Vai alla pagina principale
Il Centro
Chi e'
Pubblicazioni
Iconografia
Contatti

SALA CONVEGNI - TEATRINO DI CORTE - VILLA REALE  DI MONZA
(1 Dicembre 2007)

ICONOGRAFIA  DELL’IMMACOLATA
TRADIZIONE  FEDE  E  CULTURA

Giovanni Lauriola ofm

Saluto
Un cordiale saluto porgo a tutte le Autorità presenti, in particolar modo all’Assessore alle Culture, Identità e Autonomie della Regione Lombardia, prof Massimo Zanello;  all’Arch. Carlo Capponi, Responsabile dell’Ufficio Beni Culturali dell’Arcidiocesi di Milano;  e alla Dott.ssa Francesca Milazzo.
Un sentimento di ringraziamento esprimo all’Associazione Amici dei Musei di Monza che offre tante opportunità per riapropriarsi del proprio spazio culturale, misto a fede e tradizioni; e al Dr Vito Cicale che ha permesso che fossi qui, per gustare questo momento.
Un pensiero gentile porgo a tutti i Presenti, Signore e Signori, augurando di trascorrere questo breve tuffo nello spaccato culturale, per ricevere qualche indicazione per interpretare  il presente con più serenità.

Premessa
In questa solenne cornice di esperti e intenditori d’arte, di amici e innamorati del Legnanino, troneggia la sua Immacolata, delicata nel comportamento, angelica nell’aspetto,  calda nelle tonalità, alla  cui presenza si sta come raccolti in atteggiamento  religioso nell’attesa di ricevere qualche segreto arcano dal suo misterioso fascino che si estende dal divino e all’umano.
Tutte le volte che mi tocca parlare di un autore lontano nel tempo, anche se di appena IV o VII  secoli, con l’evoluzione tecnica d’oggi, dove la misura del cronos sembra l’anno luce e ogni riferimento perdersi nella notte dei tempi antichissimi, è d’obbligo una certa preoccupazione e un moderato timore.
Se poi si aggiunge l’aggettivazione “medievale” e la coloritura francescana di Giovanni Duns Scoto, autore  famoso per l’audacia  delle sue interpretazioni  - in campo teologico, filosofico, logico, del diritto, della politica, dell’etico e dello spirituale  - sintetizzabili nel diverso rapporto instaurato tra ambito di fede e ambito di ragione, allora l’impresa di parlare  dell’Immacolata di Stefano Maria Legnani, alla luce dell’interpretazione scotiana, diventa ancora meno agevole del solito.
Tuttavia, per evitare tentazioni di presunzione e di fraintendimenti,  mi conforta la convinzione che l’accostamento di personalità lontane nel tempo e diverse per cultura e formazione, può apparire strano e stridente unicamente se fatto a livello di analogia esteriore e superficiale; se invece l’analogia è condotta a un livello più profondo e interiore, dove gli estremi sembrano toccarsi, allora possono affiorare affinità essenziali, fondate meno su considerazioni storico-culturali che su considerazioni filosofico-teoretiche. In questo secondo caso, l’accostamento è segnato dall’approfondimento  delle idee e dalla nuova impostazione dei problemi e non dalla loro novità, perché sotto il sole di veramente “nuovo” non c’è mai nulla!
Solo in quest’ottica di essenzialità interiore trova una certa giustificazione il nostro incontro questa sera di fronte all’artistica Immacolata del Legnanino, illuminata dalla luce dell’affinità ideale con il “Rappresentante più qualificato della Scuola francescana”, il Doctor Immaculatae. Da questa lettura sono possibili inferire concetti antropologici fondamentali sottesi e presupposti alla stessa rappresentazione, gettando così un ponte ideale  tra fede tradizione e cultura.
L’intervento, pertanto,  sarà articolato in tre momenti: una pennellata sull’affresco e sul disegno dell’Immacolata del Legnanino; una pennellata sul valore delle verità di fede e di tradizione sull’Immacolata  alla luce della Scuola francescana; e una pennellata sul valore simbolico dell’iconografia sottesa, con indicazione di alcune conseguenze teoretiche che possono avere grande ripercussione nella vita culturale moderna.

1 - Affresco e disegno dell’Immacolata del Legnanino

L’autore di questo affresco, il Legnanino, vissuto tra il 1661 e il 1713, insieme ad Andrea Lanzani (1641-1712) e a Filippo Abbiati (1640-1715), fa parte di quella generazione di artisti impegnati nella decorazione ad affresco, avente come maestri del disegno e del colore il Cignani e il Maratta, da cui ne appresero l’arte. Tra le numerose sue opere si segnalano la Sacra Famiglia nella chiesa di San Francesco a Ripa (Roma), l’arco trionfale della chiesa di Sant’Angelo a Milano, i lavori nel santuario della Beata Vergine dei Miracoli di Saronno; nella chiesa dei Santi Cosma e Damiano a Uboldo (VA); nella Basilica di San Gaudenzio a Novara; nel duomo di Monza e al Sacro Monte di Orta (NO). Tecnica specifica del Legnanino è la tonalità delicata e quasi trasparente dei colori che rivestono le immagini di un certo fascino.
Molteplici sono le domande di fronte a un’opera d’arte: alcune possono riguardare l’autore, la sua storia, la tecnica dei colori, il committente, l’idea ispiratrice; altre, il suo significato teologico, profetico o simbolico. E così via, aprendo un circolo ermeneutico molto ampio e vario, finalizzato certamente alla migliore comprensione dell’opera, nel suo equilibrio di colori, di volumi e d’ispirazioni interiori. Si possono distinguere aspetti soggettivi e aspetti oggettivi, che fondendosi armonicamente vivificano l’opera d’arte, che si presenta sia nella scelta cromatica sia nel valore posturale del simbolismo.
Anche la presente rappresentazione artistica dell’Immacolata del Legnanino va soggetta a questo ciclo ermeneutico. Nella storia dell’iconografia sull’Immacolata  si possono individuare dei tratti che diventano costanti da un certo momento storico. Così, si possono indicare delle tappe che fanno da sfondo alle libere creazioni: dalla bellezza delle immagini immediate alla verità teologica mediata, la cui evoluzione segna le espressioni artistiche che hanno la loro pietra miliare sia nella conclusione della disputa alla Sorbona di Parigi, nei primi mesi del 1307, sostenuta e difesa dal francescano Giovanni Duns Scoto, e sia nella decisione del Capitolo Generale dell’Ordine, Toledo 1645, che, proclamando l’Immacolata Regina dell’Ordine, tradusse scotianamente  l’immagine dell’Immacolata. 
La prima realizzazione è quella di Carlo Maratta (1625-1713) - 1663, Roma S. Isidoro -  su indicazioni dello storico e scotista, il francescano irlandese, Luca Wadding (1558-1657) che nel 1639 pubblicò anche la prima edizione dell’Opera Omnia di Duns Scoto: l’Immacolata deve tenere in braccio il Bambino che, con la croce nella manina, schiaccia la testa al serpente, giacente sotto i piedi della Madre. Come considerazione generale si può affermare che l’iconografia dell’Immacolata segue passo passo l’evolversi della sua precisazione teologica dagli inizi fino alla definizione dogmatica dell’8 dicembre 1854, attraverso la fase aurea segnata particolarmente dal colore francescano che riprende principalmente il testo del Genesi 3,15.
L’anno in corso, 2007-2008, è carico di avvenimenti storici specifici sull’Immacolata Concezione. Così, tanto per indicare qualcosa: si sta concludendo il VII centenario della disputa alla Sorbona di Parigi dello scozzese francescano e aprendosi il 150° dell’auto-proclamazione della Vergine Maria a Lourdes: “Io sono l’Immacolata Concezione”; e si sono aperte le celebrazioni del VII centenario della morte dello stesso Dottore dell’Immacolata, Giovanni Duns Scoto (1308-2008).
L’efflorescenza iconografica ha il suo apice specialmente nei secoli XVII e XVIII, con lo sviluppo dello scotismo, facendo sentire il suo influsso in molti artisti come dimostrano le tante creazioni sull’Immacolata, specialmente in Spagna - come  Toledo, Fitero - e in Italia  - come Nola (NA), Sessa Aurunga (CE), Sepino (CB) ecc.
Di questo benefico influsso sembra goderne anche il nostro Legnanino, come appare evidente dal semplice confronto tra l’Immacolata “disegnata con la matita su carta” e l’affresco realizzato  con colori caldi, come pastelli, in un gioco di luci e ombre di grande effetto artistico e simbolico, d’ispirazione decisamenta marattiana.
Nel disegno, centrale è la figura della Donna inghirlandata di angioletti  che schiaccia la testa al dragone. La posizione della Vergine è dominante e centrale e ben armonizzata nel corpo per scaricare il suo peso sul dragone sottoposto. Non compare il Bambino  né la croce!  
Nell’affresco, invece, centro della composizione è il Bambino che conficca quasi scherzando e ridendo la punta della croce sulla testa del dragone, controllato anche dalla presa dei piedi della Madre che lo sorregge soavemente nel suo gesto vittorioso, applaudito dal coro estatico degli angioletti.
Certamente la diversità del polo gravitazionale delle due composizioni influenza anche la distribuzione dei volumi delle figure per creare nuovo equilibrio sia artistico che simbolico. Nell’affresco il centro della composizione è il Bambino nel suo dinamismo volante  tenuto in equilibrio dalla Madre che lo sostiene dolcemente. Molto importante sembra questo nuovo equilibrio di centralità che assicura la diversa prospettiva di lettura dell’opera, che ripropone meglio il concetto della coppia originale e originante Cristo-Madre, Madre-Cristo.
(L’iconografia del Bambino che schiaccia la testa al serpe, aiutata dalla Madre, potrebbe anche deriva, forse, dalla “La Madonna del serpe” di Caravaggio 1605, ma non certamente in chiave Immacolista! ). Fonte dell’Immacolata  scotista è: Genesi 3,15.

2- Valore dell’Immacolata nella scuola francescana

Per comodità si possono stabilire intorno all’interpretazione dell’Immacolata due fasi storiche ben distinte: devozionale e teologica. Nello sviluppo della prima, IV-XII secoli, alcuni studiosi moderni hanno avanzato l’idea, troppo bella e suggestiva, di trovare anche in  Francesco d’Assisi qualche riferimento alla Donna Immacolata. Purtroppo né storia né teologia lo consentono. Negli Scritti di Francesco non ci sono indicazioni che possano orientare verso una tale epicheia immacolista.
 Difatti, fino al 1226, anno della morte di Francesco, in Italia non ancora si diffondeva abbastanza la devozione della festa liturgica dell’Immacolata; e se anche, per assurdo, ne fosse stato a conoscenza, la risposta non sarebbe stata così favorevole o scontata, come molti si aspetterebbero, e questo per tanti motivi. Ne è un esempio lampante lo stesso Bernardo da Chiaravalle (+1153) che riteneva addirittura eretico il pensare “Immacolata” la Vergine, eppure nessuno oserebbe mettere in dubbio la sua grandissima e meravigliosa venerazione per la Vergine!
Poiché l’interpretazione teologica del Primato universale di Cristo è della fine  XIII sec. inizi XIV, introdotta dal giovane Dottore francescano, Giovanni Duns Scoto, con l’ardita tesi del mistero dell’Incarnazione  indipendente  dalla Redenzione e dal peccato originale, non è possibile pensare l’interpretazione teologica dell’Immacolata prima, essendone un corollario immediato dello stesso Primato o Predestinazione assoluta di Cristo. La Scuola francescana, specialmente quella oxfordiana, è benemerita di questo progresso teologico.
Alcuni esempi. Antonio da Padova (+1232), il Doctor Evangelicus:  «Maria fu l’opera mirabile  dell’Altissimo, il suo capolavoro, perché la fece più bella  di tutti i mortali, più santa di tutti i santi... Maria portava nel suo seno Gesù Cristo, il vero  sole,  velato da una nube (Maria) e tramandava i suoi raggi d’oro attraverso gli occhi e le parvenze della Madre sua. Il volto di Maria rifulgeva di tutte  le grazie...Niente in Maria che sappia di terreno, niente di carnale, ma tutto è impregnato di spirito, perché frutto della  grazia...».
E ancora: «La beata Vergine viene chiamata de petra deserti. “Pietra”,  perché impossibile ad esser solcata  dall’aratro. Il dragone, cioè il diavolo, coltivatore di ombre,  non poté trovare in essa traccia  di colpa. Il Padre rivestì il suo Figlio di bianca stola, cioè di  carne monda da ogni peccato, che ricevette dalla Vergine  Immacolata. Sia, dunque, benedetto il seno della Vergine gloriosa,  della quale Agostino afferma: “Eccettuata la Vergine Maria..., se tu  potessi riunire in un solo tutti i santi e tutte le sante e  domandassi loro se soggiacquero o no al peccato, cosa tu  credi che ti potrebbero rispondere se non quello che  attesta  Giovanni: Se diciamo che siamo senza peccato, inganniamo noi stessi e la verità non è in noi.  Ma quella  gloriosa Vergine fu prevenuta e ricolma  di una grazia singolare; la grazia di avere nel suo seno colui che, fin  dall’eternità, fu il Signore dell’universo”».
Dal contesto dei testi antoniani si può ricavare al massimo l’affermazione potente - sull’esempio di Agostino di Ambrogio e di Anselmo - dell’eccelsa santità di Maria, e nulla più, in sintonia con tutta la tradizione, e secondo il valore della festa liturgica che, dall’Oriente attraverso la Normandia si diffuse anche in Italia,  metteva in rilievo le origini della nascita di Maria e non la sua concezione immacolata.
Il problema nasce quando subentra la riflessione teologica nel XIII sec. Difatti, appena si pensò di passare dalla nascita alla concezione, venne fuori il problema teologico del peccato originale che rese molto difficile l’interpretazione, anzi divenne dottrina comune la sentenza “macolista” di Maria, come documenta il primo Maestro francescano, Alessandro di Hales (+1245), che ribadisce che Maria fu concepita nel peccato originale, altrimenti non avrebbe avuto bisogno di redenzione. E dietro di lui tutti gli altri Dottori.
Bonaventura da Bagnoregio, - nel commento al III libro delle Sentenze di Pietro Lombardo (III Sent d. 3, a. 1, q. 2), - fissa i termini della questione in due opinioni: l”’immacolista” e la “macolista”. La tesi degli “immacolisti” - prima di Duns Scoto - poggia sull’idea di mediazione e di santificazione di Maria Vergine. L’abbondanza della santità di Maria non è solo questione di quantità ma anche di qualità, nel senso che supera la stessa dimensione del tempo: da sempre Maria è stata ricolma di grazia e santità per svolgere adeguatamente la sua azione di Mediatrice, dottrina molto cara a Bonaventura.
La consistenza dell’altra opinione - quella macolista - poggia invece su due brani rivelati ai Romani di Paolo: “tutti peccarono e tutti attendono la gloria di Dio”(Rm 3, 23), e “tutti peccarono in Adamo’’ (Rm 5, 12); e su alcune testimonianze patristiche: “nessuno è liberato dalla massa del peccato se non nella fede del Redentore”, “il nostro Salvatore, come è venuto per liberare tutti, così nessuno ha trovato libero dal reato”, e sull’argomento della lex orandi nella liturgia pasquale dell’Exultet “o felix culpa”, espressione derivata più da una grido del cuore di Agostino e meno da una riflessione teologica. E dopo attenta valutazione degli argomenti “Pro et Contra” dell’una e dell’altra, lo stesso Bonaventura propende per l’opinione “macolista”, giudicandola “più comune, più razionale e più sicura”.
Lo scoglio insuperabile è costituito, perciò, dall’interpretazione dei testi paolini sul peccato originale e sulla redenzione universale di Cristo. Dal momento che non si trova alcun passo rivelato dove è possibile appoggiare l’immunità dal peccato originale di Maria, bisogna concludere che la sua santificazione sia avvenuta dopo la contrazione dello stesso peccato. Così è salva la tesi della universale redenzione di Cristo.
Bonaventura, comunque, nel capitolo generale del 1263, tenutosi a Pisa, decide di far celebrare la liturgia della festa della Concezione per l’intero Ordine - (cf L. Wadding, Annales Minorum, Romae 1732, ad annum 1263, p. 218) - benché la chiesa romana non ancora esprimesse il suo parere, come testimonia lo stesso Tommaso d’Aquino: «La chiesa romana benché non celebri la Concezione della beata Vergine Maria, tuttavia tollera la consuetudine di quelle chiese che celebrano tale festa» (cf Summa Theologica, III, q. 27, a.2. ad 3).
Il silenzio di Roma non doveva durare a lungo. Ai primi del XIV secolo, infatti, prende esplicita posizione nella celebre disputa all’Università di Parigi, sostenuta con ardore e audacia dal francescano Giovanni Duns Scoto; e nel 1325, papa Giovanni XXII celebra, ad Avignone, con grande solennità la festa della Concezione della Vergine Maria.
Verso la fine del XIII sec., entra sulla scena culturale parigina il giovane francescano Giovanni Duns Scoto, ricco dell’esperienza oxfordiana, più aperta alle problematiche nuove. La sua posizione non consiste certamente nella soluzione esegetica dei testi paolini sul peccato originale, anche se da lui intuita, - che invece troverà risposta soltanto nel Concilio Tridentino  -, bensì nella felice e originale intuizione, biblicamente fondata, del Primato assoluto di Cristo, intorno al quale fa gravitare, come logico corollario, la redenzione “intensiva” o preventiva o speciale della Vergine Maria. Il suo merito consiste nell’aver considerato il privilegio mariano non come realtà o verità a se stante, ma come parte o effetto della tesi cristocentrica principale, ossia come il primo “frutto” della redenzione universale di Cristo, inventando così la distinzione tra redenzione “estensiva” e redenzione “intensiva”. Concezione provvidenziale, perché apre la via alla definizione dogmatica. La storia gli riconosce unanime questo merito.
L’attenzione del Dottor Sottile è rivolta principalmente a considerare la stretta dipendenza della tesi mariana da quella cristocentrica, anzi è la considerazione della “predestinazione assoluta” o “primato ontologico” di Cristo che fa scaturire logicamente il privilegio dell’Immacolato Concepimento di Maria Vergine. L’originalità del suo pensiero riguarda non tanto la sostanza della verità teologica, che pure ha la sua incidenza, quanto le argomentazioni proposte per comprenderla, nel rispetto più assoluto della Scrittura, della Tradizione e del Magistero.
Quale il senso della verità dell’Immacolata?
Maria, in quanto discendente di Adamo, per via della naturale generazione, avrebbe dovuto, come tutti i discendenti, nell’atto in cui l’anima si unisce al corpo, contrarre la colpa originale, ma, perché fosse una “degna dimora di Dio”, cioè predestinata a essere Madre del Figlio di Dio,  fu preservata da ogni macchia di peccato. Se tutti gli uomini vengono liberati dal peccato originale da Cristo Redentore dopo averlo contratto, la Vergine Maria è stata redenta dal Figlio prima che lo contrasse, cioè è stata preservata dal contrarlo, perché - dice il Beato - è bene maggiore prevenire dal peccato che liberare dopo la caduta. La verità dell’Immacolata Concezione è stata definita l’8 dicembre 1854.
Perché tanto tempo?
La difficoltà principale è dipesa dall’apparente inconciliabilità delle due esplicite affermazioni  di Paolo: l’universalità del peccato originale -”tutti gli uomini hanno peccato in Adamo”-, e l’universalità della redenzione -”tutti gli uomini sono stati redenti da Cristo” (Rom 5, 12.15).
Benché fosse diffusa nel popolo e nelle liturgie particolari la devozione dell’Immacolata Concezione, tuttavia tale prassi non trovò favorevole il pensiero dei teologi, che era stato influenzato sia dalle conseguenze della polemica pelagiana, sia dall’autorità negativa di Bernardo e di Pietro Lombardo. Di conseguenza, Alessandro d’Hales, Bonaventura, Tommaso e tutti gli altri teologi erano contrari, perché non riuscivano a conciliarla con l’universalità della redenzione di Cristo. Di fronte a questo blocco teologico, si colloca l’acume speculativo di Duns Scoto che risolve felicemente la grave difficoltà, proprio attraverso lo stesso motivo, cioè la redenzione perfetta di Cristo.
Distinguo per comodità l’aspetto storico  dall’aspetto dottrinale.
Per il primo, piace richiamare alcuni tratti della famosa disputa che il Beato Giovanni Duns Scoto ha sostenuto alla Sorbona di Parigi all’inizio dell’anno 1307, quando   espose e difese in modo autorevole la spiegazione teologica di una verità creduta dal popolo e celebrata liturgicamente in molte chiese particolari, ma osteggiata dal mondo teologico e accademico.
La dottrina comune dell’epoca, arroccata nell’Università di Parigi e difesa da tutti i Teologi, riteneva eretica la teoria “immacolista”. Prima di qualsiasi dichiarazione di eresia e relative conseguenze - espulsione dall’Università, confisca dei beni, esilio e...- era costume “invitare” il docente a giustificare pubblicamente la sua posizione dottrinale alla presenza dei Legati Pontifici e del Corpo Accademico... Era un atto solenne della vita universitaria, molto rischioso: ne andava di mezzo la carriera accademica e la stessa vita.
Al giorno e all’ora stabiliti, ha inizio la grande disputa intorno all’Immacolata Concezione della Vergine Maria nell’Aula Magna della Sorbona, assiepata di autorità, docenti, studenti e curiosi. Prima dell’ingresso nell’Aula, il Dottore francescano, passando davanti alla cappella regale, sul cui frontespizio c’era una statua in pietra della Madonna, si fermò a pregare: “Dignare me, laudare te, Virgo Sacrata”, “Degnati, o Vergine Benedetta, di poterti lodare degnamente”. E la Vergine ha piegato la testa e così è rimasta fin ad oggi, venerata come “Nostra Signora del Saluto”.
Nell’Aula, solenne regnava il silenzio più profondo e la curiosità era alle stelle. Gli occhi di tutti erano puntati verso il pulpito, da dove si stagliava sicura e decisa la figura semplice e raccolta  del Francescano che ha osato sfidare, a rischio della sua pelle, l’opinione dominante. La sua parola echeggia dolce pacata suadente penetrante. Gli argomenti  si snodano come dolce e melodiosa sinfonia con un incalzante vertiginoso. La nota dominante: la libertà! 
Sì, proclama e difende l’assoluta libertà di Dio nelle sue manifestazioni ad extra, cioè nel mistero dell’Incarnazione del Verbo, il Capolavoro di Dio, Cristo Gesù, e la libertà di Cristo nella sua triplice causalità efficiente formale e finale, come il Predestinato, il Vivente, l’Alfa e l’Omega, il Principio e la Fine,
Contemporaneamente alla predestinazione di Cristo, Duns Scoto intuisce presente anche la predestinazione di Maria, come due aspetti dell’unico e medesimo atto di amore di Dio. Meravigliosa e sublime intuizione, che apre la soluzione all’annosa questione che teneva legata la speculazione cristiana alla tesi “macolista”.
Attraverso lo svolgersi del suo pensiero, come cascata di preziosi gioielli, il Maestro francescano svela  qualche lembo della misteriosa vita di Dio. Dio, in quanto formalmente amore, ama essenzialmente se stesso. Fuori di sé ama soltanto il Cristo. E nell’amore del Cristo ama contemporaneamente la Madre sua, e in questa speciale e strana “coppia” originale e originante di Figlio-Madre ama tutti gli altri condiligentes , cioè tutti noi.
In questa visione sublime di libertà e d’amore, il Dottore francescano proclama la perfezione assoluta della redenzione di Cristo proprio nel redimere anticipatamente la Madre sua, con la cosiddetta “redenzione intensiva o preventiva”. Geniale intuizione che fa dichiarare apertamente Immacolata, la Vergine Madre.
A Dio, infatti, non bisogna porre limiti. Se la manifestazione dell’amore di Dio non contrasta con la sua Parola e con l’interpretazione della Chiesa, bisogna accettare ogni possibilità del suo manifestarsi in Cristo.  Riconoscimento che porta alla possibilità che Maria non sia stata mai soggetta né al peccato originale e né al peccato mortale . E se è in sua potenza,  Dio l’ha effettivamente fatto.
Questo modo geniale e sottile di spiegare il mistero dell’Immacolata, Duns Scoto l’ha scoperto nell’intuizione dell’ordine logico dell’amore di Dio, nel primato assoluto universale ontologico di Cristo anche nella Redenzione, oltre che nella Mediazione e nella Glorificazione.
La gloria dell’Immacolata Concezione della Vergine Maria costituisce veramente la “perla” preziosa del Vangelo, che il francescano innamorato trova, se ne appropria e  diffonde con la potenza del suo amore, fatto di preghiera e speculazione, e ancora di preghiera e meditazione continua senza stancarsi mai.
L’autorevole assemblea non disarma. E sottopone l’ardito Maestro come a un bersaglio incrociato di domande e controdomande per metterlo in difficoltà.
Con la sicura padronanza dottrinale, con la creazione del linguaggio e con la chiarezza espositiva risponde a una per una a tutte le domande, sollevando ogni ombra di dubbio e appianando ogni difficoltà.  Alla fine della lunga disputa, uno scroscio fragoroso e prolungato di applausi accoglie l’esposizione trionfante del giovane Magister, suscitando ovunque ammirazione e stupore insieme. 
Le conseguenze immediate.
Viene abrogato il decreto del vescovo di Parigi che nel 1163 aveva interdetto la celebrazione liturgica dell’Immacolata Concezione della Vergine Maria nella sua diocesi, e fissata la sua celebrazione all’8 dicembre; l’Università obbliga la celebrazione annuale dell’Immacolata all’8 dicembre con il discorso ufficiale di un francescano e dichiara festa scolastica tale giorno, obbligando i professori a solennizzare la festa dell’Immacolata; grande fu la gioia e la commozione di papa Clemente V quando apprese l’esito della disputa, e approva il titolo di Doctor Subtilis  proposto dall’Università, e con entusiasmo prende atto anche del titolo di Doctor Marianus  o Immaculatae  tributato  dal Popolo.
A qualcuno oggi è venuto il prurito di pensare che trattandosi di una “preservazione” non si tratti di vera redenzione.
Il Dottor Subtilis con precisione risponde: si tratta di vera e propria “redenzione” e non di semplice preservazione. Maria, in quanto figlia di Adamo, è stata concepita secondo la legge del genere umano, colpito dal peccato originale. Il Figlio suo la santifica nello stesso istante che la crea, applicandole in anticipo i suoi meriti di Redentore. In Maria, cioè non ci sono due stati successivi uno di peccato e uno di santità, ma in lei c’è solo il primo istante dell’esistenza con un duplice rapporto: quello di figlia di Adamo, cui deve la generazione umana; e quello di figlia di Dio, che deve la santificazione privilegiata, per cui viene sottratta alla legge comune e si estingue in lei il debito del peccato. Maria, quindi, proprio perché Immacolata, ha avuto bisogno del Redentore in modo speciale e singolare più di tutti gli uomini messi insieme. Onde,   la stessa Vergine testimonia nel Magnificat  “il mio spirito esulta in Dio, mio Salvatore”.
Occorreranno, però, altri e quattro secoli -lunghi travagliati difficili e ricchi di inspiegabili controversie- prima che la fede del popolo cristiano vedrà proclamare solennemente e infallibilmente la tanta attesa definizione dogmatica, che papa Pio IX pronuncerà l’8 dicembre 1854, e la stessa Vergine, il 25 marzo 1858, si degnerà confermare indirettamente con l’autodefinizione : “Io sono l’Immacolata Concezione”.
E noi, oggi, possiamo lodare e benedire il Signore per questo dono meraviglioso fatto a Maria; e ringraziare il Beato Giovanni Duns Scoto che ha permesso il superamento delle difficoltà teologiche.

3- Valore simbolico dell’iconografia sull’Immacolata

Ora, se l’attenzione, dalle bellezze cromatiche e dalle varietà prospettiche delle creazioni artistiche, che hanno incastonato, sulla materia inerte  e muta, idee e valori carichi di tradizione e di fede, si sposta all’interpretazione  delle espressioni simboliche, allora è possibile dedurre, anche se non in rapporto di strettissima causalità, alcuni riflessi ideali e culturali  sottesi, che possono essere in perfetta sintonia col pensiero odierno.
Tra i personaggi costanti e principali dell’iconografia “immacolista”, per es., sono da segnalare: la Vergine Maria, il Bambino Gesù, la Croce, il dragone, i Dottori favorevoli al privilegio, la Trinità...; come sfondo preferenziale invece bellezza e varietà della natura sia celeste che terrestre attraverso il gioco del colore... Elementi tutti che traducono concezioni di devozione e di fede  secondo i rispettivi tempi degli autori. E poiché ogni opera d’arte trascende la dimensione spazio-temporale, il cui valore simbolico è comunque sempre percepibile dall’ animo sincero e semplice.
Da questo intreccio di personaggi decisamente teologici, si può materializzare  l’idea fondamentale del rapporto ancestrale uomo-Dio, “uomo” nuovo vivo e autentico, che si relaziona alla Divinità per mezzo dei riferimenti  teologici alla Vergine, al Cristo, al male... Relazioni che vitalizzano non solo la dimensione trascendente nelle segrete scelte interiori e personali, ma anche le dimensioni trascendentali  in tutte le ramificazioni delle scienze umane.
Riflessi che si evincono anche dal nostro Legnanino, che dipende decisamente dal Maratta. Il concetto di “uomo”, per es., può polarizzarsi     attorno alla coppia originale e originante, Cristo-Maria, modello di ogni compagine umana. Riflessi che rispolverano concetti antichi e sempre nuovi di “uomo”, “persona”, “società”, “etica”, “diritto”... 
Elementi che, nell’antropologia scotiana, sottendono idee forti quale il Primato di Cristo e il privilegio dell’Immacolata, plasticamente e caldamente rappresentati dall’affresco legnanino, da cui si interpreta l’uomo come imago Christi  in continuo processo di perfezionamento  attraverso il gioco delle due fondamentali note della persona: “ultima solitudo” e “relatio trascendentalis”; recuperata attraverso la definizione di Riccardo di S. Vittore: “existentia incomunicabilis naturae intellectualis”, - [che non quella di Boezio: “rationalis naturae individua substantia”] -;  e l’origine dell’autorità politica più storica che divina, onde l’importanza alle scelte responsabili degli uomini nel determinarsi il tipo di governo e anche le note fondamentali di un diritto naturale  e di un’etica generali più storici che religiosi.
Dalla definizione riccardiana, per es., il Dottor Sottile, discutendo la proposizione “ex” del termine “ex-istentia incomunicabilis”, orienta l’interpretazione verso l’autodipendenza da una causalità d’origine ed efficiente, da cui emerge la nota esistenziale di persona in continuo progresso perfettivo. Quanto più forte e sentito è questa dipendenza ontologica tanto più aperte e profonde sono le relazioni ad extra in un intreccio dinamico con gli altri, che costituisce e caratterizza la singolarità irripetibile della persona. Le note di “ultima solitudo” e di “relatio trascendentalis”,  in continuo divenire relazionale costituiscono la persona nella sua perfezionante dinamicità, come nucleo e periferia di un’unico soggetto, ossia come qualcosa di nascosto e qualcosa di manifesto in fieri continuo.
I primi riflessi si possono cogliere in campo socio-politico, basato meno nell’influsso aristotelico di un ordine naturale strettamente razionale chiuso in se stesso, che nell’influsso platonico di un ordine della natura aperto al trascendente, cioè fondato più su un atto di volontà di scelta democratica che di rigida razionalità; e specialmente nel diritto naturale distinto in “stricte loquendo et large loquendo”, che chiama in causa la dimensione della storicità e della volontà dei precetti della II tavola dei comandamenti, che introduce nella storia delle idee il diritto soggettivo; e nel nuovo e diverso rapporto di fede-ragione, con l’autonomia reciproca dei campi e il passaggio dalla razionalità alla fede basato su una scelta volontaria, come dimostra l’interpretazione dei così detti “praeambula fidei”, patrimonio più di fede che di ragione.
Oltre a questi riflessi concettuali, si possono indicare altri  in campo etico, sempre con maggiore accentuazione della volontà come libertà per essenza; e specialmente in campo bioetico, con un riferimento al concetto di persona diverso. In questo ambito, due le domande di fondo: “che cosa è persona” e “chi è persona”.
La prima riguarda la definizione della persona; la seconda, l’identificazione del soggetto cui attribuire la qualifica di persona. In questo secondo contesto s’incontra il delicato problema dell’attribuzione o meno della personalità all’embrione umano.
Poiché l’essere persona è una condizione più ontologica radicale, che un’osservazione immediata di elementi biologici, l’argomentazione di attribuzione non può che risultare di tipo inferenziale e non semplicemente d’osservazione biologica. Difatti, la biologia rileva nell’embrione umano una serie di caratteri, dal cui insieme non è possibile attribuire immediatamente la personalità  senza un esplicito riferimento a uno statuto ontologico personale.
E’ possibile una via intermedia che abbandoni l’attuale polarità cose-persone? 
In sede filosofica è possibile. Tra questi due statuti di riferimento: la posizione “funzionalistico-attualistica”, che cerca di definire la persona a partire dalle sue operazioni ritenute particolarmente qualificanti, perché ritiene empiricamente accertabile l’esser persona e il divenir persona; e la posizione del “personalismo ontologico”, che ricerca una determinazione sostanziale prima che attualistica dell’essere persona; si  potrebbe inserire la posizione scotiana del “personalismo dinamico relazionale”, fondato sul concetto di persona riccardiana, in cui la persona non è, ma diviene sempre, come un ideale da raggiungere, nulla togliendo a tutte le implicanze  etico-giuridiche di ogni fase dello sviluppo  stesso.
Attualmente, come linea comune, si utilizza come sfondo ontologico la definizione boeziana di persona, secondo una certa visione antropologica e anche teologica, che risulterebbe accettabile in forma a-problematica che la natura personale sia un “quid” che esiste indipendentemente dalle sue manifestazioni. In tale riferimento concettuale il metodo empirico dell’osservazione diventa inadeguato.
 Invece, seguendo percorsi di riflessione diversa, si potrebbe rappresentare in modo differente la presenza nel termine “persona” dei due tratti ontologici caratteristici: di “ultima solitudo” (o elemento nascosto che richiede la dipendenza ab-alio) e di “relatio trascendentalis” (o elemento manifesto che attualizza l’in-sé nell’altro). La poliedricità di questo concetto di persona impedisce di ritenere, che la sua origine risieda nella semplice rappresentazione della realtà empirica dell’essere umano, a meno di non considerare l’essere umano nulla più che la sua fisicità. E qui le ripercussioni toccano anche aspetti di natura epistemologica circa lo spessore dell’essere, se limitato alla sfera del sensibile o estensibile anche alla sfera del reale, onniabbracciante  anche lo spirituale.
Solo nella considerazione che “persona” sia un termine in grado di rappresentare contemporaneamente il soggetto (“ultima solitudo”) e il proprio oggetto (“relatio trascendentalis”), e quindi un “qualcosa” che manifesta e nel contempo sottrae allo sguardo la propria natura, in un continuo divenire di perfezionamento, si può interpretare con più serenità ed equilibrio anche l’origine della vita embrionale, attraverso un personalismo dinamico relazionale, cioè di un processo di continuo sviluppo, in cui la persona non è mai, ma diviene sempre, come un ideale e un fine.

Conclusione

L’occasione di questo incontro, che ci ha permesso di godere i meravigliosi colori caldi e pastelli del Legnanino, è importante anche per il legame con tanti altri aspetti storici di grande spessore, come la conclusione del VII centenario della storica disputa alla Sorbona di Duns Scoto nei primi del 1307, interpretazione che ha traghettato per secoli l’ideale dell’Immacolata Concezione nella storia della Chiesa, a volte anche attraverso pericolose tempeste; come l’apertura dei festeggiamenti per il 150° anniversario dell’auto-proclamazione della Vergine Maria “Io sono l’Immacolata Concezione” del 25 marzo 1858; come anche l’apertura del VII centenario della morte del suo Dottore, il Beato Giovanni Duns Scoto (1308-2008).
Possa questo incontro, espressione della bellezza dei colori e dell’amore di Cristo per la Maternità e per l’uomo, far rispolverare dal profondo dei cuori i valori non solo per il gusto della verità, ma anche per il gusto della bellezza, del piacere delle passioni forti, dell’amore per gli ideali illuminanti e normativi di vita. L’iconografia dell’Immacolata del Legnanino, specialmente nell’interpretazione scotiana proposta, come proiezione del Primato universale di Cristo, il vero e unico soggetto di ogni manifestazione artistica, perché cuore dell’auto-rivelazione di Dio, che si espande nell’universo cosmico e nell’universo umano.
Come dalla preistoria Cristo ha donato l’Immacolata  all’uomo come modello di vita spirituale artistica ed esistenziale, così la conoscenza dell’Immacolata, anche nella sua iconografia di scotiana coloritura, possa donare all’uomo il suo vero volto di uomo, immagine di Cristo.
Grazie


Scarica in formato Pdf Scarica l'articolo in formato stampabile


Scarica Acrobat Reader
Scarica Acrobat Reader




Torna indietro