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VII CENTENARIO DELLA MORTE DI G. DUNS SCOTO
E LO SCOTISMO DI P. DIOMEDE SCARAMUZZI
Lauriola Giovanni ofm

 

Premessa
Nel ciclo delle manifestazioni celebrative per il VII Centenario della morte di Giovanni Duns Scoto è stato giusto e doveroso per gli Enti Organizzatori riservare un adeguato spazio al francescano Diomede Scaramuzzi, che, per tantissimi motivi, è strettamente legato al Congresso sia nel tema scelto e sia nella prima esposizione scientifica e divulgativa dello scotismo, per aver dedicato proprio una delle sue prime opere all’argomento nel 1926, “Lo Scotismo nel mezzogiorno d’Italia”, tema dello stesso Congresso. Così i lavori dello Scotismo possano segnare le linee di un suo disegno storico dalle origini ad oggi, specialmente con le personalità degli studiosi garganici dall’ottocento ad oggi, quasi una continuatà storico-ideale: Garganico (1804-1880), Vescovo di Marsico Nuovo e Potenza, che contribuì non poco alla preparazione della bolla “Ineffabilis Deus” di Pio IX che proclamò verità di fede l’Immacolata Concezione, portando a coronamento l’insegnamento di Giovanni Duns Scoto; e a fr Diomede Scaramuzzi da S. Giovanni Rotondo (1880-1966) che nella prima metà del XX sec. è stato il diffusore nella cultura italiana della dottrina del Pensatore scozzese, lavorando nella I Commissione Scotista, dirigendo l’ufficio stampa francescano presso l’Osservatore Romano, manifestandosi anche come forbito scrittore e abile traduttore dal latino medievale; e P. Giovanni Lauriola da Monte S. Angelo che da mezzo secolo continua la stessa piccola missione.

Il tema della presente relazione è circostanziato al rapporto tra lo Scaramuzzi e il massimo esponente della Scuola francescana, lo scozzese Giovanni Duns Scoto, del quale è stato il primo e anche il più importante divulgatore della prima metà del secolo scorso. Rapporto che è durato per più di 30 anni in modo intensivo, e per tutto l’arco esistenziale in modo estensivo, ed è conciso con una fase molto delicata e difficile dello scotismo, specialmente in considerazione dell’iter processuale della beatificazione del Pensatore scozzese.
Per non dare l’illusione di una ricostruzione troppo tecnica, l’esposizione segue la via meno storiografica che memorativa, perché intende comunicare piuttosto un “mio ricordo” a chi per la prima volta sente parlare di questo argomento, specialmente in considerazione del fatto che lo Scaramuzzi, come studioso di Duns Scoto, ha saputo instaurare un felice e fecondo rapporto tra studio e preghiera, tra scienza e semplicità, tra vita contemplativa e vita attiva, tra fede e ragione, in base proprio alla primitiva ratio studiorum, dettata dallo stesso Francesco d’Assisi, quando, autodefinitosi “illetterato e idiota”, «comandò a frate Antonio di insegnare Teologia ai frati, purché lo studio non spenga lo spirito di preghiera e di devozione», così da fugare ogni tentazione contro la vita dello studio e della ricerca scientifica, erroneamente interpretati come contrari all’ideale francescano.
Questo “ricordo” tra Scaramuzzi-Duns Scoto porterà a fare un “bagno” nelle origini francescane, attraverso le principali tappe di studio raggiunte dallo Scaramuzzi, che ha manifestato grande sensibilità alle esigenze culturali del suo tempo e profondo acume ermeneutico nell’interpretare le grandi figure storiche del medievo, per diffondere l’ideale serafico. Lo sguardo dello Scaramuzzi sul medievo, perciò, non deve essere visto come una forma di alienazione dal presente, che sarebbe gravissimo errore, ma un modo per meglio mediarlo e proiettarlo nel futuro della progettazione esistenziale, dal momento che il presente è sempre gravido di passato e di futuro. La mediazione della storia serve non solo ad evitare errori già commessi, ma anche a programmare con più responsabilità il proprio progetto di vita. Diviene necessaria, per il cristiano in genere e per il francescano in particolare, la conoscenza critica dell’età di mezzo.
E’ vero, che ad alcuni non importa nulla del passato e, soprattutto, del medio evo. Proprio a questi pochi “spensierati” si dirige il presente profilo, per tentare di ricordare che l’uomo moderno deve molto -direttamente o indirettamente- al periodo del medio evo, come culla e cuore del proprio ideale cristiano e francescano insieme, per non incorrere in pseude interpretazioni non tanto delle fonti, quanto nell’illusione di riproporre alcune forme di “esperienze” come autentiche espressioni dell’ideale francescano moderno. E di questi abbagli è gravido lo stesso Ordine Francescano, creando grave e pericoloso disagio nella vita dei frati e delle comunità.
La poco notorietà di un personaggio sembra sia dovuto più alla scarsa importanza data alla sfera storica dell’esistenza e alla poco conoscenza che si ha della sua personalità e delle sue opere, che ad altre cause. Di certo, non si può addurre come motivo scusante il fatto che la vita moderna per il suo vertiginoso ritmo impedisce di oguardare “indietro”, ossia di riflettere e di pensare sul passato remoto o prossimo che sia. Una simile scusa sarebbe sintomo evidente della scarsa sensibilità culturale in cui viviamo, perché riduce l’esistenza al banale “quotidiano”. Purtroppo, bisogna constatare che molti concepiscono ancora la cultura come qualcosa che dall’esterno venga dentro di noi, attraverso le quotidiane novità propinate dai mass media, tramite raffinate tecniche alienanti e robotizzanti; mentre la cultura, bene intesa, è espressione ed esercizio della propria libertà, che nasce dalla ricerca sofferta della verità, che, vuoi o non vuoi, è sempre figlia della storia, cioè di passato e di futuro.
Diomede Scaramuzzi è un personaggio di questo tipo! Perciò, anche scomodo.
Nel comunicare, pertanto, questo ricordo dello Scaramuzzi in riferimento a Duns Scoto, intendo raggiungere un duplice scopo: primo, di ravvivare il ricordo in chi l’ha conosciuto personalmente o attraverso le sue opere; e secondo, di offrire agli altri uno stimolo alla ricerca per meglio comprendere e vivere l’ideale francescano. Per comodità, divido la comunicazione in tre parti: chi è Duns Scoto, chi è Diomede Scaramuzzi e qual è il rapporto tra Scaramuzzi e Duns Scoto.

I - CHI E’ GIOVANNI DUNS SCOTO?

Una risposta adeguata esigerebbe la presentazione di tutto il coro osannante di lodi e di riconoscimenti che poeti e artisti, filosofi e teologi, religiosi e laici di ogni condizione e credo hanno elevato alla sublime sua santità, alla profonda sua spiritualità e alla sua eccelsa dottrina cristocentrica. Essendo tale impresa, in poche pagine, assai difficile e arduo, scelgo soltanto alcune principali testimonianze storiche, contemporanee e antiche, per documentare l’affermazione.
Duns Scoto il primo grande assertore del cristocentrismo: tutto l’universo è stato creato in vista di Cristo nel quale esso consegue anche il suo pieno compimento, nel suo duplice ordine, naturale e soprannaturale, ossia la tesi tipica del primato assoluto e universale di Cristo su tutte le creature, da cui scaturisce l’Immacolata Concezione della Madre Maria e tutte le altre spiegazioni teologiche e filosofiche della storia della salvezza.
Beatificato da Giovanni Paolo II, il 20 marzo 1993, a termine di una causa iniziata nel 1706 e ripresa, dopo diverse peripezie, con maggior vigore nel 1905, Duns Scoto non è certamente un personaggio molto noto né tanto meno amato. Eppure egli è stato uno dei più grandi pensatori medievali e la sua elevazione alla gloria degli altari ce lo indica anche quale alto modello di vita cristiana e religiosa: egli ha dunque tutte le carte in regola per appartenere alla schiera, tanto gloriosa dei grandi maestri della cultura cattolica.

1). Testimonianze recenti

Prima di citare le testimonianze magistrali di Paolo VI e di Giovanni Palo II, piace premettere la chiave ermeneutica di Duns Scoto, che fa contradistinguere il suo pensiero da tutti gli altri pensatori, perché ha saputo compiere la cosiddetta “rivoluzione copernicana in teologia”, e per questo io lo considero l’Autore del terzo millennio.
Nella teologia, infatti, Duns Scoto viene ricordato come il fondatore del Cristocentrismo, la cui chiave ermeneutica è applicabile a tutto l’arco culturale di ogni tipologia: dalla teologia alla filosofia, dalla morale alla spiritualità, dal diritto alla politica... La caratteristica novativa balza evidentedal semplice confronto degli schemi delle due concezioni teologiche principali: la “teocentrica” e la “cristocentrinca”.
La teocentrica si sviluppa secondo lo schema letterale della Scrittura:
- Dio Uno e Trino
- Creazione del mondo e dell’uomo
- Peccato dell’uomo
- Incarnazione del Verbo
- Redenzione
- Chiesa e Sacramenti
- Escatologia.
La concezione “cristocentrica” invece secondo la riflessione teologica sulla Scrittura:
- Dio Uno e Trino
- Incarnazione del Verbo (che abbraccia la Predestinazione assoluta di Cristo e di Maria, il Primato universale di Cristo e la sua unicità di Mediatore)
- Creazione del mondo e dell’uomo
- Peccato dell’uomo
- Cristo come unico Redentore
- Chiesa e Sacramenti (come continuità storica dell’Incarnazione e della Redenzione)
- Escatologia (Cristo come unico Glorificatore).
Lo schema “teocentrico” procede con lettura antropocentrica della Bibbia e subordina l’Incarnazione alla Redenzione; lo schema “cristocentrico”, invece, applica una lettura cristocentrica del testo rivelato e afferma il primato assoluto dell’Incarnazione sganciata dalla Redenzione, che fa la differenza.

a) Testimonianza di Paolo VI

Nella Lettera Apostolica Alma parens del 14 luglio 1966, in occasione del VII centenario della nascita di Duns Scoto, Paolo VI tra l’atro scrive:
«Giovanni Duns Scoto elevò al cielo su ferme basi e con arditi pinnacoli l’ardente speculazione... divenendo della Scuola francescana il rappresentante più qualificato. Lo spirito e l’ideale di San Francesco d’Assisi si celano e fervono nell’opera di Giovanni Duns Scoto, dove fa alitare lo spirito serafico del Patriarca Assisiate, subordinando al sapere il ben vivere: asserendo egli l’eccellenza della carità sopra ogni scienza, l’universale primato di Cristo, capolavoro di Dio, glorificatore della Santissima Trinità e Redentore del genere umano, Re e nell’ordine naturale e soprannaturale, al cui lato splende di originale bellezza la Vergine Immacolata, Regina dell’universo, fa svettare le idee sovrane della Rivelazione evangelica, particolarmente ciò che San Giovanni Evangelista e San Paolo Apostolo videro nel piano divino della salvezza sovrastare in grado eminente» .
E un anno prima - il 10 settembre 1965 - al Congresso Tomistico Internazionale, nalla sua allocuzione, Paolo VI segna magistralmente l’interpretazione del documento conciliare Optatam totius, (ai nn. 15-16) circa il “patrimonio speculativo perennemente valido”, e della stessa tradizione del Magistero, quando parlando di Tommaso d’Aquino, scrive: «Il Magistero della Chiesa non ha inteso [mai] farlo Maestro esclusivo, né ha imposto alcuna sua tesi, né ha inteso escludere la legittima diversità delle scuole e dei sistemi, e ancor meno proscrivere la giusta libertà della ricerca. La preferenza accordata all’Aquinate non è esclusività» [per altri Dottori, come ad es., Duns Scoto]. Nella pratica , però, questo è avvenuto e continua ancora...
Se il mio primo commento da studente teologo - nell’ottobre 1966 - a questi testi fu molto equilibrato e troppo diplomatico, scrivendo: «Duns Scoto e Tommaso d’Aquino sono d’accordo circa le tesi principali in metafisica e gnoseologia... e, pur nella differenza di metodo e di particolari dottrinali, si nota tra i due Maestri quella concordia essenziale che costituisce il “patrimonio filosofico perennemente valido”, affermato dal concilio Vaticano II» ; oggi, invece, dopo l’esperienza quarantennale di studi e attività didattico-scientifica, vado ben oltre e oso affermare che tra i due Dottori passa speculativamente la stessa differenza che scientificamente intercorre tra le due teorie che hanno storicamente interpretato il sistema solare: la “concezione copernicana” e la “concezione tolemaica”. Duns Scoto, infatti, si presenta alla storia come colui che ha operato in teologia la cosiddetta “rivoluzione copernicana”, con la meravigliosa e sublime dottrina del Cristocentrismo e del suo corollario sulla dottrina dell’Immacolata Concezione della Vergine Maria e dell’Assunzione al cielo in anima e corpo, insieme al lungo corteo di tesi dottrinali e spirituali che, come cascata di gioielli, si riversano sul terreno umano e sociale .

b) Testimonianza di Giovanni Paolo II

Tra le principali testimonianze di Giovanni Paolo II su Duns Scoto, piace ricordare quella del 15 novembre 1980, quando nella visita a Colonia, oltre a pregare sulla tomba di Duns Scoto, scrive: «La chiesa dei Frati minori, che è antica quanto il duomo, racchiude due torri spirituali della fede: l’importante teologo Duns Scoto e il grande apostolo della dottrina sociale della chiesa Adolph Kolping. Duns Scoto ci ha reso accessibile il mistero della Immacolata Concezione di Maria e ci ha descritto la sua importanza nel piano di salvezza divino. Questa chiesa fu la prima a nord delle Alpi a essere dedicata all’Immacolata». Duns Scoto è per Giovanni Paolo II un baluardo della fede - “torre della fede” e il “teologo importante” che ha aperto la via al mistero della Immacolata Concezione di Maria, descrivendone la sua predestinazione nel piano di salvezza divino.
Il 6 luglio 1991, pone la firma al decreto di canonizzazione del Servo di Dio Giovanni Duns Scoto da parte della Congregazione per la causa dei Santi, dove Duns Scoto è presentato come un fedele adoratore di Dio in un momento in cui lo spirito di preghiera contemplativa sembra in crisi per l’eccessiva forma di secolarizzazione del mondo; come un campione della fede in un tempo in cui a tutto si crede, ma difficilmente a Dio; come un esempio di studioso e di ricercatore della verità, di modello di fedeltà al Magistero e alla Chiesa in un momento in cui facile non appare il rapporto tra Magistero e Teologi... Ecco qualche brano:
«Giovanni Duns Scoto... pose come fondamento della sua speculazione e dei suoi sentimenti e interessi il Signore Dio e la Chiesa. Egli usando opportunamente le doti ricevute dal cielo, tenne fissi gli occhi della mente e del cuore nella luce delle verità eterne, e con la gioia di chi ha trovato un grande tesoro, più profondamente si addentrò nella conoscenza, nella contemplazione e nell’amore di Dio. Con autentica umiltà di sapiente non confidava nelle sue forze, ma nell’aiuto della grazia, che pieno di fiducia invocava con fervide preghiere. La teologia alimentava in lui la vita spirituale e a sua volta la vita spirituale rinvigoriva la teologia. La Rivelazione e il Magistero della Chiesa furono le sue regole principali non solo della sua meditazione, ma anche della sua vita che aveva deciso di conformare alla vita di Cristo.
Guidato dalla fede, temprato dalla carità, illuminato dalla speranza, Giovanni Duns Scoto visse in intima unione con Dio, che amava con sommo ardore, e onorò con particolare devozione il mistero dell’Incarnazione del Verbo, della Passione di Cristo, dell’Eucaristia... e, da vero teologo di Maria, fu grande e autorevole assertore dell’Immacolata Concezione... Convinto che la somma autorità nella Chiesa apparteneva al Pontefice di Roma, non esitò ad abbandonare la splendida carriera nell’Università per testimoniare la sua fedeltà al Vicario di Cristo...».
Anche significativa è la brve presentazione spirituale che Giovanni Paolo II fa il 23 maggio 1992, in visita a Nola (NA) dov’ero presente anch’io. All’omelia ricorda «Giovanni Duns Scoto come l’insigne teologo e grande assertore dell’Immacolata Concezione...»; e nel pomeriggio, parlando ai Religiosi, il pensiero del Papa «va spontaneamente al grande Giovanni Duns Scoto, teologo serio, [in cui si possono] trovare quelle risposte e quegli orientamenti pastorali e spirituali che gli uomini del nostro tempo attendono», nel cui confronto cioè è possibile realizzare l’aggiornamento teologico e l’impegno della nuova evangelizzazione. Egli è principalmente un esempio di vita, una testimonianza religiosa, un modello sacerdotale.
La testimonianza più vibrante sembra quella del 20 marzo 1993, quando Giovanni Paolo II nella Conferma del Culto liturgico al Beato Giovanni Duns Scoto, tra l’altro scrive: «Nella nostra epoca, pur ricca di immense risorse umane tecniche e scientifiche, ma nella quale molti hanno smarrito il senso della fede e conducono una vita lontana da Cristo e dal suo Vangelo, il Beato Duns Scoto si presenta non solo con l’acutezza del suo ingegno e la straordinaria capacità di penetrare nel mistero di Dio, ma anche con la forza persuasiva della sua santità di vita che lo rende, per la Chiesa e per l’umanità intera, Maestro di pensiero e di vita. La sua dottrina... edifica vigorosamente la Chiesa, sostenendola nella sua urgente missione di nuova evangelizzazione dei popoli della terra. In particolare, per i Teologi, i Sacerdoti, i Pastori d’anime, i Religiosi, e in modo speciale per i Francescani, il Beato Duns Scoto costituisce un esempio di fedeltà alla verità rivelata, di feconda azione sacerdotale, di serio dialogo nella ricerca dell’unità [e della verità]» .
E il 16 febbraio 2002 ricorda alla Commissione Scotista: «È ben nota, nella filosofia e teologia cattolica, la figura del beato Giovanni Duns Scoto, che il mio predecessore, il Papa Paolo VI, nella Lettera apostolica Alma Parens del 14 luglio 1966, definiva come “il perfezionatore” di san Bonaventura, “il rappresentante più qualificato” della Scuola francescana. In quella circostanza Paolo VI asseriva che negli scritti di Duns Scoto “latent certe ferventque Sancti Francisci Asisinatis perfectionis pulcherrima forma et seraphici spiritus ardores”, [si celano e fervono lo spirito e l’ideale di San Francesco d’Assisi] ed aggiungeva che dal tesoro teologico delle sue opere si possono ricavare spunti preziosi per “sereni colloqui” tra la Chiesa cattolica e le altre Confessioni cristiane».
E aggiunge con grande entusiasmo e simpatia: «Duns Scoto, con la sua splendida dottrina sul primato di Cristo, sull’Immacolata Concezione, sul valore primario della Rivelazione e del Magistero della Chiesa, sull’autorità del Papa, sulla possibilità della ragione umana di rendere accessibili, almeno in parte, le grandi verità della fede, di dimostrarne la non contraddittorietà, rimane ancor oggi un pilastro della teologia cattolica, un Maestro originale e ricco di spunti e sollecitazioni per una conoscenza sempre più completa delle verità della Fede».

2). Testimonianze antiche

Nel novero delle tantissime testimonianze antiche in onore di Duns Scoto, che lastricano la via della storia, ne scelgo soltanto due, quella del suo maestro di Parigi e quella epigrafica, che in forma poetica tessono gli elogi più belli e veritieri della personalità Maestro francescano, come il primo panegirico.

a) Testimonianza di Gonsalvo di Spagna

La testimonianza del suo Maestro di Parigi, Gonsalvo di Spagna (1255-1313) e, dal 1304, anche ministro generale dell’Ordine, sembra la più idonea per comprendere l’originale e autentica personalità spirituale e scientifica di Duns Scoto, perché oltre che la prima in ordine di tempo è anche la più equilibrata e completa.
Difatti, durante la momentanea tregua tra il re di Francia, Filippo IV il Bello, e la Santa Sede, per la morte di Bonifacio VIII, il Ministro Generale richiama da Oxford Duns Scoto per presentarlo al magistero cattedratico di Parigi. E per l’occasione scrive da Ancona, in data 18 novembre 1304, ai responsabili dello studium generale di Parigi, una lettera di presentazione a favore di Duns Scoto, designato per il titolo di Magister theologiae. Il brano che interessa recita: «Affido alla vostra benevolenza il diletto padre Giovanni Scoto, della cui lodevole vita, della sua scienza eccellente e del suo ingegno sottilissimo, come delle altre virtù, sono pienamente informato, sia per la lunga esperienza sia per la fama che dappertutto egli gode» .
L’importanza di tale testimonianza non può sfuggire a nessuno. Ancor prima di conseguire il titolo accademico di magister e prima del suo insegnamento cattedratico, le caratteristiche peculiari della personalità spirituale e scientifica di Duns Scoto sono non solo note negli ambienti universitari e in quelli dell’Ordine, ma anche diffuse “dappertutto”. La breve presentazione laudativa tocca tutti i punti principali e caratteristici di Duns Scoto: “vita lodevole” in campo religioso e, quindi, adorna di tutte le virtù specifiche dello stato di vita francescana e sacerdotale; “scienza eccellente” sia in campo filosofico che teologico, idoneo cioè a “leggere” le Sentenze di Pietro Lombardo, e a sostenere pubblicamente le questioni più dibattute e spinose del tempo, le così dette quodlibetales; “ingegno sottilissimo” nell’investigare la verità rivelata da Dio, che denota potenza speculativa e cuore ardente di amore, perché ogni ricerca è frutto sempre di volontà e di amore. E’ una testimonianza che si impone per se stessa: storicamente è la prima, perché rilasciata ancor vivo Duns Scoto; dottrinalmente è qualificata, perché l’autore, come maestro di teologia a Parigi, lo ha avuto come discepolo.

b) Testimonianza epigrafica

Anche l’accenno alle testimonianze epigrafiche dimostrano come la santità e la scienza di Duns Scoto siano state confermate subito dopo la sua morte. Lo si desume dalla lettura degli epitaffi con cui è stato conservato nella storia il ricordo imperituro. Ben presto a indicare il luogo della sepoltura di Duns Scoto è stato inciso sulla pietra il seguente epitaffio, risalente alla prima metà del XIV secolo. Eccolo come recita in una traduzione alquanto libera:
E' chiuso questo ruscello, considerato fonte viva della Chiesa;
Maestro di Giustizia, fiore degli studi e Arca della Sapienza.
Di ingegno sottile, della Scrittura i misteri svela,
In giovane età fu [rapito al cielo], ricordati, dunque, di Giovanni.
Lui, o Dio, ornato [di virtù] fa che sia beato in cielo.
Per un [così gran] Padre involato inneggiamo con cuore grato [al Signore].
Fu [Duns Scoto] del clero guida, del chiostro luce e della verità [apostolo] intrepido .

Si possono notare alcune espressioni che esprimono in modo efficace la ricca realtà spirituale speculativa ed esemplativa di Duns Scoto. Viene paragonato a un fiume dalle acque limpide e abbondanti che alimenta e collabora al cammino storico della Chiesa, come maestro di amore e di carità, come esempio di ricercatore della verità e, quindi, come modello di sapienza e di vita.
Con potenza espressiva viene espressa la forza e la capacità speculativa del suo intelletto, sempre guidato dalla volontà, che riesce a penetrare nei più reconditi segreti del mistero rivelato da Dio nella Scrittura. L’allusione alla lettura cristocentrica del piano della salvezza è abbastanza evidente. La “chiusura” precoce di questo inesauribile fiume di vita viene inteso come auspicio di beatificazione da parte di Dio mediante il riconoscimento pubblico da parte della Chiesa, perché adorno di tutte le virtù.
Altamente meravigliosa e sublime a un tempo, si presenta la conclusione, che, in forma estremamente sintetica, evoca le note spirituali più caratteristiche della sua personalità. Per i sacerdoti è “guida” sicura di dottrina e di santità; per i religiosi è “luce” di vita e di perfezione; per il popolo di Dio è “apostolo” senza paura nel diffondere la verità che è Dio stesso.
Con questo Autore, così famoso e glorioso, si è confrontato Diomede Scaramuzzi!

II - CHI E’ DIOMEDE SCARAMUZZI?

Tracciare lo schizzo biografico di Diomede Scaramuzzi sembra facile, ma in realtà è molto difficile, perché, oltre a mancare di una vera e propria biografia, diverse sono le interpretazioni che si possono dare ad alcuni dati importanti in possesso. Tuttavia, allo scopo presente è sufficiente evidenziare gli elementi essenziali, per far nascere in qualcuno il desiderio di approfondire l’argomento.
Nacque il 15 novembre 1880, da Antonio e Maria Nicola Cipriani a San Giovanni Rotondo, sul Gargano, terra ricca di tradizioni popolari religiose e francescane. Nella tradizione francescana del casato si registrano alcuni nomi importanti, come Antonio Tortorelli, già vicario dell’Osservanza, morto Vescovo di Trivento (CB) nel 1716; e specialmente Giocondo De Nittis, zio materno del nostro Scaramuzzi, che aveva esercitato l’ufficio di provinciale della Riformata Provincia di “S. Michele Arcangelo” in Puglia, prima della fusione del 1899 delle famiglie francescane di Osservanti, Riformati e Alcantarini del Molise della Capitanata e della Terra di Bari, e dal 1884 Vescovo di Castellaneta (TA).
In casa Scaramuzzi, perciò, il francescanesimo era di casa, anche se c’erano altri sacerdoti, tra cui Don Michele De Nittis, a cui lo Scaramuzzi conservò sempre stima e rispetto. E ciò spiega anche il nome di Giocondo, ricevuto al fonte battesimale. Pur nel disagio storico in cui si barcamenava la vita religiosa e francescana dell’epoca, il giovane Giocondo, come già Giovanni Duns Scoto nel 1280, all’età di 15 anni, decide di entrare tra i francescani di Puglia. Per mancanza di strutture formative interne, compie l’anno della prova, nel convento “Maria Misericordia” di Casalbore (AV), dal 1895 al 1896, prendendo il nome religioso di Diomede.
Nel 1901, viene mandato a Roma per studiare, nel Collegio Internazionale di S. Antonio, filosofia e teologia in preparazione all’ordinazione sacerdotale, che riceve puntualmente il 25 luglio 1903. E sempre nell’Ateneo Antonianum consegue la laurea in teologia l’anno successivo, entrando in contatto con i più eminenti studiosi di Duns Scoto, a motivo della rinascita dello scotismo, provocato sia dalle conseguenze della definizione dogmatica dell’Immacolata Concezione, e dalle celebrazioni dei primi 50 dalla proclamazione (1854-1904), e sia anche dalla ripresa del processo di beatificazione in onore di Duns Scoto, interrotto misteriosamente nel 1711, quando gli Atti positivi del processo di Nola 1709-1711, furono volontariamente insabbiati. Da chi? E perché? Non è stato mai lecito sapere! Vennero alla luce soltanto nel 1892 in Vaticano!
Nel 1905, anno iniziale del Centenario che si sta celebrando, viene chiamato in provincia a insegnare teologia nello studentato di S. Matteo, in S. Marco in Lamis, approfondendo la ricerca teologia, e dedicandosi alla vita didattica con grande successo e all’attività apostolica. Benché giovane di età, era richiesto per le sue forbite qualità di conferenziere e di affascinante predicatore. Sotto il governo del provinciale Filippo Petracca, che aveva assunto come motto «Pietà e Scienza», per il suo progetto di ricostruzione della neo provincia francescana di “S. Michele Arcangelo”, lo Scaramuzzi, insieme ad altri benemeriti frati, tra i quali piace ricordare il Cimino e il Laganaro, diede il suo valido contributo per circa quattro lustri, sia attraverso l’attività educativo-scolastica, sia con le frequenti responsabilità di governo e sia con il ministero della predicazione, ricercato per la freschezza della parola e per attualità e solidità di argomenti.
Dal 1922 è di nuovo a Roma, dove porta a termine le ricerche sulla prima fase dello scotismo in Italia, pubblicando nel 1927 il saggio storico-critico Il pensiero di Giovanni Duns Scoto nel Mezzogiorno d’Italia , che gli attira l’ammirata attenzione dei Superiori maggiori e anche di B. Croce. Difatti, in pochi mesi dalla pubblicazione il ministro generale, P. Bonaventura Marrani, notifica al Superiore Provinciale la decisione di trattenere lo Scaramuzzi a Roma, in qualità di docente al Collegio S. Antonio.
Subito dopo, nel 1929, viene destinato dallo stesso ministro generale a Quaracchi (FI), come membro della Commissione Scotista per l’edizione critica delle Opere di Duns Scoto, sotto la presidenza dell’insigne medievalista Efrem Longpré, nella delicata e nuova fase per il proseguimento della Causa di beatificazione di Duns Scoto.
Furono nove anni, fino al 1938, quando la Commissione fu trasferita a Roma presso l’Antonianum , di estenuante e paziente lavoro di ricerca e anche di interpretazione dei codici, per ricostruire il più fedelmente possibile il testo originario delle opere di Duns Scoto. Contemporaneamente a tale impegno, lo Scaramuzzi ebbe dai ministri generali, Marrani prima e Bello dopo, il difficilissimo compito di preparare uno studio storico-critico per documentare la sussistenza nelle opere di Antonio di Padova dell’«eminenza della dottrina» come lavoro indispensabile per la causa del «Dottorato», titolo postulato da tutti i Francescani a conclusione delle celebrazioni dei due centenari antoniani, della morte (1931) e della canonizzazione ( 1932).
Per due intensi anni, lavorò con diligenza e con pazienza, sia in Italia che all’estero, alla ricerca di codici che potessero colmare le lacune dell’ultima edizione delle opere del Santo di Padova, iniziata nel 1895 dal sacerdote A. Locatelli che sfortunatamente morì nello stesso anno, e portata a termine nel 1905 dai suoi collaboratori, utilizzando il materiale raccolto dal Locatelli.
Nel 1934, lo Scaramuzzi pubblicò il frutto delle sue ricerche nel saggio La figura intellettuale di S. Antonio di Padova , rimasto fondamentale per le ulteriori ricerche che portarono al riconoscimento del «dottorato» del Santo, soltanto nel 1946 . L’opera era stata preceduta da un’intensa attività pubblicistica su «L’Osservatore Romano» a cui lo Scaramuzzi collaborava dal 1932. Gli articoli ivi pubblicati vennero, poi, raccolti in un agile volumetto dal titolo La dottrina teologica di S.Antonio di Padova
Ma la vera passione dello Scaramuzzi era rivolta e concentrata sul difficile pensiero di Duns Scoto. Nel 1927 aveva pubblicato l’interessante saggio sullo scotismo nell’Italia meridionale, al quale si proponeva di far seguire quelli per l’Italia centrale e settentrionale ; l’anno prima, 1926, aveva scritto un denso articolo sul rapporto esistente tra Duns Scoto e Giambattista Vico, in occasione del II centenario della Scienza Nuova. Nel 1932 stampò una raccolta di testi scotistici, tradotti in italiano e coordinati secondo uno sviluppo dottrinale, che formano l’insuperabile Summula, il cui valore resiste alla prova del tempo, anche se l’Introduzione merita d’essere aggiornata e la traduzione ritoccata. Dispiace che ne sia stata fatta semplicemente un’edizione anastatica . Io invece l’ho ripresentata, nel 1996, in edizione aggiornata e arricchita, e con diversa introduzione , ed è da alcuni anni esaurita. Da più parti viene ancora richiesta, ma motivi economici impediscono una nuova edizione riveduta e corretta.
A questo fecondo, periodo di ricerche appartengono i due studi circa l’influsso del pensiero teologico-mistico di Duns Scoto nella predicazione di Bernardino da Siena e le ricerche teologiche di ispirazione scotiste nel domenicano Catarino . In occasione del V centenario della morte di Bernardino da Siena (1944), raccoglie nel grazioso volumetto L’attualità di S. Bernardino da Siena , i dieci articoli apparsi su «L’Osservatore Romano».
Per affrettare il riconoscimento del titolo di «Doctor universalis Ecclesiae» a S. Antonio di Padova, elabora e pubblica una sistematica antologia dottrinale, dal titolo Parla il Santo di Padova, Dottore della Chiesa. Summula , che ancora oggi si fa leggere con piacere, tanto che le Edizioni Paoline l’hanno riproposto sic in seconda edizione nel 1956 e in terza edizione nel 1981 con il titolo Alla scuola del Santo di Padova, e chi vi parla ne ha curato nel 1995 una quarta edizione rivista e corretta sui testi critici dal titolo Parla il Santo di Padova . Nel 1943 aveva pubblicato una trasparente e scorrevole traduzione dell’Itinerarium di Bonaventura da Bagnoregio, con un’ampia introduzione e note pertinenti .
Quanto fin qui detto, benché scarno e saltuario, potrebbe bastare per dare la giustificata convinzione circa la serietà del ricercatore, che cerca e scopre la verità nel rispetto delle norme scientifiche più severe. Tuttavia, il suo ricco talento di studioso e scrittore francescano raggiunge l’espressione culminante nella passione di divulgatore e di giornalista.
Dal 1932 iniziò la lunga collaborazione al quotidiano «L’Osservatore Romano» e a molte altre testate d’ispirazione cristiana e non . Nel 1935 riceve dal ministro generale, Leonardo Bello, la delicata responsabilità di promuovere, collegare e recensire la stampa francescana per il territorio nazionale, come «Segretario dell’ufficio stampa per l’Italia francescana». In tale veste contribuì alla diffusione del messaggio del Poverello di Assisi e del suo ideale. Impersonò e animò dignitosamente il suddetto ufficio per più di 40 anni, come testimoniano i molti libri pubblicati in questi anni e le varie raccolte in volumi degli articoli apparsi su giornali e riviste.
Il fervore creativo dello Scaramuzzi cominciò a declinare intorno al 1953, quando cominciò la sua decadenza fisiologica. Benché sempre lucido di mente, visse gli ultimi anni soffrendo un pò la solitudine che suole accompagnare chi è stato sempre compagnia con lo studio e la preghiera e ora invece si trova solo in terra aliena. La sua serenità nella sofferenza era frutto di grande conquista spirituale e la viveva con vera letizia francescana e la esprimeva con l’abituale sorriso e atteggiamento dolce e semplice del «fanciullo».
Nell’ultimo decennio della sua lunga esistenza sentì anche un po’ di nostalgia per una vita più calma nella Provincia madre, dove ritornava ogni anno nei mesi estivi. Nel convento di S. Matteo, dove aveva speso gli anni della sua giovinezza. E proprio qui negli anni 1959-1963 ho avuto la fortuna e la gioia di conoscerlo personalmente aprendomi all’orizzonte del pensiero di Duns Scoto, che tuttora continua.
In questo soggiorno estivo desiderava stare in mezzo ai giovani dello studentato filosofico e conversare con loro. Amava celebrare l’Eucarestia nella sala attorniato dagli studenti, distribuire la Comunione, e ascoltare i “mottetti”, che gli facevano rivivere gli anni sui verdi. Gioiva molto quando alla sera gli rinfrescavo i piedi, e, a causa dell’inevitabile solletico, si trasformava in un improvvisato usignolo di bosco; e al mattino gli preparavo la colazione a base esclusiva di caffè e biscotti. Aveva l’arte di mascherare gli inevitabili acciacchi dell’età con dei gorgoglii o scherzi di voce per richiamare l’attenzione su di sé. Gli acciacchi che non gli tolsero mai la serenità interiore e il sorriso dolce sulle labbra, tanto da guadagnarsi venerazione e ammirazione da più parti, anche se non mancava “chi” - com’è nelle cose umane - si lamentava dicendo: “Perché non se ne sta a Roma, dove è vissuto”?
Meravigliose erano le conversazioni su argomenti di natura spirituale e filosofica, specialmente se toccavano riferimenti scotisti: era come ringiovanire, ed io ne approfittavo per carpire tanti segreti, frutto di studio e di esperienza. Certo, se non ero in grado all’epoca di seguire in toto il suo affascinante raccontare, fatto di ricordi ancora vivi nella sua memoria, esso contribuì ad aprirmi agli interessi della ricca personalità di Duns Scoto.
Nelle conversazioni a forma di dialogo, che avvenivano preferibilmente durante le ore del mattino, meravigliava per la sua vasta preparazione e prontezza di riflessi. Era molto bravo a esortare a studiare molto e con metodo, perché diceva: «non si può presumere di raggiungere la santità, senza un serio e costante tirocinio allo studio»; e aggiungeva: «né si può dirigere con vera sapienza il mondo delle coscienze, senza una provata santità».
Affermazioni che suonano ancora come «massime» e come «ideali» di alta spiritualità e di grandi valori: studio, santità e sapienza. Un trinomio fondamentale, martellato con tanta persuasione e convinzione, da rimanere vivamente impresso ancora nella mente, nonostante siano trascorsi da allora circa mezzo secolo.
Ugualmente importanti erano le applicazioni che ne traeva. La rovina di una vocazione o l’andamento instabile e insicuro di una comunità - commentava lo Scaramuzzi - spesso dipende dalla perdita del gusto del lavoro intellettuale, che preclude la via sicura verso la santità e la sapienza, e spesso fa cadere nella terribile malattia dell’ «accidia».
Di questo vizio nefasto ne ricordo ancora la sua spiegazione. L’accidia è uno stato d’animo che si manifesta principalmente in due modi: o nel non portare a termine un lavoro intrapreso, oppure nell’impedire addirittura di iniziarlo per paura di doversi assumere delle responsabilità. L’accidia, diceva, è sempre associata a una buona dose di presunzione e di ignoranza. E commentava: «non è conforme» all’ideale francescano preferire lo stato di ignoranza a quello dello studio, neppure volendola giustificare con un’apparenza di santità o di apostolato, perché l’apostolato, senza il nutrimento dello studio e della preghiera, si riduce ad attivismo vuoto e sterile.
Questi e altri pensieri mi piovevano come rugiada benefica nella mente e nel cuore, contribuendo al processo di maturazione. Erano constatazioni e «denunzie» accorate, facilmente sperimentabili quando lo studio viene relegato ai margini della vita o, peggio, condannato all’ostracismo, a favore della lettura di giornali, dell’ascolto della radio, dello stare incollati allo schermo televisivo, del «casareggiare»...
Sembra poter sintetizzare il pensiero dello Scaramuzzi nella sua profonda convinzione che lo «studio» è un «mezzo» o una «scala» per salire le vette più sublimi e mistiche della vita spirituale. L’elevarsi ai gradini superiori della perfezione -diceva- costa sacrificio e sofferenza: ma lungi dall’avvilire o prostrare, esso produce il meraviglioso sentimento della «letizia», che è il segno tangibile della fedeltà al modo francescano di vivere il Vangelo di Cristo.
Quest’altissima e concreta visione dell’ideale francescano lo Scaramuzzi la documentava facendo riferimento alle sue molteplici pubblicazioni e ai suoi articoli sparsi un po’ dovunque sui periodici e quotidiani. Ed era contentissimo quando gli si diceva di aver letto qualcosa di «suo».
Dal modo come si entusiasmava nel parlare degli argomenti che gli stavano a cuore e che egli riteneva fondamentali appariva evidente la sua profonda convinzione di ciò ehe diceva, e che manifestava con quel sorriso affabile che rifletteva il suo animo rimasto essenzialmente «fanciullo». Proprio per questo, diceva che la semplicità francescana è la «modalità» di essere di colui che crede veramente e profondamente alla parola di Cristo; e in quanto «frutto» di fede, essa sta bene sia nella persona «colta» che in quella «incolta», purché entrambe agiscano con lealtà e trasparenza di sentimenti e di idee. Attraverso l’ottica della semplicità considerava tutte le altre virtù francescane, sintetizzabili nel famoso “settenario” scotiano: virtù teologali e virtù cardinali. Così lo Scaramuzzi, con parlare sentenzioso, per cui veniva chiamato affettuosamente dagli studenti il «Nonnino», diceva che la semplicità ben si sposa con la sapienza e, perfino, con la «povertà», la quale, in fondo, altro non è che il saper accettare responsabilmente il proprio «essere creaturale» nella sua dimensione onto-teologica.

III - RAPPORTO TRA SCARAMUZZI E DUNS SCOTO

Per meglio inquadrare questo rapporto speciale con Duns Scoto, bisogna risalire al suo periodo di permanenza a Roma nell’Ateneo Antoniano, sia durante la sua formazione di base e sia specialmente dal 1922 in poi, dove visse il resto della sua esistenza e dove svolse la sua attività scientifica e divulgativa che gli permise di scoprire il modo di incarnare l’ideale francescano nelle variegate realtà culturali e nelle diverse situazioni concrete della vita. Passava dall’esperienza più largamente apostolica della cattedra e del pulpito a quella di un apostolato più specifico della penna e della stampa, dalla ricerca di codici alla divulgazione periodica e giornalistica delle riflessioni e intuizioni che veniva maturando nel silenzio della cella e delle biblioteche operando così quella meravigliosa e perfetta sintesi tra studio preghiera e vita, tra «Parigi e Assisi», così cara a Duns Scoto, e da me tradotto nel motto del Centro Duns Scoto di Castellana Grotte “Ora et Cogita” - “Cogita et Ora”.
Di questo specifico rapporto, che costituisce anche lo spessore più rilevante dell’esistenza dello Scaramuzzi, è possibile parlarne solo dopo una lettura approfondita delle sue principali pubblicazioni. Cosa che ho fatto seguendo non tanto la evoluzione genetica degli scritti, quanto piuttosto l’iter della personale conoscenza che di essi mi è stato possibile avere, che viene suddivisa secondo il seguente schema: a) opere su Duns Scoto; b) opere su Antonio di Padova: c) opere su Bernardino da Siena; d) opere su Bonaventura da Bagnoregio; e) opere di cultura francescana. In questa circostanza, limito il ricordo soltanto a ciò che ha attinenza con Duns Scoto.
Ad evitare equivoci, premetto che in questa circostanza non intendo approfondire criticamente l’opera scientifica dello Scaramuzzi, intorno al pensiero del Dottor Sottile. Questo abbozzo-ricordo vuole soltanto focalizzare il tentativo, quasi sempre riuscitogli, di sposare il progetto dell’ideale francescano con la prassi della cultura. A tale scopo sembra utile far presente il momento storico in cui egli viene a trovarsi. La sua formazione di base coincide con gli inizi della rinascita dello «scotismo» in Italia, dovuta in gran parte alle conseguenze già accennate del dopo dogma dell’Immacolata, come la ristampa dell’Opera Omnia di Duns Scoto da parte del Vivès, a Parigi, tra gli anni 1891-1905, il ritrovamento degli Atti positivi del primo processo di Nola, il dibattito dottrinale intorno all’autenticità delle stesse opere e intorno all’ortodossia del suo pensiero, che si era aperto a causa delle nuove regole processuali per la beatificazione del Maestro francescano.
Questo clima di ricerca storico-critica ha contribuito molto alla ricostruzione fedele della personalità e del pensiero di Duns Scoto nella sua giusta realtà storica, sebbene l’edizione critica delle sue Opere sia ancora in corso, avendo visto la luce, finora, circa la metà dell’opera, la cui pubblicazione è iniziata nel 1950 e ad oggi sono stati editi soltanto 18 volumi, compresi i quattro volumi dell’Opera Philosophica, editi per conto dell’Università di S. Bonaventura di New York.
Ricorrendo il VII centenario della morte di Francesco d’Assisi (1226-1926), lo Scaramuzzi esprimeva il suo amore all’ideale francescano con il saggio storico-critico Il pensiero di G. Duns Scoto nell Mezzogiorno d’ltalia, che rappresenta un primo valido contributo per una storia ancora da scrivere dello scotismo. Nella “Introduzione” espone in modo sintetico e chiaro, ma alquanto apologetico secondo lo stile dell’epoca, i capisaldi principali del pensiero filosofico di Duns Scoto, con lo scopo di fugare i pregiudizi che si erano accavallati acriticamente e ingiustamente intorno alla personalità del Dottor Sottile, specialmente dal tempo della «neo-scolastica».
La lettura risulta interessante, anche se in qualche punto il tono - storicamente giustificabile - è alquanto laudativo. Nel complesso, la chiara e precisa esposizione invoglia a studiare le opere di Duns Scoto per riconoscerne direttamente il pensiero, spesso travisato e falsato dagli avversari per il semplice “prurito” di criticare senza conoscere. Critica che a guardar bene è tutta a-priori, in quanto si giudicava il pensiero scotista sulla sintesi tommasiana eretta a norma e modello del pensiero cristiano, e su dati storiografici incerti e non sicuri, come la storiografia contemporanea ha documentato.
Sotto l’aspetto storico-critico, l’«Introduzione» dello Scaramuzzi rappresenta uno dei primi tentativi, in lingua italiana, di una ricostruzione condotta con rigore scientifico e passione di studioso. Certo, oggi, alla distanza di quasi un secolo, con il perfezionamento delle conoscenze storico-critiche del medio evo e delle nuove acquisizioni scientifiche, si possono riscontrare in essa delle inesattezze storiche, che non ne pregiudicano in nessun modo il valore di sintesi introduttiva. Non si poteva attendere di più da uno che scriveva in un contesto culturale del tutto negativo nei confronti di Duns Scoto, e quando ferveva la ricerca di dati storici, che non ancora consentivano una esatta ricostruzione biografica di Duns Scoto .
Più volte la tentazione di una riedizione aggiornata e ampliata dell’opera ha fatto spesso capolino nella mia mente, ma la solitudine del mio lavoro e la scarsità di mezzi anche economici sta ritardando questa tentazione di maturarsi. Mi auguro che queste celebrazioni in corso possano aprire possibili orizzonti per ricreare l’ambiente idoneo per una felice attuazione di questo progetto, che farebbe grande onore allo Scaramuzzi.
L’aver fatto parte, dal 1927 al 1938, anche se non a tempo pieno per le tante altre attività richieste dall’obbedienza, della Commissione che curava l’edizione critica delle Opere di Duns Scoto, a causa delle nuove e inattese disposizioni stabilite dalla Santa Sede per i processi di beatificazione, gli giovò molto per l’approfondimento del pensiero dottrinale e per la conoscenza storica delle problematiche. Ne sono esempio le due pubblicazioni: La prima edizione dell’Opera Omnia di G. Duns Scoto e Duns Scoto. Summula .
Nella prima pubblicazione, lo Scaramuzzi fa il punto intorno alla storia, al metodo e ai codici usati, opera per opera, dal Wadding nel preparare la prima edizione, nel 1636, dell’Opera Omnia di Duns Scoto; e anche intorno allo stato attuale della questione dell’autenticità delle opere attribuite al Dottor Sottile. Efrem Bettoni, uno dei pochi conoscitori italiani di Duns Scoto (scomparso nel 1973), lo ha utilizzato per compilare il suo saggio bibliografico Vent’anni di studi scotislici (1920-1940) , anche se preferiva l’«Introduzione» preposta alla Summula, che giudicava «pregevole».
Nella storia dello scotismo, oltre al volume Il pensiero di G. Duns Scoto nel mezzogiorno d’Italia, l’importanza dello Scaramuzzi è legata principalmente alla Summula, antologia bilingue di testi scotistici scelti e coordinati in dottrina, preceduta da un’ampia e documentata «Introduzione» sullo stato attuale (al 1932!) delle più importanti questioni inerenti alle opere di Duns Scoto, alla loro autenticità e all’interpretazione del suo pensiero. Storicamente è la prima pubblicazione, in Italia, di una così ricca e completa esposizione e interpretazione del pensiero del Dottor Sottile. Successivamente sono uscite altre antologie , ma tutte limitate all’aspetto filosofico e tutte dipendenti, in un modo o in un altro, dallo Scaramuzzi.
L’importanza della «Introduzione» consiste nella chiarezza e completezza con cui viene presentato lo stato delle ricerche e di tutti i dati conosciuti fino ai suoi giorni: sulla vita e le opere, sulle edizioni e gli inediti, e sul significato storico-teoretico della dottrina di Duns Scoto. E’ un’ottima e pregevole presentazione di Duns Scoto, anche se migliorabile. Come curiosità, valga l’aggiornamento circa la data di nascita del Dottor Sottile, che ne aveva collezionate parecchie, e finalmente viene riportata alla fine del 1265, in base alle ricerche condotte dal Longpré, dopo la scoperta del documento della sua ordinazione sacerdotale avvenuta il 17 marzo 1291, e di cui il Centro Duns Scoto, appena fondato, si è fatto conoscere con le celebrazioni del VII centenario nel 1991.
Come si sa il latino di Duns Scoto non brilla né per chiarezza né per sinteticità, causa la novità della dottrina che deve tradurre, per la quale è costretto a coniare molti termini e costrutti, che rendono non agevole la lettura a primo acchito, ma richiede diverse e appassionate letture se si vuol tentare di entrare nel suo pensiero. E’ un difficoltà oggettiva, ma necessaria per esprimere al meglio la sua sottilissima investigazione della verità, sempre raggiungibile e mai conquistata. Occorre molto allenamento e soprattutto tanto amore: se non si ama Duns Scoto è meglio non leggerlo!
Nella Summula di Scramuzzi, la comprensione del testo latino è facilitata dalla traduzione italiana a fronte, che, pur non essendo sempre letterale, risulta precisa efficace e penetrante nel rendere il pensiero di testi di non facile lettura. Si coglie almeno il senso generale del testo, che, comunque, ha sempre bisogno del relativo contesto per l’esatta comprensione del pensiero. Il volume è corredato da ampie e opportune «note», raccolte alla fine di ogni capitolo, che rendono più spedita la lettura e più sicura la comprensione. Inevitabile qualche leggera “svista”, facilmente intuibile e superabile nel confronto testuale.
Della Summula, la casa Editrice Fiorentina di Firenze ne ha curata anche una edizione anastatica nel 1992. Mentre chi vi parla, nel 1996, ne ha curato una speciale edizione aggiornata e arricchita anche da una diversa Introduzione, dal titolo Antologia , che è stata anche utilizzata nella traduzione Russa del volume dedicato a Duns Scoto nel 2001 dalla Casa Editrice Francescana di Mosca e anche in Inglese dall’Istituto S. Bonaventura di New York.
L’importanza della Summula consiste non solo nella presentazione del testo bilingue che facilita molto la comprensione del pensiero di Duns Scoto, ma specialmente nell’aver impiantato la raccolta dei testi che spaziano dalla teologia alla filosofia, dalla morale alla spiritualità, dal diritto alla sociologia... In questo modo, il lettore ha veramente una visione più o meno completa del pensiero di Duns Scoto sui problemi generali del pensare umano. Nella mia rivisitazione del 1996, ho cercato di mettere meglio in luce la centralità del Cristo, da cui dipende tutta l’ossatura dello sviluppo del pensiero scotista, confrontandolo con i testi critici a disposizione e arricchendolo di altri testi per meglio completare la visione d’insieme del pensiero di Duns Scoto.
Per molti anni è stato il testo unico più comune e diffuso per la conoscenza di Duns Scoto non solo in Italia ma anche all’estero. Ebbe il plauso di B. Croce e le ammirazioni di Teilhard de Chardin, tramite il P. Gabriele Allegra in Cina, e così conobbe la teoria teologica del cristocentrismo che tanta gioia gli procurò per fondare il suo sistema scientifico dell’Universo in evoluzione. E fu il testo di riferimento per tutte le altre “antologie” future.
Sopra ho accennato all’intenzione dello Scaramuzzi di comporre una trilogia storico-dottrinale sullo «scotismo» in Italia. Dopo la prima parte, pubblicata nel 1927, l’Autore si diede con entusiasmo a raccogliere materiale per compilare gli altri due saggi relativi all’Italia centrale e settentrionale. Parte del secondo saggio, quello cioè sull’Italia centrale, è stato in parte assorbito dallo studio La dottrina del B. G. Duns Scoto nella predicazione di S. Bernardino da Siena , che innescò un processo di studi di ricerche e di revisioni critiche intorno al contenuto dottrinale degli scritti del Senese, tanto da favorire l’edizione critica dell’Opera Omnia , e in parte ne Lo scotismo nell’Università e nei Collegi di Roma, nel 1939. Il contenuto degli studi dello Scaramuzzi resta fondamentalmente valido, anche dopo l’edizione critica delle opere del Senese, che ha permesso di precisare meglio alcune fonti della dottrina bernardiniana. Lo studio è di carattere dottrinale; le problematiche principali riguardano l’ordine sociale, apologetico-dommatico e morale-ascetico-mistico; l’esposizione, invece, procede per comparazione tra i due autori .

Conclusione

Questo modesto ricordo di Diomede Scaramuzzi, tracciato in occasione delle celebrazioni del Centenario del ritorno dei Frati nel convento di S. Matteo, può sembrare a chi lo ha conosciuto incompleto, e in realtà lo è. La mia finalità è stata semplicemente di collaborare a rimuovere un po’ dell’immeritato silenzio caduto sulla personalità dello Scaramuzzi, che, se approfondita adeguatamente, potrebbe rivelare ancora tanti segreti umani e scientifici validi a tutt’oggi.
E stato mio principale intento ravvisare l’attualità dello Scaramuzzi nella perfetta armonia e simbiosi che egli è riuscito a instaurare e a vivere tra ideale francescano e ricerca scientifica, tra speculazione e attività, tra contemplazione e pratica, tra ideale e praxis, in un costante sforzo di conciliare semplicità e letizia con la severa ricerca della verità. Egli ha raggiunto il suo fine culturale ed esistenziale «abbeverandosi» direttamente alle «fonti» del pensiero francescano, che oggi sono semplicemente o ignorate o orecchiate. Il contatto con i “grandi” è sempre arricchente. E la storia in questo resta sempre maestra di vita.
Al termine di questo scarno profilo, colgo l’occasione dalla freschissima pubblicazione del primo volume degli “inediti” dello Scaramuzzi, Scritti Teologici, (a cura di Antonio Impagliatelli e Domenico Scaramuzzi), e della Bibliografia di padre Diomede Scaramuzzi (curata da Mario Villani) per qualche osservazione.
La prima osservazione è certamente positiva e di grande plauso per l’iniziativa del ricco ciclo celebrativo messo in cantiere dagli organizzatori delle celebrazioni, e di giusto e meritato orgoglio per gli autori delle pubblicazioni, che hanno reso così un grandissimo contributo alla storia e alla cultura.
La seconda osservazione, invece, anche se un po’ affrettata a causa del tempo molto limitato avuto a disposizione, riguarda più da vicino le due pubblicazioni: per gli “inediti”, sarebbe stato auspicabile approntare sullo stile dell’Autore, una traduzione a fronte e non lasciare mai le parole latine abbreviate o “puntate”; per la “bibliografia”, sarebbe stato anche utile una configurazione più scientifica dell’indice per favorire la ricerca per argomento e per autore, e magari completarla con la bibliografia sullo Scaramuzzi, così da avere un quandro più esauriente della sua ricca personalità.
Spero che qualche suggerimento possa essere preso in considerazione per il futuro. E mi auguro che l’impegno generale possa non solo continuare, ma anche allargarsi alle aventuali richieste avanzate durante l’esposizione per una rivisitazione di alcune opere dello Scaramuzzi per renderle più presentabili al lettore moderno, specialmente quello sullo “scotismo”, tanto a cuore all’Autore che stiamo celebrando.
Grazie.

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