QUALE CRISTO PER LA NUOVA EVANGELIZZAZIONE?
Giovanni Lauriola
Il titolo della riflessione è volutamente provocatorio. Nasconde, però, qualcosa di vero. La verità, infatti, è sempre in divenire: si conquista gradualmente nel corso del processo storico. Non è mai qualcosa di statico o di conquistato una volta per sempre. Anche la verità teologica va soggetta a tale processo evolutivo, benché non nell’aspetto ontologico, ma in quello conoscitivo e fenomenologico. E questo per rispetto a Colui che nell’assoluta liberalità rivela il suo disegno d’amore di benevolenza e di misericordia. Proposta che suona come invito alla creatura razionale per sapere chi è, cioè per rispondere alle domande di sempre e perfettamente personali: donde vengo? dove vado? perché esisto? La risposta può essere duplice: o accettare già all’inizio la proposta e poi cercare di darsi ragione di ciò che si accetta, ed è il cammino dalla fede alla ragione; o tentare di aprirsi una strada per arrivarci, ed è il cammino dalla ragione alla fede. Il non sapere di preciso dove andare, rende molto difficile la ricerca. Atteggiamento che ha segnato anche l’inizio della stessa metodologia scientifica del pensiero umano occidentale. Si pensi a Platone e ad Aristotile, con tutte le suggestive interpretazioni dei successivi grandi pensatori, come Agostino Anselmo Duns Scoto, da cui dipendono tutte le altre forme di ricerche della verità.
Chi ricerca?
L’uomo!
Chi è l’uomo?
Certamente è un ente, non un assoluto. E’ un essere singolo e irripetibile, un tratto d’esistenza. L’identità dell’uomo dipende dalla sua risposta esistenziale: donde vengo? La ricerca identificativa risulta precondizionata, anche se inconsciamente, dalla risposta iniziale o precedente. Oltre che dall’opzione esistenziale, essa dipende anche dal metodo e dalla visione della vita, dell’uomo, della storia, di Dio e di Cristo. La ricerca, per sé, non è asettica, perché l’uomo non è né semplice né libero. Lo conferma il suo essere in fieri e la sua capacità di potersi riconoscere qual è. La prima risposta all’esistenza è certamente impersonale: dipendenza da un Altro. L’uscita dall’impersonalità dipende dall’accettazione o meno dell’aiuto esterno proposto da Chi si autodefinisce Altro. E storicamente solo Cristo ha dimostrato di essere l’Altro. Per cui la risposta profonda dell’esistenza umana dipende, in ultima istanza, dall’accettazione o dal rifiuto di Cristo, cioè da una scelta o da un salto di qualità. La cononscenza di questi indicatori generali può contribuire a determinare nell’uomo il valore della sua identità e della sua stessa ricerca della verità. E’ un problema personale, certamente, delicato e arduo, che ognuno deve risolvere per sé stesso: o essere con Cristo o essere contro Cristo. Il dilemma lo suggerisce lo stesso Cristo quando domanda: chi sono Io per voi? La risposta è strettamente personale, cioè senza delega. Può essere all’inizio della ricerca, orientandola; o anche alla fine, ma sempre come scelta o salto, che reinterpreta a ritroso l’intero cammino percorso. La fede iniziale orienta gradualmente la risposta; la scelta finale della fede illumina il cammino fatto, dando valore ai vari momenti della ricerca. Da precisare il significato dell’espressione “alla fine”. Essa non vuol dire che il Cristo si trova alla fine di una ricerca, ma semplicemente che la stessa ricerca acquista valore con la scelta finale di Cristo. In questo modo, si può dire che Cristo o è presente all’inizio della ricerca, anche se in modo inconscio, o non c’è proprio, perché non è alla fine di un ragionamento. Cristo è un’accettazione, non il termine di un percorso, è sempre all’inizio, anche se la sua presenza può essere conscia o inconscia. Per questo, Cristo è per l’uomo una scelta! Di fronte a questo quadro, pertanto, i termini della questione che necessitano un chiarimento sono due: “Cristo” e “nuova evangelizzazione”. Il primo è strettamente teologico, il secondo metodologico. La provocazione del termine “Cristo” non intacca minimamente il suo valore di fede e storico insieme, ma soltanto la sua interpretazione. Nella storia della salvezza, infatti, due sono le interpretazioni principali date all’evento di Cristo: quella storico-narrativa e quella riflessivo-speculativa. L’una basata sulla successione del racconto biblico, così come gli eventi sono raccontati, e l’altra sulla riflessione a posteriori sull’insieme del dato rivelato. La prima interpretazione è detta “funzionale”, perché gravita intorno alla centralità dell’uomo e alla sua salvezza; la seconda, invece, “ontologica”, in quanto ha come centro e culmine lo stesso Cristo. Onde le due accezioni: “cristocentrismo funzionale” che interpreta la venuta del Cristo in funzione della liberazione dell’uomo dal peccato; e “cristocentrismo ontologico”, invece, in modo assoluto e libero da ogni condizionamento, come è stato scritto in altri articoli presenti sul sito. La comprensione della riflessione viene paragonata a un quadro di grande valore, in cui si distinguono il soggetto della tela e la cornice che la impreziosisce. Comunemente, si ritiene fisso il soggetto della tela e si tenta di modificare di volta in volta la cornice; invece, sarebbe più logico tener presente anche la modificabilità del soggetto, meno nella sostanza che nell’interpretazione, così da offrire una lettura più adeguata del quadro in una prospettiva nuova e diversa. Oggi, è diventato quasi di moda parlare di “evangelizzazione nuova” o di “nuova evangelizzazione”. Tutti ne parlano: dai documenti ecclesiali a quelli religiosi, dalle indicazioni della missione della Chiesa alle priorità degli ordini religiosi, dai progetti di priorità generali ai progetti provinciali fino ai progetti personali dei singoli religiosi e dei singoli operatori pastorali. Salvo le dovute eccezioni, è raro che venga puntualizzato il contenuto dell’espressione “evangelizzazione nuova”. Tutto è dato per scontato. Si ha l’impressione di volerlo identificare con una “nuova” forma di pastorale o in un “nuovo” metodo di presentare il Cristo, cioè come si trattasse di un problema di metodologia. Difficilmente viene prospettata la possibilità che anche il suo contenuto possa costituire un problema intrinseco allo stesso mistero-oggetto della stessa evangelizzazione, cioè che possa avere a che fare con il modo stesso di interpretare e presentare il mistero di Cristo. Per quanto riguarda il contenuto si rimanda gentilmente agli articoli già pubblicati sul sito, mentre ora si cercherà di aiutare a comprendere l’espressione di “nuova evangelizzazione”.
1. Origini del termine “evangelizzazione nuova”
In che senso l’evangelizzazione si può dire nuova? L’espressione può essere considerata un segno caratterizzante il pontificato di Giovanni Paolo II, che, cogliendo le aspirazioni conciliari e paoline, si è presentato al mondo con la formula di spalancare le porte a Cristo, perché solo Cristo fonda e tutela l’umanesimo integrale. Già in un discorso del 1983 , aveva parlato innumerevoli volte della necessità di una evangelizzazione nuova nel suo ardore, nei suoi metodi, nella sua espressione, ma il vero primo discorso risale al 1985 , ripreso in alcuni punti della Christifideles Laici dell’88. In linea di massima, quindi, si può ritenere che l’espressione “evangelizzazione nuova” e le sue coordinate essenziali risalgono verso la fine degli anni ‘80 . La nuova evangelizzazione si situa nella svolta epocale da un secolo all’altro. E come ogni novità, richiede di annunciare, con nuovo slancio e con rinnovate espressioni metodiche, il messaggio di sempre: Cristo Gesù. Slancio e metodo sono richiesti non soltanto dalla situazione di crisi, in cui si trova oggi l’uomo suggestionato dall’onnipotenza tecnocratica e dal nichilismo etico–spirituale, invano attenuato dai miraggi dei diversi movimenti religiosi, ma anche dalle nuove esigenze di mediazioni culturali intrinseche alla stessa Chiesa, che non può “annunciare” efficacemente il kerygma di sempre nel semplice mutato contesto socioculturale, senza una reale rivisitazione interna allo stesso messaggio di Cristo. Nuovo e diverso è il rapporto con Cristo che l’uomo avverte, come più rispondente alle sue profonde ansie interiori Quale il senso di questa nuova immagine di Cristo? Certamente, non quello presentato nella visione attuale della cultura ecclesiale, che subordina ancora l’Incarnazione alla Redenzione, e cioè l’immagine troppo antropologizzata e funzionale del Cristo, a scapito del mistero molto più complesso e ricco di un Cristo, glorificatore del mistero di Dio e salvatore degli uomini, così come emerge dalla storia con il mistero pasquale, e dalla rivelazione con la Tradizione e il Magistero straordinario. L’indipendenza dell’Incarnazione dalla Redenzione è un punto fermo dell’attuale teologia, che afferma con insistenza l’assoluto primato di Cristo sia nell’ordine soprannaturale sia nell’ordine naturale. E’ il Cristo totale e globale rivelatore dell’amore del Padre e della natura dell’uomo nella sua più profonda dignità e nel suo valore più sacro. Bisogna sì aprire o spalancare le porte a Cristo, ma al Cristo totale, che veramente libera l’uomo. Non basta quindi ritoccare la cornice dell’opera evangelizzatrice, né migliorare tatticamente i vari ambiti della pastorale, ma si richiede una strategia globalmente nuova, che investa tutte le componenti personali e strutturali della Chiesa, in modo da creare una profonda forma di auto-evangelizzazione prima di scendere nel campo dell’evangelizzazione e, conseguentemente, realizzare la promozione umana integrale.
2. La nozione di “nuova evangelizzazione”
La nuova evangelizzazione è definita genericamente come «nuova nel suo ardore, nuova nei suoi metodi, nuova nella sua espressione» . La prima constatazione che bisogna fare prima di discutere la definizione, è quella di registrare la situazione di crisi in cui vive l’attuale società. La crisi è una crisi epocale, di passaggio da un secolo all’altro, e comporta un insieme e complesso nucleo di gravi problemi, dall’ordine politico a quello economico, dall’ordine sociali a quello culturale, dall’ordine etico a quello morale, dall’ordine religioso a quello spirituale, dall’ateismo al secolarismo ... La seconda constatazione, invece, riguarda la perdita del senso religioso o della stessa fede in tanti battezzati, che si sono allontanati non solo dalla Chiesa ma perfino da Cristo. Questo fenomeno di scristianizzazione è abbastanza preoccupante, ed esige un esame profondo serio e aperto, per poter cogliere qualche indicazione utile per una eventuale forma di recupero o di dialogo. Quale la causa di questa crisi religiosa? La domanda abbraccia non solo gli aspetti estrinseci alla Chiesa, ma soprattutto gli aspetti intrinseci alla stessa Chiesa. Dell’ordine delle cause estrinseche, qui non si fa parola, perché il discorso è più generale e complicato; si accenna qualcosa circa le cause intrinseche alla stessa Chiesa, cioè al modo di come è stato presentato il mistero “Cristo”. Su quali presupposti teoretici è stato poggiato? La crisi attuale è profondamente culturale. Ogni crisi è crisi del “fondamento”. I fondamenti culturali sono sempre di natura speculativi e teoretici, perché costituiscono, vuoi o non vuoi, la struttura portante di ogni tipo di discorso umano. La crisi del fondamento è crisi di “metafisica”. Un altro fenomeno abbastanza serio e allarmante è la proliferazione dei così detti nuovi movimenti religiosi, che, spesso, più per ignoranza che per convinzione, trovano successo anche tra i cattolici e, perfino, tra i religiosi. E questo è segno di immaturità di fede e di scarsa conoscenza storica. Di fronte a queste cause di crisi, nasce l’esigenza di una diversa maturità di fede, cui è stata dato il nome di “nuova evangelizzazione”, nel tentativo di poter rifondare la propria fede sulla profondità e sulla sublimità del mistero di Cristo, come suggerisce Paolo , e sull’insegnamento del Cristo totale, come insegna Duns Scoto . Solo in questo alveo paolino e scotiano si può ben interpretare fino in fondo le esigenze della “nuova evangelizzazione”. Da questa maturità di nuova fede scaturisce anche il nuovo modo di ripensare il problema missionario, come riconosce lo stesso Papa: «Fino a poco tempo fa la fioritura di vocazioni missionarie ha costituito un’importante dimensione dell’evangelizzazione della stessa Europa. Oggi, in una certa misura, questa dimensione è affievolita, anche se perdura nei suoi effetti. Dobbiamo essere consapevoli che non sarà possibile rilanciare un’efficace opera di evangelizzazione senza rilanciare l’afflato missionario delle nostre comunità cristiane... [e] proporre una nuova sintesi creativa tra il vangelo e la vita» ; e ancora: «rifondare su base missionaria la nostra pastorale nella moderna società industriale... È giunto il momento di ricuperare le fondamenta perdute della fede attraverso comuni sforzi, rinnovati e rafforzati. Questo è un dovere che si fa sempre più pressante e totalizzante. Io l’ho definito con la parola “nuova evangelizzazione” di cui necessitano non solo la società moderna, ma anche vasti ambiti della Chiesa stessa. È perciò necessario rivolgersi alla trasmissione fedele della verità di fede e a un suo continuo e persistente approfondimento» . Da questi riferimenti generali nascono anche le indicazioni di come interpretare l’espressione di “nuova evangelizzazione”: rifare il tessuto cristiano e rilanciare l’afflato missionario delle nostre comunità cristiane, ritrovare il grande soffio dello Spirito della pentecoste e recuperare le fondamenta perdute della fede. La nuova evangelizzazione sarà, dunque, «nuova nel suo ardore, nuova nei suoi metodi, nuova nella sua espressione» . Il termine “nuovo”, perciò, si riferisce genericamente al fervore, alle strutture, ai metodi e alle finalità. A queste indicazioni estrinseche all’evangelizzazione, mi permetto di aggiungere l’indicazione intrinseca all’oggetto-soggetto della stessa evangelizzazione, il mistero di Cristo, che, forse, è la principale in tutta l’espressione di “nuova evangelizzazione”. a) Evangelizzazione nuova nel “fervore” La novità sta anzitutto nell’ardore o fervore con cui si vive la propria chiamata alla santità. Il rapporto uomo-Cristo è sempre inizialmente personale, perché tale è la chiamata: «se vuoi...» ; e poi si allarga a livello comunitario in proporzione al grado di interiorizzazione della chiamata, come insegna Duns Scoto e il concilio Vaticano II . Secondo tale insegnamento, la santità coincide sia con il grado di maturità della fede e sia con il grado di maturità della propria persona in una continua sintesi tra fede e vita, tra amore e testimonianza, scotianamente detta praxis. La chiave del ardore nella nuova evangelizzazione, perciò, deriva da un rinnovato atto di fiducia totale e globale a Cristo Gesù, nella sua complessa identità di divinità e umanità, con la precedenza alla sua Persona che è divina, onde il suo primato sull’umanità. La lettura del mistero di Cristo è meno antropocentrica che cristocentrica, come a dire l’Incarnazione ha il primato sulla Redenzione, la Grazia sul peccato, Cristo sull’uomo. I segni principali di questa maturazione di fede sono quei classici: pratica sacramentale; ascolto serio e adulto della Parola; desiderio di trasmettere agli altri la gioia della propria fede; testimoninare la propria fede né prescindere da essa nell’affrontare e risolvere i problemi della convivenza umana e sociale. L’ardore apostolico, quando è sincero, non è fanatismo, ma coerenza di vita cristiana. Tutto questo, scotianamente si chiama “personalità” e cristianamente “santità”. La mancanza della missione è indice di una «graduale secolarizzazione della salvezza» , cioè di una salvezza ridotta alla sola dimensione orizzontale per un uomo dimezzato, senza prospettive o orizzonti trascendenti. Anche i falsi alibi per svuotare di senso l’evangelizzazione come il “dialogo interreligioso”, “la salvezza in qualsiasi religione” , o una “mentalità indifferentista... che porta a ritenere una religione uguale all’altra” , oppure l’astensione “dall’appello alla conversione per paura di essere tacciati di proselitismo” , vengono denunciati come mancanza del vero spirito di evangelizzazione. Nessuna considerazione socio-culturale o di altra natura può far affievolire nella Chiesa, nei religiosi autentici e nei cristiani impegnati seriamente l’impulso missionario o far diminuire la necessità o l’urgenza dell’annuncio evangelico. Un simile rischio potrebbe essere segno di indebolimento della fede certa e della carità feconda. Meraviglioso è il pensiero di Paolo VI in proposito all’ardore e al fervore dell’evangelizzazione, quando scrive: «gli uomini potranno salvarsi anche per altri sentieri, grazie alla misericordia di Dio, benché noi non annunciamo loro il vangelo; ma potremo noi salvarci se, per negligenza, per paura, per vergogna - ciò che san Paolo chiamava “arrossire del vangelo” (Rm 1,16) - o in conseguenza di idee false, trascuriamo di annunziarlo? Perché questo sarebbe allora tradire la chiamata di Dio che, per bocca dei ministri del vangelo, vuol far germinare la semente; dipende da noi che questa diventi un albero e produca tutto il suo frutto. Conserviamo dunque il fervore dello spirito» . Sulla stessa scia si trova Giovanni Paolo II quando lamenta con rammarico che «la missione specifica ad Gentes sembra in fase di rallentamento, non certo in linea con le indicazioni del Concilio e del magistero successivo. Difficoltà interne ed esterne hanno indebolito lo slancio missionario della Chiesa verso i non cristiani...» ; e ancora quando interpreta che la diminuizione della spinta missionaria «è segno di una crisi di fede» . Per questo continua il Papa: «la missione è un problema di fede» . E continuando l’insegnamento del concilio Vaticano II, afferma con molta energia: «il vero missionario è il santo» . Chi è il santo? La risposta è molto complessa e articolata. In questa sede è sufficiente dire che santo è colui che ama veramente il Cristo nella sua totale globalità, tanto da vederlo e amarlo anche nel prossimo. Questo tipo generale di santità filosoficamente può anche tradursi con l’espressione scotiana di “personalità”, nel senso che essa rimanda nella sua autenticità ad accettare e amare la fonte della sua origine - Cristo - e a realizzarsi in comunione con gli altri. Scotianamente parlando, l’uomo in quanto imago Christi si realizza come “persona” nella misura in cui s’identifica con l’originale della sua fonte ontologica, Cristo, che in se stesso esige anche la dimensione comunitaria o del rapporto sincero e amorevole con l’altro. Il concetto di “persona” scotiano diventa sinonimo di “perfetto” e di “santo”: l’uomo è veramente uomo quando diventa “persona” . Questo concetto scotiano di “persona” è in perfetta sintonia con le esigenze della “nuova evangelizzazione”. Si pensi semplicemente al pensiero sulla vita consacrata diffuso nei documenti del Magistero circa la formazione dei religiosi circa la maturità nella fede e nell’amore, che esige tecnicamente una continua e perenne “revisione” della vita e dell’apostolato, per riproporre in termini convincenti il messaggio della salvezza all’uomo contemporaneo. Il nuovo fervore dell’evangelizzazione richiede uno sforzo generoso da parte del singolo e dei gruppi, così da realizzare in concreto la pregnanza del contenuto dell’oggetto-soggetto della stessa evangelizzazione ad ogni livello e con ruoli e in situazioni non omologabili. Per questo torna utile presentare gli aspetti pneumatologici e trinitari dell’ecclesiologia del Vaticano II, proprio in ordine alla nuova evangelizzazione che ogni battezzato e i rispettivi stati di vita dovrebbero realizzare in osmosi con gli altri. A questo proposito bisogna ricordare tre fondamentali principi : il principio dell’autoformazione, il principio della reciprocità tra le persone, il principio della sussidiarietà tra le funzioni. Secondo questi principi, nessun può realizzarsi né attuare la propria personalità se non in rapporto con gli altri nelle rispettive funzioni sociali. Gli ultimi due principi si attuano uno di fronte all’altro, che, intrecciandosi, contribuiscono al reale processo di formazione . La nuova evangelizzazione richiede più che mai una reciproca collaborazione. E come non tutti possono fare tutto, ma ciascuno deve fare la sua parte e interagire meglio che può con l’altro, così ogni stato di vita (con relativi doni, ministeri o munus) non può operare senza gli altri. Si pensi alla triplice rifrazione del munus sacerdotale, profetico e regale nei presbiteri, nei fedeli laici e nei religiosi . La nuova evangelizzazione, perciò, esige il coinvolgimento di tutti, ma valorizzando i carismi, i ministeri e i doni di ognuno, nella loro specificità. Questa è l’ora dei laici. Non solo perché essi rappresentano la quasi totalità del popolo di Dio, ma anche perché compete “all’indole secolare della loro vocazione” realizzare il “già e non ancora” del Regno nel mondo. Ossia, mettendo il sale e il lievito di Cristo nelle realtà create (famiglia, cultura, economia, politica, arte), essi le sottraggono alla vanificazione del peccato e «le ordinano secondo Dio» . Il problema cruciale della nuova evangelizzazione riguarda in modo particolare il ruolo del laicato tanto nella Chiesa quanto nella società. E poiché è compito specifico dei presbiteri e dei religiosi intensificare la formazione dei laici e coordinarne le tante forze nella pastorale d’insieme, urge con estrema urgenza e necessità una metanoia culturale che tenga conto della ricchezza abbondante del Cristocentrismo e delle sue applicazioni dottrinali e pastorali. b) Evangelizzazione nuova nelle “strutture” La seconda caratteristica della nuova evangelizzazione riguarda la “novità” delle strutture: ossia il nuovo modo d’impostare tanto le strutture territoriali o “stabili”, come le parrocchie, quanto le strutture più recenti o “mobili”, come i gruppi e movimenti; senza dimenticare quelle che potremmo dire “trasversali”: non solo perché attingono da entrambe le precedenti, ma anche perché le servono indiscriminatamente. Recentemente, poi, si è fatta strada la tematica delle “unità pastorali”, ossia del come fronteggiare la scarsità dei presbiteri che, via via, sguarnisce le parrocchie più piccole . Non mancano certo altre ipotesi e proposte come diaconi permanenti, valorizzazione di comunità religiose femminili, ecc. L’importante, però, è avvertire sempre più e meglio il problema che si tradisce la nuova evangelizzazione abbandonando le microparrocchie o ricorrendo a uno stressante quanto poco fruttuoso “viaggio eucaristico domenicale a tappe forzate” del parroco vicino. La realtà della parrocchia media e tradizionale, pur restando una struttura indispensabile, da sola tuttavia non può affrontare la crescente mole di problemi che sfidano la Chiesa oggi. Nella prospettiva della nuova evangelizzazione si possono indicare alcune linee lungo le quali muoversi per l’immediato. Prima direzione. Ristrutturazione delle realtà parrocchiali esistenti verso una forma di maggiore decentramento: favorire sia l’annuncio (kerygma) anche ai periferici, sia la nascita di comunità a misura d’uomo redento (koinonia). E soltanto dopo un’adeguata fase kerygmatica, nei singoli nuclei si può celebrare anche l’Eucaristia, fons et culmen della vita cristiana, senza compromettere l’unità parrocchiale, purché soggette a periodiche verifiche con la comunità parrocchiale . Seconda direzione. Il Consiglio Pastorale deve assurgere non solo a “cerniera” tra le diverse realtà ecclesiali, ma quasi a “laboratorio” teorico della nuova pastorale d’insieme e prima forma operativa concreta della mutua collaborazione tra i battezzati presenti sul territorio. Anzitutto in questo luogo teologico–pastorale si deve verificare l’effettiva e affettiva sinodalità, dalla quale far scaturire la nuova osmosi (e non concorrenza) tra le realtà ecclesiali più incentrate sulla parrocchia (territorio) e quelle più mobili o trasversali (gruppi, movimenti, ecc.). Terza direzione. I gruppi e i movimenti sono, senza dubbio, tra le “novità” più significative della Chiesa odierna , anche perché in essi troviamo molte forme dell’auspicato nuovo protagonismo laicale. Difatti, se «molti luoghi e forme di presenza e di azione sono oggi necessari per recare la Parola di vita all’uomo contemporaneo, e molte altre funzioni d’irradiamento religioso e di apostolati di ambiente non possono avere come centro e punti di partenza la parrocchia», allora questa situazione diventa un’opportunità provvidenziale perché essa «adatti le sue strutture, dando spazio alle piccole comunità ecclesiali, operando una ben intesa comunione e collaborazione con le altre forme di presenza ecclesiale ed evangelizzatrice» . Ma questo suppone che tutti intendano collaborare seriamente, anche rinunciando a essere i primi della classe. c) Evangelizzazione nuova nelle “espressioni” La terza caratteristica della nuova evangelizzazione concerne le novità delle espressioni, secondo l’interpretazione che sarebbe lo stesso «Cristo a chiedere di proclamare la Buona Notizia con un linguaggio che renda il Vangelo di sempre più vicino alle odierne nuove realtà culturali. [...] Occorre cercare le nuove espressioni che consentano di evangelizzare gli ambienti caratterizzati dalla cultura urbana e di inculturare il Vangelo nelle nuove forme della cultura che si sta imponendo» . Certo, oggi, la città è di tipo postindustriale. Non rappresenta soltanto una variante dell’habitat umano tradizionale, ma anche una profonda trasformazione delle tipologie umane: passaggio dall’epoca fondata su parola e concetto a quella fondata su immagine e contesto, dall’economia basata sul risparmio a quella basata sul consumo sfrenato. Come la fede, anche l’evangelizzazione nuova non può realizzarsi se non si esprime adeguatamente nelle forme che le sono proprie: vino nuovo in otri nuovi . Dovrà preoccuparsi sia della fedeltà ai contenuti, cioè buona conoscenza della verità del Cristo totale, e sia della fedeltà al linguaggio, ossia semplice e comprensibile a tutti. Quanto ai contenuti bisogna far crescere e maturare nei credenti la coscienza della verità, ossia quella consapevolezza di essere portatori della verità che glorifica il mistero di Dio e che salva gli uomini: le due dimensioni che stimolano l’impegno missionario in modo deciso. Quanto al linguaggio bisogna impossessarsi di tutte le tecniche delle scienze umane per applicarle con diligenza e rispetto al messaggio di salvezza che si annuncia. Si assiste quasi impotenti al mutamendo dei fondamenti di una cultura, che sta cambiando anche la mentalità e i relativi modi di esprimere la stessa cultura: non è più la realtà che, attraverso i suoi modi di presentarsi, si fa conoscere per quello che è, ma è “il ciò che appare” (della realtà) che viene preso per realtà. Cioè, sono i mass media che stanno generando una nuova “civiltà”, in cui si esige tanto una nuova forma mentis, quanto nuove forme di linguaggio e di mediazione per comunicare. Domanda: è vero progresso? E’ corretto che l’apparenza soppianti la realtà? Non è tutta una grossa forma di bugia? Non è un capovolgere i valori della realtà e della stessa vita? Indicazione di risposta. Non sono i mass media in se stessi a generare il cambiamento, bensì le menti direttive dei mass media, che hanno un preciso scopo da raggiungere senza esclusione di colpi. Sembra l’applicazione nuda e cruda dello pseudo principio machiavellico del “fine giustifica i mezzi”! Bisogna utilizzare gli stessi “mezzi” ma con mentalità diversa. Occorre allora formare non soltanto dei professionisti che sappiano utilizzare bene i “mezzi”, ma avere soprattutto delle “teste” che sappiano guidarli. E si ritorna al momento della formazione dei laici e specialmente dei religiosi e presbiteri che siano veramente dei maestri non di “mezzi”, ma di valori e di “teste”. E con questo riferimento ai presbiteri e ai religiosi si tocca anche il problema della teologia che più delle espressioni ha bisogno di rinnovarsi nei contenuti, che non possono ritenersi validi per sempre e alla stessa maniera, soprattutto quando, forse, non si interpreta lo stesso insegnamento biblico con precisione. Nella visione cristocentrica, per es., lo stesso concetto di teologia è praxis e, quindi, non si richiede alcuna mediazione tra ortodossia e prassi. Il problema di tale mediazione “a tutti i costi” vige nella visione antropocentrica della storia della salvezza che accentua molto impegno e attività umani. E’ in questa visione che nascono i tentativi e gli sforzi a rinnovare la reciprocità “evangelizzazione–promozione umana” attraverso nuove proposte culturali e traduzioni pratiche anche in ambito sociopolitico, perché si è voluto elevare non solo a luogo teologico la dottrina sociale della Chiesa, ma anche a “strumento di evangelizzazione” . Elevazione possibile più in chiave antropocentrica che in chiave cristocentrica, dove i piani delle diverse discipline è più netto e preciso, salvaguardando le rispettive autonomie, difficilmente salvabili diversamente. La storia questo insegna: tra fede e ragione non c’è continuità naturale, ma continuità nella scelta, perché la fede resta sempre una scelta e non una conclusione. E le conseguenze sono evidenti sotto gli occhi: sforzi titanici per non stringere nulla! Non credo minimamente che l’interpretazione circa l’incontro tra Chiesa postconciliare e mondo postmoderno possa avvenire sulla frontiera delle priorità etiche, ribadendo che nella centralità dell’uomo la Chiesa individua la possibilità di convergenza tra credenti e non credenti. Per due ragioni. La prima perché il concetto di etica esposto dalla visione antropocentrica della storia della salvezza è discutibile e non univoco; l’altra ragione riguarda la diversità sostanziale esistente tra il concetto di “uomo” dei cristiani da quello dei non cristiani. In questo modo, la nuova evangelizzazione affronta direttamente il vero nucleo della “novità” dell’essenza della stessa evangelizzazione che è di natura teologica: è l’uomo o Cristo? Che lo scopo dell’evangelizzazione sia l’uomo, è pacifico e normale; ma che l’uomo sia anche il “centro” nel senso di fine della stessa, non è possibile, perché il soggetto-oggetto dell’evangelizzazione resta sempre e unicamente il Cristo, come espressione dell’amore del Padre insieme allo Spirito Santo. E’ Cristo il centro non solo dell’evangelizzazione ma anche della storia della salvezza, che dev’essere comunicata all’uomo. E l’uomo, se vuole, deve soltanto accettare il suo messaggio e, quindi, rispondere con un atto di fede matura e adulta. Soltanto il Cristo può costituire l’oggetto autentico del “dialogo” ecumenico, ma il Cristo autentico, cioè totale e globale, Re dell’universo sia dell’ordine soprannaturale che dell’ordine naturale, vera immagine del Padre, Rivelatore e Glorificatore di Dio Uno e Trino. E lo stesso Cristo, considerato nella sua dimensione storica, costituisce anche la vera immagine dell’uomo, oggetto di “dialogo” con tutti gli uomini di retto sentire e buona volontà, nessuno escluso, indipendentemente che non riconoscano la “sorgente” ontologica dell’uomo stesso . Pur avendo scelto come visione autentica della storia della salvezza la “centralità” del Cristo e come via privilegiata il dialogo per la riconciliazione tra gli uomini, la nuova evangelizzazione si rapporta tanto alle varie forme assunte dalle realtà ecclesiali quanto all’ambiente socioeconomico, culturale e politico odierno con atteggiamenti costruttivi; e rifugge da ogni forma di polemica astiosa e dallo scontro a tutti i costi, ma questo non significa rinunciare alla propria identità originale e sostanziale, né tanto meno evitare di denunciare i mali sociali, le carenze e inadempienze di quanti sono preposti al bene comune, le prevaricazioni dell’illegalità; ugualmente non significa condannare in blocco la modernità, bensì operare un discernimento alla ricerca di tutto quanto è positivo buono vero giusto e così preparare il terreno per la “nuova” semina Verbi Domini. d) Evangelizzazione nuova nei “metodi” Per quanto riguarda, poi, i metodi della nuova evangelizzazione, è da ricordare che per un sicuro approccio dialogico è necessario da un lato non trascurare «la testimonianza e l’incontro personale, la presenza del cristiano in tutto ciò che inerisce all’umano, come pure la fiducia nell’annuncio salvatore di Gesù e nell’azione dello Spirito» , e dall’altro occorre impiegare l’immaginazione e la creatività, affinché il Vangelo giunga a tutti, in maniera pedagogicamente convincente, cioè «è necessario utilizzare tutti quei metodi che consentano al Vangelo di arrivare al centro della persona e della società» . Pur riconoscendo al metodo classico del dialogo, un primato con una lunga tradizione alle spalle sia nella vita della Chiesa sia in quella della storia, che considera l’elemento biblico come sale e lievito nel mondo, già abitato dallo Spirito, e che si impegna a una convivenza rispettosa e a un dialogo franco, prudente e non ingenuo, ma sempre costruttivo, bisogna riconoscere almeno l’esistenza di altre metodologie che hanno invaso il mondo ecclesiale odierno e che tutte hanno una loro importanza e incidenza nella vita della Chiesa direttamente o indirettamente. Tanto per citarne qualcuno, si ricorda il metodo catecumenale, utilizzato dalle comunità catecumenali ; il metodo carismatico, che, recuperando la pneumatologia orientale e, con un po’ di enfasi sul “battesimo nello Spirito”, valorizza pure le altre sue manifestazioni elencate in 1 Cor 12: glossolalia, guarigioni, ecc. ; un altro metodo è quello dell’investimento etico–sociale, che punta risolutamente tanto alle questioni sociopolitiche quanto alla transizione epocale in atto, memore che dappertutto è all’opera il Risorto e che non solo nell’intimità dal cuore, ma anche in questi ambiti si costruisce il Regno . La novità metodologica della nuova evangelizzazione presuppone sempre la convinzione che ogni membro della Chiesa sia protagonista della missione e che prima di incarnare la dimensione del “missionario” bisogna preoccuparsi di “essere” missionario. E qui ritorna sempre il ritornello della comprensione oggettiva del messaggio di salvezza offerto da Cristo: quale Cristo? il Cristo testimone e libero o il Cristo finalizzato all’uomo? La metodologica della nuova evangelizzazione è anche un’esigenza dei nuovi ambiti in cui l’annuncio deve essere fatto. Oggi, si è verificata una rapida e profonda trasformazione delle situazioni umane: basti pensare all’urbanizzazione, alle forti migrazioni di popoli di differente religione, ai rifugiati, tutto questo influisce sulla metodologia missionaria, chiamata con urgenza ad adeguarsi a queste nuove situazioni dell’habitat umano. A questi cambiamenti, bisogna anche aggiungere che all’interno delle antiche cristianità permangono vaste zone non evangelizzate o che hanno perduto la fede, per cui si impone anche in questi paesi una nuova evangelizzazione, per non dire, una prima evangelizzazione. Di fronte a questa svolta epocale nella storia dell’umanità, la Chiesa è chiamata a dare una risposta generosa e lungimirante ai problemi che la missione le pone dinanzi; le è chiesto di affrontare questa sfida ponendo in atto una evangelizzazione nuova non solo nei metodi che le permettano di proiettarsi verso nuove frontiere con lo stesso coraggio che mosse i missionari del passato, ma anche nei contenuti. 5. La finalità della nuova evangelizzazione Tra le fondamentali caratteristiche della nuova evangelizzazione c’è anche la sua finalità: l’annuncio della morte e risurrezione di Gesù come glorificatore e rivelatore sia della gloria di Dio che della riscoperta della dignità inviolabile della persona umana. In proposito, è da ricorda che la dignità personale è il bene più prezioso che l’uomo possiede, grazie al quale egli trascende in valore tutto il mondo naturale, e ciò non per una vaga consistenza etico–filosofica, ma per l’ineffabile fondazione teologica che segue: creato a immagine e somiglianza di Cristo, redento dal sangue preziosissimo di Cristo, l’uomo è chiamato a essere “figlio nel Figlio”, “tempio vivo dello Spirito”, e “destinato all’e
terna vita di comunione beatificante con Dio”. L’uomo, perciò, “è sempre un valore”, e come tale deve essere trattato: mai “come mezzo ma sempre come fine”. La dignità personale costituisce il fondamento dell’uguaglianza di tutti gli uomini, della partecipazione e della solidarietà tra di loro, e anche il presupposto per qualsiasi forma di dialogo. E’ l’uomo nel suo essere e non nel suo avere. Questo, l’uomo rivelato da Cristo. Certamente, queste grandi linee della nuova evangelizzazione sono il “cuore” del Vangelo e della Chiesa. Perciò dappertutto e incisivamente la Chiesa deve annunciare la verità rivoluzionaria della Buona Notizia di Cristo Gesù: la persona umana è unica e irripetibile, ossia assolutamente indisponibile tanto allo schiacciamento brutale del collettivismo, quanto all’eterodirezione, più soffice in apparenza ma ugualmente spersonalizzante, dell’individualismo telocratico. La persona non è un anonimo ingranaggio del sistema, né un più o meno felice consumatore, bensì imago Christi, per l’incarnazione del Verbo nel seno della Vergine Maria. Una verità “troppo bella per essere vera”. Oppure così bella perché vera. Ma allora la nuova evangelizzazione deve coniugare in modo nuovo verità e amore.
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