BEATI I POVERI IN SPIRITO
SECONDO IL BEATO G. DUNS SCOTO
(12. 11. 2006 - Castellana G. - ore 12,00)
Saluto
Con gioia e onore porgo un cordiale e sincero saluto al Sindaco, Simone Pinto, che ha voluto, come sempre, essere presente, anche con il Gonfalone della Città, per onorare il legame già abbastanza stretto tra il Popolo di Castellana e i Francescani attraverso la Madonna della Vetrana e il suo Cantore, il Beato Giovanni Duns Scoto, di cui stiamo celebrando il secondo anno di preparazione al VII centenario della sua morte.
Saluto e ringrazio di cuore anche i Rev.mi Don Leonardo e Confratelli nel Sacerdozio per aver accettato l’invito a lodare insieme l’Onnipotente Bon Signore, per mezzo della liturgia del Beato. E saluto cordialmente e con affetto tutti Voi, cari.mi Devoti della Madonna, che con la vostra assidua presenza ringraziate insieme a noi la SS. Trinità per l’ineffabile sacra e miracolosa Effigie della Vetrana, dataci come celeste Patrona.
Premetto alla Liturgia quanche cenno biografico per meglio ricordare la personalità del Beato Giovanni Duns. Naque nella cittadina di Duns, in Scozia, omonomia tra cognome e luogo di nascita, onde il soprannome di Scoto. La famiglia dei Duns era molto legata ai figli di Francesco d'Assisi, che da poco si erano stanziati in Scozia, e un zio paterno abbracciò l’ideale francescano divenendo anche massima autorità religiosa locale.
Attirato certamente dall’esempio dello zio, P. Elia Duns, a 15 anni Giovanni vestì l'abito francescano. Durante il noviziato modellò il suo carattere ai valori essenziali della vita spirituale e francescana. Venne ordinato presbitero il 17 marzo 1291. Conseguì i gradi accedemici presso l'Università di Parigi e insegnò in varie sedi universitarie, come la stessa Parigi, Oxford, Cambridge e Colonia. Fedele all'insegnamento della Regola, il 25 giugno 1303 rifiutò di sottoscrivere il libello di Filippo IV il Bello, contro il papa Bonifacio VIII, e prese la via dell'esilio.
Con consolidata autorità dottrinale e con rinnovata metodologia, basata principalmente sul testo Rivelato, sulla Tradizione e sul Magistero, affermò con acutezza e vigore il primato dell'Incarnazione, il privilegio dell'Immacolata Concezione della Vergine Maria e l'autorità del Romano Pontefice, e le caratteristiche fondamentali del Laicato moderno.
Per motivi di sicurezza personale, nell'estate del 1307 venne trasferito a Colonia, dove, stressato dal viaggio e dal lavoro apostolico, ritornò alla casa del Padre l'8 novembre 1308, all'età di 43 anni. La grande fama di santità di cui fu circondato in vita e dopo morte, gli meritò ben presto un culto pubblico che, per vicissitudini storiche, solo il 6 luglio 1991 papa Giovanni Paolo II ha confermato, concedendogli i solenni onori liturgici nella Basilica di S. Pietro il 20 marzo 1993. Estremamente commosso anh’io ero presente alla cerimonia e per ringraziamento dedicai un anno sabbatico alla Terra Santa, come docente di Filosofia nello Studio di Betlemme, dove tenni anche la “prolusione” dell’anno accademico 1993-94 al Biblicum di Gerusalemme.
La sua dottrina aleggia in tutti i documenti dottrinali del concilio Vaticano II e nei discorsi importanti di Paolo VI, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI.
Grazie.
OMELIA SULLA POVERTÀ DI SPIRITO
SECONDO IL BEATO G. DUNS SCOTO
(Castellana Grotte, 12 novembre 2006, ore 12,00)
Dalla Parola di Dio ora ascoltata in questo tempio dedicato alla “Madonna della Vetrana” piace spulciare qualche riferimento che riguarda la santità di Dio, come fondamento dalla santità della chiesa e di ciascun membro del popolo di Dio.
La caratteristica principale del Beato è quella aver introdotto nell’ambito delle lezioni universitarie il testo della Bibbia, letto e interpretato in chiave cristocentrica, come conseguenza delle tesi principali sul Primato di Cristo, l’Immacolata Concezione della Vergine Madre, il primato “ex cattedra” del Papa e il Laicato moderno.
Per la presentazione del nostro Beato, scelgo alcuni passi particolari della Parola:
- “Prendimi un po' d’acqua e preparami una focaccia...”, dalla prima lettura;
- “Beati i poveri in spirito...”, dal ritornello;
- “I due spiccioli della vedova...” dal Vangelo;
- e “Ricevete il regno preparato da sempre per voi... dall’Alleluia
1. L’episodio di Elia
Può leggersi anche in chiave eucaristica, come fa il Beato, e quindi simboleggia spiritualmente il cibo che permette di nutrirsi per entrare nel Regno di Dio, che è Regno di Grazia e di Amore. E indirettamente, quindi, rappresenta lo stesso Cristo che si fa cibo e bevanda sull’Altare per tutti i credenti in Lui, che in questo modo acquistano la possibilità di potere vedere Dio” a faccia a faccia”, come insegna Paolo ai Corinzi (1Cor 13, 12).
2. “Beati i poveri in spirito...”
I testi del ritornello -“Beati i poveri in spirito” - del evangelico gli “spiccioli della vedova” - e dell’Alleluia “ricevete il regno preparato...” li considero insieme come monotematici e consequenziali tra loro.
Nella sua analisi il Beato instaura una profonda identità “ontologica” tra il silenzio esistenziale e la povertà di spirito. Entrambi sono condizioni essenziali per ascoltare la voce di Cristo. Stabilisce l’equazione: dove c’è silenzio, c’è povertà; e dove c’è povertà, c’è silenzio. Intuizione che aiuta con più profondità a conoscere le vie o mezzi per amare con più sicurezza il Signore.
Il tema della povertà costituisce certamente il fiore francescano più bello, più suggestivo, più mistico, più sublime che impressiona e affascina tuttora l’uomo. La povertà-per-amore-di Cristo povero e nudo costituisce la via che Francesco Antonio Chiara Elisabetta hanno percorso per andare al Padre, sotto la bella immagine scotiana del “cristiforme”.
La povertà francescana, commenta il Beato, svolge una duplice azione: da un lato svuota il cuore da tutto ciò che può contrastare o turbare il suo amore a Cristo, ossia fa silenzio in sé e fuori di sé; e dall'altro lo riempie dell'amore di Cristo, spalancandolo inebriato di gioia sul mondo intero. L'amore per Cristo e di Cristo - dice il Beato - riempie di soave letizia il cuore e l'intera personalità del vero povero, l’autentico cristiano e religioso.
Con la prima beatitudine dà l’identikit del povero: povero di spirito, povero di desiderio, povero di sé, povero per amore, aperto agli altri e aperto a Dio che attende tutto dal Tutto, come un mendicante.
In questo senso originario, ogni uomo per sua natura è povero davanti a Dio, e riceve da Dio il suo essere e il suo agire. Il Beato lo paragona a un albero: è radicato alla terra mediante le radici e con la testa sospesa nel vuoto, nel cielo; vive come se fosse certo di essere padrone di se stesso, dimentico di essere legato strutturalmente al terreno. Effettivamente, quindi, l’uomo si sente padrone di sé: vive, agisce, si muove, si agita, va e viene, pensa e parla liberamente, vuole e disvuole, ama e odia...
Tuttavia, tale autonomia è un dono di Cristo. Pur donando l’uomo a se stesso, Cristo non può alienare il suo diritto di possesso. Non perché non lo possa fare, ma unicamente per incapacità da parte dell’uomo di poter sopportare tutto il peso del proprio essere su se stesso. Se Cristo alienasse il suo diritto, cioè la sua presenza o la sua immagine, l’uomo ricadrebbe nel nulla donde è stato chiamato liberamente. In altre parole, è soltanto per Cristo e in Cristo, e in forza della sua immanenza, della sua continua e attiva presenza come causa dell’esistenza e dell’attività, che l’uomo è vive agisce ecc. È la continuità del dono di Cristo che fa esistere vivere ed essere l’uomo. Dono che si personifica nel concetto di imago Christi; Cristo è il vero e autentico dono di Dio, è il suo Capolavoro. La concretezza dell'uomo diventa realtà solo in rapporto a Cristo, vero Uomo, da cui tutti gli altri ricevono l'imago.
L’uomo, che comprende la sua radice ontologica e l’accetta con gioia, eleva il titolo onorifico più alto e più bello di se stesso e a se stesso: si apre all’ascolto della voce di Cristo, fa vivere Cristo in se stesso e per mezzo di sé. L’uomo autentico, quindi, è l’uomo povero che sa sprofondarsi nell’abisso silente di Dio con tutta la sua fede, con tutto il suo amore. Egli ha la coscienza di partecipare in Cristo all’essere di Dio, alla natura di Dio e all’attività di Dio. E in questo modo, l’uomo, autentico-povero, diventa la storica testimonianza dell’opera dello Spirito Santo in lui.
2). Povero di fronte a se stesso
La difficoltà più grande che si incontra nella pratica della povertà è la povertà di fronte a se stesso, che costituisce la condizione sine qua non della storia della salvezza. L’essere povero-di-sé dinanzi a se stesso è l’affermazione più paradossale dell’insegnamento di Cristo. L’essere povero-di-sé dinanzi-a-se-stesso non significa tanto avere consapevolezza di essere un nulla, ma proprio in forza di tale consapevolezza avere la volontà di vivere e agire come se si è qualcuno e si è qualcosa. Qui, il dilemma: essere nulla e pensare di essere qualcuno. È un dilemma che si risolve nel vivere e nell’agire non più per se stessi, ma accettare di vivere e agire per opera di Cristo e unicamente per Cristo, secondo la logica dell’amore paolino: non sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in me (Gal 2, 20).
Per meglio cogliere questo senso profondo e autentico della povertà-di-sé, bisogna meditare l’espressione di Paolo “Se qualcuno crede di essere qualcosa, mentre è un nulla, seduce se stesso” (Gal 6, 3). La dimensione della povertà-di-sé non appartiene a questa o a quella religione, ma appartiene strutturalmente al singolo uomo in quanto uomo-creatura. Ha ricordato Paolo: se “un uomo” crede di essere qualcosa, inganna se stesso e si illude, poiché in verità è un nulla. Ciò che l’uomo ha ed è, è dono gratuito di Cristo, cui dovrà renderne conto nell’avvento finale. La povertà-di-sé è il rovescio della povertà-verso-Dio, cioè la dimensione ontologica dell'essere umano nei confronti di Dio in Cristo.
Lo sforzo più difficile che Dio richiede dall’uomo in generale e dal religioso in particolare è la povertà di se stesso. Difatti: essere povero di sé dinanzi a Dio è già molto; essere povero di sé dinanzi al prossimo, con la dolcezza, la benignità, la mitezza... è ugualmente grande cosa; essere povero di sé di fronte alle cose, usandole come se non le usasse, usarle unicamente per la gloria di Dio e per il benessere del prossimo... è quanto mai raro; ma essere povero di sé di fronte a se stesso è la cosa più ardua e difficile, perché si va alla radice stessa dell’essere: alla volontà, ossia volere di non volere.
Si può essere, perciò, povero dinanzi a Dio, povero dinanzi agli uomini, povero dinanzi all’universo, senza essere povero di sé dinanzi a se stesso, cioè senza rinunciare veramente a se stessi; di conseguenza si può apparire povero quanto vuoi, ma restare terribilmente ricchi e proprietari di sé...
La caratteristica della povertà teologica, in campo culturale, si manifesta con la scelta nuova e autonoma, aperta al rischio e all’incognito: la forza e l’urgenza di agire per amore di Cristo. Duns Scoto, prescindendo dall’uso e dal godimento di modelli culturali “sicuri” e “precostituiti” di giudizi, di abitudini di pensiero e di sensibilità, ha manifestato la capacità di scegliere qualcosa di nuovo, per rendersi disponibile ai ‘segni dei tempi’, in sintonia con uno dei principi fondamentale della sua ermeneutica, e cioè che “la verità cresce con il progresso storico”.
La nuova dimensione della povertà viene a coincidere con la serena ma ferma critica a tutte mistificazioni intorno al potere della ratio, specialmente contro il rinnovato razionalismo, inteso come “dittatura del reale” e risolutrice naturale del rapporto con la fede. La povertà teologica di Duns Scoto si presenta alla storia anche come “critica liberatrice” dalle strettoie metafisiche della “nuova” concezione del mondo invocata dal razionalismo, in tutte le sue più varie interpretazioni.
La povertà teologica di Scoto i configura, quindi, anche come progetto teoretico per fondare la possibilità della rivelazione, che altrimenti resterebbe o conchiusa nell’alveo naturale o rischierebbe l’impossibilità o l’inutilità, dal momento che “i filosofi - dice Duns Scoto - affermano la perfezione della natura e negano il soprannaturale; mentre i teologi conoscono l’imperfezione della natura e la necessità della grazia soprannaturale”.
Conclusione
Tra i frutti più saporosi della povertà-silenzio cristico piace indicare soltanto la libertà, la letizia e la semplicità che tra loro interscambiabili e complementari.
Veramente Cristo è fondamento e perfezione (fundamentum et forma ossia fons et culmen), che unifica in sé perfettamente il Divino e l’Umano, e, identificandosi con la Chiesa, si dichiara insieme alla Madre Vergine anche fonte e perfezione della coppia umana e del cuore dell’uomo.
Grazie.
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