L'IMMACOLATA
REGINA DELL'ORDINE
Giovanni Lauriola ofm
Una provocazione: quando, dove e
perché l'Immacolata è stata proclamata
Regina dell'Ordine dei Frati Minori?
Per esperienza cinquantenaria di vita francescana
devo confessare, all'inizio del III millennio, di
non poter rispondere a nessuna delle tre domande.
Eppure, la mia vita non è stata lontana dagli
studi!
Non so, quanti hanno le risposte pronte. Forse, si
possono contare sulle dita della mano. Comunque, saranno
pochissimi.
L'occasione delle celebrazioni in onore dei 150 anni
dalla proclamazione del dogma dell'Immacolata Concezione,
mi ha fatto escire dall'indeterminato e ora, col senno
di poi, la comunico, sperando di non fare il tradizionale
"buco nell'acqua", cogliendo anche l'occasione
delle circostanze che hanno indotto il Capitolo Generale
alla solenne proclamazione di Toledo nel 1645.
Per cogliere tutta la valenza e la carica dottrinale
della proclamazione sembra doveroso ripercorrere anche
se a volo d'uccello le fasi più salienti della
stessa, così da sventolare il vessillo glorioso
della grande intuizione del Beato Giovanni Duns Scoto
a tutto il mondo non solo francescano ma anche ecclesiale
e civile, partendo da Francesco d'Assisi fino al 1645,
attraverso i riferimenti ai principali Dottori della
Scuola Francescana.
1 - L'Immacolata
e Francesco d'Assisi
Sarebbe stato troppo bello poter
trovare nel Serafico Padre qualche riferimento alla
Donna Immacolata da sempre, per poter aprire le porte
alla storica proclamazione del 1645 a Toledo, che
ha proclamato l'Immacolata Regina dell'Ordine, creando
con suggerimento del Wadding anche la realizzazione
artistica dell'Immacolata Francescana . Questo purtroppo
non è possibile né storicamente né
spiritualmente. Non è possibile storicamente,
pershé negli Opuscula non c'è alcuna
indicazione formale o concettuale che possa richiamare
l'attenzione del lettore per una eventuale epicheia
interpretativa.
L'impossibilità è storica anche in considerazione
che fino al 1226, anno della morte di Francesco, in
Italia non ancora si diffondeva abbastanza la devozione
della festa liturgica dell'Immacolata, per cui praticamente
Francesco non ne era a conoscenza. E se anche, per
assurdo, ne fosse stato a conoscenza, la risposta
non sarebbe stata così favorevole o scontata,
come molti si aspetterebbero, e questo per tanti motivi.
C'è stato chi ha voluto troppo benevolmente
far scaturire anche se "implicitamente"
la concezione dell'Immacolata dalla pietà in
onore della Vergine da parte di Francesco d'Assisi.
Ma cozza contro ogni riferimente letterario e storico.
Che Francesco sia un grande innamorato della Vergine
e anche un Poeta della Madonna, l'ho documentato in
diversi scritti e ne sono pienamente consapevole.
Da questa pietà poter risalire anche implicitamente
alla Concezione Immacolata della Vergine, è
impresa non solo antistorica ma, forse, anche di cattivo
gusto. Ne è un esempio lampante Bernardo da
Chiaravalle che riteneva addirittura eretico il pensare
all'Immacolata Concezione della Vergine, eppure nessuno
oserebbe mettere in dubbio la sua grandissima venerazione
per la Vergine!
A ognuno il suo!
2 - Antonio
da Padova e l'Immacolata
Peccato che in alcune recenti pubblicazioni
sull'Immacolata, non sia stato citato abbastanza Diomede
Scaramuzzi che ha evidenziato in diversi luoghi il
pensiero antoniano sull'Immacolata, specialmente nella
sua insuperabile "antologia" Parla il Santo
di Padova, e nel suo ponderoso volume storico-dottrinale
La figura intellettuale di Antonio da Padova. Dal
suo Parla il Santo di Padova (Molfetta 1995, pp. 74-76),
da me rivisitata, traggo alcune considerazione in
merito al Doctor Evangelicus e l'Immacolata. Prima,
però, è doveroso citare la conclusione
di un grande studioso che riconosce: Antonio non fu
né un assertore esplicito, né un assertore
implicito, né un negatore, né un oppositore
della Concezione Immacolata di Maria; anzi la mente
e il cuore di Antonio erano protesi verso la tesi
dell'Immacolata Concezione a motivo delle affermazioni
sulla santità eccelsa di Maria (cf L. Di Fonzo,
La mariologia di S. Antonio Dottore, Città
del Vaticano 1947, p. 137).
Osservazione: se fosse così pacifico passare
dalla dichiarata santità eccelsa di Maria alla
sua Immacolata Concezione, la storia del dogma non
avrebbe dovuto registrare nessuna opposizione o negazione
di sorta. Invece, così non è. Per cui
si riconosce ad Antonio meravigliose affermazioni
e sublimi intuizioni, ma non hanno nulla a che fare
con la verità dogmatica dell'Immacolata Concezione.
E lo documento con le stesse sue parole:
«Maria fu l'opera mirabile dell'Altissimo, il
suo capolavoro, perché la fece più bella
di tutti i mortali, più santa di tutti i santi.
La nostra Ester fu molto bella quando l'angelo la
salutò, fu d'incredibile bellezza quando scese
sopra di lei lo Spirito Santo, e fu meravigliosa agli
occhi di tutti quando concepì il Figlio di
Dio.
Dopo che ebbe concepito il Figlio di Dio, il suo volto
raggiava di tanta bellezza che neppure Giuseppe poteva
fissarvi lo sguardo. Né è da meravigliarsi.
Se i figli d'Israele, come dice l'apostolo, non potevano
fissare gli occhi in faccia a Mosè per la gloria
di cui risplendeva, ed era effimera gloria..., a maggior
ragione Giuseppe doveva sentirsi abbagliato dai raggi
del vero sole, che Maria portava nel suo seno... Il
vero sole [Gesù Cristo] era velato da una nube
(Maria) e tramandava i suoi raggi d'oro attraverso
gli occhi e le parvenze della Madre sua. Il volto
di Maria rifulgeva di tutte le grazie, grato agli
angeli, che desideravano specchiarsi in lei, che splendeva
come il sole in tutta la sua virtù.
Niente in Maria che sappia di terreno, niente di carnale,
ma tutto è impregnato di spirito, perché
frutto della grazia. La prima donna, Eva, perché
proveniente dalla terra e dalla carne, sentì
ripetersi il grido della maledizione: Moltiplicherò
i tuoi dolori e le tue gravidanze, con dolore partorirai
i figli; a Maria, in quella voce, la cui conversazione
era nei cieli, fu detto: Salve, o piena di grazia
».
Per quanto riguarda l'immacolato concepimento di Maria
scrive:
«Osserva che la beata Vergine viene chiamata
de petra deserti.
"Pietra", perché impossibile ad esser
solcata dall'aratro. Il dragone, cioè il diavolo,
coltivatore di ombre, come dice Salomone, non poté
trovare in essa traccia di colpa.
Il Padre rivestì il suo Figlio di bianca stola,
cioè di carne monda da ogni peccato, che ricevette
dalla Vergine Immacolata.
Sia, dunque, benedetto il seno della Vergine gloriosa,
della quale Agostino nel libro Della natura e della
grazia afferma: "Eccettuata la Vergine Maria...,
se tu potessi riunire in un solo tutti i santi e tutte
le sante e domandassi loro se soggiacquero o no al
peccato, cosa tu credi che ti potrebbero rispondere
se non quello che attesta Giovanni: Se diciamo che
siamo senza peccato, inganniamo noi stessi e la verità
non è in noi. Ma quella gloriosa Vergine fu
prevenuta e ricolma di una grazia singolare; la grazia
di avere nel suo seno colui che, fin dall'eternità,
fu il Signore dell'universo"».
Dal contesto dei testi antoniani si può ricavare
al massimo l'affermazione potente, sull'esempio di
Agostino, dell'eccelsa santità di Maria, e
nulla più.
3 - Bonaventura
da Bagnoregio e l'Immacolata
La festa liturgica della Concezione
di Maria Vergine si diffonde dalla Normandia al resto
d'Occidente lentamente e con alterne vicende, e verso
la fine del XII secolo penetra anche in Italia. Che
cosa comportava tale celebrazione?
Certamente le origini di Maria. Ma quali, quella della
nascita o quella della concezione? Nessuno metteva
in dubbio la santità di Maria fin dalla nascita.
Il problema nasceva quando si toccava la concezione,
specialmente in riferimento al peccato originale.
Difatti, appena si pensò di passare dalla nascita
alla concezione, venne fuori il problema teologico
del peccato originale che rese molto difficile l'interpretazione,
anzi divenne dottrina comune la sentenza "macolista"
di Maria, come documenta il primo Maestro francescano,
Alessandro di Hales (+1245), che ribadisce che Maria
fu concepita nel peccato originale, altrimenti non
avrebbe avuto bisogno di redenzione.
Bonaventura da Bagnoregio, da parte sua, nel commento
al III libro delle Sentenze di Pietro Lombardo (III
Sent d. 3, a. 1, q. 2), fissa i termini della questione
in due opinioni: l"'immacolista" e la "macolista".
Dopo attenta valutazione degli argomenti "pro
et contra"
dell'una e dell'altra, egli proprende per la seconda
opinione, giudicandola "più comune, più
razionale e più sicura".
La prima opinione -quella immacolista- poggia meno
su argomenti scritturistici che di convenienza. L'idea
di fondo che la vivifica è
semplice: l'onore della madre si ripercuote sul Figlio.
In questo modo prende corpo la "possibilità"
che in Maria Vergine coisistesse da sempre la grazia.
Tra gli argomenti più significativi meritano
di essere segnalati: quello della mediazione di Maria
tra Cristo e gli uomini, (in analogia alla mediazione
di Cristo tra Dio e gli uomini); e quello della santità
di Maria che eccelle su quella di tutti i santi insieme.
Una menzione a parte merita l'argomento liturgico,
interessante sia per la storia del dogma, sia per
la delicata sensibilità spirituale di Bonaventura.
Ecco le sue parole:
«Alcuni per speciale devozione celebrano la
concezione della beata Vergine. Di essi né
sento che bisogna lodare né biasimare. Che
tale esempio non sia del tutto da approvare, lo ricavo
dal fatto che i Padri, mentre per altre solennità
della Vergine stabilirono di celebrarle, per quelle
dell'immacolata concezione non decretarono di solennizzarla.
Anzi, il beato Bernardo, esimio amatore della Vergine
e zelatore del suo onore, rimprovera aspramente tale
introduzione liturgica. Da parte mia, io non sento
che bisogna riprendere coloro che celebrano al festa
dell'immacolata concezione di Maria, perché
-come dicono alcuni- essa cominciò a celebrarsi
non per umana invenzione, ma per divina rivelazione.
Se ciò è vero, non c'è dubbio
che è un bene solennizzare tale festa. Poiché
tale affermazione non è autentica, non si è
tenuti a credere; e poiché (la festa) non è
contraria alla retta fede, non si è tenuti
neppure a negarla...
Tuttavia credo e confido nella gloriosa Vergine che,
se qualcuno celebra tale solennità non per
amore di novità ma per vero spirito di devozione
e in buona fede, la benedetta Vergine accetta la sua
devozione; se inveve qualcuno fosse da rimproverare,
spero che la Vergine si degni di scusarlo presso il
giusto Giudice».
La tesi degli "immacolisti" -secondo Bonaventura-
riposa sull'idea di mediazione e di santificazione
di Maria Vergine. L'abbondanza della santità
di Maria non è solo questione di quantità
ma anche di qualità, nel senso che supera la
stessa dimensione del tempo: da sempre Maria è
stata ricolma di grazia e santità per svolgere
adeguatamente la sua azione di Mediatrice. La consistenza
dell'altra opinione -quella macolista- poggia invece
su due brani rivelati ai Romani di S. Paolo: "tutti
peccarono e tutti attendono la gloria di Dio"(Rm
3, 23). e "tutti peccarono in Adamo'' (Rm 5,
12); e su alcune testimonianze patristiche: "nessuno
è liberato dalla massa del peccato se non nella
fede del Redentore" e "il nostro Salvatore,
come è venuto per liberare tutti, così
nessuno ha trovato libero dal reato".
Lo scoglio insuperabile è costituito, perciò,
dall'interpretazione dei testi paolini sul peccato
originale e sulla redenzione universale di Cristo.
Dal momento che non si trova alcun passo rivelato
dove è possibile appoggiare l'immunità
dal peccato originale di Maria, bisogna concludere
che la sua santificazione sia avvenuta dopo la contrazione
dello stesso peccato. Così è salva la
tesi della universale redenzione di Cristo. Tuttavia,
Bonaventura, nel capitolo generale del 1263, tenutosi
a Pisa, decide di celebrare la liturgia della festa
della Concezione per l'intero Ordine (cf L. Wadding,
Annales Minorum, Romae 1732, ad annum 1263, p. 218),
benchè la chiesa romana non ancora esprimesse
il suo parere, come testimonia lo stesso Tommaso d'Aquino:
«La chiesa romana benché non celebri
la Concezione della beata Vergine Maria, tuttavia
tollera la consuetudine di quelle chiese che celebrano
tale festa» (cf Summa Theologica, III, q. 27,
a.2. ad 3).
Il silenzio di Roma non doveva durare a lungo. Ai
primi del XIV secolo, infatti, prende esplicita posizione
nella celebre disputa all'Università di Parigi,
sostenuta con ardore e audacia dal francescano Giovanni
Duns Scoto; e nel 1325, papa Giovanni XXII celebra,
ad Avignone, con grande solennità la festa
della Concezione della Vergine Maria.
4 - Duns
Scoto e l'Immacolata
Dal bonaventuriano quadro storico-teologico
si evince con molta chiarezza e con solidità
di argomenti che la tesi "macolista" gravita
attorno a due poli: l'universalità del peccato
di Adamo el'universalità della redenzione di
Cristo. Problemi strettamente connessi, ma storicamente
incarbugliatesi per la riduttiva interpretazione del
peccato originale, causata dalla polemica antipelagiana,
rendendo oggettivamente insuperabile l'ostacolo verso
la "pia sentenza" del concepimento immacolato
di Maria.
La storica posizione di Duns Scoto non consiste certamente
nella soluzione esegetica del peccato originale, anche
se da lui intuita, che troverà la giusta risposta
soltanto nel Concilio Tridentino, bensì nella
felice e originale intuizione, teologicamente fondata,
del primato assoluto di Cristo, intorno al quale fa
gravitare, come corollario, la redenzione preventiva
della Vergine Maria.
Il suo grande merito, perciò, consiste nell'aver
considerato il privilegio mariano non come realtà
o verità a se stante, ma come parte o effetto
della tesi cristocentrica principale, ossia come primo
"frutto" della universale redenzione di
Cristo. Concezione provvidenziale! Apre la via alla
definizione dogmatica. La storia gli riconosce unanime
questo merito, e solo per questo dovrebbe essere dichiarato
Santo e Dottore!
Poiché non è possibile, né torna
utile seguire passo passo la non facile esposizione
di Duns Scoto, preferisco soltanto esporre in forma
sistematica i tre momenti fondamentali di essa. La
sua attenzione è rivolta principalmente a considerare
la stretta dipendenza della tesi mariana con quella
cristocentrica, anzi è la considerazione della
"predestinazione assoluta" o "primato"
di Cristo che fa scaturire logicamente -come corollario-
il privilegio dell'Immacolato Concepimento di Maria
Vergine. L'originalità del suo pensiero riguarda
non tanto la sostanza della verità teologica,
che pure ha la sua incidenza, quanto le argomentazioni
proposte per comprenderla, nel rispetto più
assoluto della Scrittura e della Tradizione.
La stretta connessione delle due tesi impedisce un'esposizione
autonoma e indipendente, che farebbe fondare sul vuoto
il privilegio mariano. Sembra utile, pertanto, premettere
un riferimento alla tesi cristocentrica del "primato"
di Cristo. Come base dell'esposizione dottrinale tengo
presente principalmente lo scritto dell'Ordinatio,
che gode della più alta autorità tra
studiosi e critici, perché composta con grande
accuratezza e nella maturità dell'Autore.
a).
Fondamento cristologico dell'Immacolata Come ogni
riferimento mariano non avrebbe senso senza Cristo,
così quello cristocentrico senza Dio. Non solo
la storia della salvezza ma anche la metafisica in
Duns Scoto è contrassegnata dalla visione di
Dio come "amore per essenza" o "formalmente
amore e formalmente carità e non soltanto efficiente",
in cui il "vero infinito" e il "buono
infinito" coincidono. Identità che contrassegna
la concezione scotiana di Dio.
In quanto formalmente carità, Dio comunica
nella pienezza della libertà i raggi della
sua bontà e del suo amore alle creature, che
chiama all'esistenza perché entrino in comunione-con-lui.
Benché il suo atto di amore sia semplicissimo,
tuttavia -afferma Duns Scoto- esso tende in diversi
modi verso gli oggetti ordinati o creati. E questo
perché Dio vuole e ama in maniera perfettissima
e nel modo più ragionevole possibile, distinguendo
cioè nel suo unico atto di amore fini diversi.
Nella gerarchia dell'essere e dei valori, al primo
posto nella linea discendente si trova Cristo, poi
Maria, l'angelo, l'uomo e infine il mondo. La "primità"
di Cristo non solo è di essere ma anche di
amore, nel senso che può amare e glorificare
Dio piú di tutti gli altri esseri insieme.
Di conseguenza, l'Incarnazione o -come la chiama Duns
Scoto il Summum Opus Dei - il Capolavoro di Dio, come
è stata magistralmente tradotta dallo Scaramuzzi,
essendo l'opera più grande che sovrasta ogni
ordine di essere creato, non può essere in
nessun modo occasionata né tanto meno voluta
per caso.
L'acume intuitivo e speculativo di Duns Scoto si proietta
con estrema arditezza al cuore stesso dell'essere
di Dio e vi coglie la più ardita logica del
piano divino, esclusivamente fondato sulla libertà
ordinatissima dell'amore:
«Chi vuole ordinatamente, vuole prima il fine,
poi ciò che immediatamente raggiunge in fine,
e il terzo luogo tutto ciò che è ordinato
remotamente al raggiungimento del fine.
Così anche Dio, che è ordinatissimo,
vuole prima il fine e poi ciò che è
ordinato immediatamente al fine; in secondo luogo
vuole altri amanti attorno a sé; in terzo luogo
vuole anche ciò che è necessario per
raggiungere questo fine, ossia i beni della grazia;
e in quarto luogo infine vuole altri beni più
remoti come mezzi per raggiungere i primi (beni della
grazia)» .
In quest'ardita disposizione divina in cui predomina
la caratteristica fondamentale dell'essenza di Dio
che si ama e vuole essere riamato infinitamente, perché
"tutto ha fatto per un fine"(Prov., 16,
4), ossia per se stesso, e ha voluto circondarsi di
"condiligentes" che lo amino, Duns Scoto
afferma che l'Incarnazione occupa il posto centrale,
costituisce la "corona" di tutto, e indipendente
da tutto e tutto dipende da essa come causa esemplare
e finale. Il Summum Opus Dei, quindi, ha il primato
su tutti e rende il più perfetto amore a Dio.
Per questo Dio ama e vuole l'esistenza di Cristo in
sé e per sé:
«Dio ama in primo luogo se stesso. In secondo
luogo ama se stesso negli altri. In terzo luogo vuole
essere amato da colui che può amarlo in sommo
grado parlo di un amore estrinseco a lui o creato.
In quarto luogo prevede l'unione ipostatica di quella
natura che deve amarlo infinitamente, anche se nessuno
fosse caduto».
Nella visione teologica di Duns Scoto, perciò,
Cristo occupa il primo posto in modo assoluto e incondizionato,
e la gloria che egli rende a Dio è maggiore
intensivamente di quella di tutti i beati. Di conseguenza,
conclude il Dottor Sottile:
«La causa della predestinazione di Cristo è
la gloria di Dio e non la caduta dell'uomo; anzi se
non fosse caduto né l'angelo né l'uomo...
Cristo sarebbe stato predestinato ugualmente. Non
è ragionevole che la più grande opera
di Dio -il Summum Opus Dei- sia voluta occasionaliter,
perché la sua gloria a Dio supera intensivamente
quella di tutti i santi insieme».
b).
Redenzione preventiva di Maria Vergine Alla luce della
predestinazione assoluta di Cristo prende corpo anche
la predestinazione di Maria. Bisogna notare che Duns
Scoto nella sua trattazione non menziona mai esplicitamente
tale connessione di dipendenza. Saranno i suoi primi
discepoli ad applicare a Maria i vari principi che
Duns Scoto aveva elaborato per Cristo. Deduzione logica
ed evidente. Se ogni predestinazione alla gloria,
infatti, precede naturalmente la prescienza del peccato,
ciò si dovrà dire maggiormente della
predestinazione di Maria che, in quanto Madre di Dio,
fu destinata alla gloria più alta.
Per il principio "omnis rationabiliter volens,
primo vult finem, et secundo immediate illud quod
attingit finem", e per la constatazione che Dio
vuole e ama "ordinatissime" e "perfectissime",
si può concludere che la massima comunicazione
ad extra di Dio si realizza nell'unione ipostatica
con l'umanità, ricevuta dalla Vergine Madre,
per opera dello Spirito Santo. In forza di tale unione,
i predicati propri della natura creata e quelli della
natura divina possono essere attribuiti realmente
alla stessa persona divina del Verbo.
Poiché nella visione teologica di Duns Scoto,
Cristo tiene il primato assoluto nell'universo, e
subito dopo viene Maria, si deve concludere che Cristo
è stato voluto per primo e, nell'unico e medesimo
decreto, anche sua Madre. Per dimostrare questa tesi
che implica essenzialmente la redenzione preventiva
ái Maria, Duns Scoto dedica un'intera questione
dal titolo «Utrum beata Virgo fuerit concepta
in peccato originali», da cui vengono estratti
alcuni brani più significativi.
Più che seguire passo passo l'ordine della
questione, si preferisce offrire un'esposizione più
sistematica, così da cogliere meglio la dottrina
fondamentale intorno alla redenzione preventiva di
Maria Vergine. In base al metodo scientifico del tempo,
Duns Scoto divide la trattazione in quattro parti.
Nella prima parte -quod sic- elenca i dieci argomenti
d'autorità comprovanti la tesi in forma positiva,
ossia che Maria è stato concepita nel peccato
originale; I'ultimo è di Bernardo: «Consta
che Maria fu mondata dal peccato originale con la
sola grazia». Nella seconda parte - contra-
riporta le due argomentazioni favorevoli alla pia
sentenza, l'una di Agostino: «devi ritenere
fermamente e senza dubbio alcuno che ogni uomo, perché
concepito con l'accoppiamento tra uomo e donna, nasce
col peccato originale» e l'altra di Anselmo
che discute «in che modo Dio prese la natura
umana senza peccato e come ha salvato Adamo ed Eva».
Nella terza parte -ad quaestionem - esamina il corpo
della discussione in due momenti: nell'uno critica
l'opinione "macolista", prendendo posizione
a favore della tesi "immacolista"; nell'altro
invece presenta una stringata valutazione filosofico-teologica
di ambedue le tesi, dandò la propria adesione
a quella in favore del privilegio mariano. Nella quarta
parte, infine, -ad auctoritates- riprende una per
una tutte e dieci le autorità del "quod
sic" e le critica.
L'esposizione, succinta e sistematica, viene imperniata
intorno ai tre argomenti fondamentali del "corpo"
della questione e cioè:
possibilità di poter santificare nel primo
istante; valore dell'universalità redentrice
di Cristo, fino alla preservazione della Madre sua.
Primo argomento: la santificazione di Maria nel primo
istante della sua concezione. Dei tre argomenti, questo
è il più esplicito e anche il più
nevralgico, perché dischiude la possibilità
all'intera questione. Rispondendo a delle obiezioni
e specialmente a quella di Enrico di Gand, Duns Scoto
precisa che la santificazione può avvenire
"post aliquod tempus in peccato", nell"'unum
istans temporis" e nel "numquam temporis".
Escludendo le prime due, accetta la terza, ossia che
in Maria Vergine il primo istante del peccato originale
coincide con il primo istante della santificazione
nella grazia. In questo modo Duns Scoto si assicura
la possibilità in Dio di poter conferire la
grazia anche nel primo istante e non solo dopo, perché
come si può conferire la grazia dopo il primo
istante, così la si può conferire anche
prima, e scrive: «Dìo nel primo istante
della creazione di Maria potè darle tanta grazia
quanta ne dà a chiunque riceve la circoncisione
o il battesimo».
Dall'insieme dell'argomentazione, alquanto laboriosa
e alaborata, il Dottor Sottile enuclea e applica alla
Vergine Maria il concetto della redenzione preventiva.
Ecco le sue parole: «Maria più che mai
ha avuto bisogno di Cristo redentore. A causa della
propagazione comune, infatti, anche Maria avrebbe
contratto il peccato originale, se non fosse stata
prevenuta dalla grazia del Mediatore. Come gli altri
ebbero bisogno di Cristo, affinché per suo
merito venisse rimesso a loro il peccato già
contratto, così Maria ebbe maggiormente bisogno
del Mediatore per non contrarre il peccato».
La possibilità teologica del privilegio mariano
riposa direttamente non in Maria ex se, ma in Cristo
-ex merito alterius - che la sceglie quale Madre sua.
Una simile affermazione così chiara nel pensiero
e così esplicita nella forma ha una importanza
notevole nella storia del dogma mariano, che -come
si vedrà nel terzo argomento- è di natura
esclusivamente cristocentrica.
Secondo argomento: I'universalità del peccato
originale.
Assicurandosi la possibilità della santificazione
nel primo istante della concezione, Duns Scoto si
trova di fronte alla reale difficoltà del testo
paolino:
«tutti hanno peccato in Adamo e tutti quelli
che derivano da Adamo -per naturale generazione- sono
peccatori».
Come superarla? Tutta la disamina del Dottor Sottile
verte non tanto nel tentativo di risolverla criticamente
e direttamente, quanto nell'aggirarla e convogliare
tutte le forze verso il concetto del Redentore "perfettissimo",
e quindi solo indirettamente supera la concretezza
della difficoltà del testo paolino.
Perché tanta circospezione?
Due sembrano i motivi: primo, in base alla dottrina
comune dell'epoca, la trasmissione del peccato originale
veniva spiegata fisiologicamente con l'atto della
copulazione; secondo, su tutta la questione pesava
potentemente la polemica pelagiana, che ha travisato
il testo ai Romani, rendendo impossibile la soluzione
testuale diretta.
Duns Scoto, trovandosi nella difficoltà oggettiva
di poter sciogliere il nodo del testo paolino, tenta
di aggirare l'ostacolo attraverso delle felici intuizioni,
che solo indirettamente colgono il nucleo dell'insegnamento
di Paolo, mediante la teoria della "redenzione
universale". Oltre a riconoscere il valore estensivo
della redenzione, introduce anche il valore intensivo:
con il primo si intende tutto il genere umano e le
singole persone; con il secondo, invece, s'includono
tutti i gradi possibili della redenzione, anche il
grado della "preservazione". In questo modo
Duns Scoto riprende in forma indiretta il senso genuino
e autentico dell'insegnamento
paolino: «tutti hanno peccato in Adamo e la
grazia di Cristo ha maggiormente abbondata sul peccato
di Adamo».
In tal modo la concezione della Vergine coincide con
la grazia divina che neutralizza completamente l'azione
del peccato originale.
Contemporaneità che equivale a una "redenzione
preservativa".
L'affermazione di Duns Scoto è categorica:
«La beata Vergine Madre di Dio non fu mai in
atto nemica di Dio né in ragione del peccato
attuale né in ragione del peccato originale».
Discutendo le molteplici obiezioni sollevate, da diversi
argomenti "d'autorità" intorno al
rapporto tra la Vergine Maria e il peccato originale,
Duns Scoto con riferimenti di alta metafisica risponde
distinguendo una "priorità di natura positiva"
e una "priorità di natura privativa".
La risposta tende a neutralizzare la necessarietà
della conseguenza. Il fatto che Maria sia naturaliter
figlia di Adamo non comporta di necessità la
mancanza di grazia ex se.
L'introduzione del concetto di "priorità
di natura privativa"
consente a Duns Scoto di introdurre il concetto della
grazia "ex merito alterius", ossia come
redenzione preventiva di Cristo e come preservazione
dalla effettiva privazione della grazia, in cui per
"priorità di natura positiva" ne
sarebbe rimasta priva in quanto figlia di Adamo.
Sovrabbondanza che si è riversata in ante prima
e principalmente su Maria Vergine, preservandola dalla
colpa originale e confermandola nella grazia divina
da sempre e per sempre. Di per sé, quindi,
tutti e singoli gli uomini hanno contratto il peccato
originale, mentre per merito di Cristo "qualcuno"
può essere preservato, perché la grazia
di Cristo sovrabbondi sul peccato di Adamo. In altre
parole, Duns Scoto illustra il privilegio mariano
con il concetto del Redentore perfettissimo, presentandolo
come la parte migliore e il primo frutto della redenzione.
E su tale via recupera intuitivamente il senso autentico
del testo paolino.
Terzo argomento: I'universalità della redenzione.Nello
sforzo di unire la potenza del cuore e la potenza
dell'intelletto in una felice e sublime unità,
Duns Scoto rivela il meglio di se stesso: riesce a
penetrare con il massimo delle potenzialità
umane il mistero arcano di Dio e a raccogliervi quella
"briciola" possibile a uomo.
Meraviglioso tentativo e sublime sforzo che nobilitano
l'uomo a conoscere e ad amare quel che di Dio è
possibile conoscere e amare.
In questo terzo argomento, Duns Scoto offre un gioiello
di argomentazione, da cui fa spuntare fin dall'origine
della storia umana il "fiore" biblico delle
convalli, la Vergine Maria, da sempre amata-da-Dio.
L'argomentazione si muove e si sviluppa intrinsecamente
allo stesso argomento dal quale gli avversari "macolisti"
traevano la conclusione opposta. Nella sua brevità
essenziale, l'argomento dei "macolisti"
si impernia su tre proposizioni, di cui le prime due
formano come le premesse di un sillogismo: Cristo
è il redentore del genere umano; Maria appartiene
al genere umano in quanto persona; la terza proposizione,
invece, funge da conclusione: Maria, dunque, ha contratto
il peccato originale, altrimenti non avrebbe avuto
bisogno di redenzione, contraddicendo alle esplicite
affermazioni di Paolo ai Romani.
Con una espertissima mossa dialettica e con una felicissimo
intuito metafisico, Duns Scoto riprende il concetto
di redentore universale, l'approfondisce teologicamente
e lo ritorce contro gli avversari, affermando testualmente:
«Proprio dall'universalità della redenzione
di Cristo si argomenta che Maria non ha contratto
il peccato originale, perché preservata»
.
Questa inaspettata e incisiva affermazione si snoda
in tre momenti, a seconda che il termine di riferimento
sia Dio con il quale avviene la riconciliazione dell'uomo,
il male dal quale l'uomo viene liberato da Cristo,
e l'obbligo della persona riconciliata verso Cristo.
Riguardo al primo momento scrive: «Nessuno placa
o riconcilia perfettamente una persona da un'offesa
che può ricevere, se non può prevenire
che quella persona sia offesa. Se la riconciliazione
awiene dopo l'offesa, mediante l'amore di misericordial
essa non è perfettissima, perché non
ha prevenuto l'offesa. La redenzione di Cristo, pertanto,
non sarebbe perfettissima o universalissima, se non
avesse prevenu~o che qualcuno offendesse Dio, nel
suo mistero trinitario; e di conseguenza se qualcuno
non avesse contratto la colpa d'origine. E ciò
è possibile.
Dalla possibilità ontologica, approfondita
nella tesi della santificazione nel primo e medesimo
istante, Duns Scoto penetra nel profondo del concetto
del "redentore universale" ed esplicitamente
afferma come secondo momento:
«Nel (concetto di) Redentore universale e perfettissimo
è inclusa la potenza di allontanare ogni pena
dalla persona che riconcilia. La colpa originale è
una pena più grande della stessa privazione
della visione beatifica, perché il peccato,
fra tutte le pene della natura umana, è la
più grande. Se Cristo è il mediatore
universale -come viene affermato da tutti- egli deve
aver meritato che qualche persona sia stata preservata
dalla colpa d'origine. E tale persona non può
che essere che la Madre di Lui, la vergine Maria».
Nel terzo momento di argomentare, Duns Scoto enuncia
il famoso principio che l'innocenza perfetta è
un bene maggiore della remissione della colpa, e conclude:
«La persona riconciliata non è obbligata
in modo perfetto al suo mediatore, se da lui non riceve
il massimo bene che può darle. Dell'azione
mediatrice di Cristo si può ottenere l'innocenza,
cioè la preservazione della colpa d'origine
o già contratto o da contrarsi. Nessuno, pertanto,
sarebbe tenuto a Cristo in modo perfetto, se egli
non avesse preservato qualcuno dalla colpa d'origine...
E' un beneficio maggiore preservare qualcuno dal male,
che permettere che egli incorra nel male e poi venga
liberato.
Se è bene maggiore l'innocenza perfetta che
la remissione della colpa, allora a Maria Vergine
viene conferito un bene maggiore preservandola dalla
colpa originale, che riconciarla dopo averla contratta».
5 - Proclamazione
dell'Immacolata a Regina dell'OFM
Dalla morte del Beato (8 novembre
1308) al 1645, anno della proclamazione del titolo
dell'Immacolata Concezione a Regina dell'Ordine dei
Frati Minori, intercorrono più di 3 secoli,
caratterizzati tutti da eventi molto disparati, a
volte anche tristi e drammatici, circa la tesi a favore
della pia sentenza "immacolista"
e del suo storico assertore Giovanni Duns Scoto.
L'evento più obbrobrioso e infamante è
certamente la vergognosa campagna calunniosa circa
la morte disperata del Beato, uscita ad arte dal cuore
del domenicano e poi vescovo, Paolo Giovio da Como,
che, negli Elogia virorum litteris illustrium (1546),
sotto l'apparenza di un elogio, espresse la più
cruda denigrazione su Giovanni Duns Scoto, spargendo
anche la voce di una sua morte apparente e, quindi,
di una sua morte disperata, male interpretando, forse
un epigrafe di tutt'altro tenore.
Queste forme di denigrazione e di calunnie vennero
fatte proprie dallo storico domenicano, Abramo Bzovio,
che, ricevuto da Paolo V l'incarico di continuare
la storia della Chiesa, iniziata da Cesare Baronio
e condotta fino all'anno 1198, all'anno 1294, così
descrive la morte di Duns Scoto: «Nell'anno
1294, vuoi o non vuoi, partì da questa vita
Giovanni Duns Scoto, uditore a Parigi di Alessandro
d'Hales, da tutti conosciuto per la sua sottigliezza,
per la profondissima oscurità nel parlare e
nello scrivere, tanto da essere soprannominato scotino
(dal greco skoteinos= oscuro). E mettendo in dubbio
ogni cosa, anche la sua morte è stata messa
in dubbio.
Difatti, avendo avuto un colpo apoplettico e creduto
morto, fu sepolto con molta fretta e deposto ancora
vivo nel sepolcro. Quando cessò l'attacco della
malattia e rinvenne, bussò invano al sepolcro
elevando fortissime grida, e sbattendo la testa contro
la pietra morì con la testa fracassata»
(Annales ecclesiastici, Colonia 1616, vol.
XIII, col. 1029). Aggiungendo anche altri particolari
raccapriccianti come il ritrovamento del cadevere
con le mani rose nello scavare contro il marmo del
mausoleo, cioè per avvallare la morte disperata
a ogni costo di Duns Scoto.
Quasi con le stesse parole e con qualche diversificazione
di particolari queste calunnie vengono fatte proprie
anche dallo storico tedesco di Colonia, Giovanni Federico
Metenesio, che le riporta nella sua Historia ecclesiastica
(Colonia 1616). Una simile campagna calunniosa si
diffuse per tutta l'Europa, gettando discredito sia
sulla persona del Maestro Francescano e soprattutto
sulla sua dottrina intorno all'Immacolata Concezione
della Vergine.
Non entro in merito ai grossolani errori storici circa
l'anno della morte e il Maestro Alessandro d'Hales!
Certamente tali dicerie hanno fatto il giro del mondo
gettando infamia e discredito sulla figura di Duns
Scoto, sulla sua dottrina e sull'intero movimento
francescano!
Di fronte a questa azione di denigrazione sistematica,
tutto il mondo francescano reagì con forte
indignazione, e, per la prima volta, fece quadrato
per dimostare la stupidità e l'infondatezza
di tali calunnie. Così per esempio, si hanno
le reazioni del Wadding e del Ferchia e di tanti altri
benemeriti dell'Ordine. Il primo, tra l'altro, insieme
ad altri collaboratori, produsse nel 1639 la
monumentale prima edizione dell'Opera Omnia di Duns
Scoto, con la
ricostruzione storica degna di nota della Vita Scoti
(1622). Le prime risposte immediate vennero dal conventuale
Matteo Ferchia che nel
1619 diede alle stampe tre distinte Apologie contro
Giovio, Bzovio e Metenesio. La ricchezza dei documenti
storici e letterari furono tali e tanti da confutare
subito e riggettare tutte le accuse come infamanti
e arbitrarie calunnie contro Duns Scoto, per colpirlo
meno direttamente nella persona che nella sua dottrina
sull'Immacolata Concezione, dal momento che i calunniatori
erano acerrimi nemici del privilegio mariano.
Prima di giustificare l'intervento del 1645, preceduto
da tanti altri eventi e interventi di proposito sottaciuti,
è bene accennare almeno al perché, forse,
siano state originate tali calunnie. Due fatti richiamano
l'attenzione. L'uno appartiene agli inizi del 1400.
Si tramandavano con una certa insistenza le notizie
circa i facili rapimenti estatici di Duns Scoto, durante
la sua vita terrena. Una volta, si ebbe l'impressione
che fosse morto, e venne in fretta sepolto. Questo
racconto è stato anche tradutto classicamente
in una
epigrafe:
Tempora post Christi propria dulcedine lethum Venit
atrox raptim carcere composito.
L'epigrafe vuole mettere in risalto che la morte (lethum
atrox) lo colse sì repentinamente (raptim)
ma nella dolcezza (propria
dulcedine) che proviene da Cristo (tempora post Christi).
E la cui traduzione potrebbe essere:
Con la dolcezza, che è propria dopo i tempi
di Cristo, Giunse inesorabile la morte ricomposto
la salma.
L'interpretazione volutamente cattiva dell'epigrafe
è stata certamente l'occasione per Paolo Giovio
di aprire la sua campagna calunniosa direttamente
contro Duns Scoto e indirettamente contro l'Immacolata.
La storia, però, ha fatto giustizia, proprio
attraverso l'applicazione di un principio molto caro
a Duns Scoto "la verità cresce sempre
con l'evoluzione storica".
Il frutto pratico della risposta dei Francescani lo
si può sintetizzare in alcuni provvedimenti
presi in alcuni gesti forti come la terza ricognizione
del sepolcro del Beato e le decisioni di alcuni Capitoli
Generali. Nel 1621, a Segovia, si prescrive di cantare
ogni sera il Tota pulchra. Decisione ribadita a Toledo
nel 1633, con l'invito a studiare sempre meglio la
questione dell'Immacolata Concezione. E sempre a Toledo
nel 1645, finalmente si maturò e si concretizzò
l'idea della proclamazione a Regina dell'Ordine dell'Immacolata
Concezione. Immagine realizzata artisticamente dal
pittore Carlo Maratta, su indicazioni di Luca Wadding:
l'Immacolata deve tenere in braccio il Bambino che,
con la croce nella manina, schiaccia la testa del
serpente, giacente sotto i piedi della Madre.
E' l'Immacolata dei Francescani, Regina dell'Ordine.
Nell'arco di 700 anni dalla morte di Giovanni Duns
Scoto, si contano ben nove ricognizioni e traslazioni
a testimonianza del culto tributategli. Quella del
1619, la terza, provocata dalla campagna denigratoria,
viene descritta dallo stesso storico e teologo Matteo
Ferchia, testimone oculare. Questa ricognizione venne
diligentemente preparata ed eseguita in tre giorni,
dal 13 al 15 gennaio. Lo stato delle ossa era ancora
buono e dalle misure di una tibia e d'un femore si
è potuto stabilire che il Dottor Sottile dovesse
avere una statura di circa m. 1,70. L'importanza dell'avvenimento
venne immortalato dal vivo dall'insigne pittore Hock,
con un quadro bellissimo di felice effetto. La pietra
tombale del primo ricordo scritto è stata rimossa
nel 1509-1513, quando venne eseguita la seconda ricognizione
e venne costruito anche un nuovo mausoleo. Ecco
l'epitaffio:
Clauditur hic rivus, fons Ecclesiae, via, visus; Doctor
Justitiae, studii flos, Arca Sophiae.
Ingenio scandens, Scripturae abdita pandens, In teneris
annis fuit, ergo memento JOANNIS.
Huc, Deus, ornatum fac coelitus esse beatum.
Pro Patre translato modulemur pectore grato; Dux fuit
hic Cleri, claustri lux, et tuba veri.
E' chiuso questo ruscello, considerato
fonte viva della Chiesa; Maestro di Giustizia, fiore
degli studi e Arca della Sapienza.
D'ingegno sottile, della Scrittura i misteri svela,
In giovane età fu (rapito al cielo), ricordati,
dunque, di GIOVANNI.
Lui, o Dio, ornato (di virtù) fa che sia beato
in cielo.
Per un (così gran) Padre involato inneggiamo
con cuore grato (al Signore).
Fu del clero guida, del chiostro luce e della verità
(apostolo) intrepido.
E nella suaVita Beati Ioannis Duns
Scoti, il Ferchia descrive il mausoleo così.
Al centro della lastra di bronzo è scolpita,
in bassorilievo, l'immagine di Scoto, con un libro
tra le mani e ai piedi due leoni, come a guardia.
Ai lati, a destra e a sinistra, sono scolpite le immagini
di alcuni dei più illustri Maestri dell'Ordine:
sul fianco destro Guglielmo Occam, Ugo da Castronovo,
Francesco de Mayronis, Riccardo di Mediavilla, e Alessandro
d'Hales; sul fianco sinistro Nicola di Lyra, Pietro
Aureolo, Ruggero Bacone, Alessandro d'Alessandria
e Guglielmo de Ware. Nella fascia superiore, alla
testa di Scoto sono raffigurati i tre pontefici francescani:
Alessandro V, Nicolò IV e Sisto IV con i loro
stemmi. Agli spigoli della medesima fascia, due cardinali:
Bonaventura da Bagnorea e Bertrando de Turre con i
loro stemmi. Bellissima è la lamina che copre
il pavimento, egregiamente eseguita da un artefice
insigne; su di essa è inciso l'epigrafe:
Ante oculos saxum Doctorum deprimit
ingens, cuius ad interim sacra Minerva gemit.
Siste gradum, lector, fulvo dabis oscula saxo.
Corpus Ioannis haec tenet urna Scoti.
Anno milleno ter C cumque adderet octo.
Davanti al tuo sguardo, la pietra
tombale ti rivela il grande Dottore, della cui morte
la dea Minerva piange.
Fermati davanti al gradino, o lettore, e bacia la
fulva pietra.
Il corpo di Giovanni Scoto questa tomba racchiude.
Anno 1308.
La descrizione del Ferchia continua precisando che
sulle due bande laterali, pendenti a destra e a sinistra,
erano incisi due brevi carmi, mentre tra il monumento
e l'ultimo gradino dell'altare venne collocata una
pietra quadrata, per indicare il luogo preciso dove
era stata reinterrata l'urna con le parole: "Hic
aperitur
Sepulchrum Doctoris Subtilis dicti Ioannis Duns"
(Qui si apre il sepolcro di Giovanni Duns, detto il
Dottor Sottile). Peccato che questo artistico mausoleo
così ricco di fregi e gelosamente custodito
dai frati, non è più esistente, essendo
stato trafugato dai soldati francesi durante l'invasione
napoleonica.
Dopo la tempesta, i cui effetti sono stati assorbiti
soltanto dopo più di due secoli, si possono
gustare anche alcuni scherzose creazioni d'occasione.
Per esempio:
Pingere vis Scotum?
Sophiam dipinge:
Sophiam pingere vis?
Scotum pinge,
Sophia Scotus.
Vuoi dipingere Duns Scoto?
Dipingi la Sapienza (Minerva)!
Vuoi dipingere la Sapienza?
Dipingi Duns Scoto!
Duns Scoto è la Sapienza.
Sic Scoti sophia est sophiae sic
Scotus imago, Effigies sophiae a Scoto animata fuit.
Quod sophia est sine Scoto? mortua imago sophiae;
A Scoto vitam mortua imago tenet.
Di Duns Scoto è così
la sapienza, (che) egli è l'immagine della
sapienza.
L'immagine della sapienza è da Duns Scoto animata.
Cos'è la sapienza senza Duns Scoto? Un'immagine
morta della sapienza.
Da Duns Scoto la vita riceve la morta immagine.
Tollere si Thoma est tollere Romam,
Tollere sic Scotum est tollere totum.
Se togliere Tommaso d'Aquino è
togliere Roma, Togliere invece Duns Scoto è
togliere il mondo intero!
Con un volo pindarico, colgo l'occasione
anche per accennare alla definitiva sistemazione dell'urna
nell'attuale sarcofago, che risale al 30 settembre
1958, quando furono terminati i lavori del nuovo monumento
sepolcrale, donato dalla città di Colonia,
come attestato di venerazione a un sì grande
figlio di Francesco, invitto assertore dell'Immacolata
Concepimento di Maria, e immortalato anche sulla Torre
Municipale della stessa Colonia. Da me visitato nell'aprile
del 2003.
L'elegante sarcofago, progettato e realizzato con
rara finezza dallo scultore Josef Hontgesberg di Colonia,
è costruito con pietra calcare di conchiglia
di colore grigio, misura m. 2,70 di lunghezza, 1,10
di larghezza e 0,95 di altezza. Il monumento, poggiante
su quattro piedi alti 20 cm. dal pavimento, presenta
un decorativo di pietra intarsiata. E' un complesso
severo e imponente nella sua semplicità.
Sulla lastra superiore è scolpita in bassorilievo
l'immagine di Duns Scoto, vestito del saio francescano
e col capo ricoperto dal "berretto dottorale"
medievale. Nella mano sinistra tiene un libro aperto
con inciso le celebre motto Potuit Decuit Fecit, mentre
il suggestivo gesto della mano destra sembra richiamare
la difesa della tesi teologica.
Plastici segni simbolici, che intendono adombrare
le tesi caratteristiche del pensiero del Dottor Sottile
e Mariano, ornano la parte anteriore del monumento.
Difatti, una corona regale e una corona intrecciata
di spine evocano il primato universale di Cristo come
Glorificatore della SS. Trinità e Redentore
del genere umano.
Nel centro è inciso lo stemma dell'Ordine Serafico
e la tiara papale, a simboleggiare la suprema autorità
del Papa, di cui Giovanni Duns Scoto è stato
un convinto e strenuo assertore, nel noto conflitto
tra Filippo il Bello e Bonifacio VIII.
Ciascuna delle due parti frontali reca una dicitura:
nell'una è inciso: JOANNES DUNS SCOTUS 1265-1308;
nell'altra è riprodotta l'iscrizione: Scotia
me genuit - Anglia me docuit - Gallia me recepit -
Colonia me tenet.
Infine nella parte posteriore viene adombrato il privilegio
mariano con i simboli della Vergine Immacolata: la
lettera M (ossia Maria) è incoronata con diadema
e adorna di rose e di gigli, con evidente richiamo
alla simbologia usata nella Scrittura.
Conclusione
In occasione di questo 150° anniversario della
proclamazione del dogma dell'Immacolata Concezione,
lancio dal piccolo "Centro" di periferia
un semplice ma accorato invito: i Francescani ritrovino
la propria identità attorno al pensiero del
Beato Giovanni Duns Scoto, che, come ha saputo traghettare
per tanti secoli l'ideale francescano anche attraverso
le tempeste più pericolose, ha ancora la forza
e la spinta giusta per guidarlo nel mare non tranquillo
del III millennio:
basta credere al suo Cristocentrismo. Prima del Vaticano
II è stata l'insegna dell'Immacolata a vivificare
e alimentare la fiamma dell'ideale serafico. Ora il
testimone la Vergine, come nel passato l'aveva ricevuto
dal Cristo, oggi l'ha giustamente passato a Cristo
totale e globale, secondo lo scotiano principio del
Cristocentrismo:
il Cristo fonda l'Immacolata e l'Immacolata riporta
a Cristo.
Questa lettura scotiana si ritrova chiaramente nei
documenti conciliari. Peccato che dopo il Concilio
si sia smarrito questa "lettura" interiore
ed essenziale tutto a vantaggio dell'esteriorità.
Che devo pensare? Si è perduto il gusto della
"lettura"! La tentazione del moderno: attivismo
senza o distaccato dall'interiorità. Per il
Maestro Francescano non c'è posto per queste
letture parziali o dicotomiche, perché lui
è l'Autore della realtà e della teologia
come praxis, cioè come amore nell'unità
pur nella diversità. Come ieri il polo di polarizzazione
è stata la gloria e la bellezza dell'Immacolata,
vero corollario del Cristocentrismo, così oggi
è l'ora del Cristo completo e maturo, vera
perla del cristianesimo, ad animare dell'ideale francescano.
Sarebbe oltremodo auspicabile e meraviglioso che l'Ordine
sapesse dare un forte segno d'impegno nell'incrementare
la ricerca e lo studio intorno al Cantore dell'Immacolata,
il Beato Giovanni Duns Scoto, il cui pensiero Cristocentrico,
non solo in teologia ma in tutta la vita spirituale,
ha molto ma molto da dire oggi, e specialmente oggi,
contrassegnato come l'ora della nuova evangelizzazione,
come accenno nel volume La nuova evangelizzazione
e Giovanni Duns Scoto.
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