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RECENSIONE

Luca Parisoli, La contraddizione vera. Giovanni Duns Scoto tra le necessità della metafisica e il discorso della filosofia pratica, Istituto storico dei cappuccini, Roma 2005, pp. 224 (s.i.p.).

Della pubblicazione del Parisoli non intendo stenderne una “recensione”, perché, oltre che difficile oggettivamente in sé, lo è anche a livello ermeneutico, essendo una trattazione di natura “logica”, aspetto in cui non ho mai voluto familiarizzare. Tuttavia, la lettura più volte del volume e il ritorno puntuale su spunti speculativi ben determinati dell’analisi, vuoi per esemplificazione vuoi anche per riferimento diretto del discorso, hanno “solleticato” i ricordi del pensiero, orientandomi verso una “presentazione” della problematica esposta dal Parisoli, che mostra come il pensiero di Duns Scoto possa inserirsi nell’alveo di una tradizione paraconsistente.
Senza entrare nelle delicate analisi logiche del concetto di paraconsistenza, qui, sulla scorta dell’A., è sufficiente ritenere l’indicazione generale. Esprime quella posizione di pensiero che, pur riconoscendo la validità regionale al principio di contraddizione, ne nega l’assoluta universalità. Il problema nasce nei momenti in cui si vuol dare ragione della propria fede, ossia si vuol “dotare di argomentazioni razionali la credenza in un Dio personale trascendente” (p. 36), che costituisce il nodo autentico dell’interpretazione del pensiero di Duns Scoto. Avendo avuto il coraggio di criticare Aristotele nelle questioni inerenti alla dimensione della fede, il Dottor Sottile si inserisce automaticamente nella prospettiva paraconsistente, come si evince anche dalla sua interpretazione meno razionale che di fede dei così detti praeambula fidei. Posizione che mette a nudo tutta la “paraconsistenza metafisica e pure morale” (p. 36) del pensiero scotiano.
Il volume del Parisoli non intende offrire una ricostruzione sistematica ed esaustiva del pensiero dell’Autore scozzese in chiave paraconsistente, ma solo un “approccio” per richiamare l’attenzione su un punto focale dell’interpretazione del pensiero di Duns Scoto. Pertanto, anche la presentazione vuole comunicare meno il risultato delle analisi che le intuizioni percepite, specialmente nell’interconnessione tra approccio paraconsistente e prospettiva cristocentrica, così da mettere il dito sulla piaga del pensiero di Duns Scoto e della sua interpretazione.
Nel mondo della cultura contemporanea, dominato da due speciali “dittature”, la scientificizzazione o tecnocrazia del sapere e il neotomismo ecclesiale, dovute all’interpretazione pur diversa di un “pensiero debole”, brilla come solitaria “stella” il volume del Parisoli, che affronta con coraggio unico nella storiografia scotista, il delicato problema della chiave ermeneutica della filosofia di Duns Scoto in termini di paraconsistenza, non come suo sviluppo organico e sistematico ma “focalizzato su alcuni punti tematici” (p. 20), per evidenziarne oltre al fondamento anche la caratteristica peculiare della posizione storico-critica del Pensatore scozzese.
La proverbiale subtilitas, con cui è passato alla storia, rende quantomeno difficile e complesso interpretare il pensiero di Duns Scoto, a causa della sua scelta esistenziale fatta in prospettiva cristocentrica. Fino a quando non si comprenderà il valore e il significato del Primato ontologico di Cristo, ogni interpretazione regionale pur valida scientificamente risulterà sempre incompleta e non esaustiva del Pensatore, medievale per cronologia ma contemporaneo per pensiero. Cristo Mediatore gli appare il “massimo dono” imprevedibile e indeducibile dell’Amore liberissimo di Dio.
E’ la “logica” dell’Amore, della Bontà, della Carità che offre e dona liberamente il “cominciamento” assoluto del pensiero del Maestro francescano, una volta accettato esistenzialmente con fede. Dal Primato di Cristo scaturisce l’essere soprannaturale e l’essere naturale. Il Primato di Cristo costituisce il punto di partenza logico e ontologico di ogni analisi dell’essere, benché la temporalità esige la preminenza d’origine cronologica, come insegna Aristotele: ciò che è prima nel tempo è ultimo nella perfezione, inverando così anche le profonde intuizioni del suo Maestro, Platone.
Questo riferimento al mondo cristiano o fede e al mondo greco o ragione è sotteso a tutto l’impianto dello sviluppo del pensiero di Duns Scoto, alla sua metodologia della ricerca della “verità” meno da spiegare che da costruire col progresso storico. E in concreto, l’analisi del Parisoli, cui va tutto il mio ringraziamento, perché, nella pur non breve esperienza cinquatennale di studi scotistici, sembra per la prima volta venga con autorevolezza individuato il punto cruciale dell’interpretazione filosofica del Dottor Sottile, il cui tempo, forse, non ancora è “pieno”. La carica “profetica” del Primato di Cristo, come seme caduto in terra, germoglierà in tutta la sua bellezza e verità. E’ il Capolavoro di Dio! Non può restare a lungo nel silenzio e nell’oscurità! E’ “luce”, “amore”, “libertà”.

Le intenzioni dell’Autore vengono espresse specialmente nell’Introduzione e nel primo capitolo; mentre gli e tre capitoli che lo compongono sono d’analisi specifiche sul concetto della “relazione come cosa”, della corrosione della “fede classica” e della possibilità di una “scelta paraconsistente”. Non solo per l’argomento tecnico e puntuale ma anche per lo stile non sempre lineare e accessibile, benché chiaro e comprensivo con la dovuta attenzione. La comprensione del volume richiede una adeguata preparazione sia generale che specifica. La lettura, benché piacevole e scorrevole, non sempre è facile, anzi in alcuni punti risulta abbastanza difficile, meno per ragioni stilistiche che di complessità concettuali. Lo svolgimento del discorso, infatti, risente del procedimento di andare contro corrente e, quindi, non solo in salita ma anche contro mano!
Per questo, preferisco del volume presentare soltanto alcune intuizioni metafisiche sembrate colte, invitando il lettore a cogliere altri impulsi e stimoli per una riflessione personale sempre arricchente e propositivo del pensiero di Duns Scoto. Andare alle radici dei problemi, come fa il Parisoli, è sempre appagante e illuminante, perché rivela sempre il mistero della luce dell’amore, che, soltanto accettandola in sé com’è, può rischiarare l’abisso dell’essere alla ragione investigante.
Tra i tanti spunti storiografici interessanti scelgo quello meglio sembra caratterizzare tutto l’impianto ermeneutico fondamentale sotteso allo stesso spirito del volume di Parisoli, cioè il “fraintendimento” del Gilson che riteneva Duns Scoto responsabile di aver dato “troppo spazio alla teologia rispetto alla filosofia” (p. 29). L’accusa poggia, se ben compresa, sull’equivoco semantico dei termini “filosofi” e “teologi”, avvallata dall’interpretazione di A. De Vos.
Essendo un problema interpretativo, che ha orientato la storiografia scotiana del secolo scorso. Come dilettante apprendista della filosofica medievale e di Duns Scoto in particolare, non riesco a cogliere il cuore del “fraintendimento”, cui viene fatto particolare oggetto il Gilson. Storicamente, sembra, comunque, sia stato il primo a interpretare la terminologia “sotto accusa” senza creare alcun allarmismo né semantico né dottrinale. Per “filosofi”, lo Studioso francese intende, nell’analisi del Prologo all’Ordinatio, sicuramente il Filosofo per eccellenza, cioè Aristotele, e di tutti coloro che utilizzano la ragione pura o astratta senza alcun riferimento né storico né dottrinale alla rivelazione; per “teologi” tutti coloro che in un modo o in altro fanno riferimento a una “rivelazione” comunque intesa, ma diversa e superiore alla ragione umana. Allora per “filosofo” s’intende colui che fa leva solo sulla razionalità umana, senza alcun supporto rivelativo esterno superiore, nello spiegare i problemi dell’esistenza; per “teologo” invece chi per risolverli fa ricorso a un’autorità razionale superiore alla ragione, cioè alla fede.
Non necessariamente il termine theologos, usato da Duns Scoto, deve essere inteso in senso moderno come sinonimo di “teologi cristiani” o di tendenza cristiana, come sembra forse voglia insinuare il Parisoli scrivendo “i suoi [di Duns Scoto] ‘teologi’ non sono i nostri ‘teologi’, bensì i filosofi cristiani” (p. 29). Come dilettante scotista, mi permetto precisare che, nel contesto del Prologo di Duns Scoto, il termine “philosophos” equivale a “pagano”, cioè a un autore che non conosce di fatto o non fa uso di una rivelazione diversa e superiore alla ragione umana; il termine “theologos” invece a “credente”, cioè a un autore che conosce e fa riferimento nelle sue argomentazioni a una rivelazione superiore e diversa dalla ragione umana. Come credente può indicare, a seconda i casi, sia il filosofo che il teologo, perché entrambi mettono a fondamento in modo diverso la fede.
E’ proprio dalla “controversia” tra “filosofi” e “teologi” che Duns Scoto fa emergere, in una delicatissima e complicata analisi storico-teoretica, il suo pensiero circa i due saperi, filosofico o naturale e teologico o soprannaturale, in perfetta autonomia e indipendenza, superando ogni previsione dell’epoca e proiettandosi nel contemporaneo, come, per altre analisi e in diversi ambiti, documenta ampiamente il volume del Parsoli, che, utilizzando la sua specializzazione “logica”, riesce a mettere in luce aspetti tecnici molto interessanti e significativi del pensiero del Dottor Sottile.
Tutta la problematica sollevata dal Parisoli e sottesa dal Prologo all’Ordinatio, si può raccogliere a fattore comune nel rapporto fede-ragione che con la rivelazione ha fatto il suo ingresso sulla scena culturale della storia del pensiero, dedicandovi un paragrafo apposito (pp. 36-46) e mettendo in luce “il prezzo ontologico” (p. 43) che bisogna pagare per interpretare la metafisica di Duns Scoto. Prezzo quantificabile nell’”ammettere che ci sono almeno alcune contraddizioni vere” nel pensiero scotista, autorizzando a introdurre la terminologia logica di “super contraddizione” per distinguerla dalla “piccola-contraddizione” (p. 48). La distinzione, però, non è altro che traduzione dei due tipi di negazione, semplice a assoluta: nell’una si danno piccole-contraddizioni vere, nell’altra non si danno super-contraddizioni vere. Che il mondo scotista sia ricco di piccole-contraddizioni vere, è sufficiente considerare la posizione critica di Duns Scoto verso Aristotele, come si evince dal modo come interpreta il rapporto fede-ragione con l’applicazione dei praeambula fidei.
Per orientare il lettore nell’interpretazione del punctum crucis delle analisi speculative condotte dal Parisoli nel suo pregevole volume, mi permetto questo paragone riverenziale. Come la lettura “copernicana” del sistema solare diverge da quella “tolemaica”, così la posizione di Duns Scoto da quella comune. Tecnicamente una posizione è “vera” non per autorità estrinseca, ma per quella intrinseca dimostrativa.
Chi conosce l’evoluzione dei sistemi può concludere!
Quando invece prevale l’autorità, si ha la dittatura culturale!
Il volume del Parisoli lo dimostra.
E’ doveroso offrire ai “pochi” volenterosi ma “coraggiosi” lettori, la finalità dichiarata dall’A., che non intende proporre un’analisi esaustiva e sistematica della lettura “in chiave paraconsistente” del pensiero di Duns Scoto, ma soltanto “una proposta di lettura paraconsistente”, “perorando la causa di una diversa concezione della razionalità”, non più “rigidamente riduzionista o classicista” (p. 20-21), cioè di necessaria dipendenza aristotelico-tomista. E’ un problema serio e storico insieme, e soprattutto rispettoso della “verità” e della sua continua formulazione storica. Solo quella di fede può essere imposta. L’imposizione è ad ampio spettro...
Interessanti sotto l’aspetto teoretico sembrano le analisi condotte sulle problematiche riguardanti la non identità tra “reale” ed “esistente”, discussa nel paragrafo dell’”interpretazione unitaria di fede e ragione” (p. 36), e la differenza tra l’”ontologia scotista e l’ontologia aristotelica”, nel paragrafo omonimo (p. 79ss), che filosoficamente costituisce il punto qualificante di Duns Scoto, cioè del filosofo cristiano, rivelando anche il modo di come “leggere” lo stesso dato rivelato se in modo funzionale o ontologico. Diversità che coglie realmente e concretamente il fondamento della rivelazione e contraddistingue le posizioni come logiche conseguenze. Il punto nodale e focale allora è meno filosofico che teologico: o Cristo funzionale o Cristo universale.
A nessuno sfugge l’importanza, segnalata giustamente dall’A., delle ricadute non solo speculative, ma soprattutto spirituali e pastorali: all’uomo viene “nascosta” la possibilità di rapportarsi col mondo, con gli uomini e con Dio in una prospettiva “diversa” da quella comune, imposta più per autorità che per intrinseca bontà.
La relazione fondamentale dell’uomo a Dio (pp. 92ss) viene condizionata dal tipo di “lettura” fatta del Cristo, se funzionale o universale, che dà origine a due diverse ontologie e, quindi, a due diverse teologie. Nell’una, la relazione è di ragione e la teologia antropocentrica; nell’altra, è reale la relazione e cristocentrica la teologia. Differenze che derivano sia dalle definizioni rivelate del nome “proprio” di Dio: se l’Essere o la Carità; sia dalla metafisica aristotelica: se usata in senso assoluto o in senso relativo. All’Essere, s’ispira la ragione astratta; alla Carità la ragione storica, originando due percorsi completamente diversi: uno è per l’interpretazione logico-naturale del passaggio dalla “ragione” alla “fede”; e l’altro per la scelta libera della volontà.
Sotto sotto sembra affiorare l’equivoco dei termini “filosofo” e “teologo”, come già acutamente osservava Roberto Grossatesta “i teologi si sforzano di rendere Aristotele cattolico e non si accorgono che fanno se stessi eretici”, cioè pagani.
Poiché si è immersi nel senso comune dell’essere di “sapore” aristotelico-tomista, la lettura del volume esige una marcata conoscenza non solo del pensiero medievale e contemporaneo, ma anche di quello antico, per non cadere supinamente nella gravità di Aristotele senza ricordarsi del suo Maestro, Platone, e soprattutto del vero Maestro: Cristo. Come se per essere cristiano conta più Aristotele che Cristo!
Il taglio tecnico del volume, nel proporre lo schema “paraconsistente” del pensiero di Duns Scoto, è una grande novità non solo logica ma specialmente speculativa, come documenta l’ampio spettro degli argomenti esemplificativi toccati nella trattazione, sopportata anche da una buona nota bibliografica e impreziosito da un indice di nomi e di temi.
Personalmente, non posso non congratularmi vivamente con il Parisoli per le molteplici suggestioni teoretiche evidenziate nell’analisi, che del pensiero di Duns Scoto conferma originalità e attualità, ripresa in più parti dal documento programmatico di Benedetto XVI, in cui chiaramente viene affermato il “primato” della Carità sull’Essere, come insegna Duns Scoto.
Una conferma tranquilla di questa deduzione la si documenta dalle analisi che il Parasoli conduce nel dimostrare “la potente metafisica del realismo modale” di Duns Scoto, che “è il primo a stabilire un paragone esplicito tra l’onnipotenza assoluta di Dio e l’onnipotenza assoluta del legislatore” (p. 75). Paragone che proviene evidentemente dalla differenza tra “onnipotenza teologica” e “onnipotenza filosofica” introdotta dal Dottore francescano per affermare, forse, se l’A. me la passa, una delle fondamentali idee della sua “paraconsistenza”: l’assoluta libertà e la suprema volontà di Dio, riconosciuta dal Pensatore scozzese, da cui scaturisce la “fonte” dell’essere, del diritto, della legge...
Le conclusioni di vedere e contemplare l’ordine delle cose come espressione indeducibile e imprevedibile dell’Amore-Essere di Dio si ripercuotono nell’intero sistema di lettura dello stesso ordine delle cose con un atteggiamento più contemplativo che razionale, più lodativo che esigitivo, più di stupore che manipolativo, cioè con più simpatia ed empatia, come tutta la spiritualità francescana invita a considerare.
Paradosso: del francescanesimo si accetta l’appariscenza della spiritualità e si “oscura” la visione cristocentrica che ne è il fondamento e la perfezione!
Il Parisoli, presentando il pensiero di Duns Scoto in una prospettiva poco nota, qual è quella della paraconsistenza, che poggia sul valore non assolutamente assoluto di nessun principio umano, nemmeno quello di contraddizione, in quanto l’assolutamente necessario è solo Dio (p. 92), lo considera sì medievale cronologicamente, ma profondamente contemporaneo per il suo valore. La scelta cristica fa la differenza qualitativa con la “cultura dominante” imposta meno per convinzione che per autorità.
E’ un volume dirompente. Lo si consiglia a chi è abituato o si vuole allenare a dare ragione della propria fede, e a chi vuol trovare un saldo fondamento e coronamento alla sua vita. Al francescano, forse, non è da consigliare ma da obbligarne la lettura, che facile non è né agevole, ma avvolgente e arricchente. Per i Responsabili della Formazione potrebbe costituire un punto cardinale di riferimento, specialmente in considerazione dei due centenari, il VII della morte di Duns Scoto e l’VIII del proposito di Francesco d’Assisi, così da riportare nell’alveo dell’ideale francescano la dimensione dello studio, e da coniugarne con più serenità il “verbo” per meglio vivere la propria fede, e unificare saldamente la spiritualità con la teologia, secondo la pedagogia di Cristo, unico e vero Maestro.

Lauriola Giovanni ofm


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