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IL PROPOSITUM VITAE DI FRANCESCO D’ASSISI

Giovanni Lauriola ofm

Premessa

L’8 dicembre 2004, il Ministro Generale dei Frati Minori ha pubblicato la Lettera enciclica La grazia delle origini, per ricordare e preparare l’VIII centenario dell’approvazione da parte di Innocenzo III del propositum vitae di Francesco d’Assisi (1209-2009), con il quale dava vita alla sua meravigliosa avventura fino alla Verna (1224)e a tutt’oggi. La sua esperienza eccezionale ha inizio dall’episodio del Crocifisso di s. Damiano “ripara la mia chiesa che è in rovina” e termina con i segni gloriosi della Redenzione nel suo corpo e con la sua glorificazione due anni dipo.
Il punto focale della geniale esperienza di Francesco d’Assisi ha origine e termine nella persona di Cristo, che affascina specialmente il cuore semplice. L’iniziale incontro con il Cristo crocifisso di s. Damiano si completa con il Cristo crocifiggente della Verna, attraverso la mediazione del Cristo crocifissato nei lebbrosi, nei poveri, negli ammalati, negli ultimi, negli esclusi... Nel Cristo storico, Francesco scopre l’amore di Dio in tutte le dimensioni evangeliche. La concreta scoperta del Cristo assume in Francesco un valore e un significato fino a quell’epoca mai raggiunti dai cristiani, benché fossero diffuse tante elevazioni mistiche, come quelle di Bernardo.
Tutti gli episodi salienti dell’unica esperienza di Francesco sono illuminati e imbevuti della “regalità” o “primato” di Cristo. La voce del crocifisso di s. Damiano lo invita a riparare la sua Chiesa; il sogno di Spoleto lo mette al bivio di scegliere tra il Signore e il servo; l’autodefinizione di “araldo del gran Re”, dopo la triste avventura con i briganti che lo bastonano e lo gettono nel fossato di neve; il mistico e reale sposalizio con “Madonna Povertà”, rappresentante l’incontro con l’amore di Cristo che da ricco si è fatto povero per alzarci alla sua ricchezza; il gesto plastico davanti al Vescovo di Assisi quando si spoglia nudo per rivestirsi di Cristo; il desiderio della Verna in cui chiede di sentire nel proprio corpo lo stesso amore che Cristo ha sentito in sé per l’uomo; l’episodio della morte che si fa adagiare nudo sulla nuda terra per assaporare il mistero della morte di Cristo nudo sulla nuda croce. Per tutto questo, Francesco d’Assisi viene apostrofato come l’Alter Christus.
Pur dovendo fermare un attimo l’attenzione sul propositum vitae per comprenderne il tempo il contenuto e l’esistenza, piace esprimere anche una nota panoramica sulla lettura globale degli scritti di Francesco d’Assisi, da cui dottrinalmente viene confermato il suo cristocentrismo che rivela spiritualmente a tutto tondo la virtù della “cortesia”, o “finezza spirituale”, come una delle caratteristiche peculiari della sua personalità. E’ una cortesia fantasiosa la sua, e, per questo a volte, anche geniale. Francesco è un uomo cortese. La fonte sembra la Scrittura: Francesco ha gustato Dio nella sua vita viva concreta e personale, e da Dio ha riversato questo “gusto” verso tutti e tutto. Ha imparato, per così dire, da Dio stesso: Francesco conosceva molto bene e viveva con entusiasmo tutte le tappe salienti della storia della salvezza, acquistando un spiccato senso di Dio, che è buono e cortese verso tutte le sue creature, indipendentemente dalle loro differenze o dal loro operato.
Della spiccata cortesia, Francesco alimentava la sua vita e si sforzava di ricavarne lo spirito per tradurla in atteggiamenti pratici. Impegno che gli fa scoprire se stesso, nella sua profonda identità originale e di essere aperto a tutte le reazioni, e in sé scopre anche il vero senso dell’uomo, intuisce cioè le due condizioni metafisiche dell’essere persona, come preciserà successivamente Duns Scoto con termini scientifici, vale a dire: la dimensione interiore diultima solitudo e la dimenzione relazionale di relatio trascendentalis, che scaturiscono dall’analisi del mistero di Cristo.
In modo del tutto spirituale forse traducono anche il senso della breve preghiera che Francesco alevava nel silenzio del suo cuore: “Mio Dio e mio Tutto! Chi sei Tu e chi sono io?”. Francesco si rapporta spiritualmente solo con Dio! Di fronte a Dio si autoriconosce qual è ontologicamente: un povero bisognoso di tutto, che aspetta di ricevere tutto da Dio. Ecco l’aspetto essenziale ed esistenziale di Francesco d’Assisi: la fede in Dio in Cristo presente negli uomini e nelle cose!
Da questo duplice senso, si può cogliere e interpretare meglio l’intuizione di Francesco intorno al “cristocentrismo”, che si presenta più “spirituale” che dommatico, più antropologico che amartiocentrico, più teologico che cristocentrico, che costituirà poi il fondamento per la successiva speculazione teologica francescana. L’intuizione cristocentrica di Francesco nasce, perciò, dalla sua esperienza di Dio Uno e Trino, che dona all’uomo e al mondo il Verbo eterno nel mistero dell’Incarnazione. E poiché Cristo è insieme Dio e Uomo, Francesco nei suoi scritti passa facilmente da Dio a Cristo e da Cristo a Dio, e in Cristo si riferisce tranquillamente a Dio e all’Uomo. Questo modo di procedere di Francesco da un lato costituisce una miniera inesauribile, perché si accorda con più evidenza alle verità del mistero trinitario e cristologico; dall’altro però racchiude non poche difficoltà per la loro stessa formulazione teologica.
Piace rendere concreta questa intuizione di Francesco attorno al “cristocentrismo spirituale” attraverso l’analisi generale del suo propositum vitae approvato oraliter da Innocenzo III con tutta probalità nell’estate 1210, nel tentativo di ricarne utili indicazioni per la vita presente di Francescano e per una eventuale sua concettualizzazione.

1. Il “propositum vitae” di Francesco d’Assisi

Nella preparazione all’VIII centenario del propositum vitae di Francesco d’Assisi presentato e confermato oraliter da Innocenzo III è presente anche la soluzione della crisi esistenziale di Francesco d’Assisi ai piedi del Crocifisso di s. Damiano, con l’invito al delicato e responsabile compito di “riparare la chiesa che rovina”, interpretato dall’interressato in senso materiale e dai biografi in senso spirituale. Oggi si può tradurre nel significato generico ma onniabbracciante di “aiutare a riparare l’uomo” a saper superare uno dei più profondi momenti critici, dovuto al dilagare del relativismo assoluto, poggiante sul “pensiero debole”, a causa di un non ben precisato “pensiero forte”.
E’ un momento di crisi epocale.

a) Conferma del propositum vitae

Il drappello degli amici di Francesco, di “proposito” evangelico nel numero ma sincero nello spirito, prende la via che da Assisi conduce all'Urbe. La speranza che li anima è quella di essere accontentati nel loro ideale. Portano con sé anche una parvenza di regola, tutta conformata al Vangelo, da sottoporre all'autorità pontificia.
Che cosa contenesse di preciso questa “regola” non è dato sapere, perché non è stato conservata in alcun testo del tempo. Non viene neppure menzionata nell'epistolario di Innocenzo III. L'unica testimonianza della sua esistenza è quella autobiografica di Francesco nel Testamento, da cui dipendono tutte le altre. Eccola nella sua immediatezza spirituale:
“Ed io con poche e semplici parole ne disposi la stesura, e il signor papa me la confermò”.
Come non consente alcuna precisazione sicura circa il contenuto, così non consente alcuna determinazione precisa circa il tempo. E una testimonianza più teologica che storica. Letterariamente si può desumerne soltanto la brevità e l'aspetto orale della conferma.

b). II tempo probabile della conferma

Per quanto riguarda la datazione sembra da preferire la primavera del 1210 come tempo della partenza da Assisi per Roma, e l'estate dello stesso anno come momento della conferma orale da parte di Innocenzo III, e non quella comune del 1209, dovuta all’’interpretazione libera dei Bollandisti del testo di Tommaso da Celano . La data del 1210 invece è sopportata da ragioni storiche oggettive, e da circostanze interne alla vita della chiesa e a quella di Assisi .
La politica religiosa di Innocenzo III intuisce i segni dei tempi, allorquando apre il cuore della chiesa alle istanze della predicazione itinerante e della povertà volontaria. Poiché esse erano accompagnate dalla nomea di eresia, vera o presunta che fosse, in quanto nella determinazione giocavano molti elementi, a volte completamente diversi dal religioso, Innocenzo III precisa in termini chiari e perentori la posizione della chiesa sotto l'aspetto e dottrinale e pastorale. Riafferma e stabilisce le condizioni essenziali per appartenere ed essere nella chiesa‚ riconoscimento e accettazione della dottrina e dell'autorità della chiesa, nella sua struttura gerarchica e sacramentale. In termini più pratici: riconoscere l'ortodossia dottrinale della chiesa, accettare la validità dei sacramenti indipendentemente dalla dignità del sacerdote e riceverli soltanto da sacerdoti, regolarmente ordinati dal vescovo; promettere obbedienza e rispetto al papa e alla gerarchia costituita.
In un momento storico molto delicato e critico della vita sociale ed ecclesiale, acquista grande importanza dottrinale pastorale e anche storica la precisazione di Innocenzo III. L'evolversi della chiesa dipende da queste direttive e dall'apertura verso il movimento religioso apostolico. Su di esse vengono modellati i rapporti con i movimenti esistenti, e da essi prendono avvio i nuovi. Come esemplificazione, basti pensare agli Umiliati, ai Valdesi, ai Poveri Cattolici, a Durando di Huesca, a Bernardo Prim, a Francesco d'Assisi...
Per limitare il riferimento storico a quello più vicino all'esperienza di Francesco, si deve accennare almeno a due episodi. Il primo riguarda la disputa tra eretici e cattolici, svoltasi nel 1207 a Pamiers, nella Francia meridionale. Il gruppo valdese di Durando si converte e chiede alla curia romana il permesso di vivere secondo il Vangelo e di svolgere una predicazione itinerante nella più assoluta povertà volontaria. Solo l'anno successivo, il propositum vitae viene perfezionato dalla curia e viene precisata la posizione giuridico-pastorale in seno alla chiesa, secondo le norme emanate da Innocenzo III. Non si tratta, certo, di una vera e propria “regola”, ma solo di un tentativo per creare sotto l'autorità della chiesa una forma di organizzazione di un movimento apostolico avente come regola il Vangelo e come mezzo la predicazione itinerante e la povertà libera.
Richiamandosi a precedenti disposizioni in favore degli Umiliati, Innocenzo III distingue i proposita di chi conduce vita comune, come laici e chierici, da quelli che comportano una vita nel mondo, nelle proprie famiglie. Per i primi, si ispira alle regole già esistenti nella vita della chiesa; per i secondi, invece, crea il nuovo istituto giuridico della “conferma”, con l'annessa facoltà di poter esercitare il verbum exhortationis.
Il secondo episodio riguarda la presenza di Innocenzo III a Roma. E’ documentato storicamente che fin dal maggio 1209 si trova nella residenza di Orvieto, da dove fa ritorno a Roma, solo per l'incoronazione imperiale di Ottone, il 4 ottobre 1209.
Questi brevi riferimenti escludono categoricamente che il propositum di Francesco sia stato confermato nella primavera 1209. E’ probabile, pertanto, che il gruppo sia partito per Roma nella primavera del 1210, quando le condizioni climatiche diventano più miti, e solo nell'estate del 1210 abbia ottenuto verbalmente la conferma di vivere secondo la regola del Vangelo e senza nulla di proprio.
Lo si deduce anche indirettamente dal fatto che il 18 giugno 1210 Innocenzo III invia una lettera enciclica ai vescovi della chiesa sul riconoscimento del movimento di Bernardo Prim, ove si precisano anche dettagliatamente le disposizioni riguardanti le accettazioni delle future forme di vita religiosa. Di Francesco non si parla ancora. Pertanto la conferma al propositum di Francesco è avvenuta dopo il 18 giugno, probabilmente nell'estate del 1210.

c). Il contenuto del “propositum vitae”

La questione intorno alla primitiva legislazione francescana sembra insolubile per la mancanza di dati storici sicuri e attendibili. Le poche e generiche notizie poggiano tutte sulla testimonianza autobiografica di Francesco nel Testamento, la cui interpretazione non è per nulla facile né univoca. Le osservazioni del Quaglia in proposito conservano tutta la loro importanza, la conclusione invece non mi trova condivisibile pienamente.
In mancanza di sufficienti dati storici, ogni tentativo per ricostruire il contenuto del primitivo propositum di Francesco resta a livello di ipotesi. Anche quello da me proposto, pur ispirandosi a delle precise situazioni storiche, resta sempre di natura logico-ideale.
Dal quadro generale della riforma religiosa di Innocenzo III e da quello del movimento apostolico ortodosso si evince che il termine “propositum” non può essere usato come sinonimo né di “prima regola” né di “protoregola”. La motivazione è d'ordine storico e giuridico. Il propositum vitae, fino a quando non riceveva la conferma con una bolla, non acquistava vero e proprio valore giuridico, ma solo impegno morale a vivere in un certo modo l'ideale cristiano. Esprime cioè quella fase interlocutoria in cui c'è ancora bisogno di chiarimento e di approfondimento, prima di diventare regola stabile e definitiva, con tutte le conseguenze giuridiche del caso.
L'istituto della conferma orale è una “creazione” di Innocenzo III. In sede giuridica, manifesta quell'atteggiamento di prudenza, necessaria all'autorità, prima di esprimersi ufficialmente su richieste non sempre chiare e certe. Due sono le forme di conferma usate: quella scritta e quella orale, l'una con valore più giuridico e universale e l'altra più morale e particolare.
Un qualsiasi propositum, prima della sua conferma, doveva passare al vaglio dell'analisi di una commissione di esperti, avente facoltà di correggere e modificare il contenuto e la forma in base alle norme disciplinari e dottrinali della chiesa. La presentazione del propositum era sempre in forma scritta. Di quello presentato da Francesco la storia non ha conservato nulla, eccetto forse lo schema del prologo alla Regola non bollata del 1221.
Anche del propositum si conoscono due forme: quella regolare e quella semplice. Il propositum regulare prende nome dal desiderio espresso dai richiedenti di voler vivere la vita consacrata in comune, nell'osservanza delle norme della chiesa e quindi “uscendo dal mondo” (exire ex saeculo); il propositum simplex, invece, dal desiderio di vivere la stessa realtà della vita consacrata in comune, ma restando nel mondo e operando nelle faccende quotidiane (remanentes in saeculo).
In un momento storico-religioso molto teso e delicato, Innocenzo III, per impedire una proliferazione a catena dei proposita, elabora delle norme dottrinali e disciplinari e le impone come condizioni essenziali per una qualsiasi conferma. Se ne può avere un'indicazione nella lettera enciclica Cum inaestimabile del 18 giugno 1210 .
Occasionata dalla conversione dei Valdesi, la lettera si presenta come una professione di fede, che la chiesa esige da chiunque chiede l'approvazione ufficiale a un desiderio di vivere la vita religiosa in modo nuovo. E divisibile in due parti fondamentali, a seconda del diverso propositum. La parte dottrinale è identica ad entrambi; cambiano solo le modalità pratiche per la loro attuazione. In modo preciso chiaro e inequivocabile vengono indicate una per una le verità da credere e le condizioni per ottenere la conferma pontificia.
Dottrinalmente sono da accettare per fede e professare pubblicamente le verità intorno al mistero di Dio, uno e trino, e dell'Incarnazione del Figlio nel seno della vergine Maria per opera dello Spirito Santo, così come sono rivelate dalla Scrittura e proposte dalla chiesa cattolica ed apostolica, fuori della quale non c'è salvezza per chi la rifiuta volontariamente. Anche il valore dei sacramenti, indipendentemente dalla dignità del sacerdote, è da accettare unicamente per la inestimabile forza spirituale dell'azione dello Spirito Santo. La gerarchia costituita, dal papa all'ultimo chierico ordinato, è da rispettare e da venerare con la massima fedeltà. La povertà evangelica va vissuta elargendo ai poveri ciò che si possiede e vivere poi senza nulla di proprio e senza preoccuparsi del domani. In questo spirito di obbedienza e povertà sono da vivere i consigli evangelici.
Chi rimane invece nel mondo, in forza del propositum simplex, deve professare e credere alle stesse verità dottrinali, in più deve impegnarsi a conservare l'unità e la comunione con il magistero e l'autorità della chiesa, non solo nella persona del vicario di Cristo, il supremo pastore, ma anche in quella di tutti i vescovi, sacerdoti e chierici. L'impegno si estende: ad avere rispetto e riverenza per tutto il clero; a ricevere i sacramenti esclusivamente dai sacerdoti ordinati secondo la disciplina della chiesa; a non arrogarsi il diritto di predicare senza alcuna licenza dell'autorità competente; a pregare e a digiunare secondo le prescrizioni della chiesa, a lavorare con le proprie mani.
Queste e altre disposizioni, maturate nell'arco del suo pontificato, permettono a Innocenzo III di scongiurare il pericolo della frattura tra movimento religioso e chiesa gerarchica. Così le nuove forze religiose vengono orientate con prudenza ed energia nella struttura gerarchica della chiesa, concendendo loro possibilità d'azione all'interno della stessa chiesa. Le uniche condizioni, ma essenziali, riguardano la salvaguardia dell'ortodossia dottrinale e il riconoscimento dell'autorità pontificia e gerarchica.
In questo quadro molto generale ma ugualmente significativo bisogna tentare di calare l'episodio del propositum essenziale per Francesco, ma comune per la prassi ecclesiale. Difficile, però, avanzare ipotesi concrete. Né è possibile pensare “ancora” a una situazione in cui Francesco “impone” le sue “dure intenzioni”. Senza alcuna preoccupazione conciliativa, si cercherà qui di evitare la conduzione dell'analisi sul binario della fantasia o su quello ad litteram delle testimonianze biografiche che vivono in un clima storico e spirituale del tutto diverso e avulso dalla storia, che resta sempre l’unico piano di paragone di ogni verità o ricerca di verità, secondo l’acquisito veritas fialia temporis o veritas seper crevit.. .
Con tutta probabilità, la natura del propositum di Francesco appartiene meno a quello simplex che al regulare. Lo si desume implicitamente dal fatto che i membri del movimento vogliono vivere insieme la perfectio evangelica, avendo di fatto abbandonato le attività e le responsabilità della vita sociale. Di per sé, non si potrebbe parlare neppure di normale o stretta “regolarità”, in quanto il propositum non viene conformato ad altra regola monastica esistente nella chiesa, ma s'inquadra piuttosto nelle nuove direttive della chiesa in merito alla predicazione apostolica itinerante, alla povertà evangelica e all'istituzione gerarchico-sacamentale della stessa chiesa.
Le pecularietà proprie del propositum dovettero apparire ad Innocenzo III cariche anche di una certa novità, se si riservò prudentemente ancora del tempo, con la sua conferma orale, prima di decidere ufficialmente. Di preciso non è dato sapere in che cosa esse potessero consistere. Sicuramente sono sintetizzabili nella gioia entusiastica di voler scegliere a modello di vita l'ideale della perfezione evangelica, nell'obbedienza più assoluta alla chiesa.
Di fronte a una tale richiesta, seria impegnativa e novativa a un tempo, Innocenzo III, oltre al momento della riflessione temporale, impone insieme alle due condizioni generali anche la “tonsura” a chi del gruppo non appartiene ancora allo status clericale, orientando così l'evolversi del movimento nella politica generale della riforma religiosa della chiesa. Anche la precisazione sul diritto di predicare solo il verbum exortationis e non anche quello de articulis fidei et sacramentis ecclesiae è solo apparentemente una limitazione, perché il gruppo è in via di sperimentazione e non tutti i membri hanno la richiesta e debita preparazione tecnico-teologica, né la possono facilmente acquistare nella vita di gruppo, mancante ancora di strutture organizzative idonee ad assicurarla. Di nuovo forse c’è l’obbligo della “tonsura”.

d). L'esistenza del “propositum”

Può sembrare strano e illogico accennare all'esistenza del propositum, dopo averne determinato approssimativamente tempo e contenuto. La difficoltà nasce e cresce man mano che il pensiero penetra nella sua determinazione, pur non avendo valide assicurazioni dalla storia. Prima di parlarne sembrava cosa ovvia riconoscerne l'esistenza, ma alla resa finale dell'analisi, quando tutto doveva quadrare per chiarezza e sicurezza, tutto invece ritorna nell'incerto, nell'indeterminato e nel generico. E questo a causa della lettura della voce “regola” nel Dizionario Francescano .
La curiosità provocata dalla lettura ha indotto ad approfondire la questione intorno all'esistenza storica del propositum. Essa non riguarda l'aspetto contingente se sia esistito veramente o meno, perché lo ritengo superato e ovvio, ma il valore che gli viene riconosciuto, in quanto è presentato come sinonimo della regola definitiva del 1223.
I termini della questione: non si conosce alcun testo del propositum; il tentativo di ricostruirlo non è approdato a nulla; del suo contenuto tuttavia se ne ha piena certezza. Di fronte a tale “certezza” viene aperta l'indagine conoscitiva, senza alcuna volontà di tutto problematizzare, ma neppure lasciarsi facilmente frastornare dagli zelatori ufficiali dell'ortodossia francescana che assumono “in modo del tutto assoluto” ogni riferimento delle fonti. Più che da opzioni, la ricerca dev'essere guidata da spirito libero sereno e critico. Per comodità si divide la conoscenza della questione in base alle testimonianze da cui viene ricavato il valore del propositum: prologo della regola del 1221; bolla di conferma della regola del 1223; testamento di Francesco. A ogni esposizione segue qualche osservazione, lasciando al lettore di tirare la conclusione o di invogliarlo ad approfondire l'argomento.

(1). Prologo della regola del 1221 o non bollata

“Incipit prima regula, quam fecit beatus Franciscus et papa Innocentius confirmavit sine bulla”.
“In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti!
Haec est vita evangeli Jesu Christi, quam frater Franciscus petiit a domino papa concedi et confirmari sibi; et ille concessit et confirmavit sibi et suis fratribus habitis et futuris.
Frater Franciscus et quicumque erit caput istius religionis promittat obedientiam domino Innocentio papae et reverantiam et suis successoribus.
Et omnes alii fratres teneantur obedire frati Francisco et suis successoribus” .

“Così comincia la prima regola, che il beato Francesco scrisse e il papa Innocenzo III confermò senza bolla.
Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo!
Questa è la vita del vangelo di Gesù Cristo, che frate Francesco ha chiesto al signor papa di concedergli e di confermargli. E il Papa ha concesso e confermato a lui e ai suoi frati presenti e futuri.
Frate Francesco e chiunque sarà a capo di quest'ordine promette obbedienza e riverenza al signor papa Innocenzo e ai suoi successori.
E gli altri frati siano tenuti ad obbedire a frate Francesco e ai suoi successori”.

Il testo è formato da due parti, strettamente legate tra loro da costituire un'unità letteraria inscindibile, come è documentata dalla tradizione manoscritta: il “titolo” e il “prologo”. Il prologo a sua volta è composto da quattro punti che presentano cenni di storia e l'abbozzo di una incipiente struttura organizzativa.
Dopo l'invocazione al mistero principale della fede cristiana, il primo punto descrive, senza particolari ma nella sua nuda essenzialità, l'ideale di perfezione evangelica‚ da intendersi come un ideale verso cui tendere liberamente e responsabilmente e non come un modello da applicare. Il secondo punto, invece, proietta senza contorni determinanti il momento storico della conferma da parte dell'autorità del papa Innocenzo III. Dal “titolo” si apprende che la conferma è sine bulla, di conseguenza si sottende quella oraliter. Essa segna una tappa importantissima per Francesco e il suo ideale, anche se non investe ancora la sfera giuridica. Gli altri due punti segnano la contropartita alla conferma pontificia, nella cui area deve muoversi il nuovo ideale di vita religiosa: l'obbedienza assoluta. Nel terzo punto, infatti, viene espressa la promessa di obbedienza assoluta al papa Innocenzo III e ai suoi successori canonicamente eletti da parte di Francesco e di ogni ministro della fraternità. E, nella scala discendente, il quarto punto determina i rapporti d'autorità all'interno della comunità religiosa, secondo la concezione gerarchica: i frati promettono obbedienza al superiore e il superiore al papa. Sul binomio dell'ideale evangelico e dell'obbedienza all'autorità costituita s'incammina la nuova esperienza francescana della vita. Questo il testo del prologo.
Tenendo presente ora il “titolo” della regola è da osservare che su 23 testimonianze manoscritte: 20 codici chiamano Francescano con il titolo di beatus; 2 codici con quello di sanctissimus; 1 codice lo chiama sanctus. Negli explicit, invece, la regola è presentata e designata come speculum status perfection is .
Da questa terminologia si evince facilmente che il testo suppone l'avvenuta canonizzazione di Francesco (16 luglio 1228). Di conseguenza, è facile pensare che anche le notizie storiche risentono di tale influsso, per cui esse vanno prese con molta discrezione.

(2). Bolla di conferma della regola definitiva del 1223

“Honorius, episcopus, servus servorum Dei, dilectis filiis, frati Francisco et aliis fratribus de ordine fratrum minorum, salutem et apostolicam benedictionem.
Solet annuere sedes apostolica piis votis et honestis petentium desideriis, favorem benivolum impertiri.
Eapropter, dilecti in Domino filii, vestris piis precibus inclinati, ordinis vestri regulam‚ a bonae memoriae Innocentio papa, praedecessore nostro, approbatam, annotatam praesentibus - auctoritate apostolica confirmamus et praesentis scriptis patrocinio communimus.
Nulli ergo omnino hominum liceat hanc paginam nostrae confirmationis infringere vel ei ausu temerario contraire.
Datum Laterani tertio kalendas decembris, pontificatus nostri anno cotavo” .

“Onorio vescovo, servo dei servi di Dio, ai diletti figli, frate Francesco e gli altri frati dell'ordine dei frati minori, salute e apostolica benedizione.
La sede apostolica suole acconsentire ai pii voti e concedere benevolo favore agli onesti desideri di coloro che chiedono.
Perciò, diletti figli nel Signore, propensi alle vostre pie suppliche, vi confermiamo con autorità apostolica la regola del vostro ordine‚ già approvata dal papa Innocenzo, nostro predecessore di felice memoria e riportata nel presente documento ‚ e la rafforziamo con il patrocinio della presente bolla.
A nessuno pertanto sia lecito in alcun modo di infirmare questo atto della nostra conferma o di opporsi temerariamente ad esso.
Dal Laterano il 29 novembre [1223], anno ottavo del nostro pontificato”.

Senza accennare separatamente ai singoli punti della Bolla, sembra più utile avanzare due osservazioni generali: una di carattere esterno e l'altra interno.
La prima riguarda il formulario usato dalla curia romana. E’ quello stereotipo e ordinario con il quale soleva concedere privilegi all'ordine cistercense , e non un documento proprio e specifico, prodotto per l’occasione. Ciò documenta, forse, il poco valore che nella vita della chiesa aveva il nuovo ordine! Anche lo stile non ha nulla di originale, se non la denominazione specifica. La stessa intestazione “Solet annuere” è comune: era la formula per concedere privilegi; l'espressione “dilecti in Domino fiii, piis precibus inclinati”, invece, richiama testualmente l'iniziale della bolla del 15 aprile 1222 (“Devotionis vestrae precibus inclinati”), con la quale si concedeva ai frati il privilegio di poter celebrare i divini misteri in un territorio interdetto, ma a porte chiuse e a bassa voce.
Dell'altra osservazione‚ quella interna‚ si ha l'impressione che la Bolla sia concessa proprio come un privilegio, con il quale si vuole rafforzare per iscritto una precedente decisione papale, così da porre al riparo da critiche e difficoltà il movimento ecclesiale di Francesco. Una bolla pontificia, che utilizza un formulario e uno stile ordinario e che si manifesta come privilegio, pur avendo la sua intrinseca forza giuridica, non può costituire un documento strettamente storico per le notizie ivi contenute. Non essendo stata preparata ad hoc, anche l'informazione riguardante la conferma di Innocenzo III ha meno valore storico che spirituale. Così l'inciso “già approvata da Innocenzo III... e riportata nel presente documento” dà l'impressione di essere l'oggetto specifico della Bolla, senza alcuna differenza con la regola. In tal modo viene stabilita una identità tra il propositum del 1210 e la Regola del 1223, con l'unica differenza del modo della conferma. Storicamente invece l'unico oggetto proprio della Bolla è la Regola del 1223, che soltanto per una trasposizione giuridica viene fatta risalire al propositum del 1210. Pertanto, l'espansione riguardante l'approvazione di Innocenzo III non ha valore storico stretto, ma generico e spirituale.

(3). Il testamento di Francesco

“Et postquam Dominus dedit mihi de fratribus, nemo ostendebat mihi, quid deberem facere, sed ipse Altissimus revelavit mihi, quod deberem vivere secundum formam sancti Evangelii.
Et ego paucis verbis et simpliciter feci scribi et dominus papa confirmavit mihi.
Praecipio firmiter per obedientiam, ut non mittat glossas in regula neque in istis verbis dicendo: ita volunt intelligi.
Sed sicut dedit mihi Dominus simpliciter et pure dicere et scribere regulam et ista verba, ita simpliciter et sine glossa intelligatis et cum sancta operationis observetis usque in finem” .

“E dopo che il Signore mi donò dei frati, nessuno mi mostrava che cosa dovessi fare, ma lo stesso Altissimo mi rivelò che dovessi vivere secondo la norma del santo Vangelo.
E io con poche parole e semplicemente lo feci scrivere e il signor Papa me lo confermò.
E fermamente comando per obbedienza (a tutti i miei frati) che non aggiungano spiegazioni alla Regola o a queste parole dicendo: così debbono essere intese.
Ma come il Signore mi ha dato di dire e scrivere semplicemente e chiaramente la Regola e queste parole, così semplicemente e senza commento dovete intenderle e osservarle con un santo operare sino alla fine”.

Per quanto concerne l'argomento in questione, è da notare che i testi 1 e 2 appartengono alla testimonianza autobiografica e riguardano la composizione della Regola; gli altri due, invece, appartengono alla sua interpretazione. Dal contesto appare anche chiaro che l'espressione “vivere secundum formam sancti Evangelii” viene usata come sinonimo di regula. E proprio questa “vita-regola” viene scritta con poche e semplici parole e confermata dal papa.
Il Testamento esprime l'ultima volontà di Francesco, essa tuttavia non riguarda direttamente lo stesso testo, bensì l'intero contenuto della Regola, naturalmente di quella bullata. L'idea centrale che sta a cuore di Francesco è semplicemente la Regola, da considerare come un dono diretto del Signore e come tale viverla. Intorno a tale idea Francesco costruisce tutto il Testamento, incluso il racconto storico-spirituale della sua conversione.
Di fronte a questa interpretazione è probabile che anche il secondo testo “et ego paucis verbis et simpliciter feci scribi et dominus papa confirmavit mihi” si riferisca direttamente alla Regola bollata e solo indirettamente al propositum del 1210. Dall'insieme dei testi sembra che il propositum venga considerato come nucleo essenziale della Regola, anzi viene con essa identificato. Se tale impressione-interpretazione è esatta, allora vuoi dire che Francesco scrive semplicemente e chiaramente non per documentare direttamente e storicamente la sua conversione, ma principalmente per mettere in risalto il suo itinerario spirituale, come un dono continuo del Signore.
Di conseguenza, la sua autotestimonianza ha valore più interiore-spirituale che strettamente storico. Difatti Francesco rivive gli inizi del suo viaggio interiore al termine di esso, attraverso un'opera di sintesi selettiva, in cui il ricordo storico delle prime difficoltà viene attutito completamente dalla gioia del successo definitivo.

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