IL BIG BANG DIVINO
SECONDO GIOVANNI DUNS SCOTO
Giovanni Lauriola
Il titolo di questo articolo Big Bang divino viene definito e precompreso dall’aggettivo “divino”, per non indurre in inganno. Non è, né può essere la storia naturale dell’evoluzione scientifica dell’universo, ideata dal fisico George Gamow, dottrina del tutto utra-moderna secondo le diverse interpretazioni degli scienziati, che non ancora ha trovato una unità di ipotesi; bensì il tentativo di leggere la storia delle origini in chiave teo- ontologica secondo la visione del pensatore scozzese e francescano, Giovanni Duns Scoto, di cui celebriamo il VII centenario della morte (1308-2008).
Lettura che da un lato fonda scientificamente l’esperienza dello stile francescano, come occasione immediata dell’intervento; e dall’altro interpreta cristocentricamente la stessa visione cristiana della vita, minacciata da insidie ricorrenti di progetti alternativi d’ispirazione o pagana o fondati esclusivamente sul valore dell’umana razionalità. Poiché la realtà cristiana, nell’interpretazione francescana, sopravvive ancora, anche se continuamente sollecitata e sfidata da un mondo paganeggiante e naturalista, la risposta teo-ontologica di ieri può essere orientativa nelle linee essenziali anche per quella di oggi, dal momento che i due piani - teologico e ontologico - non sono in contraddizione, ma autonomi nel metodo, e nella prospettiva finale l’uno rimanda all’altro, senza affermarne supremazia di sorta se non preparando la scelta qualitativa all’uomo. L’aspetto razionale apre al soprannaturale non naturalmente ma unicamente come scelta libertaria e di fede. La fede come possibilità infatti è scelta e non conclusione, è proposta ma non imposizione.
Quando i piani autonomi dell’ordine naturale e di quello soprannaturale si perdono nel tentativo di una sovrapposizione o distruzione dell’altro si cade normalmente in forme di dittatura culturale o pensiero debole, ingenerando ricorrenti crisi epocali, con risvolti sempre incognite e con una dialettica più di soppressione o negazione che di collaborazione e di rispetto, più d’integralismo estremo che di reciproca accettazione o tolleranza: viene a mancare un punto di contatto o di riferimento per entrambi, o si cade in una forma di ideologia di pessima lega, i cui effetti ribbollono sulle pelli di tanti popoli, come documentano gli ultimi trapassi dei secoli, profondamente segnati nella dignità e libertà degli uomini, fino alla perdita della stessa speranza in una diversa possibilità esistenziale, nonostante le molteplici e grandiose conquiste della scienza che hanno elevato grandemente il tenore di vita e allungato l’arco dell’esistenza.
Attraverso un processo storico a ritroso si può scoprire che di crisi in crisi, si arriva anche alla grande crisi epocale medievaloe da cui dipendono le altre crisi moderne. Per comodità d’analisi ci si arresta alla crisi tra il XIII secolo e il XIV secolo, in cui si ritrovano configurati con molta chiarezza e determinazione gli stessi elementi della crisi odierna elevata alla potenza, causa lo sviluppo tecnologico e la sua diffusione mediatica.
L’intento generale di ogni politica o movimento, con fondamenti diversi e con metodi anche differenti, sembra quello di “aiutare l’uomo” a saper superare questo profondo momento critico, che lo coinvolge sotto tutte le latitudini insieme ai gravi pericoli ecologici di vasta proporzione e di igiene sanitaria di grave pericolosità, dovuto a tanti fattori riconducibili concettualmente alla mancanza di dialogo e di collaborazione sincera tra i popoli, tra i quali invece dilagano forme complesse ed estemporanee di relativismo assoluto, poggiante in ultima analisi sul “pensiero debole”, cioè il non riconoscere la possibilità di una fede trascendente, cui far riferimento per illuminare suppletivamente la propria razionalità. Si infiltra e si nasconde così sotto tutte le ipotesi il pericolo e il rischio di mettere a nudo la propria sopravvivenza.
E’ un momento di crisi epocale.
Come, ieri, per Francesco d’Assisi il Crocifisso di s. Damiano è stato causa del superamento del suo momento critico,- va’ ripara la mia casa, che è in rovina - anche oggi possa illuminare l’uomo contemporaneo con l’aiuto dei ricercatori autentici della verità e della metodologia francescana, che è scaturita dall’incontro di Francesco con il Crocifisso e si è perfezionata con Giovanni Duns Scoto, che dello stesso Crocifisso ha data una lettura teologica scientifica di grande respiro, onniabbracciante tutto l’essere, naturale e soprannaturale, in una visione cosmica universale e ontologica integrale, unendo insieme carisma e ideale francescani.
Il Cristo totale nella sua centralità assoluta e nella funzionalità della triplice causalità, efficiente formale e finale, come viene rivelato e come si autorivela, diviene la chiave ermeneutica scelta da Duns Scoto, e pedana di lancio obbligato per passare qualitativamente da un ordine di essere a un altro ordine d’essere, e così scoprire le nuove risorse che possono alimentare e conservare l’ordine naturale nella prospettiva dell’ordine soprannaturale. In questo passaggio di qualità essenziale è d’obbligo avere un punto ideale comune, almeno come possibilità, altrimenti non si può aprire alcun dialogo costruttivo.
L’iniziale analogia con l’immagine del big-bang serve solo a riproporre l’annoso problema che avvince l’uomo di sempre, in qualunque situazione si venga a trovare e che abbia a volte la possibilità di poter riflettere sul perché della sua esistenza, chiedendosi “perché l’essere e non il nulla”? Domanda che diventa ancora più profonda in considerazione del fatto che prima della creazione non c’è nulla, eccetto Dio. E come mai Dio ha creato? Che cosa ha potuto spingere Dio a porre fuori di sé qualcosa?
E’ l’eterno problema che ogni uomo desidera almeno una volta nella vita e nel suo profondo del cuore dare o avere una risposta, perché sa che da essa dipende buona parte della sue scelte esistenziali, almeno quello autentiche e non marginati e condizionanti da agenti esterni non sempre rispettosi della dignità e della libertà dell’uomo.
A queste e simili domande di grande respiro esistenziali si vuol rispondere seguendo il pensiero di un grande Pensatore cristiano e un autentico Testimone della fede, il beato francescano Giovanni Duns Scoto con il suo “volontarismo teo-ontologico” o anche “cristocentrismo assoluto”, prendendo spunto del suo VII centenario della sua morte (1308-2008). Pertanto la risposta viene articolata in varie parti per cogliere il senso quanto più razionale possibile all’audace domanda: che cosa può fare e non può fare Dio? E quello che fa perché l’ha fatto e continua a farlo? Sono domande da capogiro. Bisogna porsele una volta nella vita e tentare di afferrare qualche spiraglio di verità che sempre si allontana quando sembra che ti avvicini.
Penso sia la massima domanda radicale che l’uomo vuoi o non vuoi si pone nella sua vita indipendentemente dal suo credo religioso e dalla sua condizione esistenziale in cui può venirsi a trovare nel mondo. Non riguarda qualcosa di esterno a lui, come cultura economia politica potere fede..., valori ugualmente importanti e determinanti, ma l’intima e personale natura irripetibile unica e esclusiva. Dalla cui risposta dipende anche l’orientamento di fondo delle sue scelte esistenziali forti.
Proprio perché domanda massima ed esclusiva, la risposta trova conforto nel pensiero di Duns Scoto che per prima nella storia si è interrogato proprio su tali problemi offrendo una spiegazione che resiste ancora all’usura del tempo, e alla cui luce si cercherà di tracciare questo breve percosso del “volontarismo teologico” nel tentativo che possa costituire una pur minima indicazione per ogni uomo assettato di vero, di bene e di bello. Pertanto, dopo i dovuti riferimenti contestuali, si analizza la categoria del “possibile” come discriminate tra creazionismo necessitarismo, per arrivare al concetto di Dio-Amore per essenza, culmine e fondamento del volontarismo.
1. Big-Bang divino o attività di Dio ad extra
Secondo la mia cinquantennale esperienza con il pensiero di Duns Scoto sono arrivato alla conclusione che il punto cruciale della sua intuizione è data dal tentativo logico-ontologico di voler leggere il modo di agire di Dio ad extra, nel rispetto delle interpretazione della rivelazione.
Dal concetto di Dio Uno e Trino emerge a limpidezza solare che Dio è beato in se stesso e non ha bisogno di alcunché per accrescere la sua felicità: è perfettamente e infinitamente autoperfetto. Legittima la domanda: perché allora la creazione e tutto ciò che essa contiene?
La risposta comune al tempo del Doctor Subtilis, di derivazione platonico-neoplatonica, si basava sul concetto di Dio bontà: bonum diffusivum sui. Concezione che, secondo Duns Scoto, nasconde una profonda difficoltà speculativa: il rischio del necessitarismo greco, nel senso che il bene tende necessariamente alla sua diffusione.
Tenendo presente che l’attività dell’amore divino ad extra è un agire liberalissime e ex maxima caritate, Duns Scoto coglie il passaggio logico-ontologico del modo di agire in Dio stesso, cioè nel suo intrinseco volere, e con arditezza speculativa e con ardore di amante mistico punta la sua mente e il suo cuore completamente sull’Essere-Carità e vi intuisce il seguente ordine:
«In primo luogo, Dio ama se stesso.
In secondo luogo, Dio ama se stesso negli altri condiligentes.
In terzo luogo, Dio vuole essere amato da colui che può amarlo in grado sommo - e parlo di un amore estrinseco.
In quarto luogo, Dio prevede l’unione [ipostatica] di questa natura [umana] che deve amarlo sommamente».
Dio cioè ama se stesso e si ama negli altri, per questo vuole degli “amanti” -condiligentes- fuori di sé che lo amino adeguatamente e infinitamente, perché l’amore ama e vuol essere amato. Questa fontale rivelazione teologica illumina a giorno tutta la metafisica e la spiritualità scotiane, come documentano le meravigliose e sublimi preghiere che si trovano agli inizi dei singoli capitoli del De primo principio, trattato di “metafisica” e di “misticismo”. L’Autore è come in atteggiamento estatico davanti all’Essere, creatore del mondo. Eccone alcune espressioni:
O Signore,
Creatore del mondo!
Concedimi
di credere
comprendere
e glorificare
la tua maestà,
ed eleva
il mio spirito
alla contemplazione di te.
O Signore, Dio mio,
quando il tuo servo Mosè
ti chiese il nome
da proporre ai figli d’Israele
-sapendo quello che di te
la mente umana può conoscere-
rispondesti
rivelando il tuo santo nome:
Io sono l’Essere.
Tu, o Signore, sei l’Essere vero!
Tu, o Signore, sei l’Essere totale!
Questo credo fermamente.
Questo, se possibile,
desidero conoscere.
O Signore,
aiutami a scoprire
il vero Essere
che sei tu.
O Signore,
aiutami
a comprendere
ciò che credo...
Una riprova dell’interpretazione deriva dal principio speculativo, di derivazione agostiniano-anselmiano, credo ut intelligam, da me tradotto scotianamente nel principio mistico credo ut condiligam, con il qualeDuns Scoto mette a fondamento del suo pensiero un atto sincero e indiscusso di fede nella verità della parola divina, dichiarando di volersi istruire su Dio, presso Dio e con Dio. Tra lui e Dio c’è soltanto la mediazione di Cristo, Unico suo maestro; e tra lui e Cristo, c’è il suo “filosofo”, Paolo. Crede fermamente che Dio è Essere-Amore: Essere per essenza e Amore per essenza, che si rivela pienamente e totalmente in Cristo.
La carità formalmente perfetta e necessaria di Dio ad intra viene comunicata per estrema liberalità amorosa da Dio stesso a colui che lo può amare sommamente e infinitamente, cioè a Cristo Gesù. Come la bellezza materiale rispecchia i canoni della proporzione e dell’armonia delle parti, così la carità rende “splendente e gradito a Dio”. Illuminato e riscaldato nel profondo del suo essere dal mistero di Dio, che si autorivela in Cristo, Duns Scoto getta le fondamenta per la sua ardita costruzione teologica speculativa spirituale e mistica del Cristocentrismo.
Come alla considerazione degli episodi dell’umanità di Cristo, Francesco si commuoveva fino a sciogliersi in lacrime, così Duns Scoto si commuove quando considera l’amore di Dio che per primo ha amato l’uomo: «Noi ci sentiamo spinti ad amare Dio, scrive, non solo in considerazione della sua infinita bontà e delle perfezioni sue infinite, ma specialmente in considerazione che la sua bontà ci ha amato comunicandosi a noi, come dice Giovanni “il Signore ci ha amato per primo”», «perché il nostro animo fosse spronato maggiormente all’amore di Cristo Gesù». E` talmente preso dalla potenza della bellezza e bontà di Dio che, per assurdo, arriva a dire che anche se Dio non avesse creato l’uomo né l’avesse redento, tuttavia, l’uomo sarebbe ugualmente tenuto ad amarlo sommamente, perché egli è la bontà infinita, Deus amandus est.
I pensieri d’amore divino infuocati di Duns Scoto si traducono, nell’ultimo capitolo del trattato del De primo principio, in invocazioni di profonda e sublima preghiera, una specie di Te Deum, o un poema di mistica. Qualche invocazione per documentare il suo amore per il Signore:
«Tu sei il Dio vivente della più nobile vita, perché sei intelligenza e volontà.
Tu sei felice essenzialmente.
Tu sei tutta la beatitudine perché possiedi la comprensione di te stesso.
Tu solo, o Signore, sei incomprensibile e infinito.
Tu solo, o Signore, sei perfettamente semplice: l’angelo non è perfetto e i corpi lo sono meno.
E` davvero perfetto solo colui che di nulla è manchevole e bisognoso, e che può esistere in tutti gli esseri possibili.
Tu sei buono senza misura e con liberalità comunichi il tuo amore.
Tutti gli esseri anelano verso di Te, che sei l’Essere sommamente amabile, come il loro ultimo fine...
Ciò che ho detto [e pregato] di Te, o Signore, anche i Filosofi lo sanno spiegare; ma meglio i cattolici Ti proclamano con maggior precisione, quale onnipotente, immenso, giusto, misericordioso, benefico verso tutte le creature, provvidenziale soprattutto verso gli esseri pensanti».
Queste e simili espressioni infuocate d’amore costituiscono le fondamenta della manifestazione del misticismo genuino di Duns Scoto, che ama sovente inabissarsi nel “pelago” immenso del divino Amore, in cui trova appagamento e riposo il suo spirito sitibondo d’amore. Il suo cuore infiammato d’amore e immerso nell’amore prende il posto della pienezza e del rigoglio dei pensieri e si rasserena unicamente in Dio, suo centro e fine, contemplandolo con dolcezza e tenerezza d’amore, come «il citarista perfetto -per usare un suo esempio- che non riflette né pensa nel toccare soavemente le corde». In questa visione estatica di Dio prende corpo il mistero dell’Incarnazione del Verbo, che concretizza e attualizza l’estrinsecazione dell’Essere-Amore, creando nello stesso tempo le condizioni indispensabili e necessarie all’uomo per entrare in comunione-unione con Dio e contemplare la sua Bellezza e Deità.
Il Dottor Sottile sembra orientato a questa scelta oltre che da motivi biblici, anche da motivi storico-teoretici. Nella speculazione umana prima della Rivelazione, come il mondo greco, e, dopo di essa, il mondo arabo, si è arrivato alla conclusione che Dio direttamente produce solo Dio; per spiegare, invece, la presenza della contingenza nel mondo, si è fatto ricorso a un ente intermedio o causa seconda, comunque inteso. Cristo, pertanto, nella scotiana visione speculativa, è considerato anche come mediazione ontologica sicura e indispensabile della manifestazione di tutte le operazioni ad extra di Dio.
La concezione di Cristo di Duns Scoto s’identifica con la sua meravigliosa dottrina del Cristocentrismo. Non c’è dubbio che il Primato universale di Cristo rappresenta l’aspetto caratteristico più originale di tutto il sistema teologico-speculativo di Duns Scoto, e il contributo più efficace dato alla teologia cristiana, tanto da essere considerato il rappresentante più qualificato della scuola francescana che ben si proietta nel pensiero contemporaneo.
Dalla convinzione che Dio non può essere amato adeguatamente se non da un altro Dio, Duns Scoto afferma categoricamente: «Solo Dio ama Dio. Dio vuole essere amato da altri condiligenti, vuole cioè che altri abbiano in sé il suo amore; e per questo eternamente predestina chi lo deve amare adeguatamente e infinitamente di un amore estrinseco».
E con perfetta e stringata logica continua: «Chi vuole ragionevolmente, vuole in primo luogo il fine; in secondo luogo, i mezzi che permettono di raggiungere immediatamente il fine; in terzo luogo, tutto ciò che consente di raggiungerlo remotamente. Ora, anche Dio, che vuole in modo ordinatissimo, vuole dapprima il fine, benché non con diversi atti ma con un’unico atto, in quanto il suo atto tende in diverso modo e ordinatamente verso gli oggetti. In secondo luogo, Dio vuole ciò che è ordinato immediatamente a tal fine, predestinando gli eletti alla gloria... In terzo luogo, Dio vuole ciò che è necessario per raggiungere questo fine, cioè i beni di grazia. In quarto luogo, Dio vuole per questi condiligenti tutto ciò che è più lontano dal fine, ad es., il mondo sensibile che deve a loro servire».
Dal contesto dei passi citati, emerge chiaramente la presenza di una gerarchia nell’ordine degli esseri voluti e amati da Dio da sempre e con il medesimo ed unico atto infinito d’amore. Agli estremi di questo amore estrinseco di Dio, Duns Scoto vede alla sommità Cristo e al gradino più basso il mondo materiale, nel mezzo si trovano gli angeli e l’uomo. Il grado di maggiore o minore vicinanza da Dio è dato dal rispettivo grado di amore e di gloria che l’essere riesce a rendere per sua natura al Creatore. E questo perché «Dio compie tutto per la sua gloria».
Fondamentale è questa testimonianza biblica per Duns Scoto. Egli si radica sempre più nella convinzione che tutto Dio opera e tutto è per Dio. E l’opera di Dio è buona perché egli così ha voluto, cioè che altri partecipassero del suo amore. Intuizione che traduce anche l’espressione lucana in cui si afferma che tutto esiste, si muove e vive in Dio. Questa dipendenza teologica si traduce anche in dipendenza ontologica, che esprime la radicale contingenza dell’essere finito, collegandolo in strettissima a assoluta relazione con Dio creatore, dato sicuro di fede certa.
Da questa accennata gerarchia degli esseri, Duns Scoto ricava a tutto tondo che la serie dei condiligentes è fatta da Cristo e a Cristo finalizzata. Cristo costituisce realmente il concetto di “mediazione universale” sia nel campo della grazia che in quello dell’essere. Ecco l’ordine dell’essere: Cristo Maria angelo uomo materia. E’ la scala dell’essere che Duns Scoto, sull’insegnamento di Paolo, il suo Filosofo, vede presente nella mente di Dio da sempre.
Dalla concezione dell’essere scotiana sembra ricavarsi una strutturale dipendenza di carattere platonico, arricchita dei contenuti rivelati mediati dalla schematizzazione eriugeriana: da Platone deriva la struttura mitico-filosofico-poetica di vedere l’origine degli esseri dal Demiurgo tramite la mediazione delle Idee; dalla Rivelazione tutti i contenuti specifici attraverso la prima sistemazione storica operata da Scoto Eriugena.
Lo svolgimento del suo pensiero, per volute armoniche e armoniose, evidenzia sempre meglio la centralità di Cristo nel mistero rivelato da Dio e nella gerarchia degli esseri. E in un raptus d’amore esclama: «Nell’interpretare Cristo, io preferisco più eccedere nella lode che essere difettoso». Il calore del suo cocente amore, illuminato e inquadrato dall’acume speculativo, si galvanizza sul mistero di Cristo, chiedendosi il motivo della sua esistenza. E dalle sue profonde e silenziose meditazioni sul dato rivelato, lo scopre nel rendere la somma gloria a Dio, che tutto vuole per se stesso e per la sua gloria. E così Duns Scoto getta le basi per il primato e la centralità di Cristo. Elabora la sua dottrina intorno al mistero dell’Incarnazione, partendo direttamente da Dio e non dall’uomo, e trasforma con abilità di consumata perfezione speculativa lo pseudo-problema ipotetico “Se Adamo non avesse peccato...”, nella concreta e reale domanda: “Chi è Cristo”? - “Quale la sua origine”? - “Perché c’è Cristo”? - “Perché è stato predestinato”...? - “Qual è il primo amore di Dio”? ...
Intendendo per predestinazione il libero ed eterno decreto di Dio che preordina qualcuno alla gloria, anteriormente a qualsiasi conoscenza di peccato, Duns Scoto afferma che tale predestinazione si realizza massimamente in Cristo, voluto per rendere la massima gloria estrinseca a Dio. E nell’euforia dell’amore divino, arriva a dire per assurdo che «se non fosse caduto né l’angelo e né l’uomo, Cristo sarebbe stato predestinato ugualmente anche se nessuno altro essere fosse da creare».
Duns Scoto è talmente affascinato dalla visione di Dio, da essere impegnato con tutto se stesso nel tentativo di svelare con la massima delicatezza di spirito gli arcani segreti divini. Le sue idee si accavallano progressivamente, come le onde del mare, ma sempre guidate dall’ordine ontologico dell’amore: Dio ama se stesso; ama se stesso negli altri; vuole essere amato da colui che può amarlo infinitamente; prevede l’unione della natura umana con il Verbo...
Forte di questa convinzione e sorretto da una potente forza speculativa, procede nella sua serrata dimostrazione, trovando anche lo spazio per una battuta ironica, anche se ben controllata, come al solito: «Se la caduta dell’uomo fosse stata la causa della predestinazione di Cristo, ne seguirebbe che l’opera più grande di Dio -il Summum Opus Dei: il Capolavoro di Dio- sarebbe stato soltanto occasionale,mentre la gloria di tutti non può uguagliare quella propria di Cristo solo. E che Dio avesse rinunciato a un bene così grande, se Adamo non avesse peccato, sembra irrazionale e assurdo». Di fronte al Capolavoro divino, quindi, non c’è occasione che possa condizionare la volontà di Dio, né metafisicamente Dio può volere fuori di sé qualcosa che sia diverso da Dio stesso, come tutta la sublime speculazione filosofica dimostra nella storia.
Sia per ragione rivelata e sia per ragione umana, la perfezione infinita di Dio è tale da non poter entrare in nessun modo in rapporto con ciò che Dio non è. La stessa “creazione” è rivisita da Duns Scoto alla luce di Cristo: unico ed effettivo termine dell’azione di Dio ad extra e, quindi, unica possibilità per spiegare la presenza della materia, del mondo e dell’uomo al di fuori di Dio. Tale sembra il pensiero anche di Paolo quando scrive: «Cristo è immagine del Dio invisibile, generato prima d’ogni creatura; poiché per mezzo di lui sono state create tutte le cose... Tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui. Egli è prima di tutte le cose e tutte sussistono in lui».
Questa visione paolina, corredata da altri passi, soggiace alle meravigliose meditazioni di Duns Scoto, da cui fa uscire le affermazioni più sublimi in onore di Cristo: Summum Opus Dei, Summum Bonum gratiae, Summum Bonum in entibus..., mettendo in atto il suo metodo di ricerca: partire sempre da un dato di fede certa e arrivare alla sua conoscenza razionale attraverso rigorose argomentazioni e delicate meditazioni, secondo l’adagio del credo ut condiligam.
Dall’insieme della ricerca, si evince che Duns Scoto - seguendo Aristotele - distingue con acume speculativo un “ordine ontologico” e un “ordine storico” nel piano divino. Nell’ordine ontologico o delle intenzioni, Cristo occupa il primo posto nella gerarchia degli esseri, ordinati in base alla loro importanza ricevuta da Dio e non già secondo il posto che occupano nella successione storica. Come a dire: nell’ordine ontologico è primo non chi appare “prima”, ma chi viene “dopo”. Ad es: il vegetale rispetto al mondo inorganico, l’animale rispetto al regno vegetale, l’uomo rispetto al regno animale, Cristo rispetto al mondo umano. E questo perché è per l’uomo che Dio ha creato il mondo, ed è in vista di Cristo che l’uomo è stato scelto, e, infine, Cristo è stato voluto da Dio e per Dio.
Se dal punto di vista storico o della successione temporale, Cristo si è formato un corpo a “immagine dell’uomo”, è altrettanto vero che nell’ordine ontologico l’uomo è stato creato a “immagine di Cristo venturo”. La lettura della gerarchia dell’essere è fatta da Duns Scoto in chiave ontologica: Dio manifesta al di fuori di sé la pienezza della vita e dell’amore, così da perpetuare quello stesso amore che scaturisce perpetuamente tra i Tre che sono Uno.
Conclusione
In questo meraviglioso disegno d’amore, Duns Scoto intuisce con l’aiuto della fede la presenza di Cristo sia come cuore di Dio da amare, sia come mistero da conoscere. Nella gerarchia dell’essere, perciò, Cristo occupa il primo posto perché tutto è stato creato da lui e per lui, e tutto dipende da lui, ed egli non dipende da nessuno. Questo significa che Dio per primo ama Cristo e in lui tutto ciò che viene dopo di lui. E’ in forza del primato ontologico di Cristo che Duns Scoto non può accettare in nessun modo la sua occasionalità, anzi afferma l’assoluta gratuità della sua predestinazione. La predestinazione di Cristo non può essere meritata da nessuno: né da Cristo stesso, perché non ancora esistente; né da altri, perché tutti dipendono da lui; per cui non può essere che del tutto gratuita, cioè assolutamente libera da ogni pur lieve condizionamento.
Cristo, pertanto, secondo Duns Scoto, non può in nessun modo essere occasionato o occupare un posto secondario nel piano della salvezza; anzi, proprio perché è il Capolavoro di Dio, egli corona tutto l’ordine creato ed è indipendente da tutto e tutto dipende da lui non solo come causa finale ed esemplare, ma anche efficiente secondaria.
Da buon teologo, Duns Scoto considera il piano divino dal punto di vista di Dio stesso, come viene rivelato dalle Scritture, e conclude logicamente che Dio, volendo tutto per la sua gloria, vuole che tra i condiligentes ci sia uno che abbia il primato su tutti e che gli renda il più perfetto amore. E questi è Cristo. Difatti, «in un volere universalmente ordinato, è voluto ciò che è più vicino al fine. Anche Dio, come vuole prima la gloria degli eletti che la grazia che ne è il mezzo, così anche tra i predestinati, per i quali vuole ordinatamente la gloria , vuole prima la gloria di colui che è più vicino al fine. Perciò Dio vuole la gloria di Cristo prima di quella di tutti gli altri».
In base alle testimonianze scritturistiche, specialmente di Giovanni e di Paolo, Duns Scoto afferma categoricamente che il “summum opus in entibus non est tantum occasionatum propter minus bonus solum”, e cioè “pro redemptione aliorum”. Pur affermando il primato dell’Incarnazione sulla Redenzione, egli ha un grandissimo concetto della Redenzione. Difatti, la redenzione, più che un’azione dovuta dall’uomo, è l’azione più grande e più libera dell’amore misericordioso di Cristo, che per questo merita il massimo riconoscimento e ringraziamento da parte dell’uomo. Per quanto riguarda il termine “misericordia” , Duns Scoto dice che esso è più in relazione al dono che al perdono, per cui la grandezza della misericordia di Cristo si misura dalla gratuità del dono, dato due volte: scelto e redento.
In forza di questo atto d’amore cristico, previsto da tutta l’eternità e continuato senza interruzione nella storia, Cristo ha voluto soffrire e patire divenendo così causa meritoria di ogni grazia per qualsiasi essere razionale, di ieri oggi e domani. Attraverso il suo mistero pasquale, Cristo “brilla d’amore supremo” e diviene unico Mediatore tra Dio e uomo, nel senso che l’uomo non può ottenere né remissione né grazia né altro aiuto e neppure raggiungere il suo fine ultimo senza il Cristo e tramite il Cristo.
Un aspetto del big-bang divino ad extra.
Ord II, 1, 2, 9: «Voluntas Dei qua vult hoc et producit pro nunc est immediata et prima causa, cuius non est alia causa quaerenda [...] ita non est ratio quare hoc voluit nunc et non tunc esse, sed tantum quia voluit hoc a esse».
De pp I, 1-3: «Primum rerum Principium mihi ea credere, sapere ac proferre concedat, quae ipsius placeant maiestati et ad eius contemplationem elevent mentes nostra. Domine Deus noster, Moysi servo tuo, de tuo nomine filiis Israel proponendo, a te Doctore verissimo sciscitanti, scien quid posset de te concipere intellectus mortalium, nomen tuum benedictum reserans, respondesti: Ego sum, qui sum. Tu es verum esse, tu es totum esse. Hoc, si mihi esset possibile, scire vellem. Adiuva me, Domine, inquirentem ad quantam cognitionem de vero esse, quod tu es, possit pertingere nostra ratio naturalis ab ente, quod de te praedicasti, inchoando».
RP IV, 49, 2, 11 (63): «Philosophus noster, scilicet Paulus [est]».
De PP IV, 136-143: «Tu vivus vita nobilissima, quia intelligens et volens. Tu beatus, imo essentialiter beatitudo, quia tu es comprehensio tui ipsius... Tu incomprensibilis, infinitus... Tu solus simpliciter es perfectus; non perfectus angelus aut corpus, sed perfectum ens, cui nihil deest entitatis possibilis alicui inesse... Tu bonus sine termino, bonitatis tuae radios liberissime communicans, ad quem amabilissimum singula suo modo recurrunt ut ad ultimum finem...Praeter praedicta, de te a philosophis praedicata, saepe Chatolici te laudant imnipotentem, immensum, ubique praesentem, iustum et misericordem, cunctis creaturis et specialiter intellectualibus providentem».
Ord III, 18, un., 11: «Perfectus in cognoscendo non discurrit nec sylogizat, sicut artifex in citharizando perfectus non discurrit in percutiendo chordas».
Platone, Timeo, 41, a 3-42 e 8.
Ord III, 32, un., 6: «Primo Deus diligit se. Secundo Deus vult alios habere condiligentes, et haec est praedestinare eos, si velit eos habere huismodi bonum finaliter et aeternaliter, praedestinat qui potest eum summe diligere, loquendo de amore alicuius extrinseci».
RP III, 7, 4, 4: «Etsi nec homo, nec angelus fuisset lapsus, nec plures homines fuissent creandi quam solus Christus, adhuc fuisset Christus, praedestinatus sic».
RP III, 7, 4, 4: «Si lapsus esset causa praedestinationis Christi, sequeretur quod summum opus Dei esset occasionatum tantum, quia gloria omnium non erit tanta intensive quanta erit Christi, et quod tantum opus dimisisset Deus propter bonum factum Adae, puta si non peccasset, videtur valde irrationabile»
Cf Ef 1, 3-14; Fil 2, 6-11; Rom 8, 29.
Aristotelis, Metafisica, VI, cap. 7: «Il primo nell'intenzione è l'ultimo nell'esecuzione»: questo principio è dominante nella speculazione del Dottor Sottile.
Ord III, 7, 3, 3: «Universaliter autem ordinate volens prius videtur velle hoc quod est fini proprinquius. Et ita, sicut vult prius gloriam alicui quam gratiam, ita etiam inter praedestinatos quibus vult gloriam ordinate, prius videtur velle gloriam illi quem vult esse proximum fini, et ita huic animae Christi vult gloriam priusquam alicui alteri velit gloriam».
RP III, 13, 3, 14: «Misericordia non post summe declarari, nisi datur in effectu summa gratia sine meritis».
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