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VII CENTENARIO DELLA MORTE DI DUNS SCOTO
(1308-2008)

DAL CROCIFISSO DI S. DAMIANO
UNA PROPOSTA METODOLOGICA
IN VIA SCOTI

Giovanni Lauriola ofm

Saluto e Ringraziamento

Con stima e sincerità porgo il più cordiale saluto a tutte le Autorità Accademiche Civili e Religiose dell’Ateneo di Bari che, con squisita sensibilità culturale, hanno permesso e favorito questo incontro, per ricordare l’VIII centenario della soluzione della crisi esistenziale di Francesco d’Assisi ai piedi del Crocifisso di s. Damiano. A Francesco viene affidato il delicato e responsabile compito di “riparare la chiesa di Cristo”, che, tradotto in termini moderni, significa “aiutare l’uomo” a saper superare il più profondo momento critico, dovuto al dilagare del relativismo assoluto, poggiante sul “pensiero debole”.
E’ un momento di crisi epocale.
Come, ieri, per Francesco il Crocifisso di s. Damiano è stato causa del superamento del suo momento critico, così, oggi, possa illuminare l’uomo contemporaneo con l’aiuto dei ricercatori autentici della verità e della metodologia francescana, che è scaturita dall’incontro di Francesco con il Crocifisso e si è perfezionata con il rappresentante più qualificato della Scuola francescana, Giovanni Duns Scoto, e a superare il grave momento della crisi epocale della cultura.
E’ l’augurio più autentico che il Crocifisso di s. Damiano consegna alle Autorità tutte e specialmente a Giovani qui presenti nel cuore dell’Università di Bari.

Presentazione

Portare il “simbolo” caratteristico del Cristianesimo nella sede della cultura e della ricerca della verità è un gesto altamente significativo e anche profondamente evocativo di una Realtà, che pur appartenendoci per diritto costituzionale o ontologico, la stiamo perdendo lungo lo scorrere inesorabile del tempo sotto l’influsso del “pensiero debole” e della dittatura del “relativismo assoluto”.
Può l’Università, culla del sapere e della ricerca, cadere nella trappola o essere soggiocata da queste forme aberranti di dittature culturali e parascientifiche, che investono la nostra realtà esistenziale, dimenticando la stessa domanda esistenziale e le proprie origini storiche?
Come ogni dittatura, specialmente quella culturale, è una forma di profonda insoddisfazione interiore e di smarrimento del proprio “io”, che si rifugia in affermazioni altisonanti e rumorose, ma profondamente prive di senso e di fondamento e si attacca a ogni forma di tecnicismo, assolutizzando la tecnica e la scienza, dimenticando facilmente la crisi, diversa quanto si vuole ma profondamente identica nella sostanza, del secolo precedente, con tutte le aberrazioni e le tragedie provocate all’umanità...
Spetta proprio alle sedi competenti della ricerca della verità, in modo speciale l’Università, prendere onestamente coraggiosamente e responsabilmente posizione, e aiutare l’uomo a recuperare la sua dimensione di senso e di fondamento autentici, al di là di ogni lettura del “reale” semplicemente in chiave empirica anche se con linguaggio fenomenologico o esistenzialista o strutturalista o marxisista o logico o scientifico-sperimentale o storicista o di qualsiasi altro spessore dell’empiria, e, quindi, a riscoprire la famosa “differenza qualitativa” o “differenza ontologica” non solo tra natura e uomo, ma soprattutto tra uomo-effetto e Altro-sua-causa, cioè Dio o Cristo, che ne è l’immagine storica, come documenta oggi la presenza del Crocifisso di s. Damiano, in questo luogo privilegiato della cultura e della fede.
Il Cristo totale è la risposta alla crisi dell’uomo contemporaneo.

Proposta metodologica

Ai professionisti del sapere non sembra fuori luogo riportare a mente un episodio che, benché avvenuto tra la fine del XIII e l’inizio del XIV secolo, nell’Università di Parigi, tuttavia ha una grande assonanza culturale con i tempi nostri, perché le crisi epocali hanno sempre qualcosa di fondamentalmente in comune, pur nelle diversità storico-culturali.
All’epoca del passaggio dal medievo all’evo moderno, il francescano Giovanni Duns Scoto affrontò e risolse la crisi epocale del suo tempo, sintetizzabile nella controversia tra Professori di Filosofia e Professori di Teologia, profondamente identica nella sostanza alla nostra crisi contemporanea, anche se in prospettiva diversa, e questo in ossequio ai “corsi e ricorsi storici” di vichiana memoria.
Il problema era veramente serio. Una crisi epocale che alcuni hanno parlato addirittura di un bivio per tutto il pensiero occidentale. Qual è questo bivio? Si tratta di scegliere tra l’uomo solo figlio della terra, e l’uomo invece figlio della terra che ama alzare gli occhi verso il cielo, che sfocerà poi nel “caso” Galilei. Fuori metafora. Alla fine del XIII secolo, la cultura europea è come se cominciasse a porre le fondamenta della laicità.
Che cosa all’epoca significava laicità?
Gli uomini desiderano liberarsi, vogliono liberarsi di tutto ciò che sentono come opprimente, specialmente quel sapere proveniente da una tradizione storica e stantìa di tendenza religiosa. Una testimonianza la offre ancora Buridano, che, alcuni anni dopo la morte di Duns Scoto, ci fa sapere che i Professori di Filosofia dovevano fare un giuramento, imposto dall’autorità ecclesiastica, che avrebbero utilizzato la filosofia soltanto nelle questioni specifiche; mentre per tutte le questioni che, in qualche modo, potevano insinuare un riscontro con la teologia, dovevano tacere.
Agli inizi del XIV secolo, Duns Scoto presenta la gravissima situazione, che si era radicata nell’Università di Parigi, come una controversia inter filosophos et theologos.
La guerra è aperta. La controversia riguarda non tanto la nuova Filosofia, che stava nascendo, e neppure la Teologia che nel frattempo cercava la sua continuità a partire dalla tradizione, ma le due nuove forme di professionisti del sapere: i laici e i chierici. In termini attuali e con una certa approssimazione si possono anche chiamare non-credenti e credenti, laici e fedeli... Ecco il vero nodo gordiano della questione.
E Duns Scoto vive in questo contesto di altissima tensione, quando già era stata effettuata una prima grande sintesi o risposta ad opera di Tommaso d’Aquino.

Risposta di Tommaso d’Aquino

Che fare?
Seguire la risposta data qualche tempo prima da Tommaso d’Aquino?
Tommaso è stato un grande operatore della mediazione necessaria che si doveva porre. Aveva pensato di poter neutralizzare il nuovo sapere, che si era organizzato laicamente a partire da Aristotele e dai suoi Commentatori, specialmente Avicenna e Averroè, e il sapere che viene dalla sacra Scrittura, dalla Teologia, dalla storia della Teologia; e aveva cercato di rendere possibile che i due mondi potessero rimanere uniti e collegati: Filosofia e Teologia possono stare insieme, anzi a Tommaso è sembrato necessario che dovessero stare insieme, dovessero rimanere sempre congiunti, secondo la logica naturale della continuità tra ratio e fides, e il considerare i famosi praeambula fide appartenere all’ordine della ragione naturale dell’uomo.
Nella risposta di Tommaso, Dio è il Dio del nostro pensiero; poi diventa il Dio della nostra scelta, della nostra decisione, nei suoi confronti. Occorre soltanto organizzare i momenti necessari nella sequenza, che, in fondo, rimane secondo la visione di Tommaso programmata nell'indole stessa della struttura dell'uomo.

Risposta di Duns Scoto

Duns Scoto non è di questo avviso.
Perché?
Considera l’operazione di Tommaso valida a livello storico, ma non in sé e con valore assoluto nel tempo, come invece, per un miscuglio di concause, si verifica ancora fino ad oggi. Allora Duns Scoto avanza la sua attenta e seria critica sia alla Filosofia e sia alla Teologia. Alla Filosofia, poggiante sul pensiero di Aristotele, dice di avere due facce: la prima, come figlio del pensiero greco, è dominato dal “destino” e dalla “necessità”: l’uomo deve ridurre la sua conoscenza soltanto a ciò che i sensi sono capaci di dargli in qualsiasi modo; la seconda faccia, la più sottile, riguarda il corpus aristotelicus, che non corrispondeva all’autentico Aristotele, perché si leggeva Aristotele nell’interpretazione o di Avicenna o di Averroè, cioè in una visione religiosa, in cui si sono impastati filosofia e teologia musulmana; o anche, in una visione teologica ebraica.
Quindi, un doppio condizionamento - il necessitarismo greco e le cosmologie delle forme religiose araba ed ebraica - impedisce al Maestro Francescano di accettare la risposta tommasiana e di proporre una nuova risposta. La denuncia culturale di Duns Scoto non sortisce grandi favori non per ragioni intrinseche ma unicamente per un insieme di circostanze esterne, come si può documentare dalla storia dello scotismo...
Ai Filosofi Duns Scoto dice: la vostra filosofia non è una filosofia, o, meglio, dal momento che soltanto la vostra filosofia ha senso, non si può più filosofare, perché rifiutate aprioristicamente ogni altro modo di filosofare. E’ un mettere in chiaro i limiti della ragione che non può assolutizzarsi, altrimenti cade nell’ideologia. Non è la ragione l’arbitro assoluto della stessa ragione. La ragione umana deve riconoscere i suoi limiti e accettarli e, se vuole, può aprirsi a orizzonti superiori alla ragione perfezionandola e arricchendola. Difatti, la storia insegna che i problemi veri e fondamentali dell’esistenza vanno al di là dell’ambito razionale: donde perché dove...
Ai Teologi, il cui confronto è tra coloro che insegnavano teologia, tra cui spicca la questione degli "immacolisti", rimprovera due cose: non si può fare una Teologia a partire dalla storia della teologia, cioè o da Pietro Lombardo, maestro del secolo precedente e autore della famosa Summa theologiae, oppure a partire da Agostino o dai Padri, perché anch’essi hanno risentito del loro tempo, della loro cultura, e, in fondo, ci trasmettono un cristianesimo già filtrato da quella cultura; ma occorre riferirsi essenzialmente alla sacra Scrittura, e a ciò che si ritiene essenziale alla vita cristiana.
E’ il salto di qualità che Duns Scoto compie in Teologia: riferimento puntuale al testo sacro, unica fonte di verità nel campo della fede e nei problemi strettammente connessi come quelli delle origini... Il ricorso positivo alla Bibbia, gli consente di risolvere la Teologia in scienza per sé pratica o praxis, risultato cui non ancora si raggiunge nelle altre sintesi.
E perché questo?
Perché come francescano, Duns Scoto è molto, ma molto concreto, anzi è il più concreto dei concreti, perché inizia la sua lettura della realtà dal dato storico e inoppugnabile di Cristo storico. E da Cristo risale nella scala dell’essere e con Cristo ne legge i diversi spessori, mettendone in evidenza le bellezze più arcane e sublimi. Mentre il francescano come se facesse a gara per non riconoscerlo.
Quale il motivo?
Preferisco non rispondere!

Fondamento cristico alla risposta

Dunque, per Duns Scoto bisogna risalire all’essenza del cristianesimo, alla sua visione autentica e critica della realtà.
Come?
Prima di tutto, per il Maestro Francescano non vale un riferimento soltanto al Dio, anche se il più metafisico che la Scrittura abbia potuto esprimere, che è, in effetti, il Dio onnipresente nel pensiero di Tommaso e dei Teologi metafisici, ossia la definizione dell’Esodo : “Io sono colui che sono”, “Io sono l’Essere”.
Troppo poco! L’Essere può essere una nozione, un concetto, una forma di pensiero. Occorre che la nozione metafisica venga direttamente rivisitata e ripensata da un’altra testimonianza biblica, che è necessaria per poter far pulsare anche quella metafisica. E’ il concetto di “Dio Amore” , di cui parla Giovanni e lo stesso Gesù ne dà testimonianza. Simbiosi che tecnicamente si chiama “cristocentrismo”, e costituisce l’essenza del cristianesimo e la sua visione critica, e anche il fondamento per la teologia che trascende il tempo e rimane sempre valida nel confronto con tutte le filosofie.
Il mistero e il primato del Verbo Incarnato è la risposta di Duns Scoto, la cui immagine, sintetizzatrice della sua preistoria e storia, ora è presente davanti a noi nell’immagine del Crocifisso di s. Damiano, che traduce artisticamente questa prospettiva cristocentrica del cristianesimo, della storia e dell’uomo.
Per Duns Scoto l’imperativo della ragione è ragionare fino in fondo, ossia liberarsi dal difetto della ragione.
Qual è il difetto della ragione?
Quello di considerarsi “creatore” della verità. La ragione è “indagatore” della verità; è il “tecnico”, ma non è colui che forgia la verità; e la verità non può mai vivere in un sistema circoscritto, ben costruito di concetti l’un dopo l’altro. L’io, quindi, rimane sempre alla ricerca della verità; l’io deve passare sempre di sistema in sistema ininterrottamente.
Bisogna lasciare che si possa immaginare un pluralismo di pensiero e un pluralismo di modi di pensare. Agli aristotelici Duns Scoto dice: la vostra filosofia è una filosofia che vale fino a un certo punto. I "commenti" sia alla Metafisica sia all'Organon e perfino alle Categorie di Porfirio, sono i primi esperimenti di critica da commento, cioè mostra tutto quanto quelle sentenze che venivano espresse e che sembravano inconfutabili, sono di fatto deboli.
Questa è la sua operazione nei confronti dei Commenti. Altri invece costruivano, aggiungendo parole a parole, rivestendo queste parole fino a 7 abiti uno sopra all'altro. Da che cosa va distinto questo sapere plurale, questi modi plurale del sapere?
Da qualcosa che non è umano!
Qui si ha il sano laicismo di Duns Scoto che desume criticamente dalla Rivelazione, che, per sé, non è né la Teologia né la fede. La Rivelazione non è né Teologia né fede, ma è l’atto unico e autentico dell’auto-comunicazione di Dio nella perfezione del Cristo; è un atto liberissimo dell’amore donativo di Dio e non cosa che hanno fatto gli uomini; e, quindi, viene direttamente da Dio.
Come si comprende questo mistero?
La Teologia diventa lo strumento attraverso il quale si riscopre non la verità del mondo fisico della terra, ma la verità che ci viene dall’alto. La Teologia funziona come metodo, non come contenuto. Così anche la Filosofia non dev’essere il contenuto, dev’essere un metodo; dev’essere il pensare, non dev’essere la produzione dei pensieri, che, poi, diventa dogma, ideologia, tirannia, potere della verità, e, quindi, arbitrio su gli altri.
Allora, la Filosofia e la Teologia dove si incontrano?
Si incontrano - dice Duns Scoto - nell’essere “mezzo”, nell’essere “pensare”, nell’essere “metodo”. Questo, se è pensare in Filosofia, se è pensare in Teologia, allora è lo stesso pensare, lo stesso soggetto pensante. Di conseguenza, chi lavora, lavori in Teologia come se lavorasse in Filosofia. Anzi, dice Duns Scoto, se il suo lavoro è la conoscenza, non può limitare l’oggetto della sua conoscenza aprioristicamente al mondo empirico.
Perché i Filosofi vogliono limitare l’oggetto della loro conoscenza soltanto in ciò che i sensi e la tecnica gli danno; e i Teologi la vogliono limitare soltanto a ciò che la tradizione ha consacrato essere l’interpretazione della sacra Scrittura?
Non può essere così, dice Duns Scoto!
Che lavorino questi due metodi, quello della Filosofia e quello della Teologia, l’uno del sapere umano come tale, e l’altro per comprendere ciò che Dio ha detto nella persona di Cristo Gesù. Devono lavorare insieme, dev’essere un lavoro simultaneo autonomo e libero. E se in Teologia l’orizzonte non dev’essere ristretto, neppure in Filosofia l’orizzonte dev’essere ristretto. Apre così la possibilità alla Rivelazione di entrare di diritto nella sfera dell’uomo e di porsi come auxilium ai fondamentali problemi umani.
E’ la grande sfida lanciata da Duns Scoto all’uomo: l’accettazione della possibilità della Rivelazione non solo non umilia le facoltà umane, ma addirittura le nobilità e le sublima, e le permette di risolvere veramente dal di dentro i nodi essenziali e fontanti dell’esistenza e dell’essere.
Bisogna ricominciare da Cristo e da Cristo totale.
Ma perché da Cristo e non dall’ente?
Se si comincia dall’ente, non si conosce niente di autentico e di assoluto, ma si pone qualcosa che sembra essere Dio, che poi viene analogizzato, dicendo: se io sono buono, c’è Dio che è buonissimo... Non è questo il modo di indagare la verità. In questo modo, nota Duns Scoto, io non faccio altro che ribaltare me: nel senso che con la dottrina dell’analogia non si fa altro che proiettare in Dio i nostri difetti.
E la “metodologia” di Duns Scoto è la preparazione all’ascolto della Rivelazione di Dio che parla in modo perfetto e autentico in Cristo, e Cristo può autenticare chi è Dio e chi è l’uomo, perché lui stesso è vero Dio e vero Uomo.

Conclusione

A mò di conclusione: è possibile che un’immagine parli?
Al di là dell’aspetto miracolistico e interpretativo dell’episodio che non prendo minimamente in considerazione, affermo che, psicologicamente parlando, è possibile.
Chi l’ha provato e sperimentato lo può attestare...(segue esperienza).
La sosta orante di Francesco davanti al Crocifisso segna un momento decisivo della sua svolta critica, perché riceve - o crede di ricevere - risposta alla sua profonda crisi esistenziale di avere un ideale, attorno al quale progettare la nuova esistenza illuminata dal mistero di Cristo.
Pur non dando alcun peso storico all’espressione normativa del «ripara la mia casa che è in rovina», che è una interpretazione teologica tardiva ed estranea allo stesso Francesco, tuttavia essa getta immensa e indicibile gioia nel cuore di Francesco, che si sente in obbligo di contraccambiare con quel sentimento misto di gratitudine e di fede, espresso con l’alimentazione della lampada votiva e con le riparazioni murarie della stessa cappella di s. Damiano e di altre cappelle del contado.
Numerosi manoscritti riportano una preghiera che Francesco avrebbe profuso dinanzi a questo Crocifisso e le danno la seguente cornice: “Queste sono le parole che il beato Francesco pregò davanti all’immagine del Crocifisso, nella chiesa di san Damiano, quando dalla croce venne a lui questa voce: “ Francesco, ripara la mia casa”
Ecco la preghiera di Francesco:
“Altissimo glorioso Dio,
illumina le tenebre de lo core mio.
Et dame fede dricta,
speranza certa e carità perfecta,
senno e cognoscemento,
Signore,
che faccia lo tuo santo e verace comandamento.
Amen.”

Il Vangelo che ispira questa icona è quello di Giovanni, che insieme a Paolo, costituisce anche il fondamento dottrinale alla visione cristocentrica di Duns Scoto.
Contemplando l’icona di san Damiano si è attratti dalla figura solenne del Cristo glorioso. Essa domina il dipinto, anzi si stacca da esso non solo per la sua maestosità, ma anche per la tonalità del colore. Infatti dalla figura del Cristo emana una brillante luce che risalta ancora maggiormente per la incorniciatura che la avvolge. Il Cristo, illuminando l’uomo, lo libera dai suoi limiti ontologici e si ritrova qual è creatura, dipendente ontologicamente da Cristo, e, quindi, persona. Cristo è l’unico fondamento della persona umana. A Lui gloria e onore.
Amen! Grazie.

Università di Bari, 8 novembre 2005
festa del Beato Giovanni Duns Scoto



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