Vai alla pagina principale
Il Centro
Chi e'
Pubblicazioni
Iconografia
Contatti

LE VIRTÙ RELIGIOSE IN DUNS SCOTO

Nella spiritualità cristiana ci sono delle “leggi” o “precetti” che obbligano direttamente e indistintamente tutti e singoli i credenti, e dei “consigli” che solo indirettamente obbligano se accettati liberamente. Le “leggi” sono dei mezzi che aiutano l’uomo-credente a compiere “opere necessarie alla salvezza”; i “consigli”, invece, dei mezzi che aiutono a compiere delle “azioni ricche di sacrificio”, ma non strettamente necessarie per la salvezza. Perché di carattere necessario per il raggiungimento della salvezza o fine ultimo, il contenuto delle “leggi” viene infuso, secondo Duns Scoto, in tutti coloro che ricevono responsabilmente il Battesimo, che viene a coincidere con il “settenario” delle virtù, tre teologali e quattro cardinali. Dato il valore di necessità, le virtù del “settenario” vengono chiamate anche genera, cioè fondamento di tutte le altre virtù scolasticamente dette species o species specialissimae. Tra le principali di queste altre virtù sono da ricordare i consigli evangelici, le beatitudini, i doni dello Spirito e tutte le altre virtù morali acquisite dall’uomo. Di fronte a questo complesso ed eterogeneo gruppo di virtù per raggiungere la perfezione, Duns Scoto opera una precisa ed essenziale selezione, dicendo che il “settenario” delle virtù da solo è sufficiente a perfezionare l’uomo per raggiungere il fine ultimo. Di conseguenza, le beatitudini, i doni, i consigli e tutte le altre virtù morali non sono realmente distinti dalle virtù teologali e cardinali, nel senso che i rispettivi abiti sono contenuti in un modo o nell’altro in una delle virtù del “settenario”. Per il principio non sunt multiplicanda entia sine necessitate, Duns Scoto compie un sforzo di grande sintesi intorno ai mezzi di perfezionamento umano, stabilendo una speciale gerarchia, al cui vertice c’è la carità, ultima earum perfectio, secondo l’evangelico porro unum est necessarium: la carità al vertice delle virtù teologali; la prudenza, delle virtù cardinali; le virtù religiose e morali ordinate alle virtù cardinali... Proprio perché la “piramide” delle virtù è abbastanza varia e complessa, Duns Scoto si preoccupa di precisarne i rispettivi rapporti o connessioni. Compie tale operazione alla luce di due precisazioni: 1) le condizioni per cui un atto umano sia imputabile; 2) la distinzione tra virtù cardinale (infusa) e virtù morale (acquisita). Quattro condizioni o circostanze richiede l’atto umano perché sia imputabile: sia nudo, ossia libero; sia virtuoso, ossia secondo il dettame della retta ragione o prudenza; sia caritativo, cioè derivato dalla carità; sia meritorio, cioè accetto alla volontà divina . Poiché ammette l’infusione solo per quelle cardinali e non per quelle acquisite, Duns Scoto, considerando «la virtù della prudenza come regola di tutte le altre» , distingue in essa quella infusa generale, che fa scegliere bene i mezzi per il fine ultimo, e quella specifica, che fa scegliere di volta in volta i mezzi adatti per la pratica delle singole virtù, affinché raggiungano lo specifico fine . Come a dire che si può parlare della povertà prudente, della castità prudente, dell’umiltà prudente, ecc., cioè di “prudenze specifiche”, perché ogni virtù ha la “sua” prudenza . In questo modo può affermare la “connessione” delle virtù morali con la prudenza e nella prudenza . Confrontando il testo della prima Collatio con il testo dell’Ordinatio , dove, conducendo l’analisi dalla stessa prudenza e non dalle virtù, Duns Scoto conclude non necessariamente per la “connessione” della virtù cardinale della prudenza con le virtù morali, si può interpretare il pensiero del Dottor Sottile con Matanic così: non ci sono vere virtù morali senza la prudenza, ma si può avere la prudenza senza delle virtù. Il motivo: le virtù morali risiedono nella volontà, che, per agire, deve “allenarsi” ad agire, pur restando sempre libera. Ciò è anche richiesto dalla seconda condizione dell’atto umano precisato sopra. Se nel mondo delle virtù morali tutto gira intorno alla prudenza , l’intero sistema delle virtù, invece, gravita intorno alla carità, considerata come la «forma» di ogni virtù e come l’asse portante del complesso virtuoso. Secondo Duns Scoto, tutte le virtù morali, infuse e acquisite, e le due teologali della fede e della speranza sono necessariamente “connesse” con la virtù della carità teologale infusa, vera “perla” della spiritualità scotiana. Nessuna virtù, senza della carità, ha la caratteristica del “meritevole”, e non viene accettata da Dio per il fine ultimo. La carità, quindi, è fonte e culmine della struttura spirituale di Duns Scoto. Tale insegnamento, specialmente in riferimento alla questione della “povertà assoluta”, ha avuto il suo giusto peso. Applicando questi principi ai consigli evangelici, Duns Scoto considera le rispettive traduzioni in virtù - povertà castità e obbedienza - come derivate dalla carità e orientate alla perfezione dell’uomo, che prendono nome di virtù religiose. I consigli evangelici hanno dignità e importanza dalla loro origine divina. In quanto “consigli” si è liberi di accettarli, ma non si è liberi di disprezzarli, perché così facendo si disprezza lo stesso Cristo che li ha rivelati. Espressamente scrive: «la promulgazione dei consigli evangelici obbliga a non disprezzarli» . Il consiglio, precedendo il precetto, tende a preparare l’uomo alla sua osservanza, e non alla sua imposizione. E chi si impegna ad osservarli merita stima e fiducia, e non disprezzo; chi non vuole seguirli, non è obbligato a farlo, ma ha il dovere di lasciare liberi gli altri di decidere e, magari, pregare il Signore per la loro perseveranza.

VIRTÙ DELL’OBBEDIENZA
In quanto massima espressione della carità, la virtù dell’obbedienza costituisce la “leva” dell’edificio spirituale e la cifra dell’autentica adesione a Cristo, che «ha umiliato se stesso, facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce» . L’esercizio dell’obbedienza rende docile umile e puro il cuore dell’uomo nei confronti con Dio. Prima di ricordarla vissuta nella vita di Duns Scoto, piace vederla anche insegnata, tanto tra i due aspetti non c’è intermezzo alcuno, ma perfetta armonia e unità. In quanto francescano, Duns Scoto conosce il dettato della Regola Bollata che chiede ai frati di «obbedire ai ministri in tutto ciò che non è contrario né alla loro anima né alla nostra regola, perché per amor di Dio hanno rinunciato alla propria volontà» . Concetto che riprende quasi ad litteram quando ricorda che «il suddito non deve condannare il comando del superiore... [ma] è tenuto a obbedire in tutto ciò che non è immediatamente contro Dio e contro i buoni costumi» . La virtù dell’obbedienza, in quanto scaturita da un consiglio, trova la sua giustificazione non nella legge di natura, che, anzi, è contraria a ogni forma di servilismo o di schiavismo, ma soltanto nel “voto” che l’uomo fa a Dio tramite il superiore legittimo, che agisce in nome della Chiesa, unica autorità in tali argomenti. Solo per ragione di profonda decisione a volere intraprendere la via della perfezione evangelica, quindi, Duns Scoto ammette che un uomo possa “alienare” spiritualmente il massimo suo bene, la volontà , e non per altri motivi. Il pensiero del Dottor Sottile, che tien conto di tutta la visione dell’uomo, non si limita alla semplice formale affermazione “bisogna obbedire”, che sarebbe doppiamente deprimente e umiliante se presa alla lettera, ma “si deve obbedire” per amore di Dio e per il bene della comunità, salvaguardando il rispetto dell’autorità. E’ la duplice motivazione, teologica una e sociale l’altra, che dovrebbe muovere il religioso a obbedire al suo Ordinario, e non altri motivi, pur validi a volte, di natura antropologica. Il mistero dell’obbedienza si vive meglio se attuato con la regola d’oro della comunicazione, ossia il dialogo. E se il superiore sbaglia? Senza esitazione Duns Scoto risponde: «Bisogna ugualmente obbedire, mentre esercita l’autorità, perché non è necessariamente lecito avere un concetto falso del proprio superiore» . Ciò non toglie che il suddito, senza giudicare il superiore, possa adoperarsi per il bene della comunità, affinché venga rimosso, in quanto ritenuto non idoneo e inetto al suo ufficio . Il delicato problema solleva una rete di comportamenti e di relazioni che dovrebbero essere sempre gestiti dialetticamente e con molto tatto prudenziale, perché investe dimensioni che si affacciano direttamente nel profondo dell’io, sia del “suddito” sia del “superiore”. Al di sopra di tutto, però, come norma generale, ci dev’essere soltanto la carità. Come per la società civile il bene comune è al di sopra di quello privato, senza che per questo possa essere facilmente violato, così anche nella comunità religiosa bisogna salvaguardare la pace e la tranquillità, mediante un reciproco scambio di fraterno servizio tra superiore e suddito: l’uno attraverso la giustizia e l’altro nell’esercizio dell’obbedienza. Estendendo un principio generale di etica politica alla comunità religiosa, Duns Scoto afferma che la pace e la tranquillità dipendono «dal retto uso dell’autorità dei superiori e dalla retta osservanza dei sudditi» ; e anche dal reciproco e scambievole aiuto fraterno: «il superiore deve compenetrarsi nel suddito, e il suddito deve facilitare il compito del superiore» . Come si vede, è sempre in gioco la forma principale di comunicazione, il dialogo, di cui il Maestro francescano è fermo e deciso assertore. Tale scelta ermeneutica gli deriva dal suo metodo di lavoro speculativo, che lo impegnava continuamente a dialogare con tutti e a rispettare tutti, perché convinto che ognuno merita il massimo rispetto non tanto per le sue idee, quanto principalmente per la sua intrinseca realtà di essere imago Christi. In fondo, quindi, al centro di qualsiasi rapporto umano culturale o religioso, Duns Scoto considera sempre e unicamente il Cristo, ontologicamente presente in uomo, proprio in forza dello stesso mistero dell’Incarnazione. E’ la potenza della sua alta speculazione che si traduce nella pratica più personalizzata, qual è quella della vita religiosa. Questa, la ragione della sua praxis.

VIRTÙ DELLA POVERTÀ
Anche la virtù della povertà non può essere “patrimonio” di tutti, ma solo di coloro che responsabilmente la scelgono per amore di Cristo e per fede alla sua parola. E’ una scelta di perfezione spirituale che avvicina all’esempio del Divin Maestro, che si è voluto fare povero in questo mondo pur essendo Dio. La vera povertà è sempre legata alla virtù teologale della fede, perché, secondo Duns Scoto, come è necessaria la rivelazione per conoscere il fine ultimo, così è necessario la rivelazione per conoscere i “mezzi” più idonei e sicuri per raggiungerlo. Tra quelli rivelati dal Vangelo, c’è anche la beatitudine della povertà , scelta e vissuta in modo sublime dal Serafico Padre Francesco d’Assisi, il quale si è anche preoccupato di lasciarne pratiche indicazioni anche nei suoi scritti . Geloso e assertore della libertà, Duns Scoto vuole rispetto e stima per coloro che accettano di vivere poveramente per amore di Cristo: nessuno è obbligato a farsi povero, ma tutti sono tenuti a non disprezzarla, altrimenti si disprezzerebbe lo stesso Cristo, che l’ha consigliata come meritoria e utile per il conseguimento del premio eterno. Sempre in forza del suo profondo amore per la libertà esalta chi la sceglie e rimprovera chi la disprezza. Qualche suo pensiero. Interessante è notare l’espressione autobiografica del suo essere francescano nel difendere specialmente la “povertà”: «Come mi glorio di essere cristiano, così mi glorio di essere francescano» . «Alcune virtù sono possibili alla natura umana, perché ordinate a un fine superiore di quanto la ragione possa conoscere, cioè sono rivelate per mezzo di Cristo e da Cristo, che esige obbedienza in tutto ciò che è preferibile al permesso. In queste preferenze è necessario che ci siano delle regole pratiche conosciute per rivelazione, e tali sono universalmente tutti i “consigli” delle virtù evangeliche - povertà castità e obbedienza - perché principi o conclusioni pratiche, dalle quali dipendono tali virtù o regole, che non possono essere conosciuti naturalmente dall’uomo». «Badino coloro che offendono la povertà evangelica, che non la condannino per caso, (non volendo osservarla in quanto non necessaria), perché tali condanne o vilipendi disprezzano lo stesso Cristo, che l’ha consigliata di osservarla come meritoria e utile per la vita eterna» . Con questi principi, Duns Scoto invita a non attaccarsi eccessivamente ai beni materiali, e a considerarli solo come mezzi per raggiungere il fine ultimo, ossia i beni spirituali e Dio . Come si può conseguire la virtù della povertà evangelica? In due modi: o per volontà libera, rinunciando a tutti i beni per amore di Cristo; o per volontà di Dio, qualora volesse spogliare dei beni, per punire i peccati. In entrambi i casi è necessario che la volontà non solo accetti la mancanza dei beni, ma in un certo qual modo ne goda pure. E’ una rinuncia per un amore più grande. E’ una scelta che produce gioia e letizia. Così scrive Duns Scoto: «Posso non volere le ricchezze, la salute e tutto ciò che è necessario alla vita materiale in due modi: o rinunciando ad essi, come quando uno si fa povero volontariamente; o volendo Dio punirmi per i miei peccati; o con la volontà conseguente di accettare e godere di tale privazione» . Anche la virtù della povertà è considerata non tanto in sé stessa, quanto in ordine al disegno generale della salvezza, che stabilisce delle gerarchie essenziali tra i mezzi per raggiungere il fine ultimo. In questo modo, Duns Scoto richiama l’attenzione che anche la virtù della povertà, comunque venga intesa o scelta a livello esistenziale, resta sempre e comunque un mezzo e mai un fine da monopolizzare l’interpretazione della vita religiosa. Sono evidenti i riflessi delle nascenti dispute intorno alla povertà, che segnerà negativamente la storia dello stesso movimento dell’Ordine. Sembra si siano confusi, almeno indirettamente, i ruoli tra mezzo e fine. La preminenza spetta sempre al fine. Di conseguenza la non conoscenza sempre adeguata del fine può costituire un pericolo anche per la povertà più severa. La virtù della povertà, infatti, non riguarda esclusivamente i beni materiali, ma qualsiasi bene, anche quelli della conoscenza e dello spirito, che sono orientati più direttamente al fine ultimo. La mancanza di quest’ultimi beni è più dannosa dello stesso possesso dei beni materiali. Difatti, non è automatico che la privazione dei beni materiali sia sempre positiva e feconda. La virtù della povertà, allora, può riguardare, in modo inverso, sia i beni materiali che i beni culturali. La vera virtù della povertà culturale sia apre con fiducia al mistero della fede, che illumina il fine ultimo. Il riconoscimento dei propri limiti costituzionali è segno di vera povertà. E in questo, Duns Scoto è veramente maestro impareggiabile. Come non bisogna confondere i piani tra mezzo e fine, così non bisogna mai perdere di vista il fine ultimo della vita, a cui ogni altra cosa deve essere ordinata e servire. La visione generale della vita deve guidare le singole scelte esistenziali, che, proprio perché contingenti, non possono mai essere assolutizzate, pena di perdere di vista il fine ultimo. Importante allora avere una conoscenza quanta più ampia possibile e sicura criticamente della visione generale della vita secondo il disegno di Dio, che si ottiene specialmente con lo studio o con una grande disponibilità alla virtù dell’obbedienza, così da accettarla eventualmente da chi l’ha raggiunta tecnicamente e che con umiltà la comunica. Pensiero presente anche nella Regola Bollata quando recita: «i frati se non sanno di lettere, non si preoccupino di apprenderle, ma attendano a ciò che devono desiderare sopra ogni cosa, cioè lo spirito del Signore... e pregare sempre con cuore puro» . Come si vede, è sempre la visione generale a dominare e a guidare le scelte dei singoli. E questo perché nella vita dovrebbe sempre prevalere la carità, tanto nella vita futura quanto nella vita presente . E si ripresenta così tutto l’impianto del “settenario delle virtù”, strutturato completamente attorno alla regina delle virtù e al loro fondamento, la carità.

VIRTÙ DELLA CASTITÀ
La virtù religiosa della castità impedisce di appropriarsi del proprio corpo, già consacrato al Signore sia in genere con la creazione e sia in modo particolare con il Battesimo. Essa è come un tesoro prezioso che merita d’essere custodita gelosamente, perché “viaggia” racchiusa in un vaso di argilla, su un carro pieno di “rottami” di ferro, sballottato di qua e di là a causa del terreno non sempre piano. Collaboratori validi all’esercizio di questa delicata virtù sono da considerarsi soprattutto: la modestia del comportamento, la sobrietà della vita, la vigilanza dei sensi e la mortificazione del cuore. Interessante accennare alla virtù della castità attraverso il felice commento alla beatitudine evangelica dei «Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio» , che Duns Scoto, con un linguaggio elevato, identifica con la “volontà”. I “puri di cuore”, infatti, per lui sono i “puri di volontà”, coloro cioè che non desiderano né vogliono quei beni della carne, a cui hanno rinunciato per l’amore casto di Cristo. Così scrive: «La purezza del cuore è l’immunità della volontà da ogni disordinato desiderio o piacere, tanto in ragione di se stessa quanto in ragione dei desideri sensibili, a cui si congiunge» . La fonte e l’origine della virtù della castità, secondo Duns Scoto, deriva dalla virtù cardinale infusa della “temperanza”, che regola e modera i desideri e i sentimenti della volontà: «L’espressione “Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio” esprime un’altra virtù derivata dalla temperanza che modera in genere i desideri e gli affetti» . Così, prende consistenza la formulazione del “settenario”, a cui possono riferirsi anche i consigli evangelici come particolari efflorescenze che abbelliscono l’intero impianto strutturale del “settenario”. Estendendo un concetto già utilizzato nella questione della “redenzione preventiva” della Vergine Maria, Duns Scoto è del parere che bisogna preferire l’innocenza alla penitenza, perché è più grande il beneficio di preservare uno dal peccato, che liberarlo dopo averlo commesso. Di conseguenza, anche l’ingratitudine è maggiore per chi cade dall’innocenza, che non per chi cade dalla giustificazione, ottenuta in seguito al peccato. In altre parole: Dio ama di più colui a cui non deve rimettere nulla, come per es., la Beata Vergine, che non colui a cui deve rimettere qualcosa, come ad es., Pietro e la Maddalena. Con un certo lirismo, Duns Scoto scrive: «E’ beneficio maggiore di Dio e grazia più grande conservare semplicemente uno nell’innocenza che liberarlo e perdonarlo dai suoi peccati, dopo che è caduto dalla stessa innocenza... Pertanto, il dono dell’innocenza conservata è molto più grande in confronto al dono del perdono del peccato, ed è anche maggior male e maggior ingratitudine cadere dall’innocenza che dalla giustificazione ricevuta dopo il peccato, a causa della penitenza... Di conseguenza, Dio ama di più colui a cui nulla si rimette, come la Beata Vergine Maria, che giammai ha peccato, che alla Maddalena, o a Pietro o a Paolo, ai quali ha perdonato molti peccati» . Parlando, di traverso, sul celibato, Duns Scoto esprime le ragioni positive più spirituali che teologiche della sua istituzione ecclesiastica: «Il mistero sacro richiede necessariamente purezza d’intelletto e purezza di corpo, perspicacia di mente e fervore mistico; caratteristiche che vengono meglio conservate con la continenza della vita sessuale» . E più genericamente afferma: «La purezza di cuore preserva la volontà da ogni disordinato affetto, sia rispetto a se stesso, sia rispetto agli appetiti sensitivi, cui si unisce» . Pensieri che trovano coronamento spesso in brevi giaculatorie: «La libidine - da Agostino detta cupiditas - è propriamente il veleno della carità» ; e ancora: «Gli uomini santi detestano i pensieri impuri» . E quasi in chiave liturgica esalta la verginità nel regno di Dio: «L’aureola della verginità è un gaudio speciale, un ricordo di non aver commesso un tale peccato e di aver sempre la purezza e l’innocenza del corpo. I vergini godono della consapevolezza di non aver mai commesso quei peccati, cui gli uomini facilmente vanno soggetti, a causa della corruzione della carne» . Simpatica appare anche l’applicazione della parabola del seminatore, secondo l’interpretazione di Girolamo, quando afferma che il Signore ha anteposto lo stato verginale a quello coniugale, in quanto l’uno fruttifica al 100%, l’altro al 30%. Da questi sparsi pensieri, non fa meraviglia che il Signore abbia voluto premiare il suo futuro e fedele cantore con la dolce apparizione del Bambino Gesù, durante la meditazione del mistero dell’Incarnazione del Verbo, nel Natale del 1281, quando si preparava alla professione religiosa, che lo immetteva nel mondo francescano, del quale doveva in seguito divenire il Maestro più qualificato della storia dell’Ordine e assertore potente del Primato assoluto di Cristo. Conclusione Al termine della breve riflessione sui consigli evangelici, come nel tempo sono diventati costitutivi della vita religiosa, piace evidenziare l’interpretazione generale che Duns Scoto effettua con il suo “settenario delle virtù”, ritenuto sufficientemente idoneo per raggiungere la perfezione spirituale in chi, sull’esempio di Cristo, decide di consacrare la sua vita alla glorificazione di Dio e alla solidarietà degli uomini. E’ vero che i consigli evangelici appartengono al popolo di Dio, perché rivelati dallo stesso Gesù, ma il loro modo di viverli distingue i credenti. Difatti alcuni li scelgono come parte integrante della loro scelta esistenziale, a cui intendono modellare la propria vita con una consacrazione pubblica, mediante la professione religiosa, che, a sua volta, può abbracciare una variegata possibilità di estensione. Anche gli altri fedeli, che non si legano con una speciale professione, ma seguono l’osservanza dei “precetti” del Decalogo, sono ugualmente tenuti all’osservanza dello spirito dei consigli evangelici, in forza del Battesimo ricevuto. E questo perché, secondo il Maestro francescano, il sacramento del Battesimo dona al battezzato oltre alla grazia santificante anche il “settenario delle virtù”, con il quale poter progettare la propria esistenza nel modo migliore sia nel regolare le azioni verso il mistero di Dio e sia nel regolare quelle verso gli uomini e le cose. In questo settenario sono come incluse tutte le altre virtù, compresi i consigli evangelici e altri doni dello Spirito. Così, per Duns Scoto, i tre consigli evangelici possono fare riferimento specifico a una delle virtù del settenario. Alla virtù teologale della carità si collega la virtù dell’obbedienza, che rimanda al consiglio evangelico dell’esperienza vissuta del Cristo, che per amore ha accettato il mistero della morte fino alla morte di croce . Invece a quella della fede è riferita la virtù della povertà, che, a sua volta, rimanda al consiglio della prima beatitudine di vivere in povertà di spirito, per guadagnare il regno dei cieli , perché bisogna credere alla parola del Cristo. Infine, la virtù della castità è legata alla virtù cardinale della temperanza che regola il buon comportamento del proprio essere nei desideri materiali e spirituali, tra cui anche quello della funzione del sesso, che richiamano la beatitudine del cuore . Il settenario è la sintesi perfetta della perfezione.

Scarica in formato Pdf Scarica l'articolo in formato stampabile


Scarica Acrobat Reader
Scarica Acrobat Reader




Torna indietro