IL CONCETTO DI PERSONA IN
DUNS SCOTO
COME SCELTA ERMENEUTICA
(Giovanni Lauriola ofm)
Ogni autore manifesta se stesso nella sua creatura:
il suo pensiero, la sua dottrina, la sua mentalità
e soprattutto la sua scelta esistenziale e i principi
generali che reggono, illuminano e rendono intelligibili
la sua stessa opera, anche a distanza di tempo, cioè
ha la sua scelta ermeneutica che regola e guida lo
svolgimento essenziale del suo pensiero.
Questa norma generale vale anche per Duns Scoto, autore
medievale che possiede, a differenza degli autori
contemporanei, una mentalità meno filosofica
che teologica, benché la sua costruzione filosofica
sia una delle più profonde speculativamente
e anche una delle più qualificate dottrinalmente
nella storia del pensiero occidentale.
Nelle sue opere, perciò, Duns Scoto manifesta
tutto se stesso: l'opzione fondamentale della sua
ermeneutica che guida la ricerca verso la verità,
le idee principali e i principi generali ai quali
tien fermo il suo pensiero e dai quali viene regolato
l'esposizione delle sue tesi peculiari. La scelta
ermeneutica che caratterizza il pensiero, l'impostazione,
la dottrina e la speculazione di Duns Scoto è
certamente il Cristocentrismo, nella cui luce cercherò
di leggere il problema della persona, dividendo la
ricerca in due punti con una conclusione: scelta ermeneutica
e aspetto esistenzialistico della persona.
1- Scelta
ermeneutica
La scelta ermeneutica principale operata
da Duns Scoto, che regge e guida tutta la sua dottrina
sia teologica che filosofica, è certamente
il Cristocentrismo.
In che cosa consiste?
Fondamentalmente è la sintesi e l'avventura
più affascinante dell'amore di Dio ad extra,
in quanto designa la particolare centralità
di Cristo nel piano divino e nella sua esecuzione
storica. Il rapporto Cristo-mondo-uomo non è
un rapporto accidentale, ma essenziale nella speculazione
di Duns Scoto. Come l'inizio della conoscenza, di
fatto, prende avvio da una constatazione, così
anche nel Cristocentrismo Duns Scoto parte da un certo
numero di constatazioni più rivelate che conquistate.
Le principali:
1). Il mondo esiste ed esiste perché creato
liberalissime da Dio. L'azione di Dio è sempre
diretta da e per un fine. Dio agisce nella maniera
più ordinata e più ragionevole possibile,
rationabilissime . La ragione dell'azione ad extra
di Dio è la propria glorificazione . Dio ha
creato ogni cosa per se stesso e per colui che lo
può amare, al di fuori del processo trinitario,
in modo infinito, Cristo Gesù ; e Dio ama sé
in se stesso e ama sé negli altri . Dio ha
creato, dunque, l'universo per rispecchiare la sua
bontà, la sua grandezza e la sua gloria , e
per essere amato da altri coamanti .
2). Tra gli esseri chiamati all'esistenza -condiligentes-
c'è una gradazione di valore o di partecipazione:
alcuni sono più vicini e altri meno dal fine
per cui sono stati creati.
Quale essere è più vicino al fine voluto
da Dio?
Senza alcuna esitazione, Duns Scoto, poggiando la
sua analisi sul dato rivelato, afferma che l'essere
più vicino a Dio, cioè amato e voluto
per primo e indipendentemente da tutto e da tutti,
è Cristo: summum opus Dei . Da questo e da
altri testi paralleli si ricava che due sono i motivi
della scelta ermeneutica di Duns Scoto: Dio vuole
essere amato al di fuori del mistero trinitario da
altri condiligentes; Cristo può rendere a Dio
l'amore più grande di quello che possono rendergli
tutti gli altri esseri insieme, cioè in modo
intesive .
3). Chi è Cristo Gesù?
La seconda Persona della SS. Trinità che assume
la natura umana personalizzandola con la sua persona.
Cristo è l'unico essere che con la sua Persona,
quella divina, personifica due nature, quella divina
e quella umana. E' il mistero dell'Incarnazione. In
Cristo la "natura umana" è tutto
l'uomo, con tutte le sue caratteristiche e potenzialità
proprie. In forza dell'unione ipostatica, la natura
umana diviene superiore a qualsiasi altra natura creata
o creabile, perché "assunta" dal
Verbo e come tale è capace di glorificare Dio
al massimo grado possibile. La nobiltà e la
dignità della natura umana dipendono, perciò,
dall'unione ipostatica .
4). Basandosi sulla rivelazione, Duns Scoto afferma
che nell'ordine ontologico Cristo è voluto
e amato prima della stessa creazione del mondo e dell'uomo,
benché nell'ordine storico sia venuto nella
"pienezza del tempo". In Cristo, Dio ha
voluto anche la natura umana che doveva essere assunta
in tutte le sue specifiche proprietà e caratteristiche
singolari: Verbum assumpsit naturam in atomo, hoc
est singularem, cioè con tutte le proprietà
proprie della natura umana, che, quindi, riceve la
sua massima dignità da questa unione ipostatica,
e viene costituita anche la più nobile delle
creature, in quanto scelta per realizzare in Cristo,
con Cristo e per Cristo il fine della creazione: la
gloria di Dio, laudem Conditoris.
Da queste constatazioni si può ritenere: Duns
Scoto riconosce alla natura umana un valore in sé,
che gli è proprio, e che Dio stesso riconosce
nel momento in cui la sceglie e l'assume per l'incarnazione
del Figlio, che così viene anche ad essere
innalzata alla massima dignità.
a) Opzione
esistenziale
Nell'interpretazione di un autore, specie
lontano nel tempo, non bisogna sottovalutare la sua
scelta esistenziale fondamentale, perché, psicologicamente,
essa orienta l'intera esistenza e monopolizza tutte
le altre scelte o decisioni. Quella di Duns Scoto
coincide con l'essere francescano. L’ideale
francescano propone una lettura ermeneutica particolare
della vita, che combacia essenzialmente con il Vangelo
di Cristo e con le intuizioni esperite dall'amore
appassionato di Francesco.
Nella pluralità della ricchezza ecclesiale,
l'ideale francescano è certamente diverso da
altri ideali, o, almeno, realizza le stesse finalità
comuni a tutte le spiritualità in un modo del
tutto proprio da contraddistinguersi dagli altri.
Ora, nessuno può misconoscere che a base di
tale ideale c'è la concezione rivelata di Dio
come Amore di benevolenza o di misericordia, cioè
amore di "dono" (oltre che di 'perdono').
Il "dono" più grande è Cristo.
Non meraviglia, quindi, che Duns Scoto, nell'opera
di sistemazione scientifica dell'ideale di Francesco,
che è stato un grande innamorato di Cristo,
consideri il Cristo stesso come il Summum Opus Dei
, il Capolavoro di Dio, il Summum Bonum in entibus
, il Capolavoro tra gli enti, il Bonum sui communicativum
, la Bontà personificata che si manifesta per
sé, la Summam gratiam e l'Opus mere gratiae
, la Somma Grazia e il Capolavoro della grazia. E
come conseguenza, Duns Scoto, considerando il Capolavoro
di Dio, arriva a dire in modo iperbolico, che Cristo,
non essendo subordinato a nessuno, potrebbe esistere
anche da solo, per realizzare alla perfezione l'ordine
del piano divino! Questa visione "singolare"
di Cristo affascina talmente Duns Scoto che legge
e interpreta tutta la realtà in chiave cristica.
b) Opzione
speculativa
Per quanto attiene all'opzione speculativa operata
da Duns Scoto si possono distinguere due aspetti,
uno storico e uno dottrinale. Il "momento storico"
abbraccia il ventennio che separa la condanna del
1277 dall'entrata sulla scena culturale di Duns Scoto.
Periodo che vede il formarsi delle scuole: quella
“domenicana” attorno alla personalità
di Tommaso d'Aquino; quella “francescana”
attorno alla personalità di Bonaventura da
Bagnoregio; e quella "eclettica" intorno
specialmente alle personalità di Enrico di
Gand e di Goffredo di Fontaines . Situazione di forte
tentazione intellettuale per il giovane Duns Scoto,
studente a Parigi, che, invece, di scegliere tra le
scuole già collaudate e affermate, opta per
una nuova via personale, pur tenendo presente i risultati
raggiunti dalle rispettive scuole, con le quali entra
in dialogo critico .
Il "momento dottrinale" dell'opzione speculativa
di Duns Scoto riposa su due principi di fede interscambiabili:
l'Essere è e l'Essere è Carità.
L'uno richiama la definizione di Dio nell'Esodo: «Io
sono colui che sono e che agisco» (3, 14); l'altro
invece la giovannea definizione di «Dio è
carità» (1Gv 4, 16). Con tali principi,
Duns Scoto elabora una potente e penetrante speculazione
che permette di assicurare la massima libertà
all'agire di Dio, e la massima libertà all'agire
dell'uomo. Tra queste due espressioni di "essere"
e di "libertà", assoluta la prima
e contingente la seconda, il Dottor Sottile intuisce
la presenza della mediazione ontologica di Cristo,
che permette alle due libertà di entrare in
comunione. Senza di Cristo, né Dio può
parlare all'uomo, né l'uomo può parlare
a Dio. E' la stupenda traduzione, in termini di filosofia
cristiana, della metafisica platonico-plotiniana che
Dio produce solo Dio, e costituisce anche la sublime
intuizione del Cristo-centrismo universale.
I due principi dell'Essere, pur accettati per fede,
in quanto Duns Scoto è principalmente un teologo,
non influenzano minimamente la loro giustificazione
teoretica, perché egli è un critico
severo sia dei teologi che fanno facilmente ricorso
al soprannaturale nella spiegazione delle manifestazioni
dell'essere, sia dei filosofi che rifiutano aprioristicamente
la stessa possibilità del soprannaturale .
Dall'insieme della controversia tra "teologi
e filosofi", Duns Scoto ricava una importante
indicazione per la sua scelta ermeneutica del Cristocentrismo:
vera norma fondamentale dell'immagine dell'uomo, liberandolo
da ogni forma di ideologia o di alienazione, e proponendo
un discorso propositivo sull'uomo in-sé e per-l'altro,
proprio secondo la realtà dell'Essere di Dio
che è e agisce, o dell'amore verso Dio e verso
il prossimo, o del dono di sé agli altri .
E' una scelta eminentemente teologica che apre orizzonti
vastissimi alla speculazione filosofica, specialmente
attraverso i due concetti-limiti dell'essere-in-quanto-essere
e della persona, con tutti i corollari della natura
commune, dell'haecceitas, della pluralità delle
forme, del primato della volontà sull'intelletto
e, di conseguenza, della praxis sulla speculazione
.
2- Aspetto
esistenzialistico del concetto di persona
Nel medio evo circolano due definizioni
di persona, una dovuta a S. Boezio e l'altra a Riccardo
di S. Vittore ed entrambe vivono in clima essenzialistico,
anche se quella riccardiana propende più per
l'aspetto esistenzialistico. La definizione boeziana
utilizza la tipica struttura categoriale dell'"albero"
di Porfirio, secondo cui la "persona" costituisce
l'ultima perfezione nella linea discendente dell'essere,
ossia rappresenta l'ultima concreta realtà
individuale; quella riccardiana, invece, sposta l'attenzione
verso la concezione esistenzialistica, perché
concentra il concetto di persona nella sua stessa
esistenza, colta non per via indiretta e mediata o
per processo astrattivo, bensì per via diretta
e immediata o per via intuitiva. Certamente diverse
sono le preoccupazioni dei due autori: Boezio focalizza
il concetto di persona nella substantia individua,
ossia nell'essere in sé della persona; Riccardo
invece nell'exsistentia incomunicabilis, ossia nell'essere
in sé ma dipendente da Dio. La definizione
di Boezio è ristretta alla sfera antropologica,
quella di Riccardo è più ampia e universale
e si estende anche alla sfera teologica.
Nell'analisi del termine ex-sistentia, Riccardo sembra
anticipare alcune riflessioni linguistiche proprie
dell'esistenzialismo di Heidegger, che Duns Scoto
tiene vivamente presente nelle sue analisi. Riccardo
fa notare che la seconda parte del termine sistentia
(da sisto ) indica l'essere in-sé, ed è
incompatibile con qualsiasi essere che non sia in-sé
, per cui è di necessità che un essere
che non sia in-sé , per esistere, deve appoggiarsi
a un altro essere. Possibilità che può
realizzarsi in tre modi: in-sé (nell'essere),
in-sistere (nell'esistenza) e in-haerere (nell'agire).
Il concetto di persona, per la sua caratteristica
di essere in-sé, è incompatibile con
ciascun dei tre modi di dipendenza.
La pienezza di essere in-sé è comunicabile
a un altro essere. L'essenza divina, nel mistero trinitario,
è pienezza di essere e nello stesso tempo è
comunicabile alle tre persone. Per questo, l'essenza
divina non è persona. Il concetto di persona
esige la ragione di incomunicabilità. E nel
mistero trinitario, questa incomunicabilità
è data proprio dalla relazione d'origine, espressa
dalla particella ex che precede il termine sistere.
Per Riccardo, quindi, l'espressione linguistica ex-sistere
implica due fondamentali caratteristiche: quella di
essere-in-sé e quella di essere-in-relazione.
La relazione d'origine, espressa da ex, costituisce
l'incomunicabilità dell'esistenza personale.
Nel tentativo ermeneutico di applicare il concetto
di persona in teologia, ossia nel mistero trinitario
e in quello cristologico, Riccardo di S. Vittore distingue
un'esistenza comunicabile e un'esistenza incomunicabile.
Solo l'esistenza incomunicabile è peculiare
del concetto di persona divina, perché, oltre
a indicare la singola persona, importa anche la relazione
d'origine. Così ricava le due caratteristiche
metafisiche del concetto di persona: essere in sé
e essere in alio o in relazione.
a) Istanze
metafisiche della persona
Come ogni problema filosofico, così
anche il concetto della persona riceve una diversa
analisi o risposta a seconda della preoccupazione
esistenziale che anima il ricercatore, cioè
se lo considera alla luce essenzialistica o in quella
esistenzialistica. Per quanto riguarda Duns Scoto,
bisogna precisare che la sua preoccupazione di fondo,
pur restando sempre nell'ambito essenzialistico, come
tutti gli autori medievali, si muove su di un piano
sicuramente esistenzialista.
Gli autori medievali conoscono le due definizioni
di persona, ma preferiscono quella di Boezio a quella
di Riccardo, sia a causa dell’autorità
che godeva la Philosophiae consolatio e sia per la
consonanza con l'ambiente culturale generale, come
si evince dalla struttura categoriale del termine
substantia. La persona, cioè, viene a costituire
l'ultima perfezione dell'ordine logico dell'essere,
secondo lo schema porfiriano. Nella gradazione discendente
dell'essere, dall'universale al particolare, la persona
rappresenta l'ultima e concreta realtà, la
sostanza singolare o individuale .
In virtù della sua opzione cristologica, Duns
Scoto non poteva non optare per la definizione di
Riccardo -al di là della comune origine scozzese-,
ma perché giudicata più rispondente
alle posizioni fondamentali della sua speculazione.
I testi principali sul concetto di persona si trovano
nell'Ordinatio , nei Reportata parisiensia e nelle
Quaestiones quodlibetales , e tutte le volte Duns
Scoto affronta il problema non secondo lo schema logico-categoriale
di Porfirio, ma secondo l'ottica dell'essere esistente
in quanto esistente. La lettura di questi testi scotiani,
in verità, non brillano per chiarezza formale,
perché, trovandosi nelle circostanze di creare
un linguaggio nuovo per teorie nuove, la terminologia
appare a volte estremamente sintetica e di difficile
traduzione. Pur di fronte a simile difficoltà
linguistiche, il pensiero tuttavia sembra abbastanza
comprensibile, dopo attenta e sofferta meditazione
.
Emblematico, ad es., è il testo «utraque
incommunicabilitas [scilicet ut universale et ut forma]
requiritur ad rationem personae, et [ratio personae]
est in re ex naturae rei, et ita nihil de ratione
personae dicit intentionem secundam» . Il concetto
di persona richiede per sé sia la forma di
incomunicabilità come universale, ossia quella
che non si può comunicare agli inferiori, come
l'anima separata, e sia l'incomunicabilità
come forma, ossia quella che è ordinata ad
unirsi a una materia, come l'anima verso il corpo.
Di conseguenza, il concetto di persona è vincolato
in tal modo alla realtà esistente in quanto
esistente, da escludere ogni processo astrattivo (intentio
secunda) per conoscerlo, cioè esso si coglie
direttamente e immediatamente per via intuitiva (intentio
prima) e non per via astrattiva. Il suo fondamento
è radicato nella stessa esistenza sicut est,
che è di per sé reale concreta individuale
singolare e irripetibile.
Una conferma di tale interpretazione viene dal testo
parallelo dei Reportata parisiensia , dove Duns Scoto
insiste sulla caratteristica dell'incomunicabilità
della persona, strettamente legata a quella di esistenza,
che non è una nota negativa, bensì positiva,
in quanto ogni negazione presuppone un'affermazione.
La preoccupazione del Dottor Sottile si concentra
nel dimostrare che il concetto di persona non si costituisce
negativamente, come potrebbe apparire dalla nota di
incomunicabilità, ma positivamente, perché
nessuna negazione ha valore se non poggia su qualcosa
di positivo dal quale viene negato. In più
parti Duns Scoto manifesta l'impegno a dimostrare
tale affermazione:
1) nelle Quaestiones quodlibetales: «A nessun
essere ripugna semplicemente l'essere comunicabile
o l'essere dipendente, a meno che non ci sia, come
semplicemente proprio, qualcosa di positivo che sia
la ragione della ripugnanza della comunicabilità
o della dipendenza... Pertanto la natura creata, benché
sia sussistente per sé, non ha la ripugnanza
a poter dipendere, ma solo a quella di dipendere in
atto o attualmente» ;
2) nell'Ordinatio: «Nessuna negazione è
per sé incomunicabile (cioè indivisibile
o indipendente), se non per mezzo di una affermazione,
a cui principalmente ripugna essere diviso... L'incomunicabilità
è possibile solo per via affermativa e non
per via di negazione; pertanto la prima ragione dell'incomunicabilità
non è la negazione, bensì l'affermazione»
; e ancora: «Nessuna negazione è propria
di un soggetto, se non per qualche sua propria affermazione,
che consegue tale negazione» ; «Non amiamo
le negazioni!» .
Il concetto di persona, oltre che individuale e singolare,
è anche incomunicabile. L'incomunicabilità
è legata strettamente all'esistenza. Come a
dire: la persona è contemporaneamente essere-in-sé
e essere-in-relazione; è insieme soggetto,
quis, e oggetto, quem. In termini moderni, questo
linguaggio medievale significa: la persona è
una sostanza prima, cioè un essere esistente
che esiste con esistenza incomunicabile e aperta ad
altre esistenze incomunicabili.
Pur non accettando direttamente lo schema porfiriano,
Duns Scoto lo presuppone nel momento in cui introduce
il concetto di haecceitas come ultimo costitutivo,
logico-strutturale, della sostanza incomunicabile
individuale e singolare. Con ciò non si vuol
dire che il fondamento ultimo della persona, l'incomunicabilità,
derivi da tale schema, perché il Dottor Sottile
afferma che l'incomunicabilità alla persona
le proviene dalla sua stessa esistenza, che, in chiave
teologica, significa imago Christi. Il problema della
persona, quindi, vive e si sviluppa nell'ambito della
filosofia dell'esistenza, e si presenta con due specifiche
caratteristiche fondamentali: ultima solitudo o essere-in-sé
e relatio trascendentalis o essere-aperto-all'altro.
b) La persona
come "ultima solitudo"
In un testo dell'Ordinatio , non ancora
disponibile in edizione critica, Duns Scoto sintetizza
tutto il suo cammino speculativo intorno alle caratteristiche
metafisiche della persona con l'ermetica espressione
ad personalitatem requiritur "ultima solitudo",
a indicare l'ultima dignità dell'essere umano
come essere-in-sé, ossia l'ultima ragione dell'essere
umano che si coglie come essere e come esser-ci: essere
autonomo, responsabile, autocosciente e autotrascendente.
Caratteristiche che costituiscono come dei "gradini"
per raggiungere la massima espressione della persona
umana, l'ultima solitudo, che avvicina all’origine
ontologica dell’essere.
Insieme al concetto di essere, quello di persona costituisce
nella metafisica scotista un concetto-limite, nel
senso che nella scala dell'essere esistente la persona
occupa la massima perfezione e completezza dell'essere
stesso. In base alla definizione riccardiana, la persona
non solo presuppone ma si realizza esclusivamente
in una natura individuale intellettiva, cioè
è una realtà esistenziale della ricchezza
essenziale contenuta nella stessa natura individuale
intellettiva.
L'analisi di Duns Scoto, pertanto, pur restando nell'ordine
essenzialistico, si colora di esistenzialismo come
ultima perfezione dell'essere personale. Difatti,
la natura individuale viene "singolarizzata"
o "individualizzata" per l'haecceitas, intesa
come ultima entità positiva che si aggiunge
all'essenza specifica per costituire in concreto l'individuo
singolare . Per questo motivo alcuni studiosi hanno
chiamato l'haecceitas il «cuore del reale»
e il «cuore della metafisica scotista»
.
La teoria dell'haecceitas conferma l'interpretazione
data di Duns Scoto, che si muove più in ambito
esistenzialistico che in quello essenzialistico. Di
conseguenza, la dignità e il valore della persona
implicano l'ordine essenziale di una natura intellettiva
singolarizzata dall'haecceitas, a cui si aggiunge
l'ordine esistenziale o sub-sistentia, implicante
autonomia responsabilità autocoscienza e autotrascendimento.
A tutto questo ricco patrimonio esistenziale, Duns
Scoto dà l'emblematico nome di ultima solitudo,
che segna la prima e fondamentale caratteristica della
persona. La persona, perciò, in base alla nota
della "solitudo" , è una realtà
esistenziale che presuppone, come ragione della sua
dignità e della ricchezza metafisica, la realtà
essenziale della natura intellettiva singolare.
L'aver individuato il valore della persona nella stessa
esistenza, che completa la perfezione dell'ordine
essenziale della natura intellettiva singolare, non
appaga Duns Scoto che va alla ricerca dell'ultima
ragione o radice costitutiva della stessa dignità
umana. Preoccupazione che impegna il Dottor Sottile
a introdurre un nuovo concetto chiave, quello della
dipendenza, che aggiunge una nota delucidativa esistenziale
al concetto di persona, e quello della «volontà
divina» .
Presupponendo la delicata trattazione sugli «intelligibili»
, che si identificano con le «essenze»
o «possibili», e, quindi, come tali, sono
al margine di ogni dipendenza, riservata invece al
reale concreto, Duns Scoto si richiama al volontarismo
divino per scoprire la fonte originaria della dignità
della persona umana. La ragione della possibilità
intrinseca di una realtà procede sì
dall'onnipotenza della volontà divina, ma sempre
in armonia con l'intelletto divino, perché
tutto ciò che Dio vuole, lo vuole in modo assolutamente
ragionevole, rationalissime volens. Come a dire: l'intelletto
divino assicura la possibilità di una realtà
che, quindi, può essere prodotta prima nell'essere
intelligibile e poi dalla volontà divina nell'essere
concreto semplicemente.
La causa ultima della "dipendenza", perciò,
non può riguardare in nessun modo l'ordine
essenziale e metafisico della realtà, possibile
o impossibile, perché in Dio non c'è
alcuna dipendenza. Il concetto di dipendenza nasce
nel momento in cui la volontà divina decide
liberamente di chiamare all'esistenza qualcuno degli
enti possibili. Il venire concretamente all'esistenza
crea il concetto radicale della dipendenza nei confronti
di Dio, che Duns Scoto richiede nello spiegare il
concetto di persona. Ne distingue tre tipi: actualis,
aptitudinalis et potentialis. L'attenzione del Dottor
Sottile è focalizzata specialmente dalla «dipendenza
potenziale», che di per sé consiste nella
semplice non ripugnanza di una natura individuata
a essere assunta o personificata da un soggetto diverso
da quello che le compete naturalmente, come avviene,
per es., nel mistero dell'Incarnazione del Verbo che
personalizza la natura singolare umana. La chiave
di lettura della persona umana e dell'intera realtà
esistente è data sempre e unicamente da Cristo,
vero uomo, oltre che vero Dio.
Questa dipendenza potenziale riceve da Duns Scoto
il nome di potenza obbedienziale, presente in ogni
essere creato razionale, e non impedisce che esso
si costituisca persona. Il concetto di persona, perciò,
nello stesso momento in cui l'essere umano è
consapevole di questa dipendenza potenziale o potenza
obbedienziale si costituisce persona nei due aspetti
fondamentali di ultima solitudo e di relatio trascendentalis.
L'uomo è persona quando si scopre dipendente
da-Dio e aperto a-Dio. Per questo Duns Scoto potrà
scrivere: Ad personalitatem requirit ultima solitudo,
sive negatio dependentiae actualis et aptitudinalis.
Nel tentativo di prevenire facili tentazioni di interpretare
"negativamente" il concetto di persona a
causa dell'espressione negatio dependentiae actualis
et aptitudinalis, come spesso è avvenuto, lo
stesso Duns Scoto si preoccupa di precisare il suo
pensiero e il valore della forma negativa della definizione.
E' vero, la doppia negazione permette alla natura
singolarizzata di costituiursi persona. La negazione
della dipendenza però non cade nell'ordine
dell'essenza singolarizzata, ma nell'ordine dell'essere
esistente in quanto esistente, il quale, proprio perché
non si distingue se non formalmente dall'essenza,
può dipendere da qualche essere superiore.
Ogni essere creato, quindi, ha intrinsecamente la
dipendenza radicale verso il Creatore, da Duns Scoto
chiamata relatio trascendentalis, che così
risulta strutturalmente inerente alla stessa esistenza
in quanto esistenza, e in modo speciale all'esistenza
umana che contemporaneamente è essere ed esser-ci.
Come a dire: l'uomo si costituisce persona in questa
speciale dipendenza; ma dimenticandola può
dipendere dalle altre e due dipendenze, che gli impediscono
di essere se stesso o di sub-sistere
Alla formazione del concetto di persona, secondo Duns
Scoto, è sufficiente la realizzazione della
negazione della dipendenza "attuale" e di
quella "attitudinale", cioè la duplice
negazione permette alla natura intellectualis di costituirsi
come exsistentia incomunicabilis o "persona".
La "dipendenza potenziale" viene positivamente
identificata con la relatio trascendentalis, in quanto
inerisce ontologicamente alla stessa struttura originaria
dell'essere. La persona, quindi, si costituisce in
funzione della sua origine ontologica, cioè
dell'essere imago Dei. L'auto-consapevolezza della
propria origine è il segreto della personalità
umana. Solo a questa condizione l'esistenza umana
si trasforma in sub-sistenza. Il suo concetto, perciò,
non ha niente di negativo, ma suppone ed esige un
impegno reale totale e radicale ad essere se stesso,
non tanto solo ontologicamente quanto anche eticamente.
In questo modo, la persona è un concetto altamente
positivo, che si realizza soltanto superando due ostacoli
reali di dipendenza: quella attuale e quella attitudinale.
Altro che negativo !
La persona, quindi, per Duns Scoto, è simultaneamente
essere e esser-ci. Concetto da tradursi con egoismo,
ma, dato il senso negativo del termine, si preferisce
quello di egotismo o egoità. L'autoaffermazione
e l'autoresponsabilità costituiscono la grandezza
e anche la miseria dell'essere personale, come si
evince dalla complementare spiegazione data dal Dottor
Sottile al termine ultima solitudo mediante il concetto
della "dipendenza potenziale". In virtù
di questa dipendenza, la natura umana singolare è
in potenza obbedienziale a essere assunta da una persona
superiore o divina. Nella storia dell'umanità
solo in un caso, secondo la rivelazione cristiana,
questa potenza obbedienziale è passata all'atto
esistenziale, ossia nella natura umana di Cristo.
Onde la grandezza e la miseria della persona umana:
l'una perché esprime la pienezza della perfezione
in tutto il regno del creato; l'altra, invece, perché,
in confronto con la persona divina, non si realizza
mai pienamente come persona, benché Duns Scoto
predichi in modo univoco il concetto di persona sia
a Dio che a Cristo, all’angelo e all'uomo.
Tenendo presente il mistero di Cristo, vero Dio e
vero Uomo, Duns Scoto trapassa il concetto di dipendenza
potenziale nel concetto di potenza obbedienziale,
cioè passa dal piano soprannaturale-teologico
a quello naturale-metafisico. Storicamente unico esempio
di tale passaggio è la realtà misterica
di Cristo. Pertanto, se tutta la grandezza della natura
umana di Cristo consiste in questo passaggio, allora
la stessa potenza obbedienziale, quando si realizza
nell'uomo, mostra la radicale apertura a Dio tramite
Cristo .
c) La persona
come apertura e relazione
L'analisi della caratteristica della
persona come ultima solitudo ha messo in luce, attraverso
il concetto della "dipendenza" o della "relazione,
non solo il limite metafisico dell'essere umano, ma
anche la sua irresistibile apertura verso Dio o relatio
trascendentalis. Nella consapevolezza del suo "limite"
ontologico, la persona umana si accorge di essere
in relazione con l'Essere infinito, che, proprio perché
infinito, non dipende da alcunché.
Inizialmente, l'autoconsapevolezza rivela all'uomo
la sua miseria o limite di essere in solitudo; successivamente
l'uomo rompe tale l'isolamento accettando la sua condizione,
aprendo così il cammino esistenziale e morale
della speranza verso la perfezione di Dio. L'aggancio
ontologico-morale, mediante l'accettazione della dipendenza
potenziale, impedisce all'uomo di cadere nel nichilismo,
perché «si personifica con quella personalità
da cui dipende» . La caratteristica di "apertura"
ha il suo fondamento proprio nella possibilità
dell'essere umano di accettarsi come dipendente dall'Essere
infinito.
Nel concetto di persona, la caratteristica della "relazione",
ossia quella disposizione interiore ed intrinseca
dell'essere umano verso l'Essere infinito, si giustifica
con la dottrina della conoscenza e della partecipazione
. Il concetto di "relazione" riguarda sempre
e unicamente la via ascensionale dell'essere e non
quella discensiva, ossia è l'essere-uomo che
si relaziona all'Essere infinito e non viceversa.
La relazione si realizza nell'essere dipendente e
non nell'Essere da cui si dipende, che di per sé
è indipendente. La ragione ultima della relazione
si trova nell'ordine dell'esistenza e non in quello
dell'essenza . L'esistenza, quindi, è la ragione
formale della relazione con cui l'uomo entra in rapporto
trascendentale con l'onnipotenza divina o con la causa
efficiente dell'Essere infinito .
La caratteristica di "apertura" o di "relazione"
del concetto di persona realizza quella tensione spirituale
verso Dio, che per essere autentica dev'essere segno
particolare anche della tensione verso tutti gli altri
esseri, con i quali si entra in relazione nella concreta
esperienza esistenziale. La tensione verso l'Essere
infinito, quindi, si identifica con il Bene supremo,
e rivela il valore oggettivo primordiale dello stesso
Essere-Bontà, che sia nell'esistere che nel
contenuto è anteriore e indipendente a qualunque
rapporto esterno. E' un valore che l'uomo constata
ma non produce, che scopre ma non crea, e che prende
a modello del suo comportamento esistenziale.
La relazione uomo-Dio non ha valore solo ontologico,
ma anche esemplare o morale, nel senso che l'amore
dell'Essere-Bontà diviene modello per l'amore
dell'uomo. Come l'atto d'amore di Dio mira al bene
dell'oggetto amato, così l'atto d'amore dell'uomo
verso gli altri deve tendere non per ottenere il contraccambio,
ma per mirare semplicemente al loro oggettivo bene
o felicità. Per determinare meglio la dottrina
scotista della relazione, che s'identifica nella sua
essenza con l'amicizia e con l'amore, sembra utile
confrontarla con la teoria dell'amicizia di Aristotele,
che imperava all'epoca di Duns Scoto.
La concezione scotista dell'amicizia è profondamente
diversa da quella dello Stagirita, che pure ha scritto
delle belle pagine sull'amore di amicizia . In corrispondenza
dei tre valori essenziali della vita -utile piacevole
e buono- tre sono pure le forme di amicizia: «...
quelli che si amano a causa dell'utile... e quelli
che si amano a causa del piacere... sono amicizie
accidentali e... caduche... L'amicizia perfetta è
quella dei buoni e dei simili nella virtù...
perché si ama l'amico per l'amico stesso»
, e non per quello che l'amico ha. In termini moderni,
le prime due forme di amicizia sono forme estrinseche
e si basano su ciò che possiede l'amico, come
se l'amico venisse strumentalizzato ai vantaggi che
offre; la terza forma, invece, è intrinseca
e ama l'amico per quello che è, ossia per la
bontà intrinseca all'uomo stesso, e non per
quello che ha.
Anche nella forma perfetta e autentica dell'amicizia,
l'amico cerca nell'amico il "proprio" bene
; anzi, espressamente Aristotele scrive che l'amicizia
verso gli altri nasce «dal senso di amore verso
se stessi» , che «ciascuno vuole bene
a se stesso» , e che la vera amicizia consiste
più nel «fare il bene che riceverlo...
ed è più bello fare del bene agli amici
che agli estranei» . Con tutto ciò, l'amicizia
vera perfetta e autentica di Aristotele, pur condivisa
dagli autori cristiani del medioevo, non raggiunge
ancora la perfezione dell'amore gratuito.
Conformando il suo pensiero al concetto dell'amore
gratuito o di benevolenza di Dio, Duns Scoto eleva
la relazione uomo-Dio e uomo-uomo dalla sfera troppo
antropologica dell'amicizia alla sfera unica e singolare
della visione metafisico-teologica di Dio. A modello
dell'amore di amicizia, Duns Scoto prende lo stesso
amore di Dio, che è bontà infinita:
In primo luogo, Dio ama se stesso.
In secondo luogo, Dio ama se stesso negli altri o
condiligentes.
In terzo luogo, Dio vuole essere amato da colui che
può amare in grado sommo.
In quarto luogo Dio prevede e vuole l'unione ipostatica
di Cristo, indipendentemente dal peccato... .
Da questo e da altri testi, si evince a chiare tinte
che l'amore infinitamente perfetto di Dio si rivela
in modo perfetto in Cristo, in colui che al di fuori
delle processioni intratrinitarie può amarlo
sommamente, diviene l'immagine autentica e prototipa
per l'amore dell'uomo, sia nelle relazioni verso Dio
sia nelle relazioni verso i suoi simili. Analizzando
il modo di amare di Dio e di Cristo, Duns Scoto ne
scopre gli elementi essenziali nella stessa volontà.
L'atto di amore, nella sua natura più autentica
non tende alla propria utilità o al proprio
piacere, ma al bene dell'altro.
L'aver scoperto l'essenza dell'amore nella volontà
caratterizza tutto il sistema scotista e in special
modo la dottrina della relazione. Dalla lunga e difficile
dimostrazione dell'esistenza di Dio, in cui l'uomo
trova naturale appagamento nel considerare esistente
il Bene infinito, Duns Scoto ricava la convinzione
che la volontà umana può emettere un
atto perfetto di amore .
L'apertura verso il trascendente segna anche la relazione
verso gli "altri", in quanto l'autoaffermazione
del proprio essere con la caratteristica dell'ultima
solitudo, è contemporaneamente anche tensione
verso il non-io, con il quale si entra in relazione
nella esperienza esistenziale. La massima realizzazione
di tale tensione si concretizza precisamente quando
l'uomo vede considera e ama l'altro con amore di benevolenza
o gratuito.
Conclusione
Il concetto di persona in Duns Scoto presenta due
caratteristiche peculiari e complementari tra loro:
la dimensione ontologica con cui l'uomo afferma la
sua realtà sub-sistente e dipendente, e la
dimensione fenomenologica con cui l'uomo si apre ed
entra in relazione con gli altri. La prima caratteristica,
quella dell' ultima solitudo, assicura all'essere
umano la sua consistenza di essere se stesso e di
autotrascendersi; mentre la caratteristica dell'apertura
o relatio trascendentalis regola lo spessore socio-politico-religioso
delle relazioni secondo la legge dell'amore gratuito
e le istituzioni storico-giuridiche.
Le manifestazioni fenomenologiche dell'uomo, se prese
in se stesse e avulse dal loro contesto fontale, risultano
inadeguate e insufficienti ad esprimere la grandezza
e la complessità del concetto di persona: esse
non possono essere limitate al semplice o complesso
rapporto "io"-"tu". Le manifestazioni
personali e interpersonali acquistano tutta la loro
importanza solo se rapportate alla principale relazione
"io"-"tu"-"Dio", secondo
la legge dell'amore espressa vissuta e raccomandata
da Cristo, e teorizzata da Duns Scoto attraverso la
mediazione dell’ideale di Francesco d’Assisi.
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