quinto. La possibilità esistenziale del contingente
dipende unicamente da un “altro”, che
tecnicamente si chiama “causa” e che dev’essere
indipendente nel suo essere, cioè esistere
per sé e necessariamente. La dipendenza viene
distinta in intrinseca ed estrinseca: l’una
indica il limite metafisico del contingente che viene
chiamato all’esistenza; l’altra, l’infinità
della Causa che “liberamente” chiama all’esistenza
il contingente. Con tale distinzione, Duns Scoto scioglie
alla radice l’equivoco che soggiace alla relazione
di necessità tra mondo-Dio e Dio-mondo nella
speculazione greco-araba. L’equivoco è
questo: coincidenza tra ordine ontologico e ordine
epistemologico, ossia estensione dello schema della
causalità dell’ordine epistemologico
all’ordine ontologico.
Schematicamente: come in epistemologia, le premesse
della dimostrazione svolgono la funzione di causa;
la conclusione svolge la funzione di effetto; e la
relazione causa-effetto esprime la funzione di causalità;
così nel campo ontologico, la causa è
ciò da cui dipende una cosa; la cosa che dipende
è l’effetto; e la relazione di dipendenza
costituisce il rapporto di causalità. Di conseguenza,
la relazione tra causa ed effetto è sempre
una relazione di necessità.
Proprio questa forma di necessità, critica
Duns Scoto. Egli si preoccupa di precisare che il
rapporto ontologico tra causa-effetto e il rapporto
epistemologico tra conclusione-premesse sono di diversa
natura. Con questa sua posizione critica, Duns Scoto
apre la via alla scienza moderna].
3). Terza norma:
distinzione tra de
facto e de iure dell’intelletto umano
Da queste poche battute storico-teoretiche,
Duns Scoto ricava la convinzione che sia i Filosofi
sia i Teologi hanno una diversa antropologia. Sono
due modi diversi di accostarsi alla realtà
dell’uomo: il Filosofo elabora la sua concezione
sul presupposto di una natura fissista e invariabile,
cioè non modificabile dagli eventi storici;
il Teologo, invece, si base sul carattere storico
dell’uomo secondo il dato biblico. La posizione
di Duns Scoto, pur collocandosi in prospettiva teologale,
in quanto parte dalla condizione “storica”
[secondo i diversi stati: prima del peccato, dopo
il peccato, redento e glorificato], si sviluppa e
si articola in chiave metafisica, in quanto ne precisa
criticamente i risultati, facendo vedere la possibilità
che essi sono aperti alla visione trascendente della
vita e dell’essere.
Si delinea così la base dell’antropologia
scotiana: riconoscimento della situazione storico-teologica
dell’uomo con la bipolarità nella caduta
originale e nella gratuita redenzione ed elevazione
all’ordine soprannaturale. La sua elaborazione
avviene sì alla luce della rivelazione, ma
valorizza al massimo l’apporto dell’esperienza
umana, senza che questa costituisca l’ultima
parola.
L’originalità della posizione di Duns
Scoto sembra consistere nel fatto che egli non impone
la sua visione, ma pone l’uomo nella condizione
di poter operare una scelta, una scelta critica tra
le due antropologie. La scelta rimanda sempre a un
atto di fede o razionale o teologico, di cui si è
pienamente responsabile e, di conseguenze, essa riguarda
le due epistemologie con relative metodologie. Difatti,
per spiegare tale posizione storica della profonda
differenza, Duns Scoto introduce nell’intelletto
umano la distinzione tra de iure e de facto, dovuta
o alla volontà imperscrutabile di Dio o alle
conseguenze del peccato originale. Distinzione che
permette di riconoscere all’uomo in via di diritto
la capacità intuitiva, anche se imperfetta
in questa via, che sarà perfezionata nell’altra.
Il valore del contributo dei sensi al processo conoscitivo
viene ridimensionato, ossia meno causale che occasionale.
In altre parole, distingue l’essere storico
dall’essere ideale, l’essere dal dover
essere.
4). Quarta
norma: preminenza della teologia sulla filosofia
Sia dalla questione sulla necessità
della Rivelazione per conoscere il fine ultimo e ciò
che serve al suo raggiungimento, sia dalle accennate
note metodologiche e antropologiche risalta a tutto
tondo la caratteristica peculiare della speculazione
di Duns Scoto che si configura più come teologica
che filosofica. Il Dottor Sottile è principalmente
un teologo che utilizza tutti gli strumenti razionali
disponibili, per meglio mediare la realtà divina
creduta per fede, nella vita concreta esistenziale,
anzi la sua speculazione arriva a concepire la stessa
teologia come pratica in se stessa, ovvero praxis.
La Via Scoti si configura fondamentalmente, quindi,
come praxis, come esperienza di una amore che liberamente
si rivela e si dona, una vita d’amore, una manifestazione
del dono infinito, perché infinita bontà
è Dio, che nella sua incondizionata e assoluta
libertà si comunica esternamente nel Summum
opus Dei, il Capolavoro di Dio, Cristo Gesù.
Per una tale concezione, Duns Scoto utilizza il termine
teologia in senso molto rigoroso, cioè come
scienza che Dio ha di se stesso, e non come conoscenza
che l’uomo ha di Dio, non come speculazione
intorno a Dio sulla base del dato rivelato. Il genitivo
dell’espressione “conoscenza di Dio”,
ha per Duns Scoto un significato soggettivo-oggettivo.
Indica cioè sia la scienza di Dio in quanto
soggetto conoscente e sia la scienza di Dio in quanto
oggetto conosciuto a se stesso, ossia come autoconoscenza.
Tale ridefinizione della teologia, non elimina la
“teologia nostra”, ossia quella accessibile
all’uomo, ma vuole essere un chiaro avvertimento
per l’eccessivo razionalismo introdotto in teologia
e un indice del limite di ogni scienza umana, anche
la più alta.
L’autoriconoscimento dei limiti della ragione
umana rivela una buona lezione di umiltà sia
per i Filosofi, che elevano il conoscere umano a supremo
criterio di verità, e sia per i Teologi che
presumono di conoscere l’essere o essenza di
Dio e di sapere tutto intorno a Dio e su Dio.
Duns Scoto, invece, si pone dinanzi a Dio come davanti
al Mistero inaccessibile -onninominale e innominabile-
che supera e trascende l’umana ragione, con
tutte le conseguenze in ordine ai supremi destini
dell’uomo e della storia umana, e la dispone
ad aprirsi con rispetto e gratitudine alla “parola
della Rivelazione” per ascoltarla e metterla
in pratica.
Questa, forse, è anche la ragione per cui Duns
Scoto più volte afferma che il suo filosofo
prediletto non è né Aristotele, né
Platone, né Plotino, né Agostino, né
Averroé, né Avicenna, né Anselmo
né chi altri mai, ma solamente Paolo, philosophus
noster Paulus est.
5). Quinta
norma: la Subtilitas della Via Scoti
È a tutti nota la proverbiale
caratteristica della subtilitas con cui viene caratterizzato
il pensiero di Duns Scoto, tanto da meritargli il
titolo di Doctor subtilis. Caratteristica derivategli
dall’applicazione della sua metodologia, molto
severa che conduce i lettori attraverso i labirinti
della dialettica dei termini “che spoglia piuttosto
che rivestirli”. Duns Scoto si manifesta un
critico severo, non per il gusto di criticare, che
non avrebbe alcuna importanza, bensì per riportare
alle origini non solo il significato delle parole
o dei termini, ma gli stessi concetti da essi espressi.
Molte volte le lunghe discussioni storico-critiche
condotte dal Dottor Sottile sono rivolte meno a risolvere
la questione che a precisare criticamente la stessa
questione attraverso l’analisi della terminologia
in uso o a creare nuovi termini per esprimere un contenuto
concettuale nuovo o precisato. L’uso di una
simile metodologia rende, molte volte, difficile leggere
non solo il testo, ma seguire l’iter della stessa
analisi.
La subtilitas di Duns Scoto non risparmia nessuno,
né i Filosofi né tanto meno i Teologi,
per diversità di ragioni. Ai Filosofi spesso
ricorda che non si può fare filosofia racchiudendola
in un sistema chiuso di concetti ben concatenati tra
di loro, limitando o mortificando il potere intellettuale
dell’uomo che per definizione è aperto
al trascendente, relatio trascendentalis, donde ontologicamente
deriva. Anche ai Teologi spesso ricorda che non si
può fare Teologia a partire dalla storia della
teologia o dai Padri, come si costumava al suo tempo,
ma rifarsi direttamente a ciò che essenzialmente
la Scrittura insegna, a ciò che si ritiene
essenziale nella vita pratica. E qui Duns Scoto esprime
la sua grande scelta di fede e speculativa insieme:
Dio ha rivelato se stesso nel mistero dell’Incarnazione
in modo perfetto: Cristo è l’immagine
visibile del Dio invisibile, Cristo è il sommo
bene di Dio creatore, per cui Cristo dev’essere
l’unico ed esclusivo oggetto dell’attenzione
del ricercatore e dell’uomo. Cristo è
centro e culmine della rivelazione divina e dell’esistenza:
tutto gravita intorno a lui e tutto prende consistenza
da lui e tutto a lui ritornerà.
Se a queste indicazioni dottrinali si dovessero aggiungere
quelle esistenziali dell’appartenenza all’Ordine
Francescano, allora si avrebbe il quadro completo
per parlare delle radici del cristocentrismo scotiano,
che in quest’ultimo tempo sta guadagnando terreno
sia tra gli studiosi che tra la gerarchia, come già
è avvenuto in campo spirituale e liturgico.
La subtilitas di Duns Scoto si rivela anche in alcune
questioni di attualità scientifiche, che hanno
grande ripercussione in campo dottrinale, come ad
esempio la questione circa la partecipazione attiva
della donna nel processo della generazione del figlio,
per spiegare la maternità di Maria. Solo di
traverso. Comunemente si riteneva, sull’autorità
di Aristotele, che la donna fosse un mere oggetto
passivo nella trasmissione della vita: un ricettacolo
del seme vivente dell’uomo, e nulla più.
Con la sua acuta perspicacia, Duns Scoto, invece,
fa notare che in tali argomenti specifici, lui preferisce
l’autorità del medico Galeno, che parla
di compartecipazione attiva alla generazione del figlio
anche da parte della donna. Teoria che collima perfettamente
con le idee della sua teoria della conoscenza, mediante
la concausalità de principi.
Verità scientifico-filosofica che serve a Duns
Scoto per delucidare la verità della partecipazione
attiva di Maria nella formazione del corpo di Cristo,
spiegando così anche in modo più fedele
il testo biblico dell’annunciazione di Luca:
“Lo Spirito Santo di adomprerà... e Tu
partorirai un Figlio”. La Spirito Santo e Maria
sono agenti più perfetti della comune coppia,
perché nella coppia la formazione del corpo
del figlio avviene per ‘successione’,
mentre in Maria e nello Spirito Santo in modo ‘istantaneo’.
Conseguenze importanti e reali derivano dalla spiegazione
di Duns Scoto: Maria è vera madre di Gesù,
e Gesù è vero Figlio di Maria. Verità
che si proiettano anche nell’ordine della grazia.
Maria è piena di grazia, perché Madre
di Dio...
6). Sesta norma:
la conoscenza verità è storica
A conclusione dello statuto metodologico,
piace collocare di proposito la norma che lo racchiude
e lo anticipa, ma senza discuterlo, per ragioni di
spazio: in processu generationis semper crevit veritas,
la conoscenza della verità progredisce di pari
passo con il progresso dell’umanità.
Benché ontologicamente la verità non
può mai cambiare, la sua conoscenza è
storica. Quante forme di falso assolutismo e di garantismo
si sarebbero impedite se si fosse tenuto conto di
questa norma elementare di metodologia scotiana! La
sua applicazione smaschera facilmente ogni forma di
ignoranza, ogni forma di ideologia, di pigrizia mentale,
di cattiva volontà, di mancanza di metodo.
Essa aleggia su tutta la speculazione di Duns Scoto,
anche in quella etico-politica.
7). Settima
norma: caratteri estrinseci della Via Scoti
Ai pochissimi cenni di natura interna
o dottrinali, bisogna aggiungere anche alcune indicazioni
di natura strutturale per avere un quadro più
o meno completo della Via Scoti.
Tra i motivi intrinseci principali della metodologia
di Duns Scoto è da ricordare quella certa insoddisfazione
interiore che si manifesta nella continua ricerca
di termini più idonei a esprimere il suo pensiero
in continua evoluzione di perfezionamento. Questo
continuo e costante atteggiamento di perfezionamento
e di autocritica ha spesso contribuito a falsare lo
stesso pensiero dell’autore, come documenta
la ricca esistenza di codici e di varianti, che hanno
trasmesso un testo non di facile lettura. Mi riferisco
specialmente all’edizione del Wadding (1639).
Difficoltà che sono state superate soltanto
con l’edizione critica della Città del
Vaticano (1950ss), che ha messo in evidenza le manipolazioni
più comuni, riportandole con diversa segnatura
topografica: di “aggiunte”, di ‘annotazioni”,
di “cancellature” di Duns Scoto stesso;
come anche di “interpolazioni” di terze
persone.
Da queste precisazioni, di cui il testo critico è
come gemmato, si può ricavare lo spirito di
autocritica di Duns Scoto, che torna e ritorna, a
seconda degli argomenti e delle circostanze, sul testo
e cerca di limarlo e precisarlo per renderlo quanto
più attinente al concetto da esprimere. Si
può ammirare in questo sforzo di perfezionamento
anche l’atteggiamento di costante dialogo che
Duns Scoto riesce a instaurare sia con se stesso,
mediante una continua riflessione, sia con gli autori
del passato, attraverso una lettura critica aggiornata
dei testi, sia con i contemporanei attraverso un confronto
aperto e sereno sulle problematiche dell’epoca
più dibattute.
Circostanze tutte che rendono non facile la lettura
del testo di Duns Scoto, perché niente viene
prefissato a priori, ma tutto viene conquistato con
metodo storico-critico. La Via Scoti appare, quindi,
una dialettica continua nella ricerca della verità.
Tra i motivi estrinseci, invece, bisogna assolutamente
accennare alla trasformazione dello schema classico
della quaestio scolastica in una vera e propria disputatio
di ampio respiro sia storico che critico, rendendo
letteralmente ancora più difficile e complicato
la già non facile comprensione del testo e
del pensiero di Duns Scoto.
La semplice e schematica “questione scolastica”
si sviluppa -come si sa- con processo triadico. Nella
prima parte si presentano gli argomenti positivi e
negativi alla questione: “Pro et Contra”
- “Videtur quod sic et Ad oppositum”;
nella seconda parte si offre la risposta dell’Autore:
“Responsio - Solutio - Ad quaestionem”;
nella terza parte, infine, si confutano a uno a uno
tutti gli argomenti contrari alla tesi, esposti nella
prima parte: “Ad primum dicendum, Ad secundum...
-Ad illud quod dicitur...”.
Nella Via Scoti, questo schema riceve una profonda
trasformazione di ampliamento, che prende nome di
disputatio. Dopo aver esposto nella prima parte gli
argomenti “Pro et Contra”, e prima di
pervenire alla soluzione della questione, Duns Scoto
s’impegna in una approfondita analisi storica-critica
delle diverse opinioni in campo. Il suo modo di procedere
a cerchi concentrici o a sbalzi o per rimandi rende
difficile comprendere a prima lettura il suo pensiero,
che, in verità non viene mai esposto essenzialmente
o completamente nella semplice indicazione editoriale
di “Opinio propria” o di “Solutio
quaestionis”, ma sempre diluito nell’intreccio
dialettico con gli autori considerati. Di conseguenza,
chi volesse ricavare il pensiero di Duns Scoto dalla
semplice “Opinio propria”, facilmente
potrebbe essere tratto in inganno.
Un esempio per tutti. Prima dell’edizione critica,
si pensava comunemente che Duns Scoto avesse voluto
criticare il pensiero di Tommaso, con tutte le conseguenze
storiche che si sono avute, specialmente in ordine
all’iter del processo di beatificazione, non
lesinando affermazioni gratuite acritiche e anche
irriguardevoli, che purtroppo ancora continuano a
serpeggiare in molti testi e manuali contemporanei...
Dall’edizione critica, invece, emerge a tutto
tondo che Duns Scoto dialoga di preferenza con due
autori contemporanei: Goffredo di Fontaines, di tendenza
aristotelica; ed Enrico di Gand, di ispirazione neoagostiniana.
In pochi casi cita Bonaventura e Tommaso, e tutte
le volte lo fa con dovuto rispetto scientifico e storico,
anche se il suo pensiero batte altre strade: ogni
autore è se stesso.
È dal 1952 che Gilson ha apertamente dimostrato
essere una pura favola l’affermazione del Caietani
circa Duns Scoto critico sistematico di Tommaso, eppure
molti non ancora vogliono prendere atto di questa
precisazione storico-critica. E si continua a tenere
pesante il velo del silenzio sopra il pensiero di
un pensatore che non soffre limitazioni di sorta,
e tanto meno imposizione alcuna. La sua posizione
dottrinale è contro ogni forma di meschina
ideologia, da qualunque parte essa provenga, sia anche
dalla stessa autorità ecclesiastica.
Conclusione
La conclusione di questo breve cenno
sulla Via Scoti non può essere che lo stesso
spirito con cui il Dottor Sottile ha ricercato per
tutta la vita la verità, cioè un profondo
rispetto della Parola di Dio e una profonda serietà
professionale. Alla fede e alla scienza ha unito anche
un profondo senso di umiltà nella stessa ricerca,
convinto dei limiti dell’uomo nell’affacciarsi
all’orizzonte del trascendente e dell’assoluto.
Spirito che personalmente mi sono permeso di tradurre
nel motto Ora et Cogita, Cogita et Ora: Pregare pensando
e Pensare pregando, con il quale da alcuni anni si
presenta il Centro Studi Personalisti “G. Duns
Scoto”. [ Da me fondato e diretto in collaborazione
con il Centro Ricerche Personaliste e con varie sedi
universitarie italiane ed estere].
L’espressione, pur avendo una certa assonanza
con il classico motto benedettino “Ora et labora”,
non ne dipende minimamente, perché esso traduce
la realtà propria del lavorare francescano,
che è una continua lode a Dio indipendentemente
dall’azione specifica praticata. Una traduzione
moderna del motto potrebbe essere anche questa: Duns
Scoto maestro di spiritualità, di mistica e
di contemplazione.
L’interpretazione suona, forse, strana e provocatoria
a un tempo. E lo è ancora per chi persiste
a considerare Duns Scoto unicamente come filosofo
o come teologo. Duns Scoto, invece, è sì
un filosofo, è sì un teologo, ma non
è solo filosofo né solo teologo, anzi
continuare a vederlo semplicemente come tale costituisce
una visione limitativa e manchevole nei suoi riguardi.
Egli è principalmente Dux cleri, claustri lux
et tuba veri: del clero guida, del chiostro luce e
della verità apostolo, ossia Duns Scoto è
un maestro raffinato dello spirito, un ricercatore
appassionato della verità, un esperto consumato
del dialogo, un testimone autentico della fede, un
amante dell’Amore, un condiligens di Dio.
Questi, alcuni tratti della Via Scoti. Grazie.
(Prolusione anno accademico 1993-94
- 14 novembre ore 15 - Aula Magna - SBF - Gerusalemme)
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