DUNS SCOTO
CANTORE DELL’IMMACOLATA
PREMESSA
Il secolare e lento processo - più di 12 secoli
- che ha condotto alla definizione dogmatica dell'Immacolata
Concezione di Maria Vergine bisogna situarlo nel contesto
della fede ecclesiale, maturantesi nella comprensione
delle realtà rivelate sotto l'influsso dello
Spirito Santo e mediante l'esercizio di alcuni carismi
speciali.
In questa progressiva maturazione, un posto di eccezionale
importanza spetta all'intuizione del francescano Giovanni
Duns Scoto (1265-1308) che ha letto il privilegio
mariano in chiave cristologica. Due aspetti di un'unica
tesi formano la presentazione più semplice
e più profonda della geniale visione: nel primato
di Cristo è inclusa anche la redenzione preventiva
di Maria Vergine.
E un prestigio di prima autorità e di grande
interesse che fa di Duns Scoto il cantore per eccellenza
dell'Immacolata Concezione di Maria Vergine. L'abbondanza
della dottrina e la profondità del pensiero
sono da lui sempre accompagnate da una carità
diafana e da un'espressione originale.
Un cenno storico al periodo che precede
l'ingresso sulla scena culturale di Duns Scoto è
certamente molto utile e di grande interesse per cogliere
- pur nelle linee generali - l'eccezionalità
della sua tesi, che nella storia non ha precedenti
. Viene favorito da una riflessione sul testo conciliare
della Dei Verbum, quando descrive lo sviluppo della
verità , e dalla stessa Scrittura quando parla
del sensus fidei come discernimento della verità
dalla menzogna e come approfondimento della verità
medesima .
Pur non trascurando gli altri fattori concorrenti
alla comprensione della lunga gestazione del privilegio
mariano, si predilige l'elemento della "riflessione"
e dello "studio", come più rispondente
al presente argomento, che, pertanto, viene articolato
in tre momenti: influsso della fede popolare; influsso
della liturgia e della teologia; e posizione di Duns
Scoto.
1. INFLUSSO
DELLA FEDE POPOLARE
Dalla storia del dogma dell'Immacolata
Concezione si evince a tutto tondo che il senso cristiano
della fede è stato compatto e determinante
nel proclamare la santità originaria di Maria
Vergine, a differenza della riflessione teologica
che si è manifestata a lungo ondeggiante.
La prima testimonianza storica si trova nel Protovangelo
di Giacomo, un apocrifo del II secolo, che ha molto
influito nella liturgia. Sembra che abbia dato origine
a tre feste mariane: la "Concezione" (l’8
dicembre), la "Natività" (l’8
settembre) e la "Presentazione di Maria al tempio"
(il 21 novembre) .
Secondo il testo apocrifo, il concepimento di Maria
e l'inizio della sua vita costituiscono un evento
eccezionale e straordinario, perchè sbocciato
da un "albero sterile". Molte volte nella
Scrittura, il fenomeno della sterilità acquista
valore di simbolo, per esprimere con evidenza e forza
la potenza di Dio che dona vita e prosperità
dove l'uomo non vede che morte e infamia .
Oltre che miracoloso, il concepimento di Maria è
stato anche verginale, secondo il parallelismo stabilito
tra Anna-Maria e Maria-Cristo?
Il testo descrive la figura di Gioacchino tutto desolato
che si ritira nella solitudine del deserto per implorare
dal Signore la grazia di un figlio. Un angelo gli
appare e gli dà il lieto annuncio:
«Gioacchino, Gioacchino! Il Signore
ha esaudito la tua insistente preghiera. Scendi dal
deserto. Ecco, infatti, che Anna, tua moglie, concepirà
nel suo ventre» .
Al di là di ogni considerazione
tecnica, il racconto - pur nella sua veste popolare
- contiene certamente delle istanze teologiche in
ordine alla santità di Maria Vergine, e rappresenta
in modo intuitivo e mitico anche la sua stessa concezione
verginale.
Poiché la diffusione della letteratura apocrifa
si estende principalmente nel culto e nella parte
dell'Oriente cristiano, qui - già nel VII secolo
- si celebra liturgicamente la festa della "Concezione
di Maria", che eserciterà un ruolo positivo
nello sviluppo della sua dottrina. La devozione culturale
di per sé aiuta molto a far penetrare sempre
di più nel popolo cristiano l'idea che qualcosa
di eccezionale e di straordinario sia avvenuto nella
concezione di Maria.
All'idea della "concezione verginale" si
sarebbe potuto aggiungere quella della "concezione
immacolata", dal momento che la trasmissione
del peccato originale era legata - nella dottrina
dell'epoca - al fatto della generazione copulare ordinaria.
Il nesso, però, non è stato mai effettuato.
Attraverso i primi sei secoli della tradizione cristiana,
pur non trovando esplicita affermazione del privilegio
mariano, si profila però un orientamento che
fornirà gli elementi fondamentali da cui si
svilupperà la dottrina dell"'immacolata
concezione di Maria Vergine".
Per quanto riguarda l'influsso del Protovangelo di
Giacomo è da notare che, già nel IV
secolo, Epifanio respinge la credenza della concezione
verginale da parte di Anna. E fino al concilio di
Efeso (431), non si registrano particolari affermazioni
dei Padri circa l'assenza di peccato ab initio in
Maria, ma abbondano elogi e titoli che esaltano la
sua santità. Benché il concilio riguardasse
il problema cristologico delle due nature - la divina
e l'umana, perfette e diverse - tuttavia presenta
la Vergine Maria come Theotòkos, ossia Genitrice
di Dio.
Nella polemica pelagiana - V secolo - la perfezione
negativa di Maria costituisce il presupposto su cui
Pelagio e il suo discepolo, Giuliano di Eclano, puntano
le loro posizioni. Anche Agostino afferma l'assenza
di peccati personali in Maria. Questa perfezione negativa
è dovuta a un puro dono della grazia, a un
privilegio eccezionale che le è stato conferito
in considerazione della sua maternità divina.
Una delle conseguenze della polemica pelagiana è
quella di aver sganciata l'idea dell'immacolata concezione
da ogni contesto di "privilegio" e da ogni
"dipendenza" da Cristo, presentandola come
unico frutto delle personali forze di Maria. Questo
spostamento è dovuto al diverso modo di concepire
il peccato originale, i cui effetti si faranno sentire
fino al concilio di Trento, che ne ristabilirà
l'esatta natura.
Se a questa situazione di spostamento di interesse,
si aggiunge la cattiva fama che godevano in Occidente
gli scritti apocrifi, si comprende meglio il deciso
rallentamento dello sviluppo della dottrina circa
la Conceziopne Immacolata doI Maria. L'introduzione
della festa liturgica in Occidente - XI secolo - contribuirà
a bilanciare la situazione.
2. INFLUSSO
DELLA LITURGIA E DELLA TEOLOGIA
a) Influsso storico-liturgico
Nella storia liturgica della festa in
onore dell'Immacolata Concezione di Maria bisogna
distinguere due fasi, quella orientale e quella occidentale.
L'una si svolge nell'ambito delle chiese greco-italiche
e l'altra in quelle d'occidente con un carattere teologico-liturgico
ben distinti .
1). Fase orientale
Nei monasteri palestinesi si trova sin
dal principio del VIII secolo una festa intitolata
Conceptio b. Annae, fissata al 9 dicembre (in dipendenza
senza dubbio dell'8 settembre, data della natività).
Ne danno notizia Andrea di Creta (ca 740) e Giovanni
vescovo di Eubea (ca 740).
Ben presto la festa si diffonde in diversi paesi.
Nel IX secolo si trova ammessa nel Nomocanon di Fozio
(833) e nel calendario monumentale della chiesa di
Napoli, che all'epoca era soggetta all'influsso bizantino;
mentre nel X secolo viene estesa a tutto l'impero
bizantino da Leone VI (896-903).
Teologicamente la festa è alquanto povera.
Non aveva per oggetto la celebrazione del privilegio
che esentò Maria dalla macchia del peccato
originale, ma commemorava l’avvenimento miracoloso
della sua nascita secondo gli aprocrifi del Nuovo
Testamento . Difatti antichi menologi greci indicano
questa festa col nome di "Conceptio b. Annae",
come ancora viene designata.
2). Fase occidentale
Per quanto riguarda l'occidente, le
prime testimonianze intorno alla festa della Conceptio
Mariae risalgono al XI secolo, e principalmente in
Inghilterra con la data all'8 dicembre, prima dell'invasione
normanna. Soppressa dai Normanni, la festa viene prontamente
ristabilita da Elsin, abate di Ramsay (1080-1087).
E nel XII secolo trovò in Anselmo junior (ca
1125), nipote del famoso Anselmo d'Aosta, un grande
e zelante propagatore. Nel concilio londinese (1127-1129),
Gilberto vescovo della città, difende il culto
dell'Immacolata Concezione di Maria, contro i vescovi
di Salisbury e di S. David. Specialmente Eadmero di
Canterbury (1124-1141) prende le difese della nuova
festa nel Tractatus de Conceptione S. Mariae, in cui
si esalta Maria esente fin dai primi istanti della
sua creazione da ogni corruzione di peccato. La sua
dimostrazione si basa sulla distinzione tra concezione
attiva (nel peccato) e concezione passiva (senza peccato).
Porta come esempio il celebre episodio della castagna
che esce indenne dall'involucro spinoso:
«Non poteva forse Dio conferire a un corpo umano
... di restare libero da ogni puntura di spine, anche
se fosse stato concepito in mezzo ai pungiglioni del
peccato? E' chiaro che lo poteva e voleva; se lo ha
voluto l'ha fatto: ("potuit plane et voluit;
si igitur voluit, fecit'')» .
In una lettera ad Anselmo junior, Osberto di Clara
(1120), grande innamorato della Madonna, scrive:
«E' da credere che nella stessa concezione ci
fosse la medesima santità... Così che
crediamo che non fosse impossibile a Dio santificare
la beata vergine Maria dalla massa di prevaricazione
di Adamo, senza avere alcun contatto di peccato. L'Altissimo,
dunque, ha santificato il suo tabernacolo nello stesso
inizio della creazione della concezione nell'utero
della madre» .
Dall'Inghilterra la festa liturgica dell'Immacolata
si estende in tutto il continente, specialmente in
Normandia. E' tale l'entusiasmo che gli studenti normanni
all'Università di Parigi la scelgono come festa
patronale, onde l'appellativo anche di "festa
dei normanni".
Anche i canonici della cattedrale di Lione adottarono
verso il 1139-40 la nuova festa mariana nella liturgia,
suscitando una indignata protesta in Bernardo che
nella lettera 174 loro indirizzata così scrive:
«...E' principalmente in materia liturgica che
non si vide mai la chiesa di Lione cedere all'allettarnento
della novità e che essa piena di giudizio non
si è mai disonerata con una leggerezza puerile.
Così non posso abbastanza meravigliarmi che
ai nostri giorni, si siano trovati tra noi dei canonici
che vogliono oscurarne lo splendore con l'introduzione
di una festa che la Chiesa ignora, che la ragione
disapprova, che la tradizione non raccomanda»
Dal prosiego della lettera si evince che Bernardo,
seguendo ad litteram la dottrina agostiniana circa
la trasmissione del peccato originale, confondeva
la concezione attiva -inseparabile dal fomite della
concupiscenza- con la concezione passiva. La lettera
suscitò un vespaio di controversie abbastanza
vivaci, creando due fronti: i "macolisti"
da una parte e gli "immacolisti" dall'altra.
La festa liturgica della Concezione di Maria Vergine
si diffonde rapidamente oltr'Alpe, e verso la metà
del XII secolo penetra anche in Italia. Qui, riceve
un nuovo e magnifico impulso ad opera dei francescani,
che, soltanto nel capitolo generale del 1263, tenutosi
a Pisa, decidono di celebrarla per l'intero Ordine
, benchè la chiesa romana non ancora esprimesse
il suo parere, come testimonia Tommaso d'Aquino:
«La chiesa romana benché non celebri
la Concezione della beata Vergine Maria, tuttavia
tollera la consuetudine di quelle chiese che celebrano
tale festa» .
Il silenzio di Roma non doveva durare a lungo. Ai
primi del XIV secolo, infatti, prende esplicita posizione
-come si vedrà- nella celebre disputa all'Università
di Parigi, sostenuta con ardore e audacia dal francescano
Giovanni Duns Scoto; e nel 1325, il papa Giovanni
XXII celebra ad Avignone, dove si trovava in esilio,
con grande solennità la festa della Concezione
della Vergine Maria.
b) Influsso teologico
Prima di esporre, nel suo contesto storico,
la tesi di Duns Scoto circa la questione teologica
della Concezione della Vergine Maria, torna estremamente
utile accennare allo stato della questione. Poiché
non si registrano novità di rilievo fino alla
fine del XIII secolo, se non una maggiore propensione
a favore della "pia sentenza" da parte dell'ambiente
accademico di Oxford -a differenza di quello di Parigi,
che anzi è decisamente contrario- nell'esposizione
si predilige seguire la chiara e precisa puntualizzazione
di Bonaventura da Bagnoregio nel commento al III libro
delle Sentenze di Pietro Lombardo .
Storicamente Bonaventura fissa i termini della questione
in due opinioni: l"'immacolista" e la "macolista".
Dopo attenta valutazione degli argomenti "pro
et contra" dell'una e dell'altra, egli proprende
per la seconda opinione, giudicandola "più
comune, più razionale e più sicura".
La prima opinione -quella immacolista- poggia meno
su argomenti scritturistici che di convenienza. L'idea
di fondo che la vivifica è semplice: l'onore
della madre si ripercuote sul Figlio. In questo modo
prende corpo la "possibilità" che
in Maria Vergine coisistesse da sempre la grazia.
Tra gli argomenti più significativi meritano
di essere segnalati: quello della mediazione di Maria
tra Cristo e gli uomini, (in analogia alla mediazione
di Cristo tra Dio e gli uomini); e quello della santità
di Maria che eccelle su quella di tutti i santi insieme.
Una menzione a parte merita l'argomento liturgico,
interessante sia per la storia del dogma, sia per
la delicata sensibilità spirituale di Bonaventura.
Ecco le sue parole:
«Alcuni per speciale devozione celebrano la
concezione della beata Vergine. Di essi né
sento che bisogna lodare né biasimare. Che
tale esempio non sia del tutto da approvare, lo ricavo
dal fatto che i Padri, mentre per altre solennità
della Vergine stabilirono di celebrarle, per quelle
dell'immacolata concezione non decretarono di solennizzarla.
Anzi, il beato Bernardo, esimio amatore della Vergine
e zelatore del suo onore, rimprovera aspramente tale
introduzione liturgica. Da parte mia, io non sento
che bisogna riprendere coloro che celebrano al festa
dell'immacolata concezione di Maria, perché
-come dicono alcuni- essa cominciò a celebrarsi
non per umana invenzione, ma per divina rivelazione.
Se ciò è vero, non c'è dubbio
che è un bene solennizzare tale festa. Poiché
tale affermazione non è autentica, non si è
tenuti a credere; e poiché (la festa) non è
contraria alla retta fede, non si è tenuti
neppure a negarla...
Tuttavia credo e confido nella gloriosa Vergine che,
se qualcuno celebra tale solennità non per
amore di novità ma per vero spirito di devozione
e in buona fede, la benedetta Vergine accetta la sua
devozione; se inveve qualcuno fosse da rimproverare,
spero che la Vergine si degni di scusarlo presso il
giusto Giudice».
La tesi degli "immacolisti" -secondo Bonaventura-
riposa sull'idea di mediazione e di santificazione
di Maria Vergine. L'abbondanza della santità
di Maria non è solo questione di quantità
ma anche di qualità, nel senso che supera la
stessa dimensione del tempo: da sempre Maria è
stata ricolma di grazia e santità per svolgere
adeguatamente la sua azione di Mediatrice.
La consistenza dell'altra opinione -quella macolista-
poggia invece su due brani rivelati ai Romani di S.
Paolo: "tutti peccarono e tutti attendono la
gloria di Dio" e "tutti peccarono in Adamo''
; e su alcune testimonianze patristiche: "nessuno
è liberato dalla massa del peccato se non nella
fede del Redentore" e "il nostro Salvatore,
come è venuto per liberare tutti, così
nessuno ha trovato libero dal reato" .
Lo scoglio insuperabile è costituito, perciò,
dall'interpretazione dei testi paolini sul peccato
originale e sulla redenzione universale di Cristo.
Dal momento che non si trova alcun passo rivelato
dove è possibile appoggiare l'immunità
dal peccato originale di Maria, bisogna concludere
che la sua santificazione sia avvenuta dopo la contrazione
dello stesso peccato. Così è salva la
tesi della universale redenzione di Cristo.
3. LA TESI
DI DUNS SCOTO
Dal bonaventuriano quadro storico-teologico
si evince con molta chiarezza e con solidità
di argomenti che la tesi "macolista" gravita
attorno a due poli: all'universalità della
redenzione di Cristo e all'universalità del
peccato di Adamo. Problemi strettamente connessi,
ma storicamente incarbugliatesi per la riduttiva interpretazione
del peccato originale, causata dalla polemica antipelagiana,
rendendo oggettivamente insuperabile l'ostacolo verso
la "pia sentenza" del concepimento immacolato
di Maria.
La storica posizione di Duns Scoto non consiste certamente
nella soluzione esegetica del peccato originale, anche
se da lui intuita, che del resto troverà giusta
risposta soltanto nel Concilio Tridentino, bensì
nella felice e originale intuizione, teologicamente
fondata, del primato assoluto di Cristo, intorno al
quale fa gravitare, come corollario, la redenzione
preventiva della Vergine Maria.
Il grande suo merito, perciò, consiste nell'aver
considerato il privilegio mariano non come realtà
o verità a se stante (fenomeno già avvenuto
con Pelagio), ma come parte o effetto della tesi cristologica
principale, ossia come primo "frutto" della
universale redenzione di Cristo. Concezione provvidenziale!
Apre un'altra via alla definizione dogmatica. La storia
gli riconosce unanime tale merito.
Poiché in una visione sintetica non è
possibile, né torna utile seguire passo passo
la non facile esposizione di Duns Scoto, si preferisce
dapprima ricostruire l'ambiente storico in cui avviene
la famosa disputa intorno alla redenzione preventiva
di Maria, per poi esporre in forma sistematica i tre
momenti fondamentali di essa.
a) Ambiente storico
E' universalmente riconosciuto che Duns
Scoto (nel 1307) sostenne una celebre disputa all'università
di Parigi per difendere la tesi sull'Immacolata Concezione
della Vergine Maria. Con tutta probabilità
dovette svolgersi nel primo semestre del 1307, quando
Duns Scoto "leggeva" il III libro delle
Sentenze di Pietro Lombardo a Parigi .
La geniale intuizione di Duns Scoto maturò
certamente nell'ambiente di Oxford, favorevole alla
"pia sentenza" non solo liturgicamente ma
anche teologicamente .
Parigi invece respirava un'aria completamente diversa
e contraria, tanto da essere considerata la "roccaforte
dei macolisti" .
La non facile e movimentata attività
accademica di Duns Scoto non riuscì a incrinare
il limpido e profondo suo pensiero. Anzi l'esplicito
e chiaro insegnamento suscitò ben presto reazioni
e prese di posizioni in tutto il corpo accademico
della Sorbona, culla e centro della cultura.
Di solito quando accadeva un caso simile, cioè
che un "magister" prendeva posizione contro
la comune opinione del corpo accademico, la competente
autorità universitaria "invitava"
il Maestro innovatore a giustificare pubblicamente
la sua tesi in una solenne disputa.
I rischi erano gravi e grandi. Chi non riusciva a
giustificare scientificamente la sua posizione, veniva
bandito dalla cattedra e, a seconda dei casi, soffriva
anche l'esilio, quando non si arrivava all'accusa
formale di eresia, con tutte le conseguenze connesse.
La posta in gioco, perciò, era molto alta.
E Duns Scoto ha voluto correre questo rischio.
Le decisioni dell'Università non si fecero
attendere. Tutta la questione fu deferita al papa
Clemente V, che, in quel periodo, si trovava a Poitiers.
Questi ordinò ai legati pontifici Berengario
di Fredal e Stefano di Suisi, che si trovavano a Parigi
per l'affare dei Templari, di organizzare la solenne
disputa e costringere Duns Scoto a giustificare teologicamente
la sua tesi sulI'Immacolato Concepimento di Maria.
Così, alla data stabilita, di fronte ai due
legati pontefici, al vescovo di Parigi -Simone Matifas-,
al cancelliere dell'Università -Simone di Guiberville-,
al corpo accademico al completo, alle personalità
di corte, ai superiori maggiori dei vari ordini religiosi,
ai numerosi invitati, alla calca degli studenti e
dei curiosi... Duns Scoto si presentò nell'aula
magna della Sorbona per difendere la sua tesi sul
privilegio mariano.
Si racconta che, prima di entrare nella grande assise,
passando davanti alla cappella del Palazzo Reale,
sul cui frontespizio inferiore c'era una statua di
Maria scolpita in pietra, Duns Scoto si fermò
in preghiera mormorando le parole:"Dignare me
laudare te, Virgo sacrata": ("Degnati, o
Vergine benedetta, che io possa degnamente di lodarti").
La statua illuminata dai riflessi dei raggi del sole
piegò la testa in segno di approvazione e così
rimase
Sottoposto a un fuoco incrociato di domande capziose,
I'umile francescano rispose con pensiero rigoroso
e linguaggio sicuro e pacato. Finalmente espose la
sua teoria con argomenti convincenti e saudenti, fondati
sulla Scrittura e organizzati da una potente struttura
logica. Alla sua esposizione, chiara e carica di tanto
amore, nessuno osò più prendere la parola.
Si elevò, invece, osannante un applauso trionfante
in onore della Vergine Maria.
Informato dell'andamento della disputa, il pontefice
Clemente V approva il titolo di "Doctor Subtilis"
proposto dall'autorità accademica; il popolo,
invece, acclama Duns Scoto con il famoso e bel titolo
di "Dottore dell'Immacolata".
Le conseguenze non si fanno attendere. Viene subito
abrogato dall'Autorità Accademica il decreto
del 1163; ed emanato un altro che ne prescrive annualmente
la celebrazione, con l'obbligo che un francescano
doveva tenere il discorso ufficiale.
Tra le molteplici testimonianze che si possono addurre
a conferma della storica disputa, piace riportare
quella di un discepolo e uditore di Duns Scoto, Landolfo
Caracciolo, eletto poi arcivescovo di Amalfi nel 1326,
che nel trattato De Conceptione Virginis scrive:
«Gesù Cristo destinò Duns Scoto,
dottore esimio dell'ordine dei minori, a Parigi, dove
fu indetta per ordine papale una pubblica disputa
sulla Concezione della Vergine. Duns Scoto confutò
le ragioni e gli argomenti degli avversari, e difese
talmente la santità della concezione della
vergine, che gli avversari stupefatti vennero meno
nel far obiezioni. Per questo motivo, Duns Scoto venne
chiamato “Doctor Subtilis”» .
Importante è anche la notizia circa il giuramento
che i professori universitari dovevano emettere a
Parigi. Lo stesso Caracciolo così riporta il
suo:
«Io Landolfo, volendo seguire le norme del Papa
e quella dell'Accademia, e avendo giurato nell'Università
della Sorbona e desiderando osservare gli Statuti
di essa, amo celebrare devotamente la festività
della santa Concezione e voglio che venga da tutti
solennizzata» .
Una conferma storica inoppugnabile proviene dal Chartularium
Universitatis Parisiensis, che al 13 novembre 1318
attesta il pubblico giuramento emesso alla Sorbona
di voler celebrare la festa delI'Immacolato Concepimento
di Maria da parte del francescano Pietro Aureolo,
del cistercense Giovanni di Dunis e dell'agostiniano
Giovanni di Paignole . Importantissima è anche
la testimonianza del calendario delle lezioni all'Università
parigina che il Denifle riporta nello stesso volume:
"8 dicembre, Concezione della Santa Vergine.
Non si legge in nessuna facoltà" .
Di pari valore risulta anche la parola diretta di
Pietro Aureolo quando scrive:
«E' cosa certa che il signor Papa, i Cardinali
e la chiesa romana erano consapevoli da tempo, e conoscevano
che la chiesa anglicana, quella di Normandia, I'Università
di Parigi e molte altre chiese -sottoposte all'obbedienza
del Pontefice- celebravano la festa della Concezione,
e che molti Dottori hanno predicato annualmente a
Parigi e in Inghilterra, lasciandone memoria nei loro
scritti, come fece il grande Giovanni Duns Scoto .
Dal 1325 in poi, da quando cioè il papa Giovanni
XXII volle far celebrare "~on insolita pompa"
non solo nella sua cappella privata, ma in tutta la
città di Avignone la liturgia in onore della
Vergine Immacolata, grande incremento e larga diffusione
guadagnò la tesi "immacolista" .
Certo, occorreranno altri secoli -lunghi travagliati
difficile e ricchi di controversie- prima che la fede
del popolo cristiano vedrà proclamare solennemente
e infallibilmente la tanta attesa definizione dogmatica,
che Pio IX pronunciò l'8 dicembre del 1854.
E la stessa Vergine quattro anni dopo confermerà
con l'autodefinizione: "Io sono l'Immacolata
Concezione".
Dopo queste semplici indicazioni storiche, senza alcuna
pretesa di compiutezza, si fermerà l'attenzione
sul reale e oggettivo contributo dato da Duns Scoto
allo sviluppo della verità dogmatica, che,
nel suo lunghissimo processo di esplicitazione, ha
subìto il travaglio più lento e tormentato
della storia della chiesa.
b) La posizione
di Duns Scoto
Può suonar strano ma la potente
personalità speculativa e teologica di Duns
Scoto affonda le radici nelle profondità delle
intuizioni semplici di Francesco d'Assisi, che ha
saputo cogliere il legame strettissimo tra Cristo
e Maria non solo in chiave storica ma anche teologica,
specialmente quando identifica la Vergine Madre con
la Chiesa: la "Vergine diventata Chiesa'' .
L'attenzione di Duns Scoto, infatti, è rivolta
principalmente a considerare la stretta dipendenza
della tesi mariana con quella cristologica, anzi è
la considerazione della "predestinazione assoluta"
o "primato" di Cristo che fa scaturire logicamente
-come corollario- il privilegio dell'Immacolato Concepimento
di Maria Vergine. L'originalità del suo pensiero
riguarda non tanto la sostanza della verità
teologica, quanto le argomentazioni proposte per comprenderla,
nel rispetto più assoluto della Scrittura.
La stretta connessione delle due tesi impedisce un'esposizione
autonoma e indipendente, che farebbe fondare sul vuoto
il privilegio mariano. Sembra utile, pertanto, premettere
un riferimento sostanziale alla tesi cristologica
della "predestinazione" o "primato"
di Cristo. Come base dell'esposizione dottrinale si
tiene presente principalmente lo scritto dell'Ordinatio,
che gode della più alta autorità tra
studiosi e critici, perché composta con grande
accuratezza e nella maturità dell'Autore.
1). Fondamento
cristologico dell'Immacolata
Come ogni riferimento mariano non avrebbe
senso senza Cristo, così quello cristologico
senza Dio. Non solo la storia della salvezza ma anche
la metafisica in Duns Scoto è contrassegnata
dalla visione di Dio come "amore per essenza"
o "formalmente amore e formalmente carità
e non soltanto efficiente" , in cui il "vero
infinito" e il "buono infinito" coincidono.
Identità che contrassegna la concezione scotiana
di Dio.
In quanto formalmente carità, Dio comunica
nella pienezza della libertà i raggi della
sua bontà e del suo amore alle creature, che
chiama all'esistenza perché entrino in comunione-con-lui.
Benché il suo atto di amore sia semplicissimo,
tuttavia -afferma Duns Scoto- esso tende in diversi
modi verso gli oggetti ordinati o creati. E questo
perché Dio vuole e ama in maniera perfettissima
e nel modo più ragionevole possibile , distinguendo
cioè nel suo unico atto di amore fini diversi.
Nella gerarchia dell'essere e dei valori, al primo
posto nella linea discendente si trova Cristo, poi
l'angelo, l'uomo e infine il mondo. La "primità"
di Cristo non solo è di essere ma anche di
amore, nel senso che può amare e glorificare
Dio piú di tutti gli altri esseri insieme.
Di conseguenza, I'Incarnazione o -come la chiama Duns
Scotoil Summum Opus Dei: il Capolavoro di Dio, essendo
l'opera più grande che sovrasta ogni ordine
di essere creato, non può essere in nessun
modo occasionata né tanto meno voluta per caso.
L'acume intuitivo e speculativo di Duns Scoto si proietta
con estrema arditezza al cuore stesso dell'essere
di Dio e vi coglie la più ardita logica del
piano divino, esclusivamente fondato sulla libertà
ordinatissima dell'amore.
«Chi vuole ordinatamente, vuole prima il fine,
poi ciò che immediatamente raggiunge in fine,
e il terzo luogo tutto ciò che è ordinato
remotamente al raggiungimento del fine.
Così anche Dio, che è ordinatissimo,
vuole prima il fine e poi ciò che è
ordinato immediatamente al fine; in secondo luogo
vuole altri amanti attorno a sé; in terzo luogo
vuole anche ciò che è necessario per
raggiungere questo fine, ossia i beni della grazia;
e in quarto luogo infine vuole altri beni più
remoti come mezzi per raggiungere i primi (beni della
grazia)» .
In quest'ardita disposizione divina in cui predomina
la caratteristica fondamentale dell'essenza di Dio
che si ama e vuole essere riamato infinitamente, perché
"tutto ha fatto per un fine" , ossia per
se stesso, e ha voluto circondarsi di "condiligentes"
che lo amino, Duns Scoto afferma che l'Incarnazione
occupa il posto centrale, costituisce la "corona"
di tutto, e indipendente da tutto e tutto dipende
da essa come causa esemplare e finale. Il Summum Opus
Dei, quindi, ha il primato su tutti e rende il più
perfetto amore a Dio. Per questo Dio ama e vuole l'esistenza
di Cristo in sé e per sé:
«Dio ama in primo luogo se stesso. In secondo
luogo ama se stesso negli altri. In terzo luogo vuole
essere amato da colui che può amarlo in sommo
grado parlo di un amore estrinseco a lui o creato.
In quarto luogo prevede l'unione ipostatica di quella
natura che deve amarlo infinitamente, anche se nessuno
fosse caduto» .
Nella visione teologica di Duns Scoto, perciò,
Cristo occupa il primo posto in modo assoluto e incondizionato,
e la gloria che egli rende a Dio è maggiore
intensivamente di quella di tutti i beati. Di conseguenza,
conclude il Dottor Sottile:
«La causa della predestinazione di Cristo è
la gloria di Dio e non la caduta dell'uomo; anzi se
non fosse caduto né l'angelo né l'uomo...
Cristo sarebbe stato predestinato ugualmente. Non
è ragionevole che la più grande opera
di Dio -il Summum Opus Dei- sia voluta occasionaliter,
perché la sua gloria a Dio supera intensivamente
quella di tutti i santi insieme .
2). Redenzione
preventiva di Maria Vergine
Alla luce della predestinazione assoluta
di Cristo prende corpo anche la predestinazione di
Maria. Bisogna notare che Duns Scoto nella sua trattazione
non menziona mai esplicitamente tale connessione di
dipendenza. Saranno i suoi primi discepoli ad applicare
a Maria i vari principi che Duns Scoto aveva elaborato
per Cristo. Deduzione logica ed evidente. Se ogni
predestinazione alla gloria, infatti, precede naturalmente
la prescienza del peccato, ciò si dovrà
dire maggiormente della predestinazione di Maria che,
in quanto Madre di Dio, fu destinata alla gloria più
alta.
Per il principio "omnis rdtionabiliter volens,
primo vult finem, et secundo immediate illud quod
attingit finem", e per la constatazione che Dio
vuole e ama "ordinatissime" e "perfectissime",
si può concludere che la massima comunicazione
ad extra di Dio si realizza nell'unione ipostatica
con l'umanità, ricevuta dalla Vergine Madre,
per opera dello Spirito Santo. In forza di tale unione,
i predicati propri della natura creata e quelli della
natura divina possono essere attribuiti realmente
alla stessa persona divina del Verbo.
Poiché nella visione teologica di Duns Scoto,
Cristo tiene il primato assoluto nell'universo, e
subito dopo viene Maria, si deve concludere che Cristo
è stato voluto per primo e, nell'unico e medesimo
decreto, anche sua Madre. Per dimostrare questa tesi
che implica essenzialmente la redenzione preventiva
ái Maria, Duns Scoto dedica un'intera questione
dal titolo «Utrum beata Virgo fuerit concepta
in peccato originali» , la cui traduzione integrale
viene offerta in Appendice.
In questo momento più che seguire passo passo
l'ordine della questione, si preferisce invece offrire
un'esposizione più sistematica, così
da cogliere meglio la dottrina fondamentale intorno
alla redenzione preventiva di Maria Vergine. In base
al metodo scientifico del tempo, Duns Scoto divide
la trattazione in quattro parti.
Nella prima parte -quod sic- elenca i dieci argomenti
d'autorità comprovanti la tesi in forma positiva,
ossia che Maria è stato concepita nel peccato
originale; I'ultimo è di Bernardo . Nella seconda
parte -contra- riporta le due argomentazioni favorevoli
alla pia sentenza, l'una di Agostino e l'altra di
Anselmo . Nella terza parte -ad quaestionem- esamina
il corpo della discussione in due momenti: nell'uno
critica l'opinione "macolista", prendendo
posizione a favore della tesi "immacolista";
nell'altro invece presenta una stringata valutazione
filosofico-teologica di ambedue le tesi, dandò
la propria adesione a quella in favore del privilegio
mariano. Nella quarta parte, infine, -ad auctoritates-
riprende una per una tutte e dieci le autorità
del "quod sic" e le critica.
La presente analisi, più che seguire lo schema
della trattazione scotista, si sviluppa in un'esposizione
più succinta e sistematica, imperniata sempre
intorno ai tre argomenti fondamentali del "corpo"
della questione e cioé: possibilità
di poter santificare nel primo istante; valore dell'universalità
redentrice di Cristo, fino alla preservazione della
Madre sua.
Primo argomento: la santificazione di Maria nel primo
istante della sua concezione.
Dei tre argomenti, questo è il più esplicito
e anche il più nevralgico, perché dischiude
la possibilità all'intera questione. Rispondendo
a delle obiezioni e specialmente a quella di Enrico
di Gand, Duns Scoto precisa che la santificazione
può avvenire "post aliquod tempus in peccato",
nell"'unum istans temporis" e nel "numquam
temporis". Escludendo le prime due, accetta la
terza, ossia che in Maria Vergine il primo istante
del peccato originale coincide con il primo istante
della santificazione nella grazia.
In questo modo Duns Scoto si assicura la possibilità
in Dio di poter conferire la grazia anche nel primo
istante e non solo dopo, perché come si può
conferire la grazia dopo il primo istante, così
la si può conferire anche prima, e scrive:
«Dio nel primo istante della creazione di Maria
potè darle tanta grazia quanta ne dà
a chiunque riceve la circoncisione o il battesimo».
Dall'insieme dell'argomentazione, alquanto laboriosa
ed alaborata, il Dottor Sottile enuclea e applica
alla Vergine Maria il concetto della redenzione preventiva.
Ecco le sue parole:
«Maria più che mai ha avuto bisogno di
Cristo redentore. A causa della propagazione comune,
infatti, anche Maria avrebbe contratto il peccato
originale, se non fosse stata prevenuta dalla grazia
del Mediatore. Come gli altri ebbero bisogno di Cristo,
affinché per suo merito venisse rimesso a loro
il peccato già contratto, così Maria
ebbe maggiormente bisogno del Mediatore per non contrarre
il peccato».
La possibilità teologica del privilegio mariano
riposa direttamente non in Maria ex se, ma in Cristo
-ex merito alterius- che la sceglie quale Madre sua.
Una simile affermazione così chiara nel pensiero
e così esplicita nella forma ha una importanza
notevole nella storia del dogma mariano, che -come
si vedrà nel terzo argomento- è di natura
esclusivamente cristocentrica.
Secondo argomento: l'universalità del peccato
originale.
Assicurandosi la possibilità della santificazione
nel primo istante della concezione, Duns Scoto si
trova di fronte alla reale difficoltà del testo
paolino sopra citati:
«tutti hanno peccato in Adamo e tutti quelli
che derivano da Adamo -per naturale generazione- sono
peccatori».
Come superarla? Tutta la disamina del Dottor Sottile
verte non tanto nel tentativo di risolverla criticamente
e direttamente, quanto nell'aggirarla e convogliare
tutte le forze verso il concetto del Redentore "perfettissimo",
e quindi solo indirettamente supera la concretezza
della difficoltà del testo paolino.
Perché tanta circospezione?
Due sembrano i motivi: primo, in base alla dottrina
comune dell'epoca, la trasmissione del peccato originale
veniva spiegata fisiologicamente con l'atto della
copulazione; secondo, su tutta la questione pesava
potentemente la polemica pelagiana, che ha travisato
il testo ai Romani, rendendo impossibile la soluzione
testuale diretta .
Lo stesso Duns Scoto, trovandosi nella difficoltà
oggettiva di poter sciogliere il nodo del testo paolino,
tenta di aggirare l'ostacolo attraverso delle felici
intuizioni, che solo indirettamente colgono il nucleo
dell'insegnamento di Paolo, mediante la teoria della
"redenzione universale". Oltre a riconoscere
il valore estensivo della redenzione, essa introduce
anche il valore estensivo: con il primo si intende
tutto il genere umano e le singole persone; con il
secondo, invece, s'includono tutti i gradi possibili
della redenzione, anche il grado della "preservazione".
In questo modo Duns Scoto riprende in forma indiretta
il senso genuino e autentico dell'insegnamento paolino
specialmente quello espresso dai testi:
«tutti hanno peccato in Adamo e la grazia di
Cristo ha maggiormente abbondata sul peccato di Adamo».
In tal modo la concezione della Vergine coincide con
la grazia divina che neutralizza completamente l'azione
del peccato originale. Contemporaneità che
equivale a una "redenzione preservativa".
L'affermazione di Duns Scoto è categorica:
«La beata Vergine Madre di Dio non fu mai in
atto nemica di Dio né in ragione del peccato
attuale né in ragione di quello originale».
Discutendo le molteplici obiezioni sollevate, da diversi
argomenti "d'autorità" intorno al
rapporto tra la Vergine Maria e il peccato originale,
il cui nucleo può essere racchiuso nella frase:
«la Madre di Dio fu naturalmente figlia di Adamo
prima di ricevere la grazia, perché fu prima
persona che grazia», Duns Scoto con riferimenti
di alta metafisica risponde distinguendo una "priorità
di natura positiva" e una "priorità
di natura privativa". La risposta del Dottor
Sottile tende a neutralizzare la necessarietà
della conseguenza. Il fatto che Maria sia naturaliter
figlia di Adamo non comporta di necessità la
mancanza di grazia ex se.
L'introduzione del concetto di "priorità
di natura privativa" consente a Duns Scoto di
introdurre il concetto della grazia "ex merito
alterius", ossia come redenzione preventiva di
Cristo e come preservazione dalla effettiva privazione
della grazia, in cui per "priorità di
natura positiva" ne sarebbe rimasta priva in
quanto figlia di Adamo.
Sovrabbondanza che si è riversata in ante prima
e principalmente su Maria Vergine, preservandola dalla
colpa originale e confermandola nella grazia divina
da sempre e per sempre. Di per sé, quindi,
tutti e singoli gli uomini hanno contratto il peccato
originale, mentre per merito di Cristo "qualcuno"
può essere preservato, perché la grazia
di Cristo sovrabbondi sul peccato di Adamo.
In altre parole, Duns Scoto illustra il privilegio
mariano con il concetto del Redentore perfettissimo,
presentandolo come la parte migliore e il primo frutto
della redenzione. E su tale via recupera intuitivamente
il senso autentico del testo paolino.
Terzo argomento: I'universalità della redenzione.
Nello sforzo di unire la potenza del cuore e la potenza
dell'intelletto in una felice e sublime unità,
Duns Scoto rivela il meglio di se stesso: riesce a
penetrare con il massimo delle potenzialità
umane il mistero arcano di Dio e a raccogliervi quella
"briciola" possibile a uomo. Meraviglioso
tentativo e sublime sforzo che nobilitano l'uomo a
conoscere e ad amare quel che di Dio è possibile
conoscere e amare.
In questo terzo argomento, Duns Scoto offre un gioiello
di argomentazione, da cui fa spuntare fin dall'origine
della storia umana il "fiore" biblico delle
convalli, la Vergine Maria, da sempre amata da Dio.
L'argomentazione si muove e si sviluppa intrinsecamente
allo stesso argomento dal quale gli avversari "macolisti"
traevano la conclusione opposta. Nella sua brevità
essenziale, I'argomento dei "macolisti"
si impernia su tre proposizioni, di cui le prime due
formano come le premesse di un sillogismo: Cristo
è il redentore del genere umano; Maria appartiene
al genere umano in quanto persona; la terza proposizione,
invece, funge da conclusione: Maria, dunque, ha contratto
il peccato originale, altrimenti non avrebbe avuto
bisogno di redenzione, contraddicendo alle esplicite
affermazioni di Paolo ai Romani.
Con una espertissima mossa dialettica e con una felicissimo
intuito metafisico, Duns Scoto riprende il concetto
di redentore universale, I'approfondisce teologicamente
e lo ritorce contro gli avversari, affermando testualmente:
«Proprio dall'universalità della redenzione
di Cristo si argomenta che Maria non ha contratto
il peccato originale, perché preservata»
.
Questa inaspettata affermazione si snoda in tre momenti,
a seconda che il termine di riferimento sia Dio con
il quale avviene la riconciliazione dell'uomo, il
male dal quale l'uomo viene liberato da Cristo, e
l'obbligo della persona riconciliata verso Cristo.
Riguardo al primo modo scrive:
«Nessuno placa o riconcilia perfettamente una
persona da un'offesa che può ricevere, se non
può prevenire che quella persona sia offesa.
Se la riconciliazione awiene dopo l'offesa, mediante
l'amore di misericordial essa non è perfettissima,
perché non ha prevenuto l'offesa. La redenzione
di Cristo, pertanto, non sarebbe perfettissima o universalissima,
se non avesse prevenuto che qualcuno offendesse Dio,
nel suo mistero trinitario; e di conseguenza se qualcuno
non avesse contratto la colpa d'origine. E ciò
è possibile» .
Dalla possibilità ontologica, approfondita
nella tesi della santificazione nel primo e medesimo
istante, Duns Scoto penetra nel profondo del concetto
del "redentore universale" ed esplicitamente
afferma:
«Nel (concetto di) Redentore universale e perfettissimo
è inclusa la potenza di allontanare ogni pena
dalla persona che riconcilia. La colpa originale è
una pena più grande della stessa privazione
della visione beatifica, perché il peccato,
fra tutte le pene della natura umana, è la
più grande. Se Cristo è il mediatore
universale -come viene affermato da tutti- egli deve
aver meritato che qualche persona sia stata preservata
dalla colpa d'origine. E tale persona non può
che essere che la Madre di Lui, la vergine Maria»
.
Nel terzo modo di argomentare, Duns Scoto enuncia
il famoso principio che l'innocenza perfetta è
un bene maggiore della remissione della colpa, e conclude:
La persona riconciliata non è obbligata in
modo perfetto al suo mediatore, se da lui non riceve
il massimo bene che può darle. Dell'azione
mediatrice di Cristo si può ottenere l'innocenza,
cioè la preservazione della colpa d'origine
o già contratto o da contrarsi. Nessuno, pertanto,
sarebbe tenuto a Cristo in modo perfetto, se egli
non avesse preservato qualcuno dalla colpa d'origine...
E' un beneficio maggiore preservare qualcuno dal male,
che permettere che egli incorra nel male e poi venga
liberato. Se è bene maggiore l'innocenza perfetta
che la remissione della colpa, allora a Maria Vergine
viene conferito un bene maggiore preservandola dalla
colpa originale, che riconciarla dopo averla contratta»
.
CONCLUSIONE
Al termine di questa breve presentazione
di una questione così delicata, piace mettere
brevemente in risalto il ruolo e l'influsso che Duns
Scoto ha avuto nell'aprire una nuova "via"
alla tesi immacolista, da meritarsi il titolo di "Cantore
dell'Immacolata" .
E a tutti noto che la tesi "immacolista"
prima di Duns Scoto non ha storia, anzi, eccetto la
celebrazione liturgica che non aveva valore teologico,
il sostenerla comportava l'accusa di eresia, perché
l'opinione comune dei teologi scolastici negava esplicitamente
tale possibilità. Almeno questo bisogna riconoscere:
con Duns Scoto inizia la storia del dogma.
In mancanza di un intervento del Magistero; Duns Scoto
applica a Maria un principio teologico molto significativo:
una verità se non contrasta positivamente con
l'autorità della Scrittura e della chiesa può
attribuirsi alla Vergine. Questo principio innestato
sul primato assoluto di Cristo permette l'approfondimento
della verità dell'Immacolata Concezione di
Maria, fino alla solenne dichiarazione dogmatica di
Pio IX nel 1854.
Dopo la succinta ricostruzione della questione, riportata
per intero in Appendice, non c'è alcun dubbio
che Duns Scoto si colloca storicamente solo contro
tutti in un ambiente, quello parigino, dove si affermava
comunemente che Maria fosse concepita con il peccato
originale.
Così Duns Scoto sintentizza la questione:
«Dicitur communiter quod sic, propter auctoritates
et propter rationes... Sed contra dico, quod Deus
potuit facere, ut Maria numquam fuisset in peccato
originali...»: (La comune opinione dei teologi
è a favore della tesi macolista, fondata su
argomenti d'autorità e su argomenti di ragione...
Io al contrario affermo che Dio potè fare che
Maria non fosse mai nel peccato originale...).
Al di là della simpatia o dell'antipatia non
si può non prendere atto di una situazione
storica: contro la dottrina comune, Duns Scoto prende
posizione. La sua tesi, piú favorevole alla
Vergine Maria sfocerà, poi, nel dogma. Per
questo viene considerato anche come il "vero
iniziatore" della storia del dogma dell'Immacolata,
permettendo alla teologia di compiere l'approfondimento
necessario, su cui il Magistero ha detto l'ultima
parola.
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