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L’ORIGINE DELLA NATURA SECONDO DUNS SCOTO
Giovanni Lauriola ofm

Premessa

L’uomo è l’unico essere che si meraviglia di sé e delle cose che gli si muovono attorno chiedendosi: che cosa è? Delle singole e complessive si chiede il loro perché. Vuol sapere donde vengono, dove vanno, perché esistono... Domande che si personalizzano: l’uomo è nello stesso tempo interrogante e interrogato, soggetto e oggetto. Nell’istante dello stupore, si accorge anche d’essere diverso dalle cose, pur stando insieme e prendendosi, magari, cura di esse.
Risvegliare nella propria memoria/coscienza gli ancestrali ed esistenziali perché della vita e dell’esistenza significa riconoscere da un lato la differenza qualitativa tra interrogante e interrogato, e dall’altro l’inizio della riflessione intorno all’origine delle cose. Registrate dalla storia e comunicate nel processo evolutivo le risposte costituiscono la differenza tra ciò che si muove da sé e ciò che si muove “in virtù di”, tra natura e tecnica, tra natura e cultura, tra principio e arte. Concetti che, derivanti dai termini greci αρχη?e τεχνη? hanno influenzato tutto il mondo occidentale, segnandone la storia del pensiero filosofico e teologico, in continua progressione evolutiva, come insegna il francescano Giovanni Duns Scoto.
Pensatore dell’ultimo medievo (1265-1308) che ha legato il suo nome alla scelta cristocentrica meno funzionale che universale, con cui mette in evidenza gli elementi della sovrana libertà della volontà di Dio e della contingenza radicale delle cose in un modo perfetto. La prospettiva cristocentrica orienta e caratterizza tutto il suo pensiero e la sua visione della vita, come, in questo articolo, si cercherà di evidenziare attraverso una breve analisi prima del clima culturale in cui il Dottor Sottile opera e poi della risposta circa l’origine della natura negli aspetti peculiari.

1. L’origine della natura nel mondo greco

Il sostantivo physis “natura” deriva dal verbo greco phyo, che genericamente indica far crescere, crescere. Il termine “natura” indica l’origine, l’inizio, la provenienza e la genesi di una cosa o di tutte le cose. Concettualizzato, diventa fin dagli albori della filosofia, un concetto-chiave nel ricercare coi presocratici l’origine della natura, intesa come “mondo”, ossia come l’insieme di tutte le cose; coi sofisti, le motivazioni del diritto; e con Platone e Aristotele, invece, la precisazione negli elementi principali, con i quali passerà, poi, nel medievo con la mediazione ebraico-araba. In base a questo concetto fondamentale di esistenza, legata alla crescita “autonoma”, la “natura” viene a indicare anche la proprietà naturale, espressa in tanti modi: qualità, condizione, forma, essenza...
Con l’acquisizione duale del concetto di natura si sono contraddistinti i due significati di intensivo o qualitativo e estensivo o quantitativo. Nella prima eccezione, il termine “natura” equivale a realtà fondamentale di un essere, ossia a entità o essenza di una cosa. In tal senso, l’essere segue la forma particolare che gli è stata impressa (o donata), e anche il valore normativo della legge, cui obbedisce. Nel significato “normativo” la natura diventa naturale, sinonimo di “normale”, “logico”, “razionale”, onde le espressioni di ciò che naturale e di ciò che contro natura...
La seconda accezione del termine “natura” estensivo o quantitativa conduce all’interpretazione che qualcosa è della natura o appartiene alla natura, aprendone così la possibilità al significato di come “un tutto”, cui attribuire determinate qualità, come ad es., il comportarsi secondo leggi naturali inviolabili e l’evolversi verso forme superiori. In questo senso la natura quantitativa diviene sinonimo di mondo, universo, tutte le cose esistenti , come l’insieme degli esseri in quanto hanno una natura propria, e può anche essere “personificata”, come storia e poesia documentano: la madre natura, la natura matrigna, la madre che pensa a tutto, la natura non fa salti... Da notare che il concetto di natura anche nel significato estensivo non è strettamente univoco, a volte indica tutto l’universo, talvolta solo l’universo senza l’uomo e la sua attività, talvolta sta per l’ordine della natura...
Al di là della distinzione tecnica di qualità e quantità, la natura per sua origine e costituzione indica sempre tutto ciò che l’essere è e può essere per se stesso, e non già per virtù di cause esterne, cioè conserva più il senso dell’αυτονομοσ, dell’autonomia, che dell’ετερονομοσ, dell’eteronomia , da cui viene coniato il termine τεχνη, tecnica o arte, come viene ampiamente documentato da tutto lo sviluppo del pensiero greco ed ellenico, di cui si darà una rapida prospettiva per evidenziare gli orizzonti della conoscenza della natura che maggiormente hanno influito sulla storia del pensiero fino al momento dell’incontro con la fede e la teologia.
Nel contesto del presente lavoro, il termine “natura” viene utilizzato puntualmente nel suo senso estensivo o quantitativo o onniabbracciante, ossia come sinonimo di mondo universo, tutte le cose esistenti senza eccezioni .
La prima interpretazione di un concetto di “natura” è certamente quella offerta al tempo dei presocratici, per i quali l’insieme dell’essere, nella sua indivisa unità, rende possibile non solo concepire ma anche garantire la originaria “dimora” dell’uomo in perfetta armonia col “cosmo”, che per definizione significa essenzialmente “bellezza e armonia”. E come tali caratteristiche - bellezza e armonia - sono più facilmente colti dall’animo poetico che da quello razionale, così le prime testimonianze intorno all’evidente mistero della “natura” sono poetiche e mitiche insieme.
La prima forma di riflessione dell’uomo su se stesso e sul mondo, infatti, è di natura mitica e antropomorfica, sfatando un luogo comune della storiografia che vorrebbe il percorso segnato invece dalla cosmologia prima dall’antropologia poi. Si pensi a tutta la ricca mitologia greca che la fanciullezza umana ha descritto nel su continuo meravigliarsi, dentro e di fronte allo spettacolo incontaminato e contaminante del corpo umano e della natura, descritta poeticamente nei miti con verità e bellezza insuperabile . La veste antropomorfica del mito ha una grande importanza, perché mostra che i problemi cosmici sono concepiti nella forma dei problemi umani. Come a dire che la riflessione sul mondo avviene prima nella dimensione umana che naturale.
Nel passaggio dal mito alla filosofia, ossia da Socrate in poi, si introduce una fondamentale spaccatura, che caratterizzerà tutta la visione posteriore fino all’avvento dell’elemento rivelato del concetto di creatio ex nihilo. L’antinomia dipende dalla lettura duale del mondo in mondo intelligibile e in mondo sensibile, che traduce la differenza antropologica tra spirito e cosa, anima e corpo, idea e materia. La testimonianza più significativa è l’interpretazione del mondo fornita dal Timeo di Platone, il cui influsso è presente ancora nel pieno medievo cristiano.
La cosmologia platonica, espressa specialmente nel Timeo e nelle Leggi, è dominata dal principio che il mondo è meravigliosa opera d’arte. L’ordine che regna nell’universo non è il semplice risultato d’un concorso fortuito di cause, bensì l’opera di un Artista supremo, che ha organizzato ogni cosa in base a un disegno premeditato, secondo la legge del Bene generale. Il nome dell’Artista è Demiurgo, buono per natura, che forma l’universo intero, seguendo un schema matematico ben definito.
Importante è rilevare che in Platone tanto la genesi del mondo quanto gli eventi che hanno luogo in esso sono esclusi dal cieco caso, e vengono spiegati per mezzo dell’attività benevole e saggia del Demiurgo, che trasforma il caos iniziale in un mondo armonico e proporzionato, fino a dare la vita e l’anima che consente di essere quanto più possibile simile a se stesso, capace cioè di intendere i suoi disegni. Ne scaturisce una conoscenza antropologica molto interessante: tutto l’universo è finalizzato all’uomo che, in quanto immagine e similitudine del Demiurgo, è reso capace di conoscere e amare l’opera della “creazione” intera e perfino il suo “Creatore”.
La spiegazione autentica alla spaccatura tra mondo intelligibile e mondo sensibile si trova nello stesso concetto del Demiurgo. Dopo la “creazione” dell’universo, lo stesso Demiurgo crea le “anime” dei viventi sulla terra, ma di fronte alla “materia” che dev’essere vitalizzata della singole anime, si ferma e crea degli “dei” o “figli”, cui dà il compito di “creare” l’unione tra l’anima e i corpi... E Platone lo motiva così: ciò che produce il Demiurgo è divino, non perisce, perciò ciò che nasce e perisce non può essere opera sua, ma d’altri a lui inferiore. Queste cause seconde sono i figli degli Dei, i figli del Demiurgo. E quando il Padre creatore vide muoversi e vivere il creato, grande gioia ne ebbe e, compiacendosi, pensò di renderlo ancora più bello e simile al modello divino, infondendo nel creato tanta divinità quanta ne potesse contenere, onde diede ordine di creare gli esseri viventi “secondo numero fluente”, cioè insieme al tempo, immagine eterna di Colui che è .
Si discute se, e in qual misura e senso, quest’antinomia vada verso un dualismo metafisico. Non sembra facile pensare a un Platone con due distinte sorgenti d’essere, perché espressamente il cosmo visibile è indicato come καλοσ??kalos = buono, bello) come immagine del cosmo invisibile, come idea eterna dell’Eros divino .Il καλον??kalon = bene) è la forza che lega il mondo divino al mondo terreno. Benché esclusa ogni dualismo metafisico, tuttavia la differenza di come distingue i due mondi, dell’al di qua e dell’al di là, lascia trasparire due mondi diversi.
L’ilemorfismo di Aristotele rappresenta il tentativo di unificare ciò che Platone divide, ma resta ugualmente legato a una concezione cosmologica bipartita. Il suo progetto, pertanto, non è in grado di superare la dualità, perché sottende e suppone sempre la dicotomia di fondo tra materia e forma, corpo e anima, atto e potenza.
La novità aristotelica di unificare il campo astronomico metafisico cosmologico ed epistemologico costituisce anche il suo limite. Voler conciliare insieme idee e concetti disparati come il “vuoto”, il “moto circolare” e il “moto rettilineo”, “principio logico” e “causa reale” con caratteristiche fortemente differenti, porta Aristotele a riconoscere il movimento circolare sopralunare superiore a quello rettilineo sublunare. Nasce così anche una dualità di materia: l’etere per il mondo sopralunare incorruttibile e perfetto; e i quattro elementi per il mondo sensibile corruttibile e imperfetto, e soggetto al processo delle generazioni e delle corruzioni: aria, acqua, fuoco e terra.
La concezione metafisica del Primo Motore permette ad Aristotele di trovare la spiegazione ai due movimenti. Riserva al Primo Motore solo il movimento della sfera delle stelle fisse, che si trasmette ai singoli cieli ordinati e gerarchizzati secondo il grado di perfezione, dal supremo all’infimo, fino al limite dei due mondi. Essendo per definizione Immobile, il Primo Motore muove come muove amore, cioè come causa finale e non come causa efficiente. Insieme all’eternità del Motore Immobile, viene affermata anche l’eternità del movimento della sfera delle stelle fisse, ricevendo impulso, desiderio e amore verso il Primo Motore che comunque resta Immobile.
Con tale immobilità Aristotele spiega la perfetta uniformità del movimento della sfera delle stelle fisse, e anche il desiderio di perfezione insito in tutto l’universo verso la prima sfera che, a sua volta, fa sentire la sua influenza sul Motore Immobile. A ogni sfera delle 56 che compongono l’universo aristotelico, il movimento è trasmesso in modo analogo da una propria Intelligenza eterna e immobile, ossia da un esser e divino .
Nell’universo delle sfere concentriche dello Stagirita si suppone il centro fermo e stabile che permette lo stesso movimento circolare, onde viene postulato la necessità di un centro, chiamato Terra, che insieme agli elementi, sia eterna, per giustificare il processo di generazione . Con squisita logica, Aristotele deve supporre, al di là dei quattro elementi, anche una quinta essenza semplice (etere) anteriore e divina, per giustificare il moto semplice o circolare .
La dicotomia greca tra spirito e materia si accentua sempre di più nel periodo ellenistico, specialmente sotto l’influsso della Gnosi. La forma del dualismo passa dalla dimensione etica a vera e propria “ostilità” del mondo, acuendo così la diversità tra materia e spirito, sottacendo la visione escatologica della vita, che invece riaffiora prepotente nel periodo successivo con la visione “stoica” del mondo. Questa concezione, già presente in Platone , come anima mundi e fondamento del mondo visibile e vivente, s’incontra e si fonde con l’esperienza “pietistica” romana, concretizzandosi verso il diritto e la legge, con coloritura panteistica , evidenziando un dualismo tra corpo e spirito e una trascendenza di Dio al mondo.
Un’ultima interpretazione antica del mondo è certamente quella espressa nelle Enneidi di Plotino, che, raccogliendo il fior fiore del passato, sviluppa una “cosmodicea” , contrapposta all’avanzare della dottrina cristiana. La posizione di Plotino, perciò, rimarca con molta decisione la spaccatura dell’immagine del mondo, che solo nella visione biblica trova la saldatura, non raggiunta per conclusione razionale, ma data per fede. La demarcazione cosmologica fondamentale, infatti, tra mondo antico e mondo cristiano è data proprio dalla creatio ex nihilo. E una volta che la fede entra nel mondo umano, il registro della ricerca prende un’altra strada: l’uomo è chiamato a ragionare nella fede.

2. L’origine dalla natura nel mondo cristiano

Con l’irrompere della fede nella storia, il cammino dell’uomo è chiamato a confrontarsi con il dato biblico e a spostare di 360 gradi la direzione della bussola della ricerca circa l’origine della natura-mondo. Il superamento delle differenti aporie classiche, sopra appena accennate, avviene direttamente alla radice: tutte le cose hanno origine dal nulla liberamente dalla parola di Dio in Cristo .
La concezione creazionistica storicamente può essere suddivisa per comodità in due grandi periodi: la Patristica, che abbraccia i secoli III-VI, e la Scolastica che si estende dal VI al XIV secolo. Qui non s’intende seguirne lo sviluppo storico lineare, ma offrire soltanto alcuni punti di riferimento obbligato per comprendere l’ambiente culturale al tempo in cui Duns Scoto entra sulla scena del tempo tra la fine del XIII e l’inizio del XIV secolo, così da poter meglio valutare la sua posizione circa l’origine della natura-mondo-tutto-il-creato.
Il periodo degli Apologisti e della prima Patristica, pur con le proprie posizioni e distinzioni interpretative delle origini delle cose, trovano in Agostino di Tagaste la loro armonia più matura nel conservare e riprodurre gli elementi principali dell’intera questione. La sua concezione sulla “creazione” diventerà un punto obbligato per tutto il medievo e per la Scuola francescana in particolare, come contrapposizione all’insorgere nel XII secolo del pensiero aristotelico in occidente. Tanto che nel periodo che interessa Duns Scoto le posizioni culturali possono essere rappresentate così: tendenza platonico-agostiniana e tendenza aristotelico-tomista. Interpretazioni che esprimono ciò che il credente è riuscito a organizzare la sua fede con le esigenze della ricerca razionale.
Dal bagaglio culturale ereditato, sia occidentale che orientale, Agostino espone gli elementi strutturali e determinanti l’interpretazione della “creazione” in tre diverse visioni a seconda dei tempi di lettura del Genesi e del momento dottrinale specifico, come si evince anche dalle Confessioni e dal De civitate Dei. Poiché le tre diverse interpretazioni sono presenti nel medievo con il loro peso autorevole, è bene accennarle almeno nel nome, così da avere sott’occhio il quadro più completo del suo influsso.
La prima interpretazione può definirsi razionale-ontologica, in quanto Agostino, utilizzando un concetto neoplatonico di Dio come summa essentia, summe est, sembra portare la stessa creazione verso una concezione di tinta neoplatonica, cioè intesa come una speciale degradazione dell’Essere del sommo Dio fino alla materia inerte. Qualcosa di questa coloritura sembra sia rimasta nell’espressione Deus est diffusivum sui, con cui si vorrebbe spiegare la creazione: manifesta una certa forma di necessitarismo.
Un’altra interpretazione è quella di valore etico-religiosa, influenzata sempre dal neoplatonismo attraverso l’idea di unità tra Dio stesso e mondo spirituale-materiale. Alla concezione dell’essere essenzialmente Dio e essenzialmente antidivino, la cui separazione viene concepita come qualcosa di negativo o di male o di peccato, instaurando un ciclo eterno distacco-da-Dio e ritorno-a-Dio, con la domanda senza risposta da chi e perché; Agostino spezza questo ciclo sia andando contro il dualismo manicheo ostile alla creazione e sia evitando di cadere nell’emanazionismo affermando con fede la creatio ex nihilo e la “creazione con il tempo”.
La terza interpretazione prende nome di storica, perché ritiene la creazione prodotta simultaneamente con il tempo e diretta a svilupparsi secondo le rationes seminales, secondo la descrizione offerta dalla Rivelazione biblica. La nota della storicità si colora di “storia della salvezza”: creazione e redenzione sono orientate verso la glorificazione secondo un piano divino esposto nel dato rivelato. La creazione diviene un dato storico con cui la libertà dell’uomo deve dialogare per attendere l’evento della salvezza.
Di queste tre interpretazioni, tutte presenti nel clima culturale del medievo, la prima s’impone per circostanze storiche dell’ingresso del corpus aristotelicus, che offre una metafisica con cui confrontarsi. E come si vedrà, Duns Scoto, pur appartenendo alla Scuola francescana di tendenza più platonico-agostiniana che aristotelica, dialoga con più simpatia con la visione di Aristotele che aveva influenzato la cultura del XIII secolo, divenendone anche il primo critico costruttivo.
Per meglio avere le coordinate culturali al tempo di Duns Scoto sembra utile accennare anche alle posizioni dominanti dopo Agostino, specialmente nel periodo della così detta “rinascita”, cioè dei secoli XI-XII, dove in campo scientifico prevale la posizione platonica sul nascente aristotelismo, mediato dalla visione ebraico-araba, confrontata già con il testo sacro, mentre in campo teologico l’attenzione si sposta dall’asse creazione-redenzione alla necessità della restaurazione dell’ordine, ad opera specialmente di Anselmo d’Aosta.
In questo nuovo panoramico culturale, anche la problematica della visione della natura-mondo-tutte-le-cose subisce una forte trasformazione dovuta al contatto con il testo sacro, e cioè si parla dell’inizio del mondo dentro o fuori del tempo, della cessazione del tempo a causa della distruzione dell’universo per affermarne il futuro escatologico. Il mondo, come totalità di tutte le cose visibili e invisibili, resta comunque legato al concetto della restaurazione per l’escaton.
Il patrimonio di fondo che Duns Scoto riceve dal mondo precedente si può sintetizzare nella formazione delle scuole: francescana, tomista ed eclettica. Senza sfiorare minimamente le differenze tra le scuole, qui serve solo ricordare che tra gli elementi dottrinali determinati influiscono: la fiducia accordata ad Aristotele che comporta di necessità logica delle divergenze d’impostazioni perché diverso è il concetto di essere che si pone a fondamento; la scelta esistenziale che nell’alveo della tradizione ogni autore compie per vivere l’ideale evangelico o di perfezione, che, pur avendo a fondamento lo stesso testo rivelato, il modo di viverlo di Francesco d’Assisi e di Domenico di Carnelega è determinate; il monopolio della cultura posseduto dal mondo ecclesiale, con una forma di teocrazia.

3. L’origine della natura in Duns Scoto

All’evidenza immediata del mondo, pertanto, non corrispondono risposte altrettante immediate ed evidenti, perché vengono formulate e poste a partire da presupposti diversi per sistema metafisico, per appartenenza a una scuola o per una credenza particolare. Ogni autore, cioè, vive dentro il proprio “orizzonte” culturale : così per es., che i greci sono partiti dal mondo esterno, gli ebrei e arabi dal mondo interiore, i cristiani da Dio. Quando Duns Scoto entra nel suo “orizzonte”, tra la fine del XIII e l’inizio del XIV secolo, compie una scelta “rivoluzionaria” sia per metodologia sia per concezione metafisica e sia per scelta di fede, basata sempre sul dato rivelato, concretizzandosi nel Primato di Cristo. Il Dottor Sottile, infatti, come tutti gli autori medievali, è contemporaneamente teologo e filosofo insieme, secondo il termine medievale di theologus .
In questa ricostruzione della cosmologia di Duns Scoto si dà per scontato l’orizzonte cristocentrico ontologico e non funzionale della sua opzione di fede evidente certa e chiara. Nell’orizzonte del Primato al Cristo , Duns Scoto impianta tutto il suo sistema, abbracciante tutte le dimensioni del sapere, dalla teologia alla filosofia, alla morale, alla spiritualità, al diritto, alla politica, alla società. Per quanto attiene alla sua posizione circa l’origine del mondo, si può sicuramente ritenere: in Cristo Dio creò il mondo per libero atto della sua volontà d’amore e il mondo è essenzialmente contingente. Due verità teologiche o di fede che orientano tutta la speculazione del Maestro francescano, aprendo e scoprendo orizzonti sempre nuovi alla ragione umana in prospettiva cristocentrica.
Pertanto la preoccupazione della presentazione dell’origine della natura in Duns Scoto viene semplicemente accennata nel mettere in luce della contingenza il fondamento teologico e metafisico, prima di riferire sull’interpretazione del concetto vero e proprio della creazione.

a) Fondamento teologico della contingenza

Per la precisazione circa l’aspetto di teologo e di filosofo insieme, si preferisce dare la priorità teologica a quella speculativa. E’ possibile questa scelta perché la ricerca è una ricostruzione a posteriori guidata e illuminata dal dato di fede e non una semplice costruzione che possa partire dal niente, altrimenti si cade nella stessa difficoltà che si vuol superare e cioè il necessitarismo espresso dalla ricerca precedente del mondo greco e arabo. Comunemente si dice in certi ambiente philosophia ancilla theologiae, aforisma che è sembrato sempre il contrario theologia ancilla philosophiae, perché realmente è la verità rivelata che ruota l’angolatura della bussola sia a livello speculativo sia metodologico.
Almeno in ordine al presente problema dell’origine della natura tre sono le verità generali di fede che possono illuminare e orientare una risposta esauriente: Dio in Cristo creò il mondo per libero atto della sua volontà, e come atto di libertà il mondo è assolutamente contingente; nella mente divina sono presenti necessariamente e attualmente tutte le idee o essenze possibili o futuribili, alcune delle quali vengono scelte dalla volontà divina per essere realizzate in re; l’uomo è portato secondo la via Scoti a considerare l’essenza divina in concreto ut essentia est, e non in astratto. Questi nuclei dottrinali sono determinati sotto tutti gli aspetti per una speculazione filosofica e cosmologia in particolare secondo la visione scientifica di Duns Scoto.
Di proposito nella prima e fondamentale verità di fede “In principio Dio creò” è stato determinato e il termine “principio” come equivalente al nome di Cristo ‘I, Cristo Dio creò”. Qui l’assoluta novità di Duns Scoto, non perché sia stato il primo a fare l’identificazione, che, in effetti, è comune patrimonio patristico, ma perché ha saputo cogliere in Cristo, seguendo l’insegnamento rivelato e tradizionale, la chiave ermeneutica dell’intera storia della salvezza che ha posto a fondamento teologico della sua speculazione teologica e filosofica .
La scelta fondamentale di Duns Scoto in chiave di fede è costituita dal “Primato universale di Cristo”, cioè nel considerare patrimonio rivelato l’assoluta libertà di Dio nell’agire ad extra e l’assoluta libertà di Cristo nel “donare” la Redenzione agli uomini, superando la necessarietà introdotta da Anselmo d’Aosta nel rapporto creazione-redenzione e in alcuni Padri antichi. E tutto questo lo fa con una lettura storico-critica non solo del mondo antico e contemporaneo, ma anche del mondo rivelato, richiamando l’attenzione sull’importanza nell’insegnamento del testo biblico al posto delle “Summe”, via obbligata all’epoca nell’insegnamento cattedratico.
La sua posizione storico-critica, pur non lasciando immediatamente tracce nell’organizzazione scolastica, perché a lui superiore, e neppure apertamente nella struttura dei suoi scritti, perché, forse, le novità erano vissute in campo, e non si poteva distaccare formalmente dalle usanze accademiche. Certo è che per le novità eccessive delle sue idee, che per fortuna sono basate sul testo sacro, Duns Scoto ha sofferto molto, fino alla pena capitale, proprio perché è andato contro corrente e contro il senso comune della dottrina ufficiale. Le conseguenze dottrinali del suo Primato universale di Cristo, che abbracciano i concetti chiavi come “Mediatore unico”, “Redentore unico” e “Glorificatore unico”, hanno arricchito il patrimonio non solo dogmatico della Chiesa ma anche allargato orizzonti infiniti alla speculazione umana. Meraviglioso e sublime è il cambio di scena sull’avventura umana, dalla “esigita” alla “donata” redenzione, che sposta completamente il centro di gravità dall’uomo a Cristo e in Cristo a Dio, secondo una caro pensiero paolino: tutto è dell’uomo, l’uomo è di Cristo e Cristo è di Dio.
La novità dottrinale del Primato di Cristo, come dato biblico e della tradizione, è fondamentale perché nella ricostruzione del suo pensiero si colloca veramente come Mediazione assoluta e libera tra Dio e il “nulla”, o meglio tra Dio e la chiamata dal nulla dell’essere. Il mondo greco, e platonico in specie, aveva concluso alla riflessione sul Demiurgo con questo pensiero da non sottovalutarne l’aspetto altamente speculativo: “ciò che fa Dio è Divino” . Quest’altissima considerazione di Dio da parte di Platone ha fatto sì di considerare eterna la materia per non limitare la realtà di Dio! Di fronte a questa onestà intellettuale, confermata anche da tutto il mondo speculativo antico, che non è riuscito di fatto, e, Duns Scoto aggiunge, anche di diritto, a raggiungere il concetto di creazione, il Maestro francescano interpreta il Cristo come la possibilità speculativa dell’azione di Dio ad extra che assicura da una lato la Dignità Divina e dall’altro al creato la radicale contingenza .
Dichiarato e considerato come “unico” Mediatore dalla Bibbia , Cristo diventa speculativamente l’anello di congiunzione tra il mistero di Dio e la sua azione ad extra, cioè l’Incarnazione, opera liberissima di Dio che costituisce contemporaneamente anche la possibilità ontologica di creare qualcosa, perché già manifestata la sua volontà nel Cristo che ha assunto in sé l’uomo, e nell’uomo il mistero della materia. E non sembra contraddittorio pensare e dedurre che l’azione di Dio ad extra sia unica ed esclusiva nell’Incarnazione! Nel senso che Dio ha voluto e compiuto solo e soltanto il Cristo, suo Capolavoro. Tutto il resto non è altro che svolgimento consequenziale ed esistenziale di eventi già previsti e voluti da Dio e accettati da Cristo, che, nella pienezza del tempo “nasce da donna” , divenendo così il vero e unico Mediatore dell’essere della grazia e anche l’unico Soggetto della rivelazione, come insegna il concilio Vaticano II .
Questa è tesi da capogiro! E’ rivoluzionaria in teologia, perché sgancia l’Incarnazione dalla Redenzione riproponendo a fondamento testo sacro e tradizione. E’ rivoluzionaria in filosofia, perché interpreta diversamente il rapporto fede-ragione e, di conseguenza, legge diversamente anche i così detti praeambula fidei. Tutto questo tesoro è patrimonio “geloso” del mondo francescano, che, purtroppo, sembra faccia a gara per tenerlo nascosto e in silenzio, invece di approfondirlo e sventolarlo ai quattro venti!
In queste sede preme solo far ammiccare una piccolissimo barlume di questo “tesoro” nascosto nel giardino della natura. Dall’intreccio fede-ragione, il filosofo cristiano non può non partire dal dato della fede e cercare di renderlo possibile razionalmente per affermarne la possibilità speculativa e giustificarne la sua effettiva esistenza con la rivelazione. Con quest’indicazione non si può non tener presente il “disegno” di Dio rivelato da Paolo, specialmente agli Efesini e ai Colossesi, in cui il Cristo è il primo voluto e amato da Dio, tanto da costituire il “primo-genito” della creazione in qualità di causa efficiente esemplare e finale. Forse è salutare riproporre il testo ai Colossesi:
“Egli [Cristo] è immagine del Dio Invisibile,
generato prima di ogni creatura;
poiché per mezzo di lui [Cristo]
sono state create tutte le cose,
quelle nei cieli e quelle sulla terra,
quelle visibili e quelle invisibili...
Tutte le cose sono state create
per mezzo di lui e in vista di lui.
Egli è prima di tutte le cose
e tutte sussistono in lui...” .
Le espressioni che interessano più da vicino sono due: “per mezzo di Cristo sono state create tutte le cose”, e “Cristo è il principio [di tutte le cose]”. Per comprendere il valore di queste affermazioni bisogna tener presente il principio aristotelico, utilizzato da Duns Scoto alla perfezione, secondo cui ciò che è primo nell’ordine ontologico, è ultimo nell’ordine storico della successione. Applicato a Cristo significa: nell’ordine ontologico, Cristo occupa il “primo” posto nella scala gerarchica degli esseri, e viene storicamente per ultimo quando tutto è pronto per accoglierlo, cioè nella pienezza del tempo; e un principio rivelato, tenuto presente ugualmente da Duns Scoto, che afferma: tutto il mondo fisico è stato creato in funzione dell’uomo, il quale ne costituisce anche il fine, perché Dio vuole l’ordine del mondo finalizzato a Cristo l’uomo predestinato, il vero uomo, il nuovo uomo.
Dal contesto delle sue ardite meditazioni, si deve concludere che questo tipo di “uomo” è soltanto Cristo. Difatti, presupponendo la predestinazione di Cristo, Paolo proclama: “tutto è dell’uomo, l’uomo è di Cristo e Cristo è di Dio” , quindi, secondo Duns Scoto, Cristo è l’uomo primo predestinato e anche l’uomo creato a immagine di Dio, il vero autentico e prototipo dell’uomo umano. Queste affermazioni scotiane sono in perfetta sintonia con la Scrittura e con la Tradizione.
Applicazione. Per es., le prime parole del testo sacro suonano: “In principio Dio creò il cielo e la terra” . Come intendere l’espressione “in principio”? Non può essere intesa in senso temporale come “di un principio nel tempo o del tempo”, perché il tempo non ancora esisteva, anzi il tempo nasce proprio con la stessa creazione. Si tratta invece di un inizio assoluto che non sopporta alcuna connotazione temporale. E’ proprio l’agire di Dio ad extra che chiama all’esistenza qualcosa dal nulla.
Tenendo presente i testi paolini, si può tentare una lettura cristologica dell’espressione “in principio”. Paolo ha più volte affermato che tutta la creazione è stata fatta “per mezzo di Cristo”, cioè da Cristo, che viene definito anche come il “Principio di tutte le cose”. Importante è la precisazione fatta dal Maestro francescano circa il valore della preposizione “per”, se usata con verbi transitivi o intransitivi. Nel primo caso viene espressa una certa subordinazione al soggetto principale, nel secondo caso con il verbo alla forma intransitiva invece esprime la causalità efficiente principale della proposizione . Cristo è presentato da Paolo come la causa efficiente della creazione. Se è così, l’interpretare “in principio” con “in Cristo” non dovrebbe meravigliare più di tanto. Il primo versetto biblico, quindi, suonerebbe: “In Cristo Dio creò”. E’ una interpretazione che non contrasta con nessun testo sacro, anzi trova conforto proprio dall’insieme della Rivelazione e anche dalla Tradizione.
Per i testi della Scrittura è sufficiente citarne alcuni tra i più comuni: “In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. Egli era presso Dio: tutto è stato fatto per mezzo di lui, e senza di lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste” ; “Ciò che era fin da principio... noi lo annunziamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi. La nostra comunione è col Padre e col Figlio suo Gesù Cristo”; “Avete conosciuto colui che è fin da principio” ; “Cristo è il Principio, il Primogenito di coloro che risuscitano dai morti” ; “Io sono l’Alfa e l’Omega”; “Io sono il Primo e l’Ultimo”; “Così parla il Primo e l’Ultimo”; “Così parla il Principio della creazione di Dio”; “Io sono l’Alfa e l’Omega, il Principio e la Fine”; “Io sono l’Alfa e l’Omega, il Primo e l’Ultimo, il Principio e la Fine” .
Per quanto riguarda la Tradizione, che interpreta l’espressione “in principio” come sinonimo di “in Cristo”, è sufficiente citare qualche testimonianza più significativa: Zeno afferma: “Indubbiamente per “Principio” s’intende Cristo” ; Agostino scrive: “”Principio” nel quale Dio ha fatto cielo e terra, indubbiamente si riferisce allo stesso Figlio [incarnato]”; e in polemica con i Manichei afferma alquanto seccato: “In principio Dio ha creato cielo e terra, non in principio del tempo, ma in Cristo” ; Cirillo Alessandrino: commentando il testo di Giovanni (8, 25), afferma la divinità di Cristo con il verbo “sono”, e continua facendo parlare lo stesso Gesù dicendo: “Sono Principio di tutte le cose, dal quale esse ricevettero l’inizio e per il quale tutte furono create; Principio, per mezzo del quale, tutto fu fatto; per mezzo del quale Dio creò i secoli; nel quale creò il cielo e la terra” ; e commentando anche il testo dei Proverbi, 8, 22, scrive: “La Sapienza ossia il Figlio di Dio, incarnandosi, non cominciò a esistere, né Egli fu posto a fondamento delle cose come Verbo in sé, ma come Verbo incarnato”; e ancora dichiara che Cristo è “Principio e Fondamento dell’esistenza”, perché in quanto vero Uomo è identico alla natura umana ; Girolamo in più parti afferma: “In Principio significa in Cristo Signore” ; Origene: commentando il primo versetto del Genesi scrive: “Che cosa significa il principio di tutte le cose, se non il Signore nostro e Salvatore di tutti Cristo Gesù, Primogenito di ogni creatura? Dunque in questo Principio, cioè nel Verbo suo, Dio ha creato cielo e terra, come dice l’Evangelista “In Principio era il Verbo”” ; Metodio: nel commento alla parabola delle dieci vergini, scrive: “Chi non crede a Cristo, non può comprendere che egli è il Principio e il Fondamento della vita” ; Massimo di Torino: in polemica contro i Giudei, scrive: “’In principio Dio creò il cielo e la terra’... Osserva subito questo, perché [Mosè] ha cominciato dal Principio a nominare il Principio, che noi intendiamo Cristo, detto il Principio, in cui Dio ha creato il cielo e la terra...” ; Isidoro di Siviglia: nel commento al primo versetto sacro, scrive: “’In principio Dio creò...’ il Principio è il Cristo...” .
Tale interpretazione trova nel Magistero Ufficiale vasta eco, e anche in Paolo VI nel discorso di apertura della seconda sessione del Concilio, esclama: “Cristo! Cristo, nostro Principio, Cristo, nostra via e nostra guida! Cristo, nostra speranza e nostro termine... Cristo nostro Fondatore, nostro Capo” . Parole che esprimono molto bene la dottrina del “Principio” e del “Fine “ di tutte le cose con Cristo “Principio” di tutte le cose.
Interessante è anche il confronto che i Padri stabiliscono tra Colossesi: “Tutte le cose sono state create per mezzo di Cristo e in vista di Cristo” e Giovanni: “Tutto è stato fatto per mezzo di lui, e senza di lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste” , leggendo tutto il “prologo” giovanneo in chiave cristologica. Essi leggono Giovanni con Paolo.
Per esempio, Agostino, dopo aver precisato e distinto che la Scrittura presenta Cristo sia in ordine alla predestinazione (cioè prima dell’assunzione della carne) e sia in ordine storico (cioè con l’assunzione della carne), scrive: “Chi ha detto che “In Principio era il Verbo...” inutilmente predicherebbe la divinità del Verbo, se del Verbo tacesse dell’umanità” . E lo stesso Cirillo afferma apertamente che l’intento del “prologo” è la dimostrazione della divinità di Cristo, contro qualsiasi errore presente o futuro. E il testo di Giovanni, nota ancora Cirillo, si può usare tranquillamente contro gli Ariani, i quali, per poter negare la divinità di Cristo, erano ricorsi alla distinzione del doppio Figlio: del Figlio di Dio, in senso naturale, e del Figlio adottivo; l’uno eterno il Verbo, e l’altro storico il Verbo incarnato. E sempre Cirillo esclama che, proprio per controbattere quasi anticipatamente l’eresia ariana, Giovanni ha “opportunamente aggiunto: “Hoc erat...”, Questi era presso Dio. Di questo, proprio di questo si parla in questo libro”, cioè di Cristo, Dio e Uomo .
Si potrebbe anche notare che il neutro “hoc” usato da Giovanni al versetto 2 e tradotto ufficialmente con “Egli”, fa perdere il senso non solo grammaticale ma anche teologico del termine: “questo”, “proprio questo”, cioè qualcosa di vicino, di visibile, di concreto, Cristo Gesù, il Verbo incarnato. La traduzione “Egli era presso Dio”, verrebbe a significare “il Verbo in sé era con Dio”, che non ha alcun senso, perché vorrebbe dire “Dio era con Dio”; mentre la traduzione “Questi era presso Dio” si riferisce al Verbo incarnato, e il testo acquista tutta la sua importanza e coerenza .
Altra apparente difficoltà risulta dal confronto tra Genesi (1, 1) e “prologo” di Giovanni, entrambi affermano che Cristo è il creatore del cielo e della terra. I due testi sono esposti in modo differente: nel Genesi si parla di “”in Principio” [in ipso] Dio creò cielo e terra”; mentre nel “prologo” giovanneo: “”per mezzo di lui” [per ipsum] tutto è stato creato...”. Agostino dimostra che le due espressioni sono equivalenti: la frase “in ipso = in Principio” ha lo stesso valore dell’altra “per ipsum”. Quindi le due espressione: “creare tutto in Cristo” e “creare tutto per mezzo di Cristo”, hanno lo stesso significato e lo stesso valore. Cristo, in conclusione, è contemporaneamente causa efficiente, causa esemplare e causa finale di tutte le cose. Ecco il nuovo punto di riferimento dell’essere e della natura proposto da Duns Scoto.
Con questa interpretazione cristocentrica universale, l’origine della natura proietta la considerazione nella volontà sovranamente libera di Dio, che si autorivela in Cristo, cioè “fuori di Dio”. Nell’esercizio della sua infinita libertà, dice Duns Scoto, l’azione divina è estrinseca a Dio, e, quindi, fuori dall’azione intratrinitaria che è contemporaneamente necessaria e libera. Per questo, chiama quest’unica mirabile opera Summum Opus Dei, il Capolavoro di Dio. A livello speculativo comporta che nell’Intelletto divino sono presenti tutti i possibili, di cui però solo alcuni vengono scelti dalla volontà divina e realizzati liberamente nell’esistenza. In Dio, quindi, sono presenti nell’Intelletto tutte le idee possibili per l’Onniscenza, e la Volontà sceglie quelle che servono al suo piano “cristico” per la Libertà .
Che meraviglia! che sublimità!

b) Fondamento metafisico della contingenza

Se da quest’orbita celeste-infinita appena accennata, si plana verso la natura finita si entra nella sfera della metafisica, il massimo sforzo umano per avvicinarsi alla soglia del cielo per intravederlo, ma senza entrare, perché, direbbe Duns Scoto, si entra solo con un salto di fede o di volontà libera e responsabile. Per l’investigazione metafisica anche Duns Scoto si affida alla speculazione di Aristotele, non in toto, ma solo per quelle parti che servono a proiettarlo nell’orbita del celeste senza poter atterrare: occorre il supplemento necessario del propulsore rivelato in Cristo e accettato con amore di Cristo, come è stato detto “chi vede me, vede il Padre” e “io sono via, verità e vita” .
Fondamentale per quest’aggancio orbitale è necessario tener presente la distinzione nell’oggetto della metafisica, l’essere in quanto essere, le due modalità aristoteliche di intendere l’essere come esistente e come reale. C’è chi riferisce l’essere in quanto essere all’ente esistente finito; Duns Scoto invece lo estende anche all’ente reale infinito, aprendosi così la possibilità di poter entrare in orbita con le proprie forze naturali e poi planare dolcemente, con l’accensione della fede, nel mondo infinito, da cui ha origine, come s’è visto lo stesso ente esistente finito o natura-mondo.
Con l’applicazione epistemologica del salire dall’immediata e diretta esperienza del mondo , cioè l’esistenza del contingente non soggetto né a dimostrazione a priori né a quella a posteriori, data la sua evidenza , Duns Scoto intende per “contingenza” “una modalità di essere dell’esistenza” , ossia una “modalità estrinseca e positiva d’essere” . E in forza di questa dualità modale, la contingenza viene distinta da Duns Scoto in due forme di realizzazione, quella di “mutabilità” e quella di “evitabilità” , indicando anche la radice della stessa contingenza “nella volontà divina in relazione a qualcosa fuori di sé” .
La spiegazione del contingente rimanda sempre a una causa che esiste per sé e necessariamente, la cui caratteristica può essere intesa come natura intrinseca o come natura estrinseca: l’una indica il limite metafisico del contingente che viene chiamato all’esistenza; l’altra l’infinità della Causa che liberamente chiama all’essere il contingente. Con la teoria della partecipazione e della causalità Duns Scoto entra nel vivo della spiegazione del contingente e anche nella critica al concetto di scienza aristotelico, così da risolvere l’equivoco di fondo che soggiace alla relazione di necessità tra Dio e Natura nella speculazione greco-araba. L’equivoco consiste nella coincidenza tra ordine epistemologico e ordine ontologico, che Duns Scoto afferma essere di diversa natura: “La conclusione non è che una verità parziale del principio dal quale deriva; l’effetto, invece, non è un’entità quasi parziale della causa, ma è del tutto un’altra entità dipendente dall’entità della causa. Perciò, distrutto il principio, si distrugge anche la conclusione; mentre distrutta la causa , non si distrugge l’effetto” .
La precisazione permette a Duns Scoto di chiarire la differenza fondamentale tra i due ordini: in quello epistemologico la conclusione dipende totalmente dalle premesse; se viene meno il principio, viene meno anche la stessa conclusione, perché “il principio è di per sé formalmente necessario, la conclusione invece non è necessaria se non per il principio” .
Questo processo logico-epistemologico, secondo Duns Scoto, non si verifica nel piano reale-ontologico, perché tra i due ordini c’è identità ma solo similitudine . In poche parole, Duns Scoto nega la possibilità, affermata nel mondo aristotelico, di trasformare la priorità logica in causalità ontologica: identificare o confondere i due piani non è corretto. E dal principio di partecipazione, Duns Scoto mette in evidenza che il partecipato o effetto o causato, non solo è distinto dal partecipante, ma, quando esiste, esiste come entità diversa e indipendente dal partecipante , pur dipendendo nell’esserci.
Se dalla sfera del metafisico si passa alla dimensione della volontà divina, in cui tecnicamente si distinguono due operazioni, una ad intra come le intrinseche relazioni intratrinitarie, e l’altra ad extra come l’estrinseca operazione dell’Incarnazione. Fuori di sé, perciò, la volontà divina è in relazione solo e soltanto con l’Incarnazione, che è la prima e unica vera operazione ad extra di Dio. Tutto il resto, chiamato o “mondo” o “natura” o “universo” o “tutto il creato” o “tutte le cose”, non è altro che la relativa e consequenziale preparazione storica alla venuta del Cristo, che per questo è predestinato.
Duns Scoto poggia la sua posizione sull’analisi del testo: “[Cristo] è nato dalla stirpe di Davide secondo la carne ed è stato predestinato Figlio di Dio in potenza” (Rm 1, 3-4). Comunque si vogliano intendere le diverse interpretazioni esegetiche, resta definitivamente accertato che si tratta sempre della predestinazione di Cristo da parte di Dio. Questo testo, insieme ai testi paralleli (Ef 1,3-14, Col 1, 15-20 e At 10,42-43; 17, 29-32), costituiscono le basi scritturistiche, su cui Duns Scoto costruisce il suo cristocentrismo, trovando avvallo unisono nella Tradizione Patristica e nel Magistero. Se a questi testi del NT, si dovessero aggiungere i testi sapienziali del VT , la base biblica della predestinazione assoluta di Cristo raggiunge la sua massima completezza.
In questa prospettiva cristocentrica, il mistero dell’Incarnazione del Verbo concretizza e attualizza l’estrinsecazione della Volontà dell’Essere-Amore, assicurando così la condizione ontologica della stessa creazione, e segnando nello stesso tempo la via esclusiva all’uomo per entrare in comunione-unione con Dio e contemplare la sua Bellezza Divina. Cristo per questo è costituito unico Mediatore tra Dio e l’uomo, tra l’uomo e la natura e tra l’uomo e Dio. Senza di Cristo, ontologicamente parlando, non si può entrare in comunione con Dio e comprendere la natura. Cristo è il Rivelatore di Dio. Cristo è il “ponte” con Dio attraverso l’unico linguaggio della preghiera .
Questo, il motivo fondamentale del rapporto fede-ragione. Ogni ricerca verso l’alto deve fare il salto nella fede, e dalla fede scende la luce alla ragione. L’intreccio di teologia e filosofia e di filosofia e teologia è la conseguenza dell’accettazione del Cristo. Cristo è la luce del mondo!
Il primato universale di Cristo gravita intorno al concetto biblico di Dio sia nelle relazioni ad intra sia nelle relazioni ad extra, che poggia essenzialmente su due dati rivelati: Ego sum qui sum e Deus charitas est . Identificando Essere e Carità, Duns Scoto pone a fondamento della sua speculazione e della sua spiritualità proprio il concetto di Dio come Essere-Carità. L’Essere infinito, in quanto verum infinitum e bonum infinitum , è l’Amore per essenza: “dilectio per essentiam, formaliter dilectio et formaliter caritas, et non tantum effective” .
Presupponendo le operazioni ad intra dell’attività dell’amore divino nelle così dette “processioni”, qui si accenna soltanto alla caratteristica peculiare dell’Essere infinito nella sua attività ad extra che è un agire liberalissime e ex maxima caritate, cioè Dio opera fuori della sfera trinitaria in modo assolutamente libero e per infinita carità. Benché Dio comprenda e voglia tutte le cose ad extra nell’unico atto semplicissimo di amore del suo perenne presente, tuttavia, nota Duns Scoto, in esso si possono logicamente distinguere istanti o momenti, secondo il grado di partecipazione dell’essere. E applicando il principio di derivazione agostiniano-anselmiano credo ut intelligam, tradotto da me con credo ut condiligam, egli dichiara di volersi istruire su Dio attraverso la mediazione del suo unico Maestro, Cristo, e del suo unico filosofo, Paolo. Ha inizio, così, l’avventura divina nella storia con l’esperienza dell’amore donativo in Cristo Gesù, che scientificamente ho chiamato il big-bang divino.
Dalla convinzione che Dio può essere amato adeguatamente solo da un altro Dio, secondo la testimonianza di Platone nel mito della creazione , Duns Scoto afferma categoricamente: “Solo Dio ama Dio. Dio vuole essere amato da altri condiligenti, vuole cioè che altri abbiano in sé il suo amore; e per questo eternamente predestina chi lo deve amare adeguatamente e infinitamente di un amore estrinseco” . E con perfetta e stringata logica continua: “Chi vuole ragionevolmente, vuole in primo luogo il fine; in secondo luogo, i mezzi che permettono di raggiungere immediatamente tale fine; in terzo luogo, tutto ciò che consente di raggiungerlo remotamente. Ora, anche Dio, vuole in modo ordinatissimo, e, quindi, vuole dapprima il fine, benché non con diversi atti ma con un’unico atto, in quanto il suo atto tende in diverso modo e ordinatamente verso gli oggetti. In secondo luogo, Dio vuole ciò che è ordinato immediatamente a tal fine, predestinando gli eletti alla gloria... In terzo luogo, Dio vuole ciò che è necessario per raggiungere questo fine, cioè i beni di grazia. In quarto luogo, Dio vuole per questi condiligenti tutto ciò che è più lontano dal fine, ad es. il mondo sensibile che deve a loro servire” .
Dal contesto, emerge chiaramente la presenza di una gerarchia nell’ordine degli esseri voluti e amati da Dio da sempre e con il medesimo e unico atto infinito d’amore, secondo il principio biblico “Dio compie tutto per la sua gloria” . Dalla gerarchia degli esseri, Duns Scoto ricava a tutto tondo che la serie dei condiligentes è fatta da Cristo e a Cristo finalizzata. Cristo costituisce realmente il concetto di “mediazione universale” sia nel campo della grazia che in quello dell’essere. Ecco l’ordine dell’essere: Cristo-Maria angelo uomo materia. E’ la scala dell’essere che Duns Scoto, sull’insegnamento di Paolo , vede presente nella mente di Dio da sempre.
Lo svolgimento del pensiero del Dottor Sottile, per volute armoniche e armoniose, evidenzia sempre meglio la centralità di Cristo nel mistero rivelato da Dio nella gerarchia degli esseri. E in un raptus d’amore esclama: “Nell’interpretare Cristo, io preferisco più eccedere nella lode che essere difettoso” . Il calore del suo cocente amore, illuminato e inquadrato dall’acume speculativo, si galvanizza sul mistero di Cristo, chiedendosi il motivo della sua esistenza.
E dalle sue profonde e silenziose meditazioni sul dato rivelato, lo scopre nel rendere la somma gloria a Dio, che tutto vuole per se stesso e per la sua gloria. E così Duns Scoto getta le basi per il primato e la centralità di Cristo. Elabora la sua dottrina intorno al mistero dell’Incarnazione, partendo direttamente da Dio e non dall’uomo, e trasforma con abilità di consumata perfezione speculativa lo pseudo-problema ipotetico “Se Adamo non avesse peccato...”, nella concreta e reale domanda: “Perché c’è Cristo? Perché è stato predestinato...?”; “Qual è il primo amore di Dio?”; “Qual è il posto di Cristo nel disegno concreto di Dio?”...
La praticità della speculazione di Duns Scoto emerge con evidenza proprio nell’evitare l’aspetto ipotetico della questione “se Adamo non avesse peccato...”, e nel prendere in seria considerazione il fatto inconfutabile della presenza reale e storica di Cristo. E anticipando l’intuizione vichiana del verum et factum convertuntur pone le domande “perché c’è il Cristo?”, “qual è la ragione della sua esistenza”? e risale dal factum al verum, sviluppando tutta la sua indagine in stretta armonia con il concetto di predestinazione, vera novità dell’analisi scotiana, una tesi non può reggersi senza dell’altra.
In relazione al piano generale di Dio, Cristo viene presentato da Duns Scoto come il Summum Opus Dei - “Capolavoro di Dio” - e come il “primo voluto”, mentre in relazione agli altri esseri è considerato come il “primo”. Di fronte al Capolavoro divino, quindi, non c’è occasione che possa condizionare la volontà di Dio, né metafisicamente Dio può volere fuori di sé qualcosa che sia diverso da Dio stesso, come tutta la sublime speculazione filosofica dimostra nella storia del pensiero, da Platone ad Agostino, ad Anselmo...
In che rapporto si colloca Cristo con tutte le altre creature, sia quelle visibili che quelle invisibili, sia quelle celesti sia quelle terrestri, sia quelle materiali sia quelle spirituali? Qual è il fondamento su cui poggia la coesione e l’armonia del mondo universo?
Tenendo presente un principio caro a Cirillo d’Alessandria, che vuole l’identità di natura tra il fondamento e la sua sovrastruttura, tra il principio di una cosa e la sua serie, il Dottor Sottile trova il fondamento di tutte le cose nella natura umana di Cristo, quando scrive: “l’uguaglianza si fonda sopra l’unità di natura, non di persona” .
Sia per ragione rivelata, sia per ragione storica, la perfezione infinita di Dio è tale da non poter entrare in nessun modo in rapporto con ciò che Dio non è. La stessa “creazione” è rivisitata da Duns Scoto alla luce di Cristo: unico ed effettivo termine dell’azione di Dio ad extra e, quindi, unica possibilità per spiegare la presenza della materia, del mondo e dell’uomo al di fuori di Dio. Tale sembra il pensiero anche di Paolo quando scrive: “Cristo è immagine del Dio invisibile, generato prima d’ogni creatura; poiché per mezzo di lui sono state create tutte le cose... Tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui. Egli è prima di tutte le cose e tutte sussistono in lui” .

Conclusione

Dall’insieme dell’accenno all’origine della “natura” secondo Duns Scoto, si evince che egli, partendo storicamente da Platone nell’accettazione dei due piani dell’essere, ideale e concreto, segue poi Aristotele nella distinzione tra un “ordine ontologico” e un “ordine storico”, e arriva con l’atto di fede a combinarne i risultati raggiunti. Difatti, nell’ordine ontologico o delle intenzioni, Cristo occupa il primo posto nella gerarchia degli esseri, ordinati in base alla loro importanza ricevuta da Dio e non già secondo il posto che occupano nella successione storica. Come a dire: nell’ordine ontologico è primo non chi appare “prima”, ma chi viene “dopo”. Ad es: il vegetale rispetto al mondo inorganico, l’animale rispetto al regno vegetale, l’uomo rispetto al regno animale, Cristo rispetto al mondo umano. E questo perché è per l’uomo che Dio ha creato il mondo, ed è in vista di Cristo che l’uomo è stato scelto, e, infine, Cristo è stato voluto da Dio e per Dio .
Se dal punto di vista storico o della successione temporale, Cristo si è formato un corpo a “immagine dell’uomo”, è altrettanto vero che nell’ordine ontologico l’uomo è stato creato a “immagine di Cristo venturo”. La lettura della gerarchia dell’essere è fatta da Duns Scoto in chiave ontologica: Dio manifesta al di fuori di sé la pienezza della vita e dell’amore, così da perpetuare quello stesso amore che scaturisce perpetuamente tra i Tre che sono Uno.
In questo meraviglioso disegno d’amore, Duns Scoto intuisce con l’aiuto della fede la presenza di Cristo sia come cuore di Dio che come mistero da conoscere. Nella gerarchia dell’essere, perciò, Cristo, come fundamentum et forma, occupa il primo posto perché tutto è stato creato da e per lui, e tutto dipende da lui, e Cristo non dipende da nessuno. Questo significa che Dio per primo ama Cristo e in lui tutto ciò che viene dopo di lui. E’ in forza del primato ontologico di Cristo che Duns Scoto non può accettare in nessun modo la sua occasionalità, anzi afferma l’assoluta gratuità della predestinazione di Cristo, che, pertanto, corona tutto l’ordine creato ed è indipendente da tutto e tutto dipende da lui come causa finale efficiente ed esemplare.
In base al principio che Dio vuole in modo “più ragionevole possibile”, ne segue che vuole anche per primo ciò che è più vicino al fine . Il concetto di “mezzo”, che permette di raggiungere il fine, può essere considerato sotto due aspetti diversi: nei beati è costituito dalla grazia proveniente dai meriti estrinseci di Cristo; e in Cristo, dall’unione ipostatica, che, in quanto principio del merito, non può dipendere da nessuno. Nell’ordine della predestinazione, perciò, Duns Scoto distingue una varietà di gradi: dal massimo al minimo. Il primo posto in modo assoluto è certamente quello di Cristo e di Maria: Cristo riceve tutto dall’Amore del Padre, Maria riceve tutto dall’Amore di Cristo. Perciò, nella lettura del piano di Dio, secondo l’ermeneutica di Duns Scoto, si può ugualmente affermare con le sue stesse parole: Cristo è il “Sommo Bene di Dio” e Maria è il “Sommo Bene di Cristo” . La Vergine Maria sembra il primo corollario della predestinazione di Cristo, che, insieme a sua Madre, costituisce l’originale coppia da cui tutte le cose create hanno origine e hanno fine: “nella pienezza del tempo Cristo nasce da donna” .
Lo sviluppo delle analisi di Duns Scoto sul mistero dell’origine della natura si sviluppa all’insegna della massima concretezza, caratteristica propria della speculazione francescana. La chiave ermeneutica d’ogni analisi è sempre la prospettiva cristocentrica universale come i testi sacri rivelano. La presente ricostruzione segue un concetto di sistematica meno formale che intrinseco, e con passaggi logici più indiretti che diretti, perché la preoccupazione del medievale è diversa da quella nostra. Diverso è il metodo.
Non c’è dubbio che il Primato universale di Cristo rappresenta l’aspetto caratteristico più originale di Duns Scoto.


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