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IL BEATO GIOVANNI DUNS SCOTO IN TERRA SANTA

III- SCOPRIRE LA VERGINE MARIA

Il terzo viaggio del Beato Giovanni Duns Scoto in Terra Santa avviene nel 2005, con le stesse modalità organizzative del precedente, ma con la specifica tematica di “scoprire la Vergine Maria”. Difatti, il tema del Cristocentrismo, svolto nel precedente pellegrinaggio, implica come organica struttura anche quello della mariologia e della ecclesiologia, dal momento che il Cristo totale abbraccia sia la dimensione ontologica che la dimensione esistenziale. E questa, a sua volta, si suddivide essenzialmente in due aspetti complementari e interagenti, quello mariano e quello ecclesiale. L’argomento di questo secondo corso di formazione, organizzato dalla Provincia dei Frati Minori di Foggia in collaborazione con il Centro Duns Scoto di Castellana Grotte e l’Università dello Studium Biblicum Franciscanum di Gerusalemme, ha come tema Da Cristo a Maria. Come nel precedente pellegrinaggio, anche in questo è previsto una sostanziale visita ai luoghi principali vissuti da Cristo e dalle primitive comunità cristiane del territorio, e un consistente spazio dedicato all’ascolto di esperti studiosi, secondo il collaudato metodo scotiano dell’Ora et Cogita e del Cogita et Ora. La preparazione in campo avviene come sempre attraverso la visita guidata alle principali forme di memoria conservata del mistero del Cristo. La guida è affidata alla competenza collaudata di P. Pietro Kaswalder dello Studium Biblicum, che ha fatto gustare tutti i siti archeologici della Galileia, dopo le interessanti visite ai luoghi romani e bizantini della Giordania; mentre l’organizzazione logistica, a P. Pio d’Andola, che ha fatto di tutto per accontentare ogni partecipante nelle diverse e singole sistemazioni. In questa sede, più dei luoghi interessa ciò che essi sono riusciti ad evocare nel mio spirito intorno alla Vergine Madre, sempre adombrata di una luce fascinosa e misterica insieme. Il percorso, perciò, sarà più ideale che storico; e il ricordo, affidato a ciò che la memoria è riuscito a conservare e a custodire nel suo profondo, riguarda alcuni episodi: infanzia, nozze di Cana e la Croce, che saranno presentati come un trittico di una unica pala che sovrasta l’altare dell’universo mondo. Nel ricordo di questi avvenimenti, la memoria si bagnerà meno negli aspetti archeologici e artistici che su quelli di contenuto teologico e spirituale, in modo che dei rispettivi episodi si coglieranno soltanto gli aspetti più emergenti, da cui evidenziare al meglio la funzione della Madre in ordine al Figlio Gesù, unico “cuore” della Parola, che lo rivela nella triplice funzione di Mediatore, Redentore e Glorificatore. Pertanto, questo breve cenno sul terzo viaggio in Terra Santa del Beato Giovanni Duns Scoto si svilupperà attraverso una semplice riflessione sotto voce sull’eterno disegno di Dio circa il particolare trilobato in onore della Madonna: uno con riferimento biblico, l’altro con riferimento teologico e l’ultimo con riferimento spirituale. Così da avere una visione quanto più sicura di Maria, quale massimo dono e capolavoro di Cristo. 1. Trittico biblico a). Riquadro dell’infanzia L’apparizione dell’Angelo alla fanciulla di Nazaret non sarà limitato all’episodio in sé importantissimo, ma sarà esteso all’intero “Vangelo dell’infanzia”, proprio per mettere in luce che, nel disegno di Dio, il ruolo di Maria è considerato in funzione di Cristo, unico soggetto principale attorno al quale convergono tutti gli altri, come i raggi verso il centro di una circonferenza. La grazia dell’annuncio, perciò, si diffonde espandendosi come “luce” che illumina progressivamente diradando ogni forma di oscurità, come “lievito” che fermenta la farina con cui viene impastato e amalgamato facendola lievitare, come “sale” che insaporisce ogni cibo rendendo appetitoso al palato. In questo modo è tutto l’arco dell’esistenza di Cristo Gesù a essere presentato, dal momento storico a quello metastorico, come già era stato preannunciato dal momento preistorico. Per la presente riflessione, sembra importante ricordare dell’Annunciazione le tre parti: saluto, chiarimento e conclusione, in cui piace suddividere il meraviglioso racconto lucano. Strano il “saluto”. L’Angelo non chiama per nome ma per apposizione: “piena di grazia”; stabilendo così una speciale equivalenza tra l’espressione appositiva e il nome proprio Maria. E che l’interpretazione sia vera, trova conferma nella potente espressione “il Signore è con te”, che garantisce la costante e continua protezione per compiere la missione, a cui è stata chiamata: far nascere storicamente l’Emmanuele, il Dio-con-l’uomo, sia nella sua persona fisica sia in quella spirituale. Strano anche il “chiarimento”. Se “promessa sposa”, che senso l’espressione “non conosco uomo”? La ragione del “turbamento”, forse, è la compresione teologica del saluto, che la proietta direttamente nel fascinoso mistero di Dio. Onde, l’attimo di silenzio, profondo e intuitivo, come segno di maturità umana e spirituale. La consapevolezza di essere “amata-da-Dio” e chiamata a diventare Madre del suo Figlio unigenito, l’ha fatta trasalire di gioia celeste e assaporare il profumo dell’umiltà, tanto da osare una chiarificazione per la volontaria sua scelta di rimanere nella condizione verginale: “Come è possibile? Non conosco uomo!”. Sono le prime parole di Maria. Rivelano la sua identità e il suo mistero. Restano circonfuse da un segreto misterioso che desta fascino e curiosità. E’ il momento in cui il divino e l’umano s’incontrano: l’eterno si temporizza e la storia umana ricomincia dal punctum temporis. Solennità e riservatezza custodiscono con geloso alone di mistero il rivelarsi del Capolavoro-di-Dio. Mistero che si consuma nel cuore amabile e delicato di una “donna”, culla di ogni uomo e riferimento ancestrale del suo ritorno. Imprevedibile e affascinante, il modo di agire di Dio! Nel momento in cui chiama Maria alla maternità teandrica, Maria si auto-dichiara fisiologicamente indisposta. E l’Onnipotente proprio per dimostrare la Divinità del Nascituro, e che “nulla è impossibile a Dio”, accetta la condizione verginale di Maria, trascendendo così la legge naturale della generazione umana. L’agire di Dio è veramente strano! Alla prova non richiesta, Maria non batte ciglio. Nella piena consapevolezza di essere stata prescelta a Madre del “Figlio dell’Altissimo”, Maria pronuncia la sua risposta, divenendo il modello per il futuro pronunciamento di ogni discepolo di Cristo: “Eccomi, sono la serva del Signore! Avvenga di me quello che hai detto”. E’ il “sì”, che, dopo quello del suo Figlio: “Eccomi, o Dio, vengo per fare la tua volontà” (Eb 10, 7), diviene l’esemplarità di ogni perfetto acconsentimento e di ogni perfetta obbedienza alla volontà di Dio nella storia dell’umanità. Il “sì” è segno di maturità umana e di perfezione spirituale. Prima testimonianza. Il pensiero vola. Si ferma alla porta di Zaccaria per gustare il primo panegirico in onore della novissima realtà, che si è concretizzata in Maria. Da Elisabetta, viene riconosciuta “beata”, perché ha creduto alla parola del Signore; e “il frutto del suo grembo”, proclamato “Benedetto”, perché proveniente in collaborazione con Dio. E la risposta sublime e paradigmatica: «L’anima mia magnifica il Signore, e il mio spirito esulta in Dio, mio Salvatore» (Lc 1, 46-47), echeggia per l’universo etere fino alla consumazione del tempo. E colui che riesce a sintonizzarsi su tale vibrazione di spirito è beato. Questo squarcio di amore paradisiaco, ben presto rivela anche tutta la sua drammaticità: con Cristo o contro Cristo! Attorno al nato Bambino “subito” si avvicendano tre classi di persone, che con il loro caratteristico comportamento mettono in evidenza il valore del «segno di contraddizione» (Lc 3, 34): pastori, magi e potere politico. Elementi costitutivi di ogni società umana. Nel migliore dei modi essi dovrebbero interagire tra di loro nel reciproco rispetto e nello spirito di sincera collaborazione. Spesso, invece, capita che ognuno pensa per sé e/o di avere il predominio sugli altri, innescando situazioni incresciose e difficili da gestire. All’aurora della notte d’amore, quando Maria stringe con delicatezza al suo seno le labbra succhianti del Bambino, i primi ad accorrere all’evento umano e divino sono i “pastori” ancora inebriati dall’angelico canto «Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini che egli ama» (Lc 2,14). Persone rozze e abbietti nell’aspetto, segnate nel corpo dall’umore atmosferico e dal tanfo olezzante degli animali, sono i primi “testimoni” a cui è rivolta la buona novella. Scelti perché semplici e umili, ma anche disprezzati e respinti dalla società, che non accettava la loro testimonianza in tribunale. La loro presenza alla grotta non contrasta con la logica di Dio, che ha voluto dare inizio storico al suo eterno progetto d’Amore, in assoluto distacco dalle valutazioni umane, rese false dall’ideologia finalistica dell’interesse. Non per caso, ma per scelta divina si trovano i “pastori” a contemplare per primo Colui che s’identifica con i poveri, i bisognosi, i rifiutati, i disprezzati. Nella nullità di gloria esterna, pertanto, si realizza e si concretizza l’amore del Signore. Da parte sua, Maria osserva e conserva nel suo cuore per meditare nel silenzio della quotidianità e per proclamare la sua assoluta disponibilità a essere amata dal Signore, secondo la sua volontà sempre dovunque e comunque. Alla semplice e umile testimonianza dei pastori, fa “subito” eco quella sapienziale dei “magi”, come scelta delegazione della classe scientifica, che rende così pubblico omaggio al divin Bambino. Nel suo misterioso significato, la testimonianza dei “magi” è una manifestazione regale davanti al mondo intero. Il dominio del neo Re si esercita meno sulle cose che sul cuore umano. Alla fede immediata dei Pastori, corrisponde la fede matura e mediata dei Magi, chiamati anch’essi da una voce misteriosa e profonda, al cui ascolto “subito” lasciati i loro paesi si avventurano nella ricerca del nato Re per adorarlo. Dolce è naufragare col pensiero sull’immagine di Maria, che dolcemente tiene al seno il divin Figlio e gioisce profondamente per la sua epifania, riconosciuta e accettata da due terzi della società umana. In una cornice ancora tutta familiare e comprensibilmente di disagio, piace contemplare le scene del profondo segno profetico della circoncisione del bambino e della presentazione del primogenito al tempio del Signore. All’ottavo giorno dalla notte santa, Giuseppe e Maria assoggettano il Bambino al breve rito cruento della “circoncisione”, con il quale si entrava a far parte del popolo di Dio e si riceveva anche il nome. Così, giustificato davanti a Dio e segnato dalla mortificazione della concupiscenza, Gesù si presenta al tempio veramente come “uomo”, come uno di noi. Il suo, oltre che rituale, è un gesto di sublime umiltà e di divino nascondimento. Il rito della “presentazione”, invece, aveva più risonanza esterna e comportava una maggiore umiltà. La Legge prevedeva: dopo il parto, la madre doveva restare segregata liturgicamente per 40 giorni, se era nato un maschio, e per 80 giorni se una femmina. Indi, doveva recarsi al tempio per la purificazione e per l’offerta in sacrificio di un agnello e una tortora (o colomba) se ricca, due tortore o due colombe se povera: uno di l’espiazione e l’altro di olocausto (Lv 12). In base alle prescrizioni dell’Esodo (13 2-15), il primogenito doveva essere consacrato al Signore per il servizio liturgico. Poiché a tale scopo, in seguito, venne destinata la tribù di Levi (Nm 3, 12-13), allora il primogenito veniva solo offerto simbolicamente e subito riscattato con la somma di 5 sicli (Nm 3, 46-47; 18, 15-16), pari all’incirca al salario di un mese lavorativo. Con un gesto propriamente sacerdotale e profetico insieme, Maria eleva verso l’alto dell’altare dell’olocausto il Bambino in segno di offerta e di consacrazione al Signore, e poi consegna al sacerdote la somma di 5 sicli d’argento per il riscatto dello stesso Bambino. Il significato spirituale del duplice rito acquista per Maria un valore e una risonanza tutta particolare, al pensiero che esso si poteva compiere anche per “procura”. La presenza personale sottolinea di Maria non solo la perfetta obbedienza alla Legge del Signore, ma soprattutto la perfetta consapevolezza della sua partecipazione all’opera del Figlio. Fermiamo nella mente il grande gesto profetico del vegliardo Simeone: prende dalle braccia di Maria il bambino Gesù ed elevadolo verso il cielo ne traccia i segni strutturali della sua personalità e della sua missione: “gloria” a Dio e “luce” ai popoli della terra. Nel congratularsi con i genitori, Simeone, oltre alla grandezza della potenza messianica, solleva anche il velo della sofferenza che accompagnerà il Bambino. Alla lettura cristologica, subito Simeone aggiunge quella mariana: «Anche a te, [Maria], una spada trafiggerà l’anima» (Lc 2, 35). La profezia coniuga insieme gioia e dolore, evoca il sacrificio di Cristo e afferma la partecipazione di Maria all’opera del Figlio, la cui missione è quella di far-vedere-Dio agli uomini. L’inattesa e spietata reazione del “potere politico”, di satana inzuppato, non si fa attendere, mediante lo scempio brutale della “strage” dei nati appena da uno o due anni. Da apparente, satana presenta crudamente il contrasto tra potere temporale e realtà spirituale. In quest’ottica falsata dalla prospettiva dell’interesse, la cattiveria umana non ha limiti: calpesta brutalmente anche la gioia più sacra della famiglia. La storia si ripete ogni volta l’equilibrio dei poteri si rompe e si volge al predominio di uno su gli altri. Il sacro nucleo familiare è costretto, all’improvviso, alle prime luci dell’alba, a lasciare il provvisorio alloggio betlamita e trovare rifugio in Egitto, per sfuggire al progetto infanticida di Erode. Amara esperienza! Anche per Maria prende “subito” consistenza la profondità della profezia di Simeone, che le sta plasmando a vivere fino in fondo il fiat dell’Annunciazione, culminante al Calvario, dove soffrirà le doglie del parto spirituale dell’intera umanità. Anche nella contemplazione di questo drammatico quadretto, è soave abbandonarsi con il cuore all’immagine della giovanissima Madre, che, con forza sette volte virile, stringe, quanto più teneramente possibile, al petto il frutto del suo grembo. In tale gesto materno, Maria comprende ancor più forte la sua unione all’amore creativo del Figlio, che, oltre alla povertà e incertezza della vita, ha voluto segnare anche con l’amarezza dell’esilio la sua incipiente esperienza umana. b). Riquadro delle nozze di Cana All’importanza teologica dell’episodio fa riscontro la semplicità e la povertà dei reperti della memoria. Il racconto delle nozze di Cana è uno dei più popolari del Vangelo. Ha sempre impressionato la pietà cristiana, la presenza di Gesù a un banchetto di nozze. La sua partecipazione, al di là del miracolo del vino, ha una particolare importanza, perché investe l’istituto del matrimonio, prima realtà a essere beneficata dalla sua azione teandrica, insieme alla fede nei primi discepoli. Il contesto della celebrazione del matrimonio giudaico contribuisce alla corretta interpretazione dell’episodio. In Israele, il matrimonio era un affare puramente civile e privato, senza alcun rito religioso, né contratto scritto. Anche se si redigevano atti di divorzio, essi erano scritti solo dalla parte del marito. L’evento delle nozze era una circostanza di festeggiamenti per tutto il casato, molto numeroso. Normalmente il festino durava una settimana, e, a volte, anche due, a seconda del grado sociale degli sposi. Di necessità, quindi, bisognava provvedere alle scorte di cibo e di vino. La casa dello sposo diventava, per tutto il tempo dei festeggiamenti, un luogo di speciale ristorazione per tutti gli invitati, che ritornavano alle loro abitazioni solo a sera tardi, per ripresentarsi puntuali il giorno dopo. Non era facile gestire una festa di nozze. Il momento più solenne era l’entrata della sposa nella casa dello sposo. Sul fare della sera, lo sposo, con la testa ornata di un diadema, accompagnato da parenti e amici con musiche e canti, si recava alla casa della fidanzata. Questa, pomposamente agghindata e di gioielli ornata, e con il viso coperto dal velo, che solleverà soltanto nella camera nuziale, attendeva lo sposo, circondata dalle sue compagne munite di lampade e acclamanti. Appena il corteo dello sposo era avvertito, un grido di gioia esplodeva nella casa della sposa. Dopo i convenevoli, si snodava un lungo e festante corteo verso la casa dello sposo, con lampade accese, suoni canti danze e grida di gioia inneggianti agli sposi, attraverso tutto il paese. Varcata la soglia di casa, si aprivano i festeggiamenti nuziali, preparati con molta cura diligenza e abbondanza, e allietati da suoni canti danze e discorsi augurali. Il matrimonio era consumato la prima notte. Di essa si conservava il panno macchiato di sangue, come prova della verginità della sposa e come testimonianza in caso di calunnia da parte del marito. In uno di questi festeggiamenti, è collocato l’episodio di Cana (Gv 2, 1-11). Nel suo insieme, è un meraviglioso racconto che mette facilmente in luce la potenza divina di Gesù e la delicata intercessione di Maria, a vantaggio delle necessità temporali degli uomini e del conferimento della grazia di fede nei discepoli. Cuore dell’intero racconto è il breve dialogo tra la Madre e il Figlio. Maria, accortasi della situazione incresciosa e prima che la notizia si propagandasse nell’ambiente, si avvicina al Figlio e gli sussurra: “Non hanno più vino”! Certamente, l’intervento di Maria non vuol essere una semplice segnalazione di disagio, che non avrebbe senso, ma una dolce e suadente richiesta di intervento effettivo concreto e immediato. Lei sa a chi si rivolge! Non semplicemente al suo nato , ma al Figlio dell’Altissimo, a Colui al quale ha detto “sì” alla sua richiesta di essere Madre. La risposta di Gesù, composta di due parti, è di difficile traduzione e di non facile interpretazione. Letteralmente in greco: «ti emoi kai soi, ghynai»; in latino: «Quid mihi et tibi, mulier?»; e in italiano: «Che è a me e a te, o donna?». Così come suona, la prima parte della risposta di Gesù sembra strana e quasi di aperto rifiuto, perché, in altri contesti, la frase denota uan certa divergenza fra i due interlocutori, e anche un senso ripulsivo. E’ una di quelle frasi non facilmente traducibili in altra lingua, perché il significato è precisato nell’uso più dalle circostanze del discorso, dal tono di voce, dalla mimica espressiva del corpo, del viso e dagli occhi che dal valore testuale delle semplici parole. Pertanto, tenendo presente tutto ciò, per quanto possibile, si potrebbe tradurre in italiano con una frase simile: “Che importa a me e a te, o Donna?”, “Perché mi fai questo discorso, o Donna?”, “Occupati dei tuoi affari, o Donna?”, “Lasciami fare, tutto andrà bene, o Donna?”, “Provvedi tu stessa, o Donna?”… Si conferma la difficoltà della traduzione. In mancanza di segni esplici di non voler intervenire, piace leggere la frase di Gesù in chiave più teologica che letterale: “Donna, perché mi fai questa richiesta? Tu stessa puoi risolverla!”, dal momento che “non è ancora giunta la mia ora”. Sarebbe un riconoscimento, anche se per partecipazione, della potenza di sua Madre. Maria, infatti, come Madre del Figlio di Dio, è “onnipotente” per grazia e non per sé. Tuttavia, rientrando in sé stessa, e ricordandosi di quello che aveva già fatto con lei, preservandola dalla macchia del peccato originale, ora chiede al Figlio di anticipare il tempo della sua gloria e potenza, anche se occasionalmente. E senza frapporre tempo alcuno pronuncia di nuovo il suo “fiat”, attraverso le ultime parole registrate dal Vangelo: “Fate quello che vi dirà”, come io ho fatto quello che Egli ha voluto da me! La risposta di Gesù offre anche altre difficoltà interpretative in ordine ai termini “donna” e “mia ora”, che se presi isolatamente sarebbero molti difficili da spiegare. Così, per es., il nome “donna” come sinonimo di madre non appartiene al linguaggio semitico ordinario né biblico specifico, e non comporta neppure un significato particolare di affetto, di distanza, di alterigia, di solennità, ma semplicemente un essere femminile senza alcuna importanza. Riflessione. Può Gesù rivolgersi a sua Madre con un termine così comune generico e sciatto? Non c’è altra spiegazione? Dal testo e contesto non sembra trapelare alcuna generalità, ma profonda e intima familiarità. Con tale termine, potentemente evocativo, Gesù colloca sua Madre nel mistero della “sua ora”, che culminerà sulla Croce, da dove la chiamerà ugualmente “donna”. E anticipando la “sua ora”, è come se dicesse: Donna, ecco i tuoi figli! Chiedimi quel che vuoi, e io lo farò! E spontaneamente riaffiora dal profondo quella dolce e soave “tentazione” di interpretare la risposta in movimento, ossia attraverso la tonalità affabile del tono della voce, dell’affabilità dell’espressione mimica del volto e dalla trasparenza cristallina degli occhi amabili: “Donna, perché mi dici questo? La mia ora non è ancora venuta. Perciò, provvedi tu stessa, dal momento che sei la mia e la loro Madre”! Maria, invece, pur accettando la cortesia del Figlio, dà la precedenza a Lui, che è anche vero Dio, e lo ringrazia con il suo fiat: “Eccomi, fate quello che vi dirà”! A Lei compete obbedire, al Figlio comandare. L’altra difficoltà è legata all’espressione la “mia ora”. Qual è quest’ora di Gesù, che non è ancora giunta e impedisce di essere persino arrestato dai giudei (Gv 8, 20)? Tenendo presente i diversi luoghi giovannei (Gv 12, 23-27; 13,1; 17, 1), si può ritenere l’espressione la “mia ora non è ancora venuta” come equivalente e sinonima all’espressione la “mia passione e glorificazione non è ancora venuta”. A Cana, quindi, Gesù afferma che la “sua ora”, ossia la “sua glorificazione”, non è ancora venuta per manifestare pubblicamente la sua divinità. L’intervento di Maria fa anticipare proprio tale realtà, perché il miracolo è presentato come “segno” iniziale della vita di fede dei discepoli. c). Riquadro della Croce Non è difficile scorgere una stretta e intima relazione tra il momento festoso di Cana e il dramma cruento del Calvario, nonostante la distanza dei tre anni d’attività messianica di Gesù, e la diversità dell’ambiente. L’apparente dissomiglianza viene superata dall’identica terminologia e dagli stessi protagonisti: a Cana, l’ ora è anticipata per amore di accondiscendenza; al Golgota, trova compimento nell’amore di donazione; lì, l’inizio dei segni; qui, la conclusione; a Cana, la “donna” agisce sul Figlio per i figli; al Calvario, riceve per i figli la “nuova” maternità dal Figlio. Nella drammatica solennità del Calvario, la testimonianza è di estrema sobrietà, di profonda densità, di fecondo silenzio. La scena è solo tratteggiata. Domina il silenzio. E’ imposto da Cristo. E’ il momento sovrano del silenzio: metafisico e infinito insieme. Solo la fede ha accesso. Non il ritmo cronologico, ma il ritmo teologico segna gli avvenimenti del Calvario. E’ il fatto e non i particolari a guidare la tensione della crocifissione, che unifica i due aspetti del Cristo, quello messianico e quello esistenziale. Il dramma della Croce segna non solo il momento culminante dell’”ora” esistenziale di Gesù, ma rivela anche quello messianico della risurrezione e della glorificazione. Difatti, così profetizza di sé Gesù: «Io quando sarò elevato da terra attirerò tutti a me» (Gv 12, 32). L’”ora” di Gesù esprime, nell’economia giovannea, il culmine del combattimento contro satana e la sua definitiva sconfitta. E’ una vittoria dalle proporzioni universali e cosmiche a un tempo. Per il contesto “messianico”, invece, la personalità di Gesù appare così trascendente agli eventi cronologici, da essere considerato l’Inviato di Dio, che porta a compimento la sua volontà, attraverso un silenzio terribilmente fecondo. Anche l’episodio della “donna” ai piedi della Croce è frutto di tale silenzio. Eccone alcuni segni indicativi. Troneggia la solenne condanna: «Gesù Nazareno Re dei Giudei» (Gv 19, 19). La dichiarazione regale del Messia non terrena ma spirituale da parte dello stesso Pilato, che la riconosce e la conferma: «quello che ho scritto, ho scritto» (Gv 19, 22). Sulla scena drammatica e solenne regna sovrano il silenzio di Cristo, in aperto contrasto con basso vocio assordante e insultante. Il Silenzio soffre tutte le voci per dare senso alle parole insensate. Ultimo tentativo di fecondare il mondo con la Parola, dal Silenzio fecondata. La prima è di “perdono” cosmico e universale, unica arma disarmata e disarmante: «Padre, perdonali; perché non sanno quello che fanno» (Gv 23, 24). La seconda parola è di “salvezza”: l’amore di perdono è paziente. Sa che il “seme” della grazia può germogliare anche dal “sasso” spaccato dal perdono e dal timore di Dio. E il Silenzio salva: «In verità ti dico: oggi sarai con me in Pardiso» (Lc 23, 43). La terza è di “generazione”. Ai piedi della Croce, tra i forsennati vocianti insensati, c’è chi da sempre amata soffre tutto il dramma e testimonia con fede: «Donna, ecco il tuo figlio» (Gv 19, 26). La quarta parola è di “invocazione”. Con voce forte e straziata dal dolore, si rivolge direttamente al Padre, dal cui Silenzio generato, non per lamentarsi né per rimproverare, ma soltanto per confermare il suo aiuto al compimento dell’opera: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» (Mc 15, 34). La quinta è di “richiesta”. Per la prima volta Gesù chiede qualcosa per sé! Rivolgendosi di nuovo a coloro per i quali sta morendo, chiede: «Ho sete!» (Gv 19, 30). La sesta parola è di “compimento”. La redenzione per morte di Croce è stata consumata. Gesù rimette il mandato ricevuto dal Padre: «Tutto è compiuto!» (Gv 19, 30). La settima e ultima parola è di “fiducia”. Espletato il mandato, Gesù ripone la massima fiducia nell’Amore, come un bimbo nelle braccia della madre: «Padre nelle tue mani consegno il mio spirito!» (Lc 23, 46). Nel tragico e sovrano silenzio della Croce, lo sguardo materno e filiale, addolorato e dolce di Maria s’incontra con quello smorto e appassionato di Gesù, evocando mirabilmente in un attimo tutto il mistero incomunicabile e sublime dell’incontro tra il divino e l’umano, l’incarnazione e la redenzione, la sofferenza e la gloria. Come segno della nuova umanità di fede Gesù addita Colei che ha creduto al mistero dell’invisibile rendendolo visibile e concreto, elevandola a Madre universale di tutti i credenti nel Figlio. E dalla potenza fecondatrice dello sguardo Figlio-Madre e Madre-Figlio nasce l’immagine del nuovo credente e del nuovo discepolo: «Ecco la tua Madre» (Gv 19, 27). Al di là dell’interpretazione familiare, che pure ha la sua importanza, le parole di Gesù sopportano meglio l’interpretazione “messianica”, che trascende e universalizza l’umano episodio. La conferma viene dal riferimento alla visione originale del protovangelo del Genesi e a quella grandiosa e cosmica dell’Apocalisse, attraverso i due vaticini di Isaia (7,13-15) e di Micheia (5, 1-3). La lotta originale e cosmica, apertasi agli albori dell’umanità (Gn 3, 15), tra la «stirpe della donna» e la «stirpe del serpente», trova la soluzione vittoriosa nell’”ora” di Gesù e la sua celebrazione nell’Apocalisse, quando il diavolo e i suoi seguaci vengono precipitati per sempre. Alla scena apocalittica, sovrasta la celeste immagine della «una Donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e sul suo capo una corona di dodici stelle, è incinta» (Ap 12, 1), che sta per dare alla luce il Figlio, nel quale tutti gli uomini sono uno. L’interpretazione del versetto 15 del capitolo 3 del Genesi sopporta un duplice significato, uno immediato e letterale, e uno mediato e riflesso. Nel primo senso è da notare il passaggio dalla complicità momentanea della colpa alla dichiarata lotta a morte tra il serpente e la donna, che si perpetua anche nelle rispettive discendenze. Difatti, sarà un “figlio” della “donna” a riportare la vittoria finale. Il significato riflesso, invece, è concentrato in modo speciale nella lotta tra la “stirpe della donna” e l’essere stesso del “serpente”, che sarà “schiacciato”. Questa seconda interpretazione suppone il senso messianico del testo, cioè che sia riconosciuto l’effettiva allusione a Cristo e a sua Madre. Dalla storia della salvezza si evince con estrema chiarezza ed evidenza che Colui che ha riportato tale trionfo è soltanto Cristo Gesù. Di conseguenza, o nel testo del protovangelo si parla in senso pieno di Cristo o non ha senso alcuno, perché l’uomo da solo non potrà mai avere alcuna vittoria definitiva sul male senza del Cristo. La «stirpe della donna» (Gn 3,15), perciò, abbraccia anche Cristo che è «nato da donna» (Gal 4, 4). E per il termine “donna”? Per estensione del ragionamento, si deve concludere che Maria, quale “madre della stirpe”, è stata associata all’opera finale della vittoria del Figlio. Nell’evoluzione della storia sacra, questa “donna” originale e primordiale, si delinea sempre più nella storia attraverso due vaticini: quello di Isaia che la prefigura come la «vergine concepirà e partorirà un figlio, che chiamerà Emmanuele» (Is 7, 14); mentre Micheia come la «donna che deve partorire colui le cui origini sono dall’antichità» (Mi 5, 3). Il segno di questa “donna” speciale in tutti i sensi si perfeziona alla fine in quello escatologico della «donna di sole vestita… che sta per partorire» (Ap 12, 1-3). Immagine potente e grandiosa ma anche emblematica. Il parto è riferito a un essere individuale o anche a un essere collettivo? Le interpretazioni unilaterali non esauriscono completamente la potenza del “segno” che presenta contemporaneamente la Donna nella gloria (“vestita di sole”) e nel dolore (“delle doglie del parto… e la fuga nel deserto”). L’immagine della gloria divina esclude categoricamente il dolore e la fuga; e l’immagine della sofferenza non rende per nulla chiara la maternità personale del Cristo. Senza toccare minimamente i tanti delicatissimi problemi sottesi all’interpretazione, a me piace leggere semplicemente il “segno” della Donna nel duplice significato di Madre di Cristo fisico e spirituale: la “Donna” è Maria che partorisce il Cristo sia nella dimensione personale-storica nella Grotta, sia nella dimensione universale-spirituale sotto la Croce. La maternità di Maria è duplice: di Cristo e di coloro che sono di-Cristo per fede. Difatti, con la proclamazione «Donna ecco il tuo figlio» (Gv 19, 26), Gesù realizza la stupenda e potente immagine del seme: se non marcisce non fruttifica! Cristo è veramente il “primo-genito” di tanti fratelli, dal momento che s’identifica con chi crede in lui. Maria è Madre di Gesù e diventa Madre dei cristiani. 2. Trittico teologico A questa lettura mariana del trittico biblico corrisponde pienamente anche la lettura del trittico teologico d’ispirazione cristocentrica, proposta dal Beato Giovanni Duns Scoto, da cui si evidenziano solo tre aspetti interdipendenti e complementari del grande mistero di Cristo, bellezza e fondamento del disegno di Dio: Cristo come unico Mediatore, unico Redentore e unico Glorificatore. Per tutti i particolari del Convegno, invece, si rimanda al volume degli Atti (Da Cristo a Maria, Alberobello 2005). a). Da Cristo-Mediatore a Maria La collocazione della “mariologia” nella teologia ha costituito sempre un problema. Pur non potendo costituire un trattato autonomo per tantissime ragioni, merita tuttavia un posto importante nella trattazione teologica. E il motivo è semplicissimo: Maria rimanda sempre a Cristo, cui è strettissimamente legata sia dal comune atto di predestinazione del disegno di salvezza, e sia dalle fasi principali della sua realizzazione storica. Disegno che si può leggere in senso cronologico letterale o in senso riflesso indiretto. Qui, si predilige il secondo. Dalla pienezza storica della realizzazione in Cristo del disegno di Dio si leggono sia le premesse preistoriche che le conclusioni metastoriche. Da una visione dall’alto, cioè dalla completa rivelazione, non si può non premettere il momento originale del disegno di Dio che affonda le sue radici nel mistero della predestinazione del Cristo e della sua Madre Maria, come suggerisce il primato assoluto di Cristo e la verità dogmatica dell’Immacolata Concezione, collaborata dalle altre e due verità mariane definite, Maternità Divina e Assunzione al cielo in anima e corpo. L’insieme di queste verità mariane conducono sempre a Cristo. E poiché Cristo è prima di Maria, è Cristo che dona Maria all’uomo, ossia è da Cristo che si va a Maria, per Christum ad Mariam, onde il titolo del corso “Da Cristo a Maria”. E’ vero anche l’opposto, Maria aiuta a comprendere il Cristo, ma sempre dopo che il Cristo ha donato Maria. Pertanto Maria viene eletta dal Figlio a modello del cammino verso di Lui, perché è costituita mediatrice tra Cristo e l’uomo in ogni campo di rapporto sia soprannaturale che naturale. I due rapporti - da Cristo a Maria e da Maria a Cristo - si illuminano a vicenda e interagiscono l’un con l’altro, nel rispetto delle priorità e delle dignità: Cristo è sempre vero Dio e vero Uomo, e Maria è sempre Creatura (vero Uomo), anche se la più eccelsa e rivestita di divinità. La delicata questione della collocazione della mariologia in teologia ha trovato indicativamente una svolta nel Vaticano II, quando ha trattato l’argomento della Madonna nel capitolo VIII dello schema generale della visione e concezione della Chiesa, ossia nella Lumen gentium, offrendo così una soluzione più pratica che speculativa, o, meglio, sottindendendola. Perché il problema si sposta, poi, da Maria alla Chiesa, la cui collocazione teologica rimanda di necessità ai misteri principali della fede, Trinità e Incarnazione, che ne costituiscono sia il fondamento e l’apice che la struttura essenziale. E in base anche all’interpretazione che si dà dell’Incarnazione, si ha anche una visione della Chiesa. Il termine di riferimento obbligato sia per Maria sia per la Chiesa resta sempre il Cristo, che, a sua volta, rivela il grande e sublime mistero del Dio Uno e Trino. b). Da Cristo-Redentore a Maria Il legame strettissimo che lega Maria a Cristo-Mediatore, sia nell’ordine del disegno di Dio sia nell’ordine della sua esecuzione storica, trova inveramento e continuità anche nel rapporto con Cristo-Redentore. Difatti, in vista dei meriti della morte del Figlio, Maria è stata redenta in modo più sublime di quello degli altri uomini, per cui è la primizia del frutto della Redenzione, l’icona e il modello dell’umanità salvata da Cristo Gesù. Quale Madre del Cristo-Redentore e sua generosa compagna, Maria coopera in modo specialissimo alla realizzazione della sua opera: con il consenso prestato all’incarnazione del Verbo, per la gloria della SS. Trinità e la redenzione del genere umano, con il suo servizio amoroso alla persona e all’opera del Figlio, con la sua incessante intercessione e con la sua presenza materna nella vita della Chiesa. Cristo è nato da Maria. E’ carne della sua carne. Lo ha concepito e dato alla luce, allattato al suo seno verginale ed educato insieme a Giuseppe nella tradizione del suo popolo. Di Gesù, Maria è, dunque, vera Madre e quindi tra lei e Cristo esiste il vincolo naturale di madre-figlio. La persona e la missione di Cristo gettano una grande luce sulla figura della Madre. Se la Cristologia fonda e caratterizza la Mariologia, è pur certo che la Mariologia reca un valido contributo alla stessa Cristologia, perché la conoscenza della vera dottrina su Maria costituisce sempre una chiave per l’esatta comprensione del mistero di Cristo e della Chiesa. Attraverso Maria, eccezionale testimone del mistero di Cristo, la Chiesa ha approfondito il mistero della kenosis del Figlio di Dio divenuto in lei “figlio di Adamo” e ha conosciuto con maggiore chiarezza le radici storiche del Figlio di Davide, il suo inserimento nel popolo ebreo e la sua appartenenza al gruppo del “resto” di Israele, ossia dei poveri del Signore. c). Da Cristo-Glorificatore a Maria Le conseguenze del legame unico tra Madre-Figlio si evidenziano in modo perfetto nella considerazione della glorificazione di Maria sia nella vita terrena sia nella vita celeste. Maria, infatti, è la prima creatura completamente plasmata dallo Spirito santificatore e ne è la prima portatrice. La sua vita è stata animata e guidata dallo Spirito, fino ad essere giustamente ritenuta una sua icona. Secondo la tradizione contemplativa della Chiesa, lo Spirito: 1) fece scaturire dal suo cuore il “fiat” obbedienziale alla volontà del Padre e il canto riconoscente del Magnificat al suo Redentore; 2) la rese Testimone eccezionale dell’infanzia di Gesù; 3) suggerì alla Madre un atteggiamento cultuale che mutava il rito del riscatto del primogenito in un preludio dell’offerta dell’Agnello redentore; 4) ispirò la supplica materna al Figlio a favore degli sposi di Cana e l’esortazione ai servi di eseguire i suoi comandi; 5) sostenne la Vergine nel suo immenso dolore presso la Croce e le dilatò il cuore perché partorisse spiritualmente tutti i suoi discepoli; 6) mantenne viva in lei la fede nel Figlio risorto, ne fece l’Orante del Cenacolo; e l’ha glorificata totalmente quale Regina del Cielo. La Chiesa, dunque, contempla in Maria l’immagine purissima di ciò che essa tutta desidera e spera di essere. In lei, il tempo si condensa e il passato presente e futuro si illuminano reciprocamente: il passato di Israele e della Chiesa diventa presente in virtù del memoriale liturgico; il presente è segnato dalla costante azione di Maria nel cammino della Chiesa verso le ultime realtà; il futuro è realtà già acquisita che infonde fiducia e speranza. In Maria, glorificata e assunta in cielo, è vinta la paura del futuro, superato l’enigma della morte e disvelato nella sua gloria. Alla luce del Risorto, il vero destino dell’uomo. 3. Trittico spirituale Da questa riflessione sotto voce, si coglie anche l’occasione per accennare al posto della mariologia in teologia. Fondamentalmente essa resta sempre cristocentrica, benché il punto suo d’indagine parta da questo o da quell’altro riferimento mariano specifico, perché della Verità teologica unico rivelatore è Cristo. Pertanto, oltre all’accenno sul mistero della figura di Maria e alla relativa organizzazione intorno al suo sapere, si prospetta anche la “via” per meglio conoscerla. a). Maria, mistero ineffabile Maria è una persona che non può essere conosciuta come un soggetto autonomo di studio, perché la sua realtà - ricorda Duns Scoto - si rapporta direttamente a Cristo. Solo in Cristo, trova il logico posto la riflessione sulla personalità di Maria. Per conoscere Maria allora si deve andare al “cuore” della rivelazione, cioè a Cristo, come ricorda anche la Dei Verbum. Come mistero è Cristo, così è mistero anche Maria. Il mistero di Maria è come i bagliori di un diamante dalle mille sfaccettature, i cui riflessi, a volte, sconcertano, poiché è presentata a volte come “serva” e a volte come “regina”, a volte come “madre di Dio” e a volte come “madre degli uomini”. La sua semplicità è disarmante: tanto in povertà quanto in spiritualità. I due aspetti - naturale e soprannaturale – in Maria sembrano convolare a unità e interagiscono facilmente tra loro in perfetta armonia, senza alcuno influsso né negativo né di predominio. Spesso, dimenticando questa peculiare caratteristica originale unica e armonica, ci si chiede: come esprimere questo mistero di Maria? Come esprimere la sua realtà così ineffabile? Nella prospettiva cristocentrica, Maria viene investita di una speciale forma di collaborazione all’azione “mediatrice”. Collaborazione che si può chiamare anche paradigma, ossia modello di ogni relazione con il Cristo. In quanto collaboratrice di “mediazione”, Maria aiuta a conoscere sia il mistero di Cristo, vero Dio, e sia il mistero di Cristo, vero Uomo. Come a dire: Maria contribuisce efficacemente alla conoscenza della dimensione teologica e a quella antropologica dell’unico mistero di Cristo. Affermare che Maria è paradigma della conoscenza del mistero, vuol dire affermare che rivela il Dio incarnato: mediatore redentore e glorificatore. Difatti, la prima opera ad extra di Dio è l’Incarnazione, che costituisce l’originale relazione con Maria, sua Madre, che non avrà fine se non nella consumazione del tempo. E come ogni relazione umana inizia con le molteplici relazioni con la propria madre - costituzione del proprio corpo, ambiente di vita iniziale, prima esperienza dell’altro, primo contatto caloroso, prima comunicazione, prima persona ad essere riconosciuta per i suoi toni di voce, il volto, il sorriso, ecc. - così anche per Cristo la prima relazione è avvenuta con sua madre, Maria Vergine e Immacolata. La relazione materna di Cristo diviene prototipa, perché, assurgendo a dimensione divina, sboccia nell’Infinito e nella trascendenza della persona del Verbo. Fondamento della rivelazione e della teologia, è certamente l’evento Incarnazione, legato strettamente per un verso al mistero trinitario e per l’altro alla relazione materna. Tutto il resto è solo conseguenza e corollario. Dimenticare la relazione Figlio-Madre, Cristo-Maria, si cade nell’astrazione: Cristo oltre Dio rivela anche Maria e Maria contribuisce a far conoscere Cristo; Cristo è Dio, Maria, una creatura; Cristo rimanda al Padre, Maria a Cristo. Di conseguenza, la collocazione della mariologia in teologia è naturalmente accanto a Cristo. L’inserimento di Maria nel piano complessivo della salvezza impedisce di sottolineare i suoi privilegi, quasi fossero un’entità autonoma, e spinge invece a rispettare la visione cristocentrica, che, pur presentando il carattere di mediatore e di archetipo, non contraddice il trasferimento delle stesse caratteristiche a Maria, purché interpretate sempre in subordinazione e in dipendenza da Cristo. Maria, infatti, è sempre la prima creatura redenta dell’umanità affrancata, quasi a formare con la Chiesa un unico mistero. Il disegno del Padre sull’uomo, compiutosi in modo sovreminente nella santa umanità di Cristo, l’Uomo nuovo, trova anche una sua sublime realizzazione in Maria, la Donna nuova. La Vergine, infatti, già all’inizio della sua esistenza - immacolata - è colmata di grazia mentre al termine, attraverso la gloriosa assunzione al cielo, è trasfigurata in Cristo, nella totalità del suo essere. In lei si è realizzato, dunque, per prima e in maniera perfetta, il processo della predestinazione, dell’elezione, della giustificazione e della glorificazione in Cristo (Rm 8, 29-30), a cui ogni uomo è chiamato (Ef 3, 1-14). Maria appare, quindi, come la creatura in cui si armonizzano in maniera sublime la piena libertà con la totale obbedienza a Dio; le aspirazioni dell’anima con i valori del corpo; la grazia divina con l’impegno umano. b). La mariologia come disciplina Da questo breve riferimento, in prospettiva cristocentrica, si evince a tutto tondo che la mariologia non può considersi una disciplina autonoma a tutti gli effetti scientifici, ma è una disciplina eminentemente relazionata con le varie discipline teologiche tutte collegate tra di loro, che, anzi, a ben guardare, potrebbe costituire un loro punto di raccordo, purché conservi la sua vicinanza ontologica con Cristo. La funzione di raccordo insito nella mariologia lo si ricava apoditticamente dallo stesso disegno di Dio: tutto in Maria è relativo al Padre, di cui ella è la serva e la figlia prediletta; a Cristo, di cui è vera madre, generosa socia e discepola; allo Spirito Santo, da cui ha ricevuto un cuore nuovo e uno spirito nuovo per accogliere nel suo grembo verginale il Cristo, e, per questo, ricolmata di ogni grazia; all’Antico Israele, suo popolo, di cui è personificazione, culmine e voce più pura; alla Chiesa, di cui è primizia e compimento escatologico; all’umanità di ogni luogo e di ogni tempo, di cui è figlia eminente e pienamente realizzata; al Cosmo, di cui è vertice ed eccelso ornamento. Funzione che sintetizza tutta la storia della salvezza: dalla predestinazione ab aeterno del Verbo incarnato, alla Parusia del Signore, dal Genesi all’Apocalisse, attraverso la fase storica. c). Le vie per conoscere Maria Come via maestra si presenta quella del Beato Giovanni Duns Scoto. Anche per lui, Maria è una persona e, in quanto tale, porta con sé un segreto, un centro intimo, un io profondo che non si può scandagliare senza un vero incontro personale. La conoscenza di Maria, però, diviene impossibile e impensabile, in quanto non può costituire un “oggetto” di studio oggettivo e autonomo, perché in lei si concentrano e si uniscono insieme fede storia e leggenda, vangelo teologia e arte... Come Dio è mistero, come Cristo è mistero, anche Maria, in quanto partecipa strutturalmente a questi misteri, è, in un certo senso, “mistero”. Per Duns Scoto, infatti, non si può parlare adeguatamente di Maria se non si parla prima di Cristo, oggetto diretto e immediato della Rivelazione. Gli stessi testi rivelati, che vanno sotto il nome “mariologici”, sono sempre e soprattutto testi “cristologici”. E questo perché solo Cristo rivela il mistero di Dio. Maria è stata associata a tale rivelazione. Pertanto, Cristo è l’oggetto principale della Rivelazione, Maria l’oggetto secondario e dipendente. Cristo è il dono supremo di Dio e Maria è il dono supremo di Cristo. E’ alla luce di questi principi che il Maestro Francescano avanza la sua via per conoscere Maria, secondo l’aforisma: per Cristum ad Mariam; prima dell’inverso antropologico: per Mariam ad Christum. Difatti, Cristo dona Maria all’uomo per via ontologica, e Maria dona Cristo all’uomo per via ontica. L’elezione e la predestinazione di Maria a Madre Immacolata di Cristo costituisce il principio fondamentale per entrare nel segreto mistero mariano. E poiché l’unico predestinato per sé è il Cristo, e unitamente a lui anche Maria per grazia, la coppia Cristo-Maria costituisce l’originario esemplare di ogni esistenza umana e di ogni cammino di perfezione. La via preferita per conoscere Maria è data direttamente dal disegno di Dio nell’Incarnazione: Cristo viene donato da Dio e Maria da Cristo. Se a questa originale intuizione teologica, si aggiunge anche la chiave ermeneutica con cui tratta e risolve le questioni mariane, allora si determina meglio la via per conoscere Maria: “Se non contraddice all’autorità della Chiesa e all’autorità della Scrittura - afferma Duns Scoto - sembra probabile attribuire a Maria tutto ciò che è più eccellente”. Principio che deriva come corollario da quello cristologico: “nell’esaltare Cristo preferisco cadere per eccesso nella lode a lui dovuta anziché in difetto, se per ignoranza non è possibile evitarli”. La storia della mariologia moderna gravita ancora sul concetto base del cosiddetto “principio mariologico fondamentale”, su quel principio cioè che non solo riconduce all'unità i vari elementi della mariologia, ma che soprattutto riesce a mettere più chiaramente in luce che cosa Dio ha voluto comunicare di sé, dell'uomo e della sua salvezza in Maria e, per mezzo di Maria, all'intera umanità. Alcuni negano l'esistenza e la legittimità di un principio unificante in mariologia, limitandosi alla semplice presentazione storico-salvifica degli eventi mariani o alla loro comprensione ecumenica in stretto riferimento alle verità del Credo. Altri invece pensano di poter trovare questo principio fondamentale o nella maternità divina di Maria, o nella sua relazione a Cristo, o nella sua relazione alla Chiesa. Dalla “via Scoti”, Maria risulta contemporaneamente persona e mistero, cioè una realtà complessa, ricca di significato, carica di storia e di interpretazioni. Non sarà facile intuire che, le diverse “vie” per giungere alla sua conoscenza, rischiano di evidenziare alcuni aspetti reali a danno di altri ugualmente importanti. Si è obbligato, quindi, a distinguere questi sentieri mariani, senza dimenticare però il criterio della globalità e della complementarietà, che non deve mai venir meno anche nelle scelte personali di una singola via o di più vie insieme. Considerando Maria, come persona scelta da Dio per cooperare responsabilmente e in modo unico al suo piano di salvezza, si può scorgere un ventaglio di “vie” che conducono al suo mistero: ogni conoscenza di Maria presuppone la conoscenza di Dio in Gesù Cristo, che rimane la via maestra, unica e indispensabile per l'accesso al Padre nello Spirito (Ef 2, 18). In altre parole, esiste il problema del rapporto della conoscenza di Maria con l'intero mistero cristiano, in particolare con il centro di esso, che è Cristo. Maria resta, quindi, punto di riferimento di ogni “via” che - distinguendole senza però forzarne la specificità - discendono dall'alto o muovono dal basso, secondo che accentuano la rivelazione di Maria da parte di Dio (nella Bibbia) o tramite Maria stessa (mariofanie), oppure il cammino umano verso la realtà di Maria considerata come buona (via spirituale), come vera (via teologica), come bella (via artistica). Al teologo autentico questi trascendentali si unificano e s’intersecano tra di loro in una sola realtà: Cristo. In sintesi, ecco un cenno per ogni “via”. 1) Riferimento alla storia della salvezza, richiesto dalla stessa Sacra Scrittura è tipico della teologia dei Padri. Esso è insito nello stesso fluire del tempo per cui la storia del mondo e della Chiesa appaiono come momenti della stessa storia della salvezza ed è proprio della Liturgia che celebra costantemente l’evento fondamentale di tale storia: Cristo alfa ed omega del divenire storico; Cristo atteso e venuto nella pienezza del tempo; Cristo morto, risorto e glorificato alla destra del Padre, presente e operante nella Chiesa fino alla fine del mondo. 2) Ampliamento del quadro di riferimento da Maria a Cristo e alla Chiesa. In senso verticale, si sottolineano i suoi singolari rapporti non solo con il Verbo incarnato ma con tutte e tre le persone della SS. Trinità; in senso orizzontale, invece, il rapporto di Maria non solo con la Chiesa ma con tutti i vari popoli, la loro storia e la loro cultura, secondo il piano ordinario di ogni evangelizzazione che si rispetti. 3) La via della verità, basata sul dato rivelato e sulla riflessione teologica costituisce la via più comune e sicura in mariologia, ma anche la più difficile e ardua, perché la continua evoluzione nella perfezione dei canoni ermeneutici nella ricerca della verità, obbliga a un’attenzione critica molto capillare dei segni dei tempi. Richiede seria applicazione allo studio e alla riflessione della Parola e delle sue regole interpretative. 4) La via della bellezza è una via accessibile a tutti, dato che Maria è la creatura “tutta pura”, lo “specchio senza macchia”, l’ideale supremo di ogni perfezione, la “Donna vestita di sole”. In stretto legame con Cristo, sorgente della stessa bellezza, la Vergine riceve copiosamente ogni dono da Lui e a Lui rimanda, trasfigurata nella luce della divina bellezza che l’avvolge, divenendo un inno di lode e ringraziamento perenne. Come è difficile il discorso sull’arte, così diventa difficile la via della bellezza. 5) La via dell’esperienza in quanto la vita di Maria è un’esegesi vivente del Vangelo. Bisogna cercare, in sostanza, di conoscere il dato rivelato non per via speculativa, ma in seguito ad un incontro personale con Maria, accolta essenzialmente nella propria vita. Dall’incontro dei santi con Maria sono scaturite profonde illuminazioni riguardanti il dato rivelato su di Lei e atteggiamenti esistenziali nei suoi confronti: per essi la Vergine diventa altamente significativa nella sequela di Cristo. 6) L’interdisciplinarità non deve essere mai trascurata ma sempre sottolineata per evitare che la Mariolgia venga nuovamente ritenuta una secondaria disciplina teologica isolata dal contesto generale della teologia. In breve, da questo incrocio di “vie” che portano alla conoscenza di Maria, si ricava l’indicazione pratica: scegliere una via, quella più congeniale alla propria personalità, e seguirla fino in fondo, riservando, a chi ha la possibilità di raccordarsi con le altre secondo l'opportunità senza preoccupazione. La mia scelta, per esempio, cade su quella proposta e vissuta da Duns Scoto. Andando verso Maria, Madre di Cristo e Madre nostra, la vita spirituale si eleverà e sarà come uno specchio dove si riconoscerà il volto più autentico dell'uomo. Ogni incontro con lei si risolverà mediante lo Spirito in una penetrazione più profonda del mistero di Cristo e del Padre, nella cui conoscenza-amore consiste la vita eterna (Gv 17, 3), ultimo traguardo della Chiesa pellegrinante e di ogni uomo in via. Conclusione A conclusione di questa breve riflessione sotto voce, sembra giusto racchiudere a fattor comune le idee principali ed essenziali da tener presente per una sana e corretta visione mariologica, che appare come la cenerentola della teologia, ma in realtà ne è parte integrante, perché così ha voluto l’Amore Infinito di Dio quando ha rivelato il suo disegno d’amore in Cristo, suo Capolavoro, insieme alla sua Immacolata Madre. Pertanto, racchiudo in quattro punti alcuni rilievi. 1) La posizione di coloro che pensano alla beata Vergine come un elemento periferico del mistero cristiano, un dato marginale della fede e della teologia, non è sostenibile in nessun modo. Non si può, infatti, ritenere marginale l’Incarnazione del Verbo di Dio alla quale Maria, secondo il disegno di Dio, collaborò con il suo fiat che ha fatto la storia dell’uomo; né sono marginali le parole rivolte da Cristo morente sulla Croce alla Madre e al discepolo; né è marginale l’evento della Pentecoste. 2) La mariologia ha diritto di entrare nei trattati teologici per la parte che riguarda la Madre del Signore, secondo il mistero analizzato. Appare, ad esempio, anomalo un trattato di Ecclesiologia, che non dedica alcuna pagina a Maria Vergine, cioè a Colei della quale la stessa Chiesa assume il suo profilo e la sua caratteristica funzione di vergine–sposa–madre e nella quale riconosce il suo modello esemplare e l’icona escatologica. E così anche per i trattati di Cristologia o di Pneumatologia. 3) E’ da considerare provvidenziale la disposizione della Sede Apostolica che annovera la mariologia tra le discipline del corso degli studi teologici. Oggi sarebbe impensabile trascurare il suo insegnamento, ma bisogna dare alla mariologia il giusto posto nei seminari e nelle facoltà teologiche. Purtroppo questa disposizione non è stata ancora universalmente accolta con la dovuta attenzione, in alcuni casi è stata addirittura disattesa e in altri recepita senza la necessaria convinzione. 4) La Mariologia non ha fonti proprie, ma le sue fonti sono le stesse di qualsiasi altra disciplina teologica. Esse sono: La Sacra Scrittura, la Sacra Tradizione, la Santa Liturgia, il Magistero della Chiesa, l’insegnamento dei Dottori Teologi. Collegato con queste fonti è il sensus fidelium come partecipazione del popolo di Dio alla funzione profetica di Cristo, ricca, quindi, dell’effusione dello Spirito di verità che opera nella Chiesa. Questo, il senso e il significato del terzo viaggio di Duns Scoto in Terra Santa.

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