COMMENTO AL “PADRE NOSTRO”
IN PROSPETTIVA CRISTOCENTRICA
Giovanni Lauriola ofm
0. Prospettiva cristocentrica
Per prospettiva cristocentrica s’intende quella particolare spiegazione teologica e spirituale della storia della salvezza in funzione di Cristo, della quale viene cosiderato come causa efficiente, causa finale e causa formale. In questo modo, Cristo è visto come la chiave ermeneutica privilegiata per comprendere e per commentare la storia della salvezza, secondo la visione del disegno rivelato di Dio. Disegno che suppone il mistero dell’Incarnazione come dono supremo di Dio per rivelare il suo mistero di Unità e Trinità, insieme al suo disegno di salvezza incentrato in Cristo e da lui attuato in tutte le sue modalità come suo dono supremo agli uomini, presenti collettivamente e singolarmente nella sua Umanità.
La prospettiva cristocentrica, come si può notare, porta la mente dell’uomo a riflettere sulla propria esistenza e a cosiderarla come dipendente da Dio, attraverso l’intero e complesso mistero dell’Incarnazione, che rivela la massima espressione della libertà di Dio, Uno e Trino, e anche la massima espressione della libertà di Cristo nella stessa realizzazione del disegno d’Amore di Dio. Su questa chiave di lettura si legge e si interpreta tutta la sinfonia dell’Incarnazione, dalla creazione alla redenzione fino alla glorificazione finale, di cui il Cristo ne è il regista, il maestro d’orchestra e il solista principale che trascina l’immensa corale umana e storica insieme.
Questa prospettiva di lettura è stata proposta e difesa in modo particolare dal beato francescano Giovanni Duns Scoto (1265-1308), venerato e considerato come il teologo del Primato di Cristo e il difensore dell’Immacolata Concezione di Maria Vergine. Le due dottrine teologiche, quella del Primato e quella dell’Immacolata, sono talmente interdipendenti che non si possono considerare separatamente, perché appartenenti all’unico e medesimo atto di “predestinazione” di Dio, che rivela il suo disegno nel mistero dell’Incarnazione. Difatti, la predestinazione di Cristo esige contemporaneamente anche quella di Maria, sua Madre, nell’unico e medesimo atto di volontà di Dio.
La comprensione di questo mistero di predestinazione poggia su due principi fondamentali: uno rivelato dalla Scrittura, e l’altro di ragione in quanto scoperto dall’investigazione umana. Per il primo si rimanda a quanto già scritto in “Cristo in Paolo e in Duns Scoto”, mentre per il secondo si cenna solo qualcosa. Nella versione attuale, dipende da Aristotele; l’applicazione in teologia, invece, da Duns Scoto che lo ha utilizzato per interpretare nel disegno di Dio ciò che è prima ontologicamente, viene dopo cronologicamente: “ciò che è primo nelle intenzione è ultimo nell’esecuzione” (Aristotele, Metafisica, VII, c. 7, 1032b).
Questo principio da Aristotele formulato suppone non solo presente ma anche interagente i due metodi classici dell’investigazione umana, che sono all’origine della moderna metodologia della ricerca, e cioè il metodo deduttivo di Platone e il metodo induttivo dello Stagirita. L’applicazione in teologia da parte di Duns Scoto comporta anche la lettura diversa del rapporto Dio-uomo e fede-ragione, con tutte le problematiche connesse. L’Autore francescano integra il principio aristotelico con la teoria degli “istanti logici” nel volere assolutamente semplice di Dio, prima di aplicarlo al concetto della predestinazione.
Nella prospettiva cristocentrica, la storia della salvezza viene rivisitata con una lettura riflessa, i cui punti cardini nell’ordine logico così risultano: mistero di Dio (Uno e Trino), mistero dell’Incarnazione del Verbo (che abbraccia la predestinazione di Cristo e di Maria, il Primato di Cristo e l’Immacolata Concezione), mistero della Creazione del mondo e dell’uomo, mistero del Peccato, mistero della Redenzione (che abbraccia anche la chiesa e i sacramenti) e mistero della Glorificazione o escatologia. Nello schema teocentrico, invece, la lettura è letterale, e segue l’ordine cronologico: Dio (Uno e Trino), Creazione del mondo e dell’uomo, Peccato originale, Incarnazione del Verbo, Redenzione (chiesa e sacramenti) e Glorificazione.
Nel commentare la preghiera che Gesù insegna e consegna ai suoi discepoli nella prospettiva cristocentrica significa mettere in luce quegli aspetti comuni e propri espressi nella stessa, che, con l’applicazione della chiave ermeneutica del Maestro francescano, diventano elementi generali per un modello tipo di pregare del credente, così da realizzare quel prencipio spirituale “tutto procede da Dio per mezzo di Gesù e tutto ritorna a Dio per mezzo di Gesù”, che costituisce l’indicazione teologica sicura per camminare nella via dello spirito.
1. La preghiera è un sentimento universale
Anche Gesù pregava. Nel Vangelo, Gesù viene riconosciuto da tutti come “Maestro”, e Lui stesso si autodefinisce “Unico Maestro”(Mt 23,10; Gv 13,13). E’ Maestro anche della preghiera. Prima di insegnare ai discepoli a pregare o a tracciare le condizioni giuste per essere ascoltati nella preghiera, Lui stesso pregava, specialmente nei momenti importanti della sua vita. E’ sufficiente ricordare gli episodi più significativi che gli evangelisti hanno registrato a nostro insegnamento ed edificazione. Per questo, ognuno può verificare consultando le relative citazioni che accompagneranno gli avvenimenti decisivi della missione di Gesù.
Così, Gesù prega al momento del battesimo che riceve da Giovanni al fiume Giordano (Lc 3,21-23); Gesù prega prima di scegliere i dodici discepoli (Lc 6,12-13); Gesù prega prima della professione di fede di Pietro (Lc 9,18); Gesù prega sul monte Tabor quando si trasfigura davanti ai suoi tre discepoli (Lc 9,28-29); Gesù insegna a pregare ai suoi discepoli (Lc 11,1-4); Gesù prega perché non venga meno la fede a Pietro (Lc 22,32); Gesù prega in modo intenso al Getsemani (Lc 22,39-46); Gesù continua a pregare ancora sulla croce (Lc 23,34); e poi consegna con fiducia il proprio respiro nelle mani del Padre (Lc 23,46).
Oltre a questi episodi fondamentali citati nella versione di Luca, che è l’autore che insiste maggiormente sulla preghiera di Gesù, è molto utile tenere presente le tante situazioni che parlano della “preghiera personale ” di Gesù durante il suo ministero apostolico. Difatti, gli evangelisti di frequente annotano che Gesù si ritira a pregare di notte o di buon mattino (Mt 14,23), o in “luogo deserto” (Mc 1,35), o “da solo”(Lc 5,16; Mt 14,23), o in “luogo appartato” (Lc 9,18), o “sul monte” (Mc 6,46; Lc 9,28; Mt 14,23), o sul “monte degli Ulivi” (Lc 22,39).
2. La cornice della preghiera di Gesù
Per cogliere tutta la valenza della proposta di Gesù sulla preghiera insegnata ai discepoli, bisogna tenere presente almeno nella sua struttura generale il disegno di Dio che san Paolo così lo rivela: “Benedetto, sia Dio, Padre del nostro Signore Gesù Cristo, che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli in Cristo. In Lui ci ha scelti prima della creazione del mondo, per essere santi e immacolati al suo cospetto nella carità, predestinandoci a essere suoi figli adottivi per opera di Cristo Gesù, secondo il beneplacito della sua volontà” (Ef 1,3-6).
Con questa pennellata sulla reale e stabile volontà di Dio, è più facile cogliere anche la struttura della preghiera del “Padre nostro” che Gesù consegna ai suoi discepoli, che gli avevano richiesto di come pregare. Difatti, la preghiera, insieme al sacrificio di culto, costituisce l’elemento principale della manifestazione di fede con cui l’uomo risponde all’invito di Dio di partecipare al suo Regno. Leggere il disegno di Dio come un invito amoroso rivolto all’uomo di voler prendere parte alla santità divina per mezzo dell’opera di Cristo Gesù, è la massima espressione dell’amore di benevolenza manifestato da Dio in Cristo Gesù.
Anche la preghiera di Gesù insegnata ai discepoli bisogna prenderla come un mezzo qualificato per rispondere positivamente all’invito di Dio. La preghiera del “Padre nostro”, allora, non bisogna considerarla in modo rigido, come se fosse una formula magica, ma piuttosto come un’indicazione generale e sintetica di tutto l’insegnamento del Maestro, come un modello su cui ispirare le nostre personali preghiere, se vogliono essere efficaci. L’anima della preghiera è la sincerità del cuore che deve essere sempre docile e umile all’invito della Parola.
3. La preghiera di Gesù: il testo
“Padre nostro che sei nei cieli,
sia santificato il tuo Nome,
venga il tuo Regno,
sia fatta la tua Volontà
come in cielo così in terra.
Dacci oggi il nostro pane quotidiano
e rimetti a noi i nostri debiti
come noi li rimettiamo ai nostri debitori,
e non ci indurre in tentazione,
ma liberaci dal Male. Amen”.
Come si può vedere, la preghiera del “Padre nostro” è composta di tre parti: l’invocazione iniziale che è rivolta al Padre che è nei cieli; la seconda parte, è composta da tre domande rivolte ugualmente al Padre, perché si realizzi il suo Regno nell’universo intero; la terza parte, da quattro domande che riguardano l’uomo per favorire la realizzazione del Regno di Dio nel cuore umano e sulla terra. Brevemente si commenterà ogni singola parte per aiutare a pregare secondo l’insegnamento di Gesù, che presuppone altre condizioni: essere riconciliato con il fratello (Mt 5,23-24; Mc 11,25); ritirarsi nella propria intimità (Mt 6,6); chiedere nel nome di Gesù (Gv 14,13); pregare con umiltà come il pubblicano (Lc 18,9-14); pregare insieme ai fratelli (Mt 18,19-20); pregare con fiducia (Mt 6,7-8); pregare sempre senza stancarsi (Lc 18,1-8).
- La preghiera di Gesù: il commento
“Padre nostro che sei nei cieli”
Il termine “Padre” fuori della Bibbia
Il senso profano del termine “padre” indica generalmente il responsabile della vita fisica dei suoi figli e della rispettiva moglie; mentre in senso figurato viene usato come titolo onorifico, di riguardo o spirituale. Come senso derivato, nell’antichità è stato usato anche per gli dei, ma nel significato a-pator, cioè senza-padre, per indica divinità ed eternità di Dio.
Nelle religioni antiche il termine “padre” è stato usato per indicare una provenienza di tutti gli uomini da un unico Padre, in una visione mitica di una generazione primordiale, ossia o come “padre dell’umanità”, o come “padre e generatore degli dei e degli uomini”, o come “padre degli uomini e degli dei”.
Per quanto riguarda il significato del termine “padre”, indica in Dio l’autorità assoluta, ma anche l’amore, la bontà che proviene dalla divinità. Da parte degli uomini invece corrisponde un duplice atteggiamento: una “coscienza dei propri limiti e della totale dipendenza dalla divinità”, e un “atteggiamento di filiale fiducia e di amore verso Dio”.
Il termine “Padre” nella Bibbia
Nell’AT, l’uso del termine “padre” nell’uso sociale indica il dono e il precetto del Creatore di procreare. E’ considerato capo della famiglia e della casa, merita sempre rispetto sempre, svolge le funzioni sacerdotali nella famiglia, è responsabile della fedeltà all’alleanza nella vita e nell’istruzione religiosa dei figli. In senso religioso, il termine “padre” è pochissimo usato. La differenza principale con il mondo religioso vicino: la paternità di Dio non è intesa in senso biologico o mitologico, ma soteriologico ed escatologico.
In senso religioso, nel NT, il termine “padre” è molto usato a differenza di quello profano. Anche Gesù usa il termine “padre”, ma non lo usa per esprimere il titolo di “padre d’Israele”, ha sempre parlato di Dio come “Padre mio” e come “Padre vostro” riferito ai discepoli; Egli non si è mai associato al termine comune di “Padre nostro”, (il “Padre nostro” è una preghiera che egli propone ai discepoli!). In Gesù, l’espressione “Padre mio” ha un valore escatologico molto accentuato, perché Gesù dà inizio al futuro regno di Dio, a cui tutti gli uomini sono invitati, e in cui Dio si manifesta come Padre.
Gesù usa il termine “Padre” nella formula aramaica antica di “Abba”(Mc 14, 36; Rm 8, 15; Gal 4, 6), e significa “Padre mio”. Gesù si rivolge a Dio come “Padre mio” in senso del tutto familiare e affettuoso del linguaggio comune, che meglio esprime la sua perfetta identità con lo stesso Padre. Con tale titolo, Gesù esprime da un lato la sua la sua potenza onnipotente, e dall’altro lato anche fiducia e la sua obbedienza al Padre.
Di conseguenza, Gesù, dando ai suoi discepoli il “Padre nostro” li ha voluto mettere in grado di ripetere con lui “Abbà”, rendendoli partecipi della sua condizione di Figlio. Difatti, per fede solo Gesù è Figlio “naturale” di Dio, cioè uguale a Dio, mentre, gli uomini accettando per fede il mistero dell’Incarnazione partecipano di questa figliolanza come figli adottivi. In questo modo si potrà realizzare la promessa di Dio “Io sarò per voi Padre, e voi sarete per me figli” (2Cor 6, 18).
Il termine “Padre nostro” ha un fondamento cristologico e soteriologico. Al diritto di chiamare Dio col nome di “Padre nostro” è associato l’impegno di un comportamento esemplare di figlio obbediente alla Parola di Dio.
5. “Che sei nei cieli”
Il termine “nei cieli” non indica in nessun modo uno spazio o un luogo dove Dio abita, ma è un modo di esprimersi per indicare che Dio è al di là, al di sopra di tutto e in tutto: è il totalmente altro e l’assolutamente vicino. Trascendenza e immanenza insieme. Dio abita e trascende i cieli dei cieli che non possono contenerlo (1Re 8,27).
Questa immensa infinita e invisibile presenza di Dio si è resa presente dal cielo in Cristo Gesù, vera immagine visibile del Dio Invisibile (Col 1,15) e si renderà presente anche in tutti coloro che accettano questo mistero di Cristo che il Padre ha voluto rivelare, come sopra ha detto San Paolo agli Efesini (1,3-5).
In Cristo, infatti, Dio si rivolge agli uomini, perché Cristo è disceso dal cielo come immagine diretta e visibile di Dio. Per il mistero dell’Incarnazione, Cristo, in quanto vero Dio, è Figlio naturale di Dio; in quanto vero Uomo, partecipa all’uomo l’immagine indiretta di Dio, elevandolo alla figliolanza adottiva. Allora si può dire: Cristo è l’immagine di Dio, e l’uomo è l’immagine di Cristo, cioè l’immagine dell’immagine. La presenza di Dio allora è assicurata in chi riconosce Cristo con cuore umile, povero e docile.
L’invocazione “Padre nostro che sei nei cieli” viene a significare, in ultima analisi, che Dio è presente perfettamente in Cristo, a tal punto che chi vede Cristo vede il Padre (Gv 12,45; 14,9) e il Padre parla per mezzo del Cristo, e Cristo parla a nome del Padre, perché dice Gesù: “Io e il Padre siamo un cosa sola” (Gv 10,30); “il Padre è in me e io nel Padre” (Gv 10,38); “Chi crede in me, crede crede in colui che mi ha mandato” (Gv 12,44); “Se conoscete me, conoscete anche il padre” (Gv 14,7); “Io sono nel Padre e il Padre è in me” (Gv 14,10); “Io sono nel Padre” (Gv 14,20); “il Padre ha amato me” (Gv 15, 9); “Chi odia me, odia anche il Padre mio” (Gv 15,23).
L’invocazione esprime, quindi, due cose importanti: da un lato, la perfetta identità del Padre con Cristo e del Cristo con il Padre; e dall’altro, la paternità espressa dal termine “Padre nostro” non è di natura naturale, ma è un prodigioso-dono escatologico che l’amore benevolo di Dio ha voluto nella sua massima libertà rivelare pienamente in Cristo Gesù, che a sua volta lo partecipa agli uomini disposti ad accoglierlo.
6. Il commento alle prime tre domande:
- sia santificato il tuo Nome,
- venga il tuo Regno,
- sia fatta la tua Volontà
come in cielo così in terra.
Attraverso queste prime tre domande - sia santificato… venga… sia fatta… - l’uomo che prega viene rafforzato nella fede, colmato di speranza e infiammato di carità. Difatti, Dio Padre realizza il suo disegno di salvezza per mezzo del suo Cristo e l’azione dello Spirito Santo.
Prima domanda: “Sia santificato il tuo Nome”. Con il termine “santificare” si vuole riconoscere come Santo il Padre e come tale trattarlo, cioè adorarlo e rendergli grazie. Nel desiderio e nell’augurio che il Nome di Dio sia santificato, Cristo coinvolge l’uomo orante nel disegno della “benevolenza di Dio che aveva prestabilito prima della creazione del mondo, per essere santi e immacolati al suo cospetto nella carità in Cristo”(Ef 1, 9. 4).
La santità di Dio è il centro inaccessibile del suo mistero. La santità di Dio che la Scrittura dice che si manifesta nella creazione e nella storia viene detta “gloria”, ossia irradiazione della sua maestà, che viene rivelata dal mistero di Cristo. L’uomo creato a immagine e somiglianza di Cristo, col peccato perde questa “gloria di Dio”, che riacquista accettando il Cristo con la fede e così viene restaurata “l’immagine del suo Creatore” (Col 3,10), perché Cristo, dopo la sua Pasqua, riceve “il Nome che è al di sopra di ogni altro nome”, nel senso che “è il Signore a gloria del suo Padre” (Fil 2, 9-11).
Col Battesimo siamo stati “lavati… santificati… e giustificati nel Nome del Signore Gesù Cristo e nello Spirito del nostro Dio” (1Cor 6, 11). Il battezzato è chiamato a santificare la sua vita, perché, con la sua santificazione, santifica il Nome di Dio, tre volte Santo, cioè Santo per sé, Santo per eccellenza e Santo per definizione. Il Nome di Dio viene santificato dall’uomo con il suo impegno concreto a santificarsi, cioè ascoltando la Parola di Cristo (Cf Mt 17,5; Lc 9,35). Con la santificazione della nostra vita si santifica il Nome di Dio Padre.
Seconda domanda: “Venga il tuo Regno”. Il Regno di Dio è Dio stesso che esiste da sempre e per sempre. Viene rivelato in Cristo Gesù, e per questo il Regno di Dio è vicino a noi, è in mezzo a noi, è dentro di noi. Il Regno di Dio coincide con la stessa persona di Cristo che lo annuncia nel suo Vangelo, lo compie nella santa Cena e lo consegnerà nella gloria, con la sua seconda venuta. L’espressione “venga il tuo Regno” si riferisce principalmente alla venuta finale del Regno di Dio con il ritorno di Cristo.
E’ un vivo desiderio rivolto alla gloria futura che non distoglie dall’impegno quotidiano nel mondo, proprio perché il Regno comincia su questa terra e si perfezionerà nei cieli. La venuta del Regno dipende dalla santificazione di ognuno. Secondo San Paolo, “il Regno di Dio… è giustizia, pace e gioia nello Spirito Santo” (Rm 14, 17). Qui è fondato l’impegno del cristiano in questo mondo per la giustizia e la pace, ossia per la santità, nello spirito delle Beatitudini. E così, la nostra santificazione realizza la venuta del Regno di Dio Padre.
Terza domanda: “Sia fatta la tua Volontà come in cielo così in terra”. Nel suo grande disegno di salvezza, la Volontà del Padre vuole che “tutti gli uomini siano salvati e arrivino alla conoscenza della verità” (1Tm 2, 4) nella carità, secondo il comandamento dell’amore di Dio e del prossimo. E San Paolo ricorda che “Dio stesso ci ha fatto conoscere in Cristo il mistero della sua Volontà, secondo quanto nella sua benevolenza aveva prestabilito… il disegno cioè di creare e ricapitolare in Cristo tutte le cose. In Cristo siamo stati fatti anche eredi, essendo predestinati secondo il piano di colui che tutto opera efficacemente alla sua Volontà” (Ef 1, 9-11). Nella preghiera del Padre nostro, si chiede con insistenza che si realizzi pienamente questo Disegno di benevolenza sulla terra, come già è realizzato in cielo.
E’ in Cristo che la Volontà del Padre è stata compiuta perfettamente una volta per tutte. Entrando nel mondo dice: “Ecco, io vengo per fare la tua Volontà” (Eb 10, 7; Sal 40, 7). Durante la vita afferma: “Io faccio sempre le cose che Gli sono gradite” (Gv 8, 29). Al Getsemani: “Non sia fatta la mia volontà, ma la tua Volontà” (Lc 22, 42). Per questa offerta di Gesù “siamo stati santificati” (Eb 10, 10).
La Volontà di Dio si discerne con la preghiera e nella preghiera fatta nel Nome di Gesù. Chi fa la Volontà di Dio, viene sempre ascoltato (Gv 9, 31), realizzando così il detto di Gesù: “chiedete e vi sarà dato…” (Lc 11, 9). La preghiera nel Nome di Gesù, specialmente nell’Eucaristia, è sempre potente e anzi onnipotente, anche per l’intercessione della Vergine Madre di Dio: “Fate quello che vi dirà” (Gv 2,5); e dei Santi, che hanno cercato di fare sempre la Volontà di Dio, ascoltando la Parola di Cristo, come Maria ai piedi di Gesù (Lc 10,39).
7. Il commento alle quattro domande:
- Dacci oggi il nostro pane quotidiano
- e rimetti a noi i nostri debiti
come noi li rimettiamo ai nostri debitori,
- e non ci indurre in tentazione,
- ma liberaci dal Male. Amen.
Le quattro domande - dacci… rimetti a noi… non ci indurre… e liberaci - sono altrettante vie verso il Padre, che offrono alla sua grazia la nostra miseria. La prima e la seconda riguardano la nostra vita sia per sostenerla con il suo nutrimento, sia per guarirla dal peccato; le ultime due invece riguardano il nostro combattimento per la vittoria della Vita eterna.
Prima domanda: “Dacci oggi il nostro pane quotidiano”. E’ una invocazione al Padre molto bella e piena di fiducia: da Lui si attende tutto, perché è buono al di là di ogni bontà. Egli “fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti” (Mt 5, 45). La domanda nel suo senso più profondo è una glorificazione del Padre, perché viene riconosciuto come il Sommo Bene e il Datore di ogni Bene, nel senso che “ogni dono perfetto viene dall’alto” (Gc 1,17), e “ci ha fatto dono di ogni bene”(2Pt 1,3).
L’espressione “dacci” indica che noi, con il dono della figliolanza adottiva di Cristo, siamo con Cristo del Padre e il Padre è nostro, è per noi, cioè di tutti gli uomini. Allora la preghiera elevata al Padre in nome di Cristo, è una preghiera per tutti per alleviare le necessità e le sofferenze.
“Il pane quotidiano” indica il nutrimento necessario per la vita sia materiale sia spirituale, ed esprime la massima confidenza e fiducia nel Padre, che ci chiama alla collaborazione con la sua Provvidenza. Poiché Gesù ricorda che bisogna cercare: “prima il Regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta” (Mt 6, 33), e “Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio” (Mt 4, 4), allora l’espressione specificatamente cristiana del “pane quotidiano” riguarda il Pane di Vita, cioè il Corpo di Cristo ricevuto con fede nell’Eucaristia.
Il termine “quotidiano”, oltre al significato temporale dei beni materiali di questo giorno e di ogni giorno, indica anche il senso celeste, cioè di giorno del Signore, il giorno del banchetto del Regno, anticipato nell’Eucaristia. Per questo si consiglia la celebrazione quotidiana e anche la santa Comunione.
Seconda domanda: “Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori”. La domanda è composta di due parti: la prima “rimetti a noi i nostri debiti” è condizionata nell’esaudimento dalla seconda “come…”. La richiesta inizia con una speciale “confessione” della nostra miseria e il riconoscimento della misericordia del Padre. La nostra speranza è sicura e massima, perché in Cristo “abbiamo la redenzione, la remissione dei peccati” (Col 1, 14; Ef 1, 7). Ma questo flusso di grazia non può giungere al nostro cuore finché noi non abbiamo perdonato a chi ci ha offeso.
Importante è notare il valore di questo “come”. Viene usato spesso da Gesù: “Siate perfetti ‘come’ è perfetto il Padre vostro celeste” (Mt 5, 48); “Siate misericordiosi ‘come’ è misericordioso il Padre vostro” (Lc 6, 36); “Vi dò un comandamento nuovo: amatevi gli uni gli altri ‘come’ io vi ho amati” (Gv 13, 34). Perciò il “come” di Gesù non riguarda l’imitazione di un modello divino dall’esterno, ma di una partecipazione vitale, che scaturisce dalla profondità del cuore per arrivare alla Santità, alla Misericordia, all’Amore di Dio Padre, che in Cristo Gesù ci ha donato tutto: esistenza vita grazia gloria.
Terza domanda: “Non ci indurre in tentazione”. Questa domanda sembra un approfondimento della precedente. Da un lato si chiede di non “indurci in tentazione”, cioè di “non permettere di entrare in tentazione”, di “non lasciarci soccombere alla tentazione”, perché l’intenzione del “tentare” è sempre qualcosa di ostile verso Dio o verso Cristo; e dall’altro si professa la fede in “Dio che non può essere tentato dal male e non tenta nessuno al male” (Gc 1,13). Con questa domanda chiediamo di non lasciarci prendere la strada che conduce al peccato, dal momento che il consenso alla tentazione porta sempre al peccato. Difatti, poiché siamo sempre impegnati a lottare tra la carne e lo Spirito, chiediamo al Padre lo Spirito di discernimento e di fortezza per non cedere alla tentazione.
Bisogna distinguere tra “essere tentati” e “consentire alla tentazione”. L’oggetto della tentazione viene sempre presentato come “buono, gradito agli occhi e desiderabile” (Gn 3, 6), mentre il suo frutto è sempre la morte spirituale o peccato. Altro è vedere l’oggetto e altro è volerlo vedere per impossessarsene. La differenza è una “decisione del cuore”, ossia della volontà: “Nessuno può servire a due padroni” (Mt 6, 24); anche, “Nessuna tentazione vi ha finora sorpresi se non umana; infatti Dio è fedele e non permetterà che siate tentati oltre le vostre forze; ma con la tentazione vi darà anche la via d’uscita e la forza per sopportarla” (1Cor 10, 13); ancora, “il Signore mi ha detto: ti basta la mia grazia” (Cor 12, 9).
E’ bene tener presente anche la differenza tra “tentazione forte” o semplice “tentazione” e “tentazione debole” o “prova”. Nella tentazione il soggetto è sempre il “Diavolo” (direttamente o indirettamente) che vuole allontanare l’uomo dal disegno di Dio per vanificare la sua Parola che si è concretizzata in Cristo; nella prova, invece, il soggetto è sempre Dio che mette alla prova la nostra maturità di fede per purificarci sempre di più. Difatti, dopo la prova ben superata, ci si accorge di essere rafforzato nella fede: chi dà buona prova nella fede, otterrà la vita eterna come corona di vittoria (Gc 1,12).
Il Signore non permette mai a Satana di tentare l’uomo, perché sa che ne uscirebbe sempre sconfitto. Solo Gesù ha accettato la tentazione, perché solo Lui poteva sconfiggere il Nemico, perché vero Uomo e vero Dio; in questo modo, Dio non permette mai agli uomini di essere tentati direttamente dal Diavolo, perché cadrebbero inesorabilmente. Comunque, nella “prova” Dio offre sempre i mezzi necessari per poterla superare positivamente: l’uomo con la sua libertà può interpretare la volontà di Dio (Rm 12,2), può restare fedele a Cristo nonostante tutto (2Cor 12,5), può amore il prossimo con genorosità (2Cor 8-9) e perseverare nella speranza fra le tribolazioni (Gc 1,2-4; 1Pt 1,6-7).
Il combattimento e la vittoria sono possibili solo con la fede e con la preghiera. Per mezzo della preghiera Gesù è vittorioso sul Tentatore (Mt 4,1-11; Mc 1,13; Lc 4,2-13), fin dal principio fino all’ultimo combattimento della sua agonia al Getsemani (Mt 26,36; Mc 14,32; Lc 22,39-40; Gv 18,1). Con questa domanda, Gesù ci unisce al suo combattimento e alla sua vittoria, chiedendo al Padre di custodirci nel suo Nome, specialmente nella tentazione finale della morte, per cui si chiede la perseveranza finale: “Ecco, Io vengo come un ladro. Beato chi è vigilante” (Ap 16, 15), e “Beato l’uomo che sopporta la tentazione” (Gc 1,12).
Quarta domanda: “ma liberaci dal Male”. Nell’ultima richiesta, che non è un’astrazione, ma indica la personificazione del Male, ossia l’Angelo che si è voluto opporre al disegno di Dio rivelato in Cristo. La stessa parola – dia-bolos, colui che si getta di traverso – è lo stesso Satana, il Maligno, “l’omicida fin dal principio”(Gv 8, 44), “colui che seduce tutta la terra” (Ap 12, 9). La Parola ci conforta: “Sappiamo che chiunque è nato da Dio non pecca: chi è nato da Dio preserva se stesso e il Maligno non lo tocca. Noi sappiamo che siamo nati da Dio, mentre tutto il mondo giace sotto il potere del Maligno” (1Gv 5, 18-19).
La vittoria sul “principe del mondo” (Gv 14, 30) è stata conseguita una volta per sempre da Gesù nel momento in cui si consegna liberamente alla morte per darci la Vita. Il principe di questo mondo è “gettato fuori” (Gv 12, 31) e si avventa invano contro la “Donna”, resa Immacolata e Assunta. Allora si avventa contro il “resto della discendenza” (Ap 12, 17). Quando si perde la fede in Cristo, è possibile che Satana può tentare l’uomo che ha scelto le tenebre alla luce, la morte alla vita. Come nel caso di Giuda (Gv 13,27) e in tutti coloro che rifiutano coscientemente e responsabilmente il Cristo e il disegno di Dio di salvezza.
Chiedendo di essere liberati dal Maligno, noi preghiamo di essere liberati da tutti i mali, presenti passati e futuri, di cui egli ne è il tentatore e l’artefice. Così pregando, si anticipa nella fede la ricapitolazione di tutti e di tutto in Cristo che ha “potere sopra la Morte e sopra gli Inferi” (Ap 1, 18), perché è “colui che è, che era e che viene, l’Onnipotente” (Ap 1, 8).
8. Il commento alla conclusione:
“Amen”
Il termine “amen” - così sia - è una convalida e una conferma di ciò che nella preghiera è stato detto o ascoltato. L’autorità deriva dallo stesso Gesù che è chiamato “Amen” (Ap 3,14), ossia testimone verace e fedele di quello che dice e di quello che insegna. Poiché in Cristo si attualizza il disegno di Dio e si realizzano tutte le promesse di Dio, il nostro “amen” diventa tanto più efficace quanto più è unito a Cristo, che è il “Sì” di Dio (2Cor 1,19), così “attraverso di Lui, sale a Dio il nostro amen e per la sua gloria” (2Cor 1,20).
L’efficacia allora della preghiera del “Padre nostro”, e di ogni altra preghiera, dipende dalla fede che si ha nel disegno di Dio rivelato in Cristo e realizzato da Cristo con il suo mistero pasquale. E poiché Dio è fedele alle sue promesse fatte a Cristo, concederà a Cristo tutto quello che gli chiede o gli viene chiesto nel suo Nome. La nostra preghiera è una risposta o testimonianza di fede a Cristo che ci invita a chiedere per ricevere, a cercare per trovare e a bussare per essere aperto, perché “chi chiede ottiene, chi cerca trova e a chi bussa sarà aperto” (Lc 11, 9-10).