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50 ANNI D’ESPERIENZA SCOTIANA

Giovanni Lauriola

Nil sub soli. Colgo l’occasione di mezzo secolo di esperienza, meno da studioso cattedratico che da appassionato appredistato, col pensiero di Giovanni Duns Scoto per farne il punto, senza alcuna velleità né storica né speculativa, né esprimendo giudizi e valutazioni, ma descrivendo semplicemente la parabola culturale con l’indicazione di qualche punto di riferimento. Essendo personale, l’esperienza è singolare e tale resta, cioè senza voler insegnare qualcosa a qualcuno. Potrebbe avere qualche incidenza alla lontana soltanto se il lettore è nella condizione di ricerca autentica di ciò che non possiede totalmente ma vuole perfezionarlo sostanzialmente. Stesse condizioni metodiche per il passaggio alla concettualizzazione, per esempio, dal carisma all’ideale, dal fatto all’idea, dal particolare all’universale...
Con l’espressione “niente di nuovo...” intendo esprimere che, dopo 50 anni di orbitazione nell’universo mondo francescano-scotista, tutto sembra identico e immutato nella sostanza come prima, cioè agli anni ‘50. Certo, cambiamenti e trasformazioni si sono verificati tanti e tali da poter pensare anche a una specie di rivoluzione esistenziale in tutti i settori della vita e del pensiero...
E scotianamente?
Se si intende l’aspetto speculativo delle relazioni nel mondo francescano ed ecclesiali, eccetto alcuni avvenimenti storici di grande respiro, più dovuti che ricercati,non sembra possa registrare elementi significativi da permettere una possibilità di sviluppo a medio termine, magari si può sperare qualcosa a lungo termine. Due le difficoltà storiche evidenziate dalla personale esperienza: uno esterno, dovuta alla svolta scientificizzante della cultura in generale, che si vede dominata per un verso dal “pensiero debole” e per l’altro dalla “dittatura del relativismo”; e l’altro interno, caratterizzato da una specie di “dittatura culturale” vigente nella chiesa con l’eccessiva o “esclusiva” accoglienza fatta alla corrente del neotomismo, che benemerita quanto si vuole, ma pur sempre storicamente e teoreticamente superata, come qua e là emerge da più parti.
Al di là dell’evidente evoluzione esteriore, in questo segmento di tempo, che pure è passato attraverso tutte le fasi storico-culturali del periodo (1956-2006), non riesco a captare segnali interni veramente significativi in teologia e di conseguenza nella vita spirituale, benché sia passata la meravigliosa “ventata” conciliare, che, pur lasciando in tanti settori della vita e dello spirito segni evidenti di cambiamento o di sprono alla conversione culturale, tuttavia, forse, non sembra che i “polmoni” dell’uomo abbiano fatto a sufficienza il “pieno” della sua fresca potenzialità.
Le tappe principali della mia formazione vengono vissute e descritte, senza alcuna indicazione temporale, perché nelle fasi evolutive della cultura il tempo è sempre relativo e tutto scivola tranquillamente, come acqua di fiume al mare o come onda che va e che viene sukka sabbia della spiaggia.
La prima è segnata dalla letteratura francescana con biografie e leggende, non sempre critiche, coincidendo con la formazione di base di stampo dichiaratamente “tomista” come volontà ecclesiale esige. La seconda tappa, dalla preziosa mediazione storico-dottrinale di Bonaventura da Bagnoregio, che ha lasciato per molti anni il segno anche nella vita intellettuale oltre che spirituale e francescana, a causa delle relazioni non marginali con Rosmini, tenuto in vita dalla passione dello Sciacca in tanti modi. E concide con la prima fase del mondo universitario, coinvolto anche nei moti del ‘68. La conoscenza di Duns Scoto segna la terza tappa formativa e la seconda universitaria, cui ha fatto seguito la lettura libera e diretta degli scritti di Francesco, per motivi più personali che di ricerca, utilizzando anche le interpretazioni storiografiche post conciliari. L’ultima tappa culturale coincide con la fase terminale del mondo universitario e con le prime scelte personali e didattiche. Di questo torno di tempo è la rilettura storico-dottrinale del pensiero francescano, specialmente del Dottor Sottile, in chiave di cristocentrismo assoluto e non funzionale, tentandovi di “ricostruire” il suo ideale scientifico-dottrinale... Passaggi occasionati e infervorati, a volte, anche dalle ricorrenti suggestioni di centenari e avvenimenti specifici, che creano lo spontaneo sorgere di realtà laicali profondamente interessate alla personalità totale di Cristo presentato dal Maestro francescano, divenendone anche dei piccoli “apostoli”.

a) Autori di riferimento

Se dovessi indicare le pietre miliari di questo personale cammino parallelo agli studi universitari e non, dovrei per onestà intellettuale ricordare con rispetto e riconoscenza Efrem Bettoni, Ambrogio Manno e Federico Sciacca, che mi hanno fatto da guida con gli scritti e la parola, aprendomi e quasi spingendomi alla lettura di Platone Aristotele Agostino Anselmo Bonaventura Duns Scoto Bernardino Rosmini, e la massima parte degli Autori moderni e contemporane, specialmente quelli d’ispirazione platonico-agostiniana e tutto il mondo dell’esistenzialismo, e, per ultimo, autonomamente mi sono avvicinato agli scritti di Francesco d’Assisi che ha fatto la differenza, perché dovevo, per ragione di onestà ideale, chiarire a me stesso la sua posizione circa gli studi e la cultura.
Da quando mi son reso conto, poi, che il “rappresentante più qualificato della Scuola francescana” è Duns Scoto, la mia esperienza culturale dell’ultimo trentennio è vissuta quasi esclusivamente in compagnia e all’ombra del suo pensiero. Così è maturata la mia interpretazione teologica e scientifica in prospettiva cristocentrica, che ha trovato ampio e profondo consenso dottrinale nel Vaticano II e nel Magistero Ufficiale, e conferma autorevole dalla teologia, dalla storia e dalla spiritualità, ma... nessuna applicazione pastorale!
Questa mia evoluzione, purtroppo, è tutta in salita o contro corrente. Pur non avendo alcuna intenzione di riaprire il punto dolens della questione storico-dottrinale, che tanto bene farebbe alla stessa “verità”, se si vuol essere “liberati”, non posso non esprimere la mia amarissima impressione: tutta la dottrina del Primato di Cristo, cuore e perfezione del Cristianesimo e fiore all’occhiello del francescanesimo, sembra sia rimasta lettera morta. Mi spiego. Il Cristo, che intrinsecamente è “rivoluzione”, aspetta ancora la sua “rivalutazione”. Mentre la storia ha registrato in campo scientifico e culturale le sue rivoluzioni, il campo teologico invece aspetta ancora la sua rivoluzione. Questo il paradosso del terzo millennio: la scienza (o ragione) ha avuto la sua rivoluzione, la teologia (o fede) invano aspetta da sette secoli!

b) Principali novità

Dopo la prima parte dell’esperienza, si sono maturate le condizioni per la fondazione del Centro Duns Scoto, favorito molto dall’esperienza didattica e dalle ricerca della verità delle origini francescane, favorite molto dalla conoscenza sempre crescente del Principe dei Teologi francescani, come ampiamente dimostra la Collana di “Quaderni Scotistici” già al suo 24° numero di pubblicazione e il sito internet abbastanza ricco di materiale culturale e artistico. Partecipazioni a vari Convegni con specifiche Relazioni sia in Italia che in Germania, anche come collaboratore di Miscellanee in Tedesco.
Il banco di prova sarà certamente la tentazione di convolgere i due prossimi Centenari francescani in alcune significative manifestazioni in comune, almeno nel piccolo delle proprie esperienze come in quest’ultimo tempo, con gli Atti di questi tre Corsi sul Cristocentrismo, con le Relazioni svolte a Pescara e a S. Giovanni Rotondo; e con le Liturgie in onore del Beato a Castellana Grotte e a Sannicandro Garganico. Mi auguro che alcune esperienze possano estendersi.
Fiore all’occhiello del Centro è certamente la nascita indiretta e spontanea nel settembre 2005 dell’Associazione laicale “Amici del Beato Duns Scoto” in Sannicandro Garganico, con lo specifico scopo di conoscere e diffondere la dottrina del Cristocentrismo con la testimonianza, la preghiera e le attività artistico-letterarie, come da Statuto. Particolare attenzione meritano le iniziative editoriali con la mini collana tascabile di “Spiritualità Cristocentrica”, di cui 5 opuscoli sono editi, e 5 sono in stampa come preparazione al Convegno di Verona; la creazione artistica di soggetti sul Cristocentrismo, circa una trentina di opere, e anche la riproduzione di quadri su diverso materiale per la diffusione devozionale dell’immagine di Duns Scoto; e particolamente profetiche sono le simpatie di apertura che si stanno verificando con i rappresentanti dell’OFS delle Fraternità con cui sponte si è venuto a contatto. In più parti si percepiscono segni di germinazioni nuove e spontanee!

c) Certezze e contraddizioni

Di fronte all’evidente certezza della Parola e alle conclusioni critichedella storia del pensiero sulla delicata relazione uomo-Dio, sintetizzabili nel rapporto classico di “ragione-fede”, o nell’interpretazione dei così detti praeambula fidei, non si può restare indifferenti e continuare a spersonalizzarsi culturalmente, come se la dimensione dello spirito fosse una categoria avulsa dalla cultura e dal pensare, autonoma e indipendente dalla teologia e dal pensiero. L’impressione nuda e cruda della situazione sembra un francescanesimo “manichinizzato”: esteriorità, senz’anima; nome, senza cognome; apparenza, senza essere; saio, senza vita!
Ne è un es., anche i due prossimi centenari: il VII della morte di Duns Scoto e l’VIII di Francesco d’Assisi. Del primo, sembra non interessare se non alla “chetichella” gli esperti; del secondo, pur discutibile la data, si è mosso da tempo il centro! Eppure potrebbe costituire un’occasione unica e storica per contribuire a ristabilire un corretto equilibrio tra “carisma” e “ideale”, tra essere e pensiero, tra preghiera e studio, tra spiritualità e teologia, tra teologia e cristologia, tra Cristo e Dio, tra uomo e Cristo e tra uomo e Dio, e, quindi, tra uomo e uomo!
E’ un sogno?
A volte, ho paura di svegliarmi!
E’ meglio sognare?
Non lo so!
Per il vichiano “corso e ricorso storico” inevitabilmente e periodicamente si affacciano sul quadrante del tempo umano ricorrenze centenarie, che, in chi legge l’orologio, si accavallano sentimenti d’ogni tipo dal ricordo nostalgico alla proiezione suggestiva, dall’entusiamo incontrollato alla riflessione critica, dai progetti più arditi ai propositi più esaltanti... Contrastanti poi diventano nel lettore che si trova a leggere lo stesso evento più volte, le lancette dell’orologio non solo segnano un orario differente - nascita morte circostanza forte - ma cambia anche lo sfondo del quadrante storico diversamente colorato di cultura e spiritualità. Succede anche, non si sa per quale logica, che suggestioni di una determinata “ora” vengono riproposte nel successivo orario vitale senza, però, più l’anima iniziale che l’aveva animato, con il pericolo o rischio di cadere nel banale!
E’ la disavventuta della longevità cronologica ma non di quella spirituale, perché non sempre i due aspetti viaggiano insieme, salvo eccezioni. Psicologicamente succede, quindi, che i primitivi entusiasmi variegati nello spessore e nell’intensità, e vissuti con tutta la carica emotiva e critica dell’ora, nel successivo passaggio si vivono, forse, con la stessa forza, ma nel ricordo, dove ogni difficoltà e asprezza si appiana, per cui è dolce naufragare... senza rendersi conto che il mare del tempo si è modellato con strutture orografiche diverse per forma ed estenzione.
Voler navigare nel mare atemporale e aspaziale con le stesse “regole e mezzi” della “prima navigazione”, di platonica memoria, è una pura e semplice follia o una dolce illusione o una fantastica chimera, è un sogno. Il buon nocchiero, cioè colui che ha acquisito la perfezione dell’arte del navigare, come a dire la “seconda navigazione”, se volesse condurre la nave moderna con mezzi e norme del tempo della “zattera”, cioè secondo la “prima navigazione”, non solo non farebbe buon viaggio ma metterebbe addirittura in pericolo l’incolumità della nave e dei passeggeri, nel senso che rischierebbe non solo di affondare, ma di risucchiare nel suo vorticoso vortice tutto quello che gli gravita intorno a qualsiasi titolo. Se, invece, si metta in rotta, dopo ponderato studio delle componenti delle strutture concernenti il mare da solcare e dei relativi i mezzi appropriati per la “seconda navigazione”, porterebbe con sicurezza in porto la nave della vita autentica, ipotecando anche un futuro più tranquillo per chi volesse imbarcarsi...
Grave responsabilità, quella dei nocchieri!
Qual è la scuola di navigazione? Chi è il maestro dei nocchieri? Dove si trovano maestro e scuola? Come vi si accede? Chi può iscriversi?

c) La scelta del Cristo

A queste e simili domande è sufficiente sapere con sicurezza chi è Cristo. Solo lui può dare risposte certe e sicure. Ma chi è Cristo? Allora, come al solito, tutte le domande esistenziali si sintetizzano: chi è Cristo per me? Parafrasando lo stesso episodio cristico: chi dice la gente che io sia?
Neppure la precisazione tecnica di Cristo, fatta alla risposta di Pietro, riesce a superare le barriere “preconcette” innalzate dall’uomo! Paragonabili all’“ideologia” che produce dilacerazioni radicali e imprevedibili, aggravate anche dall’effetto del processo di metastatizzazione che silenziosamente e inevitabilmente conduce alla cessazione della vita. Questa situazione o posizione assolutistica che pretende di essere l’esclusiva interpretazione della vita, della storia, del pensiero, e anche il mondo della grazia travalica e smarrisce inconsciamente la sua stessa competenza.
Emblematico è il riferimento storico al rapporto “fede-ragione”, cui fa riferimento anche il classico problema dell’interpretazione dei così detti praeambula fidei. Termini e concetti sempre ricorrenti nella vita dell’uomo tutte le volte che “pensa”! Pensando, infatti, vuol dare una risposta ai “perché” della vita e dell’esistenza: chi sono, donde vengo, dove vado...
Mi conforta di non essere solo a fare il proverbiale “buco nell’acqua”.
Nel maggio del 1996 il cardinale Joseph Ratzinger tiene una conferenza a Guadalajara, in Messico, la cui conclusione sul tema dei rapporti tra ragione e fede è: “Ritengo che il razionalismo neoscolastico [neotomismo] sia fallito nel suo tentativo di voler ricostruire i Praeambula Fidei con una ragione del tutto indipendente dalla fede, con una certezza puramente razionale; tutti gli altri tentativi che procedono su questa medesima strada otterranno alla fine gli stessi risultati. Su questo punto aveva ragione Karl Barth, nel rifiutare la filosofia come fondamento della fede, indipendentemente da quest'ultima: la nostra fede si fonderebbe allora, in fondo, su mutevoli teorie filosofiche”.
Posizione da me denunciata storicamente molto tempo primadurante le normali attività didattiche interne all’Ordine. La risposta ufficiale degli stessi critici neotomisti contemporanei è stata sempre la stessa: “Non abbiamo altre forme alternative di pensiero”! E “pur sapendo di aver fallito, preferiamo continuare a sbagliare”!
Che risposta!
Che serietà!
Che autenticità di verità!
Che onestà intellettuale!
Non so dove volgere lo sguardo!
La denuncia di questa situazione ermeneutica viene non solo dalla storia del pensiero ma soprattutto dalla Parola.
Perché continuare allora pur sapendo questo? Perché far finta di niente? Perché tacere? A chi serve?
No, certamente alla verità. Per definizione “libera”!

d) Soliloquio

Nell’arco di quest’ultimo mezzo secolo di esperienza francescana sembra poter ripetere e rivivere con maggior cognizione di causa la primigenea intuizione vissuta inizialmente, quando mi permisi di pensare tra me e me all’analogia semplicistica dell’avvento storico del cristianesimo con quello del francescanesimo, pur convito profondamente di tutte le sostanziali differenze esistenti non solo terminologiche ma specialmente contenutistiche, pur tuttavia la rivoglio rivivere con la stessa ingenuità con cui mi balenò all’origine della mia presa di coscienza degli eventi.
E’ un sogno?
Il cristianesimo si è presentato storicamente come un fatto di vita e di esperienza di un uomo di nome Gesù Cristo, che, richiamando l’attenzione sulla sua personalità e dottrina, ha coinvolto l’uomo costingendolo amorevolmente e liberamente alla ricerca storico-ontologica della sua realtà e identità, così si è presentato Francesco d’Assisi a cavallo dei secoli XII-XIII, volendo rivivere la sua vita sulla vita dello stesso Cristo, riuscendovi alla perfezione, tanto da essere riconosciuto dalla storia alter Christus!
Nella scoperta dell’identità del Cristo son venuto a contatto con realtà concettuali talmente nuove e rivoluzionarie che, vuoi o non vuoi, hanno segnato il segmento della storia da cambiare completamente e totalmente dal profondo ogni struttura del pensiero umano. Le idee fondamentali sono semplicemente da capo giro: il monoteismo trinitario, l’uomo-Figlio di Dio, la creatio ex nihilo,un Dio nomoteta, la provvidenza personale, l’evento del complesso peccato originale, la dimensione dello Spirito, la risurrezione dai morti, l’immortalità dell’anima, l’agàpe che perfeziona l’eros, la novità dei valori morali , i nuovi sensi della storia e dell’uomo.
Tutta questa novità rivoluzionaria è e appartiene al patrimonio della fede, che Cristo è venuto a rivelare e a donare. Al di fuori dell’ambito di fede, sono realtà imcomprensibili e assurde, per non dire contraddittorie. Fino a quando non si riconosce e non si accetta questo dato , sarà sempre più difficile all’uomo tenere vive le relazioni con la “trascendenza” e di conseguenza anche con l’”esistenziale”, perché non si trova “a fuoco” il suo essere nell’ingranaggio universo rivelato mosso e guidato da Cristo, con la sua piena e autonoma libertà e sapienza sovrane.
Agli inizi della mia conoscenza del francescanesimo, mi era profondamente chiaro questa struttura patrimoniale donata da Cristo, e mi sembrava fosse presente, benché con modalità e interessi differenti, anche in Francesco d’Assisi. Come per il cristianesimo, così per il francescanesimo, le potenti e profonde intuizioni rivoluzionarie si sono dovute rivestire di scienza filosofia e teologia nei “luoghi” adatti del sapere, per costituire una specie di “sistema aperto” per la trasmissione educativa e formativa agli altri.
Questo teorizzare e dare una base speculativa alle ragioni del cuore, costituisce il pensiero francescano e il pensare francescano, che tradotto in chiave ermeneutica significa: salvare dall’usura del tempo e conservare nel tempo il “dono” di Francesco per essere sempre vivo e immortale nell’intuizione cardiaca. I Dottori francescani hanno saggiamente operato sull’esempio degli Apostoli Evangelisti che del Maestro hanno conservato e tramandato il suo patrimonio imperituro di personalità e di pensiero, cha la tradizione ha sintetizzato nell’espressione “dare ragione della propria fede e della propria speranza”.
Che sarebbe Cristo senza gli Evangelisti?
Così anche di Francesco!
Come la conoscenza non si esaurisce mai intorno alle testimonianze su Cristo, che aiutano l’uomo a penetrare sempre più e meglio nei meandri del suo mistero teandrico, così dovrebb’essere per il francescano la conoscenza almeno di Bonaventura e di Duns Scoto, che storicamente sono i più completi nell’interpretazione dell’ideale di Francesco. E tale impegno non può essere limitato interpretato o concesso semplicemente a qualcuno a livello personale, che già sarebbe qualcosa, ma è costituzionale all’essere francescano, come insegnano i Dottori francescani, e quindi indispensabile e necessario per l’azione dello stesso apostolato francescano comunque inteso.
La stupenda bellezza della visione dottrinale francescana è quella di coincidere con il Cristo, fundamentum et forma dell’essere naturale e soprannaturale del disegno di Dio. Cristo è fondamento e perfezione della creazione. Cristo è l’autore della vita e della grazia. Cristo è Mediatore tra Dio e il nulla con la creazione libera e donata alla sua immagine, l’uomo. Cristo è Redentore appassionatamente impazzito dell’amore donativo per la sua immagine. Cristo è Glorificatore finale della sua immagine riparata e graziata.
Insieme e contemporaneamente a Cristo, la Parola donata, interpretata dai Dottori francescani, vedono considerano e amano Maria e la Chiesa. Il trittico cristocentrico: Cristo-Maria-Chiesa.
Che sublimità! Che ricchezza! Che meraviglia!
Il francescano, forse, non si meraviglia più!
Ha perduto, forse, il desiderio di sapere e di pensare!
Meglio conservare il mio cuore nel sogno?

4. Il futuro della Chiesa

Il titolo del volume giustifica questo pensiero che coincide con la prima enciclica di Benedetto XVI, Deus caritas est. Lungi dall’entrare in merito alla Lettera papale, ma sembra doveroso, per i problemi sollevati in questa stessa Introduzione farne un cenno almeno in alcuni passaggi, da me ritenuti più significativi e novativi. Già il titolo è profondamente evocativo del concetto di Dio Carità, messo in auge proprio dalla dottrina francescana e scotiana in particolare. Altra novità è la rivalutazione della “speculazione” e quindi dello studio e della ricerca nella lettura e interpretazione del mistero dell’essere e di Dio, rivelato pienamente in Cristo.
Il semplice fatto di introdurre la dimensione “speculativa” del pensiero umano in un documento programmatico e rivalutare a pieno la funzione della ricerca e dello studio, sono novità che al francescano, spesso in crisi verso tali problematiche, non possono passare inosservate, dal momento che l’evolversi della propria storia segna gli stessi passi. Lo studio appartiene al patrimonio dell’ideale francescano!
L’evocazione e l’identificazione della Carità con Volontà e Libertà sono le suggestioni più chiare ed evidenti, anche se ancora pallide, di un certo spostamento della bussola verso un mondo sempre antico e nuovo, che il francescanesimo delle origini aveva già intuito e vissuto, specialmente nella dimensione bonaventuriana, perfezionata da Duns Scoto. Lo stesso nome di Dio, che, per Bonaventura, è sempre e solo Bontà Carità Bene Bello..., mentre per Duns Scoto si carica anche della definizione esoidea di Essere Infinito, interpretando storicamnete per la prima volta il nome di Dio come Essere-Carità insieme, come a voler unificare il mistero di Dio Uno e Trino, nel mistero di Cristo, Dio-Uomo, ossia il VT con il NT.
E’ da questa lettura che scaturisce la centralità e il Primato di Cristo ampiamente documentato dalla Parola, dalla Tradizione e dalla Chiesa. E’ questo Cristo totale che Francesco ha intuito nel Crocifisso di s. Damiano, come ho già documentato altrove. E proprio nel prossimo VIII centenario dell’evento, provvidenzialmente preceduto dal VII centenario della morte di Duns Scoto, il mondo francescano dovrebbe riscoprire la globalità e la totalità dell’episodio fontante, per meglio professare il proprio ideale, sancito e confermato dalla Chiesa, sempre attenta ai movimento dello Spirito per la sua vitalità.
Non a caso uno dei problemi più scottanti oggi della Chiesa è la Collegialità dei Vescovi nei rapporti con il Pontefice, per evitare quello che ormai viene chiamato “terzo potere”, la Curia. E in questo, proprio il pensiero di Duns Scoto, come ha illuminato il carattere specifico dell’Episcopato in sé e nella diocesi, così illumina la visione Collegiale dei Vescovi in sé e nei rapporti con il Papa. Anche questa è ecclesiologia messa in luce dal francescanesimo delle origini del Beato: da Cristo libero la Chiesa libera.
Un altro punto molto pertinente, in questo contesto, sembra quando scritto al n. 9 dell’Enciclica, dove, sotto il sottotitolo “La novità della fede biblica”, richiama la convinzione del Pontefice per quanto riguarda l’interpretazione dei praeambula fidei, che appartengono più all’ambito della fede che della ragione. Interpretazione propria del francescano Duns Scoto! Avvalorata anche dalla critica accennata al pensiero di Aristotele, già ampiamente messa in luce dal Dottor Sottile a suo tempo.
Concetti ripresi indipendentemente anche dalla primitiva mia intuizione dell’esperienza francescana. Mi sembra di continuare a sognare.
E’ sogno o realtà?
Non lo so!


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