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L'IMMACOLATA
REGINA DELL'ORDINE

Giovanni Lauriola ofm

Una provocazione: quando, dove e perché l'Immacolata è stata proclamata Regina dell'Ordine dei Frati Minori?
Per esperienza cinquantenaria di vita francescana devo confessare, all'inizio del III millennio, di non poter rispondere a nessuna delle tre domande. Eppure, la mia vita non è stata lontana dagli studi!
Non so, quanti hanno le risposte pronte. Forse, si possono contare sulle dita della mano. Comunque, saranno pochissimi.
L'occasione delle celebrazioni in onore dei 150 anni dalla proclamazione del dogma dell'Immacolata Concezione, mi ha fatto escire dall'indeterminato e ora, col senno di poi, la comunico, sperando di non fare il tradizionale "buco nell'acqua", cogliendo anche l'occasione delle circostanze che hanno indotto il Capitolo Generale alla solenne proclamazione di Toledo nel 1645.
Per cogliere tutta la valenza e la carica dottrinale della proclamazione sembra doveroso ripercorrere anche se a volo d'uccello le fasi più salienti della stessa, così da sventolare il vessillo glorioso della grande intuizione del Beato Giovanni Duns Scoto a tutto il mondo non solo francescano ma anche ecclesiale e civile, partendo da Francesco d'Assisi fino al 1645, attraverso i riferimenti ai principali Dottori della Scuola Francescana.

1 - L'Immacolata e Francesco d'Assisi

Sarebbe stato troppo bello poter trovare nel Serafico Padre qualche riferimento alla Donna Immacolata da sempre, per poter aprire le porte alla storica proclamazione del 1645 a Toledo, che ha proclamato l'Immacolata Regina dell'Ordine, creando con suggerimento del Wadding anche la realizzazione artistica dell'Immacolata Francescana . Questo purtroppo non è possibile né storicamente né spiritualmente. Non è possibile storicamente, pershé negli Opuscula non c'è alcuna indicazione formale o concettuale che possa richiamare l'attenzione del lettore per una eventuale epicheia interpretativa.
L'impossibilità è storica anche in considerazione che fino al 1226, anno della morte di Francesco, in Italia non ancora si diffondeva abbastanza la devozione della festa liturgica dell'Immacolata, per cui praticamente Francesco non ne era a conoscenza. E se anche, per assurdo, ne fosse stato a conoscenza, la risposta non sarebbe stata così favorevole o scontata, come molti si aspetterebbero, e questo per tanti motivi.
C'è stato chi ha voluto troppo benevolmente far scaturire anche se "implicitamente" la concezione dell'Immacolata dalla pietà in onore della Vergine da parte di Francesco d'Assisi. Ma cozza contro ogni riferimente letterario e storico. Che Francesco sia un grande innamorato della Vergine e anche un Poeta della Madonna, l'ho documentato in diversi scritti e ne sono pienamente consapevole. Da questa pietà poter risalire anche implicitamente alla Concezione Immacolata della Vergine, è impresa non solo antistorica ma, forse, anche di cattivo gusto. Ne è un esempio lampante Bernardo da Chiaravalle che riteneva addirittura eretico il pensare all'Immacolata Concezione della Vergine, eppure nessuno oserebbe mettere in dubbio la sua grandissima venerazione per la Vergine!
A ognuno il suo!

2 - Antonio da Padova e l'Immacolata

Peccato che in alcune recenti pubblicazioni sull'Immacolata, non sia stato citato abbastanza Diomede Scaramuzzi che ha evidenziato in diversi luoghi il pensiero antoniano sull'Immacolata, specialmente nella sua insuperabile "antologia" Parla il Santo di Padova, e nel suo ponderoso volume storico-dottrinale La figura intellettuale di Antonio da Padova. Dal suo Parla il Santo di Padova (Molfetta 1995, pp. 74-76), da me rivisitata, traggo alcune considerazione in merito al Doctor Evangelicus e l'Immacolata. Prima, però, è doveroso citare la conclusione di un grande studioso che riconosce: Antonio non fu né un assertore esplicito, né un assertore implicito, né un negatore, né un oppositore della Concezione Immacolata di Maria; anzi la mente e il cuore di Antonio erano protesi verso la tesi dell'Immacolata Concezione a motivo delle affermazioni sulla santità eccelsa di Maria (cf L. Di Fonzo, La mariologia di S. Antonio Dottore, Città del Vaticano 1947, p. 137).
Osservazione: se fosse così pacifico passare dalla dichiarata santità eccelsa di Maria alla sua Immacolata Concezione, la storia del dogma non avrebbe dovuto registrare nessuna opposizione o negazione di sorta. Invece, così non è. Per cui si riconosce ad Antonio meravigliose affermazioni e sublimi intuizioni, ma non hanno nulla a che fare con la verità dogmatica dell'Immacolata Concezione. E lo documento con le stesse sue parole:
«Maria fu l'opera mirabile dell'Altissimo, il suo capolavoro, perché la fece più bella di tutti i mortali, più santa di tutti i santi.
La nostra Ester fu molto bella quando l'angelo la salutò, fu d'incredibile bellezza quando scese sopra di lei lo Spirito Santo, e fu meravigliosa agli occhi di tutti quando concepì il Figlio di Dio.
Dopo che ebbe concepito il Figlio di Dio, il suo volto raggiava di tanta bellezza che neppure Giuseppe poteva fissarvi lo sguardo. Né è da meravigliarsi. Se i figli d'Israele, come dice l'apostolo, non potevano fissare gli occhi in faccia a Mosè per la gloria di cui risplendeva, ed era effimera gloria..., a maggior ragione Giuseppe doveva sentirsi abbagliato dai raggi del vero sole, che Maria portava nel suo seno... Il vero sole [Gesù Cristo] era velato da una nube
(Maria) e tramandava i suoi raggi d'oro attraverso gli occhi e le parvenze della Madre sua. Il volto di Maria rifulgeva di tutte le grazie, grato agli angeli, che desideravano specchiarsi in lei, che splendeva come il sole in tutta la sua virtù.
Niente in Maria che sappia di terreno, niente di carnale, ma tutto è impregnato di spirito, perché frutto della grazia. La prima donna, Eva, perché proveniente dalla terra e dalla carne, sentì ripetersi il grido della maledizione: Moltiplicherò i tuoi dolori e le tue gravidanze, con dolore partorirai i figli; a Maria, in quella voce, la cui conversazione era nei cieli, fu detto: Salve, o piena di grazia ».
Per quanto riguarda l'immacolato concepimento di Maria scrive:
«Osserva che la beata Vergine viene chiamata de petra deserti.
"Pietra", perché impossibile ad esser solcata dall'aratro. Il dragone, cioè il diavolo, coltivatore di ombre, come dice Salomone, non poté trovare in essa traccia di colpa.
Il Padre rivestì il suo Figlio di bianca stola, cioè di carne monda da ogni peccato, che ricevette dalla Vergine Immacolata.
Sia, dunque, benedetto il seno della Vergine gloriosa, della quale Agostino nel libro Della natura e della grazia afferma: "Eccettuata la Vergine Maria..., se tu potessi riunire in un solo tutti i santi e tutte le sante e domandassi loro se soggiacquero o no al peccato, cosa tu credi che ti potrebbero rispondere se non quello che attesta Giovanni: Se diciamo che siamo senza peccato, inganniamo noi stessi e la verità non è in noi. Ma quella gloriosa Vergine fu prevenuta e ricolma di una grazia singolare; la grazia di avere nel suo seno colui che, fin dall'eternità, fu il Signore dell'universo"».
Dal contesto dei testi antoniani si può ricavare al massimo l'affermazione potente, sull'esempio di Agostino, dell'eccelsa santità di Maria, e nulla più.

3 - Bonaventura da Bagnoregio e l'Immacolata

La festa liturgica della Concezione di Maria Vergine si diffonde dalla Normandia al resto d'Occidente lentamente e con alterne vicende, e verso la fine del XII secolo penetra anche in Italia. Che cosa comportava tale celebrazione?
Certamente le origini di Maria. Ma quali, quella della nascita o quella della concezione? Nessuno metteva in dubbio la santità di Maria fin dalla nascita. Il problema nasceva quando si toccava la concezione, specialmente in riferimento al peccato originale.
Difatti, appena si pensò di passare dalla nascita alla concezione, venne fuori il problema teologico del peccato originale che rese molto difficile l'interpretazione, anzi divenne dottrina comune la sentenza "macolista" di Maria, come documenta il primo Maestro francescano, Alessandro di Hales (+1245), che ribadisce che Maria fu concepita nel peccato originale, altrimenti non avrebbe avuto bisogno di redenzione.
Bonaventura da Bagnoregio, da parte sua, nel commento al III libro delle Sentenze di Pietro Lombardo (III Sent d. 3, a. 1, q. 2), fissa i termini della questione in due opinioni: l"'immacolista" e la "macolista". Dopo attenta valutazione degli argomenti "pro et contra"
dell'una e dell'altra, egli proprende per la seconda opinione, giudicandola "più comune, più razionale e più sicura".
La prima opinione -quella immacolista- poggia meno su argomenti scritturistici che di convenienza. L'idea di fondo che la vivifica è
semplice: l'onore della madre si ripercuote sul Figlio. In questo modo prende corpo la "possibilità" che in Maria Vergine coisistesse da sempre la grazia. Tra gli argomenti più significativi meritano di essere segnalati: quello della mediazione di Maria tra Cristo e gli uomini, (in analogia alla mediazione di Cristo tra Dio e gli uomini); e quello della santità di Maria che eccelle su quella di tutti i santi insieme.
Una menzione a parte merita l'argomento liturgico, interessante sia per la storia del dogma, sia per la delicata sensibilità spirituale di Bonaventura. Ecco le sue parole:
«Alcuni per speciale devozione celebrano la concezione della beata Vergine. Di essi né sento che bisogna lodare né biasimare. Che tale esempio non sia del tutto da approvare, lo ricavo dal fatto che i Padri, mentre per altre solennità della Vergine stabilirono di celebrarle, per quelle dell'immacolata concezione non decretarono di solennizzarla. Anzi, il beato Bernardo, esimio amatore della Vergine e zelatore del suo onore, rimprovera aspramente tale introduzione liturgica. Da parte mia, io non sento che bisogna riprendere coloro che celebrano al festa dell'immacolata concezione di Maria, perché -come dicono alcuni- essa cominciò a celebrarsi non per umana invenzione, ma per divina rivelazione. Se ciò è vero, non c'è dubbio che è un bene solennizzare tale festa. Poiché tale affermazione non è autentica, non si è tenuti a credere; e poiché (la festa) non è contraria alla retta fede, non si è tenuti neppure a negarla...
Tuttavia credo e confido nella gloriosa Vergine che, se qualcuno celebra tale solennità non per amore di novità ma per vero spirito di devozione e in buona fede, la benedetta Vergine accetta la sua devozione; se inveve qualcuno fosse da rimproverare, spero che la Vergine si degni di scusarlo presso il giusto Giudice».
La tesi degli "immacolisti" -secondo Bonaventura- riposa sull'idea di mediazione e di santificazione di Maria Vergine. L'abbondanza della santità di Maria non è solo questione di quantità ma anche di qualità, nel senso che supera la stessa dimensione del tempo: da sempre Maria è stata ricolma di grazia e santità per svolgere adeguatamente la sua azione di Mediatrice. La consistenza dell'altra opinione -quella macolista- poggia invece su due brani rivelati ai Romani di S. Paolo: "tutti peccarono e tutti attendono la gloria di Dio"(Rm 3, 23). e "tutti peccarono in Adamo'' (Rm 5, 12); e su alcune testimonianze patristiche: "nessuno è liberato dalla massa del peccato se non nella fede del Redentore" e "il nostro Salvatore, come è venuto per liberare tutti, così nessuno ha trovato libero dal reato".
Lo scoglio insuperabile è costituito, perciò, dall'interpretazione dei testi paolini sul peccato originale e sulla redenzione universale di Cristo. Dal momento che non si trova alcun passo rivelato dove è possibile appoggiare l'immunità dal peccato originale di Maria, bisogna concludere che la sua santificazione sia avvenuta dopo la contrazione dello stesso peccato. Così è salva la tesi della universale redenzione di Cristo. Tuttavia, Bonaventura, nel capitolo generale del 1263, tenutosi a Pisa, decide di celebrare la liturgia della festa della Concezione per l'intero Ordine (cf L. Wadding, Annales Minorum, Romae 1732, ad annum 1263, p. 218), benchè la chiesa romana non ancora esprimesse il suo parere, come testimonia lo stesso Tommaso d'Aquino:
«La chiesa romana benché non celebri la Concezione della beata Vergine Maria, tuttavia tollera la consuetudine di quelle chiese che celebrano tale festa» (cf Summa Theologica, III, q. 27, a.2. ad 3).
Il silenzio di Roma non doveva durare a lungo. Ai primi del XIV secolo, infatti, prende esplicita posizione nella celebre disputa all'Università di Parigi, sostenuta con ardore e audacia dal francescano Giovanni Duns Scoto; e nel 1325, papa Giovanni XXII celebra, ad Avignone, con grande solennità la festa della Concezione della Vergine Maria.

4 - Duns Scoto e l'Immacolata

Dal bonaventuriano quadro storico-teologico si evince con molta chiarezza e con solidità di argomenti che la tesi "macolista" gravita attorno a due poli: l'universalità del peccato di Adamo el'universalità della redenzione di Cristo. Problemi strettamente connessi, ma storicamente incarbugliatesi per la riduttiva interpretazione del peccato originale, causata dalla polemica antipelagiana, rendendo oggettivamente insuperabile l'ostacolo verso la "pia sentenza" del concepimento immacolato di Maria.
La storica posizione di Duns Scoto non consiste certamente nella soluzione esegetica del peccato originale, anche se da lui intuita, che troverà la giusta risposta soltanto nel Concilio Tridentino, bensì nella felice e originale intuizione, teologicamente fondata, del primato assoluto di Cristo, intorno al quale fa gravitare, come corollario, la redenzione preventiva della Vergine Maria.
Il suo grande merito, perciò, consiste nell'aver considerato il privilegio mariano non come realtà o verità a se stante, ma come parte o effetto della tesi cristocentrica principale, ossia come primo "frutto" della universale redenzione di Cristo. Concezione provvidenziale! Apre la via alla definizione dogmatica. La storia gli riconosce unanime questo merito, e solo per questo dovrebbe essere dichiarato Santo e Dottore!
Poiché non è possibile, né torna utile seguire passo passo la non facile esposizione di Duns Scoto, preferisco soltanto esporre in forma sistematica i tre momenti fondamentali di essa. La sua attenzione è rivolta principalmente a considerare la stretta dipendenza della tesi mariana con quella cristocentrica, anzi è la considerazione della "predestinazione assoluta" o "primato" di Cristo che fa scaturire logicamente -come corollario- il privilegio dell'Immacolato Concepimento di Maria Vergine. L'originalità del suo pensiero riguarda non tanto la sostanza della verità teologica, che pure ha la sua incidenza, quanto le argomentazioni proposte per comprenderla, nel rispetto più assoluto della Scrittura e della Tradizione.
La stretta connessione delle due tesi impedisce un'esposizione autonoma e indipendente, che farebbe fondare sul vuoto il privilegio mariano. Sembra utile, pertanto, premettere un riferimento alla tesi cristocentrica del "primato" di Cristo. Come base dell'esposizione dottrinale tengo presente principalmente lo scritto dell'Ordinatio, che gode della più alta autorità tra studiosi e critici, perché composta con grande accuratezza e nella maturità dell'Autore.

a). Fondamento cristologico dell'Immacolata Come ogni riferimento mariano non avrebbe senso senza Cristo, così quello cristocentrico senza Dio. Non solo la storia della salvezza ma anche la metafisica in Duns Scoto è contrassegnata dalla visione di Dio come "amore per essenza" o "formalmente amore e formalmente carità e non soltanto efficiente", in cui il "vero infinito" e il "buono infinito" coincidono. Identità che contrassegna la concezione scotiana di Dio.
In quanto formalmente carità, Dio comunica nella pienezza della libertà i raggi della sua bontà e del suo amore alle creature, che chiama all'esistenza perché entrino in comunione-con-lui. Benché il suo atto di amore sia semplicissimo, tuttavia -afferma Duns Scoto- esso tende in diversi modi verso gli oggetti ordinati o creati. E questo perché Dio vuole e ama in maniera perfettissima e nel modo più ragionevole possibile, distinguendo cioè nel suo unico atto di amore fini diversi.
Nella gerarchia dell'essere e dei valori, al primo posto nella linea discendente si trova Cristo, poi Maria, l'angelo, l'uomo e infine il mondo. La "primità" di Cristo non solo è di essere ma anche di amore, nel senso che può amare e glorificare Dio piú di tutti gli altri esseri insieme. Di conseguenza, l'Incarnazione o -come la chiama Duns Scoto il Summum Opus Dei - il Capolavoro di Dio, come è stata magistralmente tradotta dallo Scaramuzzi, essendo l'opera più grande che sovrasta ogni ordine di essere creato, non può essere in nessun modo occasionata né tanto meno voluta per caso.
L'acume intuitivo e speculativo di Duns Scoto si proietta con estrema arditezza al cuore stesso dell'essere di Dio e vi coglie la più ardita logica del piano divino, esclusivamente fondato sulla libertà ordinatissima dell'amore:
«Chi vuole ordinatamente, vuole prima il fine, poi ciò che immediatamente raggiunge in fine, e il terzo luogo tutto ciò che è ordinato remotamente al raggiungimento del fine.
Così anche Dio, che è ordinatissimo, vuole prima il fine e poi ciò che è ordinato immediatamente al fine; in secondo luogo vuole altri amanti attorno a sé; in terzo luogo vuole anche ciò che è necessario per raggiungere questo fine, ossia i beni della grazia; e in quarto luogo infine vuole altri beni più remoti come mezzi per raggiungere i primi (beni della grazia)» .
In quest'ardita disposizione divina in cui predomina la caratteristica fondamentale dell'essenza di Dio che si ama e vuole essere riamato infinitamente, perché "tutto ha fatto per un fine"(Prov., 16, 4), ossia per se stesso, e ha voluto circondarsi di "condiligentes" che lo amino, Duns Scoto afferma che l'Incarnazione occupa il posto centrale, costituisce la "corona" di tutto, e indipendente da tutto e tutto dipende da essa come causa esemplare e finale. Il Summum Opus Dei, quindi, ha il primato su tutti e rende il più perfetto amore a Dio. Per questo Dio ama e vuole l'esistenza di Cristo in sé e per sé:
«Dio ama in primo luogo se stesso. In secondo luogo ama se stesso negli altri. In terzo luogo vuole essere amato da colui che può amarlo in sommo grado parlo di un amore estrinseco a lui o creato. In quarto luogo prevede l'unione ipostatica di quella natura che deve amarlo infinitamente, anche se nessuno fosse caduto».
Nella visione teologica di Duns Scoto, perciò, Cristo occupa il primo posto in modo assoluto e incondizionato, e la gloria che egli rende a Dio è maggiore intensivamente di quella di tutti i beati. Di conseguenza, conclude il Dottor Sottile:
«La causa della predestinazione di Cristo è la gloria di Dio e non la caduta dell'uomo; anzi se non fosse caduto né l'angelo né l'uomo...
Cristo sarebbe stato predestinato ugualmente. Non è ragionevole che la più grande opera di Dio -il Summum Opus Dei- sia voluta occasionaliter, perché la sua gloria a Dio supera intensivamente quella di tutti i santi insieme».

b). Redenzione preventiva di Maria Vergine Alla luce della predestinazione assoluta di Cristo prende corpo anche la predestinazione di Maria. Bisogna notare che Duns Scoto nella sua trattazione non menziona mai esplicitamente tale connessione di dipendenza. Saranno i suoi primi discepoli ad applicare a Maria i vari principi che Duns Scoto aveva elaborato per Cristo. Deduzione logica ed evidente. Se ogni predestinazione alla gloria, infatti, precede naturalmente la prescienza del peccato, ciò si dovrà dire maggiormente della predestinazione di Maria che, in quanto Madre di Dio, fu destinata alla gloria più alta.
Per il principio "omnis rationabiliter volens, primo vult finem, et secundo immediate illud quod attingit finem", e per la constatazione che Dio vuole e ama "ordinatissime" e "perfectissime", si può concludere che la massima comunicazione ad extra di Dio si realizza nell'unione ipostatica con l'umanità, ricevuta dalla Vergine Madre, per opera dello Spirito Santo. In forza di tale unione, i predicati propri della natura creata e quelli della natura divina possono essere attribuiti realmente alla stessa persona divina del Verbo.
Poiché nella visione teologica di Duns Scoto, Cristo tiene il primato assoluto nell'universo, e subito dopo viene Maria, si deve concludere che Cristo è stato voluto per primo e, nell'unico e medesimo decreto, anche sua Madre. Per dimostrare questa tesi che implica essenzialmente la redenzione preventiva ái Maria, Duns Scoto dedica un'intera questione dal titolo «Utrum beata Virgo fuerit concepta in peccato originali», da cui vengono estratti alcuni brani più significativi.
Più che seguire passo passo l'ordine della questione, si preferisce offrire un'esposizione più sistematica, così da cogliere meglio la dottrina fondamentale intorno alla redenzione preventiva di Maria Vergine. In base al metodo scientifico del tempo, Duns Scoto divide la trattazione in quattro parti.
Nella prima parte -quod sic- elenca i dieci argomenti d'autorità comprovanti la tesi in forma positiva, ossia che Maria è stato concepita nel peccato originale; I'ultimo è di Bernardo: «Consta che Maria fu mondata dal peccato originale con la sola grazia». Nella seconda parte - contra- riporta le due argomentazioni favorevoli alla pia sentenza, l'una di Agostino: «devi ritenere fermamente e senza dubbio alcuno che ogni uomo, perché concepito con l'accoppiamento tra uomo e donna, nasce col peccato originale» e l'altra di Anselmo che discute «in che modo Dio prese la natura umana senza peccato e come ha salvato Adamo ed Eva». Nella terza parte -ad quaestionem - esamina il corpo della discussione in due momenti: nell'uno critica l'opinione "macolista", prendendo posizione a favore della tesi "immacolista"; nell'altro invece presenta una stringata valutazione filosofico-teologica di ambedue le tesi, dandò la propria adesione a quella in favore del privilegio mariano. Nella quarta parte, infine, -ad auctoritates- riprende una per una tutte e dieci le autorità del "quod sic" e le critica.
L'esposizione, succinta e sistematica, viene imperniata intorno ai tre argomenti fondamentali del "corpo" della questione e cioè:
possibilità di poter santificare nel primo istante; valore dell'universalità redentrice di Cristo, fino alla preservazione della Madre sua.
Primo argomento: la santificazione di Maria nel primo istante della sua concezione. Dei tre argomenti, questo è il più esplicito e anche il più nevralgico, perché dischiude la possibilità all'intera questione. Rispondendo a delle obiezioni e specialmente a quella di Enrico di Gand, Duns Scoto precisa che la santificazione può avvenire "post aliquod tempus in peccato", nell"'unum istans temporis" e nel "numquam temporis". Escludendo le prime due, accetta la terza, ossia che in Maria Vergine il primo istante del peccato originale coincide con il primo istante della santificazione nella grazia. In questo modo Duns Scoto si assicura la possibilità in Dio di poter conferire la grazia anche nel primo istante e non solo dopo, perché come si può conferire la grazia dopo il primo istante, così la si può conferire anche prima, e scrive: «Dìo nel primo istante della creazione di Maria potè darle tanta grazia quanta ne dà a chiunque riceve la circoncisione o il battesimo».
Dall'insieme dell'argomentazione, alquanto laboriosa e alaborata, il Dottor Sottile enuclea e applica alla Vergine Maria il concetto della redenzione preventiva. Ecco le sue parole: «Maria più che mai ha avuto bisogno di Cristo redentore. A causa della propagazione comune, infatti, anche Maria avrebbe contratto il peccato originale, se non fosse stata prevenuta dalla grazia del Mediatore. Come gli altri ebbero bisogno di Cristo, affinché per suo merito venisse rimesso a loro il peccato già contratto, così Maria ebbe maggiormente bisogno del Mediatore per non contrarre il peccato».
La possibilità teologica del privilegio mariano riposa direttamente non in Maria ex se, ma in Cristo -ex merito alterius - che la sceglie quale Madre sua. Una simile affermazione così chiara nel pensiero e così esplicita nella forma ha una importanza notevole nella storia del dogma mariano, che -come si vedrà nel terzo argomento- è di natura esclusivamente cristocentrica.
Secondo argomento: I'universalità del peccato originale.
Assicurandosi la possibilità della santificazione nel primo istante della concezione, Duns Scoto si trova di fronte alla reale difficoltà del testo paolino:
«tutti hanno peccato in Adamo e tutti quelli che derivano da Adamo -per naturale generazione- sono peccatori».
Come superarla? Tutta la disamina del Dottor Sottile verte non tanto nel tentativo di risolverla criticamente e direttamente, quanto nell'aggirarla e convogliare tutte le forze verso il concetto del Redentore "perfettissimo", e quindi solo indirettamente supera la concretezza della difficoltà del testo paolino.
Perché tanta circospezione?
Due sembrano i motivi: primo, in base alla dottrina comune dell'epoca, la trasmissione del peccato originale veniva spiegata fisiologicamente con l'atto della copulazione; secondo, su tutta la questione pesava potentemente la polemica pelagiana, che ha travisato il testo ai Romani, rendendo impossibile la soluzione testuale diretta.
Duns Scoto, trovandosi nella difficoltà oggettiva di poter sciogliere il nodo del testo paolino, tenta di aggirare l'ostacolo attraverso delle felici intuizioni, che solo indirettamente colgono il nucleo dell'insegnamento di Paolo, mediante la teoria della "redenzione universale". Oltre a riconoscere il valore estensivo della redenzione, introduce anche il valore intensivo: con il primo si intende tutto il genere umano e le singole persone; con il secondo, invece, s'includono tutti i gradi possibili della redenzione, anche il grado della "preservazione". In questo modo Duns Scoto riprende in forma indiretta il senso genuino e autentico dell'insegnamento
paolino: «tutti hanno peccato in Adamo e la grazia di Cristo ha maggiormente abbondata sul peccato di Adamo».
In tal modo la concezione della Vergine coincide con la grazia divina che neutralizza completamente l'azione del peccato originale.
Contemporaneità che equivale a una "redenzione preservativa".
L'affermazione di Duns Scoto è categorica: «La beata Vergine Madre di Dio non fu mai in atto nemica di Dio né in ragione del peccato attuale né in ragione del peccato originale».
Discutendo le molteplici obiezioni sollevate, da diversi argomenti "d'autorità" intorno al rapporto tra la Vergine Maria e il peccato originale, Duns Scoto con riferimenti di alta metafisica risponde distinguendo una "priorità di natura positiva" e una "priorità di natura privativa". La risposta tende a neutralizzare la necessarietà della conseguenza. Il fatto che Maria sia naturaliter figlia di Adamo non comporta di necessità la mancanza di grazia ex se.
L'introduzione del concetto di "priorità di natura privativa"
consente a Duns Scoto di introdurre il concetto della grazia "ex merito alterius", ossia come redenzione preventiva di Cristo e come preservazione dalla effettiva privazione della grazia, in cui per "priorità di natura positiva" ne sarebbe rimasta priva in quanto figlia di Adamo.
Sovrabbondanza che si è riversata in ante prima e principalmente su Maria Vergine, preservandola dalla colpa originale e confermandola nella grazia divina da sempre e per sempre. Di per sé, quindi, tutti e singoli gli uomini hanno contratto il peccato originale, mentre per merito di Cristo "qualcuno" può essere preservato, perché la grazia di Cristo sovrabbondi sul peccato di Adamo. In altre parole, Duns Scoto illustra il privilegio mariano con il concetto del Redentore perfettissimo, presentandolo come la parte migliore e il primo frutto della redenzione. E su tale via recupera intuitivamente il senso autentico del testo paolino.
Terzo argomento: I'universalità della redenzione.Nello sforzo di unire la potenza del cuore e la potenza dell'intelletto in una felice e sublime unità, Duns Scoto rivela il meglio di se stesso: riesce a penetrare con il massimo delle potenzialità umane il mistero arcano di Dio e a raccogliervi quella "briciola" possibile a uomo.
Meraviglioso tentativo e sublime sforzo che nobilitano l'uomo a conoscere e ad amare quel che di Dio è possibile conoscere e amare.
In questo terzo argomento, Duns Scoto offre un gioiello di argomentazione, da cui fa spuntare fin dall'origine della storia umana il "fiore" biblico delle convalli, la Vergine Maria, da sempre amata-da-Dio. L'argomentazione si muove e si sviluppa intrinsecamente allo stesso argomento dal quale gli avversari "macolisti" traevano la conclusione opposta. Nella sua brevità essenziale, l'argomento dei "macolisti" si impernia su tre proposizioni, di cui le prime due formano come le premesse di un sillogismo: Cristo è il redentore del genere umano; Maria appartiene al genere umano in quanto persona; la terza proposizione, invece, funge da conclusione: Maria, dunque, ha contratto il peccato originale, altrimenti non avrebbe avuto bisogno di redenzione, contraddicendo alle esplicite affermazioni di Paolo ai Romani.
Con una espertissima mossa dialettica e con una felicissimo intuito metafisico, Duns Scoto riprende il concetto di redentore universale, l'approfondisce teologicamente e lo ritorce contro gli avversari, affermando testualmente: «Proprio dall'universalità della redenzione di Cristo si argomenta che Maria non ha contratto il peccato originale, perché preservata» .
Questa inaspettata e incisiva affermazione si snoda in tre momenti, a seconda che il termine di riferimento sia Dio con il quale avviene la riconciliazione dell'uomo, il male dal quale l'uomo viene liberato da Cristo, e l'obbligo della persona riconciliata verso Cristo. Riguardo al primo momento scrive: «Nessuno placa o riconcilia perfettamente una persona da un'offesa che può ricevere, se non può prevenire che quella persona sia offesa. Se la riconciliazione awiene dopo l'offesa, mediante l'amore di misericordial essa non è perfettissima, perché non ha prevenuto l'offesa. La redenzione di Cristo, pertanto, non sarebbe perfettissima o universalissima, se non avesse prevenu~o che qualcuno offendesse Dio, nel suo mistero trinitario; e di conseguenza se qualcuno non avesse contratto la colpa d'origine. E ciò è possibile.
Dalla possibilità ontologica, approfondita nella tesi della santificazione nel primo e medesimo istante, Duns Scoto penetra nel profondo del concetto del "redentore universale" ed esplicitamente afferma come secondo momento:
«Nel (concetto di) Redentore universale e perfettissimo è inclusa la potenza di allontanare ogni pena dalla persona che riconcilia. La colpa originale è una pena più grande della stessa privazione della visione beatifica, perché il peccato, fra tutte le pene della natura umana, è la più grande. Se Cristo è il mediatore universale -come viene affermato da tutti- egli deve aver meritato che qualche persona sia stata preservata dalla colpa d'origine. E tale persona non può che essere che la Madre di Lui, la vergine Maria».
Nel terzo momento di argomentare, Duns Scoto enuncia il famoso principio che l'innocenza perfetta è un bene maggiore della remissione della colpa, e conclude: «La persona riconciliata non è obbligata in modo perfetto al suo mediatore, se da lui non riceve il massimo bene che può darle. Dell'azione mediatrice di Cristo si può ottenere l'innocenza, cioè la preservazione della colpa d'origine o già contratto o da contrarsi. Nessuno, pertanto, sarebbe tenuto a Cristo in modo perfetto, se egli non avesse preservato qualcuno dalla colpa d'origine... E' un beneficio maggiore preservare qualcuno dal male, che permettere che egli incorra nel male e poi venga liberato.
Se è bene maggiore l'innocenza perfetta che la remissione della colpa, allora a Maria Vergine viene conferito un bene maggiore preservandola dalla colpa originale, che riconciarla dopo averla contratta».

5 - Proclamazione dell'Immacolata a Regina dell'OFM

Dalla morte del Beato (8 novembre 1308) al 1645, anno della proclamazione del titolo dell'Immacolata Concezione a Regina dell'Ordine dei Frati Minori, intercorrono più di 3 secoli, caratterizzati tutti da eventi molto disparati, a volte anche tristi e drammatici, circa la tesi a favore della pia sentenza "immacolista"
e del suo storico assertore Giovanni Duns Scoto.
L'evento più obbrobrioso e infamante è certamente la vergognosa campagna calunniosa circa la morte disperata del Beato, uscita ad arte dal cuore del domenicano e poi vescovo, Paolo Giovio da Como, che, negli Elogia virorum litteris illustrium (1546), sotto l'apparenza di un elogio, espresse la più cruda denigrazione su Giovanni Duns Scoto, spargendo anche la voce di una sua morte apparente e, quindi, di una sua morte disperata, male interpretando, forse un epigrafe di tutt'altro tenore.
Queste forme di denigrazione e di calunnie vennero fatte proprie dallo storico domenicano, Abramo Bzovio, che, ricevuto da Paolo V l'incarico di continuare la storia della Chiesa, iniziata da Cesare Baronio e condotta fino all'anno 1198, all'anno 1294, così descrive la morte di Duns Scoto: «Nell'anno 1294, vuoi o non vuoi, partì da questa vita Giovanni Duns Scoto, uditore a Parigi di Alessandro d'Hales, da tutti conosciuto per la sua sottigliezza, per la profondissima oscurità nel parlare e nello scrivere, tanto da essere soprannominato scotino (dal greco skoteinos= oscuro). E mettendo in dubbio ogni cosa, anche la sua morte è stata messa in dubbio.
Difatti, avendo avuto un colpo apoplettico e creduto morto, fu sepolto con molta fretta e deposto ancora vivo nel sepolcro. Quando cessò l'attacco della malattia e rinvenne, bussò invano al sepolcro elevando fortissime grida, e sbattendo la testa contro la pietra morì con la testa fracassata» (Annales ecclesiastici, Colonia 1616, vol.
XIII, col. 1029). Aggiungendo anche altri particolari raccapriccianti come il ritrovamento del cadevere con le mani rose nello scavare contro il marmo del mausoleo, cioè per avvallare la morte disperata a ogni costo di Duns Scoto.
Quasi con le stesse parole e con qualche diversificazione di particolari queste calunnie vengono fatte proprie anche dallo storico tedesco di Colonia, Giovanni Federico Metenesio, che le riporta nella sua Historia ecclesiastica (Colonia 1616). Una simile campagna calunniosa si diffuse per tutta l'Europa, gettando discredito sia sulla persona del Maestro Francescano e soprattutto sulla sua dottrina intorno all'Immacolata Concezione della Vergine.
Non entro in merito ai grossolani errori storici circa l'anno della morte e il Maestro Alessandro d'Hales! Certamente tali dicerie hanno fatto il giro del mondo gettando infamia e discredito sulla figura di Duns Scoto, sulla sua dottrina e sull'intero movimento francescano!
Di fronte a questa azione di denigrazione sistematica, tutto il mondo francescano reagì con forte indignazione, e, per la prima volta, fece quadrato per dimostare la stupidità e l'infondatezza di tali calunnie. Così per esempio, si hanno le reazioni del Wadding e del Ferchia e di tanti altri benemeriti dell'Ordine. Il primo, tra l'altro, insieme ad altri collaboratori, produsse nel 1639 la
monumentale prima edizione dell'Opera Omnia di Duns Scoto, con la
ricostruzione storica degna di nota della Vita Scoti (1622). Le prime risposte immediate vennero dal conventuale Matteo Ferchia che nel
1619 diede alle stampe tre distinte Apologie contro Giovio, Bzovio e Metenesio. La ricchezza dei documenti storici e letterari furono tali e tanti da confutare subito e riggettare tutte le accuse come infamanti e arbitrarie calunnie contro Duns Scoto, per colpirlo meno direttamente nella persona che nella sua dottrina sull'Immacolata Concezione, dal momento che i calunniatori erano acerrimi nemici del privilegio mariano.
Prima di giustificare l'intervento del 1645, preceduto da tanti altri eventi e interventi di proposito sottaciuti, è bene accennare almeno al perché, forse, siano state originate tali calunnie. Due fatti richiamano l'attenzione. L'uno appartiene agli inizi del 1400. Si tramandavano con una certa insistenza le notizie circa i facili rapimenti estatici di Duns Scoto, durante la sua vita terrena. Una volta, si ebbe l'impressione che fosse morto, e venne in fretta sepolto. Questo racconto è stato anche tradutto classicamente in una
epigrafe:
Tempora post Christi propria dulcedine lethum Venit atrox raptim carcere composito.
L'epigrafe vuole mettere in risalto che la morte (lethum atrox) lo colse sì repentinamente (raptim) ma nella dolcezza (propria
dulcedine) che proviene da Cristo (tempora post Christi). E la cui traduzione potrebbe essere:
Con la dolcezza, che è propria dopo i tempi di Cristo, Giunse inesorabile la morte ricomposto la salma.
L'interpretazione volutamente cattiva dell'epigrafe è stata certamente l'occasione per Paolo Giovio di aprire la sua campagna calunniosa direttamente contro Duns Scoto e indirettamente contro l'Immacolata. La storia, però, ha fatto giustizia, proprio attraverso l'applicazione di un principio molto caro a Duns Scoto "la verità cresce sempre con l'evoluzione storica".
Il frutto pratico della risposta dei Francescani lo si può sintetizzare in alcuni provvedimenti presi in alcuni gesti forti come la terza ricognizione del sepolcro del Beato e le decisioni di alcuni Capitoli Generali. Nel 1621, a Segovia, si prescrive di cantare ogni sera il Tota pulchra. Decisione ribadita a Toledo nel 1633, con l'invito a studiare sempre meglio la questione dell'Immacolata Concezione. E sempre a Toledo nel 1645, finalmente si maturò e si concretizzò l'idea della proclamazione a Regina dell'Ordine dell'Immacolata Concezione. Immagine realizzata artisticamente dal pittore Carlo Maratta, su indicazioni di Luca Wadding: l'Immacolata deve tenere in braccio il Bambino che, con la croce nella manina, schiaccia la testa del serpente, giacente sotto i piedi della Madre.
E' l'Immacolata dei Francescani, Regina dell'Ordine.
Nell'arco di 700 anni dalla morte di Giovanni Duns Scoto, si contano ben nove ricognizioni e traslazioni a testimonianza del culto tributategli. Quella del 1619, la terza, provocata dalla campagna denigratoria, viene descritta dallo stesso storico e teologo Matteo Ferchia, testimone oculare. Questa ricognizione venne diligentemente preparata ed eseguita in tre giorni, dal 13 al 15 gennaio. Lo stato delle ossa era ancora buono e dalle misure di una tibia e d'un femore si è potuto stabilire che il Dottor Sottile dovesse avere una statura di circa m. 1,70. L'importanza dell'avvenimento venne immortalato dal vivo dall'insigne pittore Hock, con un quadro bellissimo di felice effetto. La pietra tombale del primo ricordo scritto è stata rimossa nel 1509-1513, quando venne eseguita la seconda ricognizione e venne costruito anche un nuovo mausoleo. Ecco
l'epitaffio:
Clauditur hic rivus, fons Ecclesiae, via, visus; Doctor Justitiae, studii flos, Arca Sophiae.
Ingenio scandens, Scripturae abdita pandens, In teneris annis fuit, ergo memento JOANNIS.
Huc, Deus, ornatum fac coelitus esse beatum.
Pro Patre translato modulemur pectore grato; Dux fuit hic Cleri, claustri lux, et tuba veri.

E' chiuso questo ruscello, considerato fonte viva della Chiesa; Maestro di Giustizia, fiore degli studi e Arca della Sapienza.
D'ingegno sottile, della Scrittura i misteri svela, In giovane età fu (rapito al cielo), ricordati, dunque, di GIOVANNI.
Lui, o Dio, ornato (di virtù) fa che sia beato in cielo.
Per un (così gran) Padre involato inneggiamo con cuore grato (al Signore).
Fu del clero guida, del chiostro luce e della verità (apostolo) intrepido.

E nella suaVita Beati Ioannis Duns Scoti, il Ferchia descrive il mausoleo così. Al centro della lastra di bronzo è scolpita, in bassorilievo, l'immagine di Scoto, con un libro tra le mani e ai piedi due leoni, come a guardia. Ai lati, a destra e a sinistra, sono scolpite le immagini di alcuni dei più illustri Maestri dell'Ordine: sul fianco destro Guglielmo Occam, Ugo da Castronovo, Francesco de Mayronis, Riccardo di Mediavilla, e Alessandro d'Hales; sul fianco sinistro Nicola di Lyra, Pietro Aureolo, Ruggero Bacone, Alessandro d'Alessandria e Guglielmo de Ware. Nella fascia superiore, alla testa di Scoto sono raffigurati i tre pontefici francescani: Alessandro V, Nicolò IV e Sisto IV con i loro stemmi. Agli spigoli della medesima fascia, due cardinali: Bonaventura da Bagnorea e Bertrando de Turre con i loro stemmi. Bellissima è la lamina che copre il pavimento, egregiamente eseguita da un artefice insigne; su di essa è inciso l'epigrafe:

Ante oculos saxum Doctorum deprimit ingens, cuius ad interim sacra Minerva gemit.
Siste gradum, lector, fulvo dabis oscula saxo.
Corpus Ioannis haec tenet urna Scoti.
Anno milleno ter C cumque adderet octo.

Davanti al tuo sguardo, la pietra tombale ti rivela il grande Dottore, della cui morte la dea Minerva piange.
Fermati davanti al gradino, o lettore, e bacia la fulva pietra.
Il corpo di Giovanni Scoto questa tomba racchiude.
Anno 1308.
La descrizione del Ferchia continua precisando che sulle due bande laterali, pendenti a destra e a sinistra, erano incisi due brevi carmi, mentre tra il monumento e l'ultimo gradino dell'altare venne collocata una pietra quadrata, per indicare il luogo preciso dove era stata reinterrata l'urna con le parole: "Hic aperitur
Sepulchrum Doctoris Subtilis dicti Ioannis Duns" (Qui si apre il sepolcro di Giovanni Duns, detto il Dottor Sottile). Peccato che questo artistico mausoleo così ricco di fregi e gelosamente custodito dai frati, non è più esistente, essendo stato trafugato dai soldati francesi durante l'invasione napoleonica.
Dopo la tempesta, i cui effetti sono stati assorbiti soltanto dopo più di due secoli, si possono gustare anche alcuni scherzose creazioni d'occasione. Per esempio:

Pingere vis Scotum?
Sophiam dipinge:
Sophiam pingere vis?
Scotum pinge,
Sophia Scotus.

Vuoi dipingere Duns Scoto?
Dipingi la Sapienza (Minerva)!
Vuoi dipingere la Sapienza?
Dipingi Duns Scoto!
Duns Scoto è la Sapienza.

Sic Scoti sophia est sophiae sic Scotus imago, Effigies sophiae a Scoto animata fuit.
Quod sophia est sine Scoto? mortua imago sophiae; A Scoto vitam mortua imago tenet.

Di Duns Scoto è così la sapienza, (che) egli è l'immagine della sapienza.
L'immagine della sapienza è da Duns Scoto animata.
Cos'è la sapienza senza Duns Scoto? Un'immagine morta della sapienza.
Da Duns Scoto la vita riceve la morta immagine.

Tollere si Thoma est tollere Romam,
Tollere sic Scotum est tollere totum.

Se togliere Tommaso d'Aquino è togliere Roma, Togliere invece Duns Scoto è togliere il mondo intero!

Con un volo pindarico, colgo l'occasione anche per accennare alla definitiva sistemazione dell'urna nell'attuale sarcofago, che risale al 30 settembre 1958, quando furono terminati i lavori del nuovo monumento sepolcrale, donato dalla città di Colonia, come attestato di venerazione a un sì grande figlio di Francesco, invitto assertore dell'Immacolata Concepimento di Maria, e immortalato anche sulla Torre Municipale della stessa Colonia. Da me visitato nell'aprile del 2003.
L'elegante sarcofago, progettato e realizzato con rara finezza dallo scultore Josef Hontgesberg di Colonia, è costruito con pietra calcare di conchiglia di colore grigio, misura m. 2,70 di lunghezza, 1,10 di larghezza e 0,95 di altezza. Il monumento, poggiante su quattro piedi alti 20 cm. dal pavimento, presenta un decorativo di pietra intarsiata. E' un complesso severo e imponente nella sua semplicità.
Sulla lastra superiore è scolpita in bassorilievo l'immagine di Duns Scoto, vestito del saio francescano e col capo ricoperto dal "berretto dottorale" medievale. Nella mano sinistra tiene un libro aperto con inciso le celebre motto Potuit Decuit Fecit, mentre il suggestivo gesto della mano destra sembra richiamare la difesa della tesi teologica.
Plastici segni simbolici, che intendono adombrare le tesi caratteristiche del pensiero del Dottor Sottile e Mariano, ornano la parte anteriore del monumento. Difatti, una corona regale e una corona intrecciata di spine evocano il primato universale di Cristo come Glorificatore della SS. Trinità e Redentore del genere umano.
Nel centro è inciso lo stemma dell'Ordine Serafico e la tiara papale, a simboleggiare la suprema autorità del Papa, di cui Giovanni Duns Scoto è stato un convinto e strenuo assertore, nel noto conflitto tra Filippo il Bello e Bonifacio VIII.
Ciascuna delle due parti frontali reca una dicitura: nell'una è inciso: JOANNES DUNS SCOTUS 1265-1308; nell'altra è riprodotta l'iscrizione: Scotia me genuit - Anglia me docuit - Gallia me recepit - Colonia me tenet.
Infine nella parte posteriore viene adombrato il privilegio mariano con i simboli della Vergine Immacolata: la lettera M (ossia Maria) è incoronata con diadema e adorna di rose e di gigli, con evidente richiamo alla simbologia usata nella Scrittura.

Conclusione


In occasione di questo 150° anniversario della proclamazione del dogma dell'Immacolata Concezione, lancio dal piccolo "Centro" di periferia un semplice ma accorato invito: i Francescani ritrovino la propria identità attorno al pensiero del Beato Giovanni Duns Scoto, che, come ha saputo traghettare per tanti secoli l'ideale francescano anche attraverso le tempeste più pericolose, ha ancora la forza e la spinta giusta per guidarlo nel mare non tranquillo del III millennio:
basta credere al suo Cristocentrismo. Prima del Vaticano II è stata l'insegna dell'Immacolata a vivificare e alimentare la fiamma dell'ideale serafico. Ora il testimone la Vergine, come nel passato l'aveva ricevuto dal Cristo, oggi l'ha giustamente passato a Cristo totale e globale, secondo lo scotiano principio del Cristocentrismo:
il Cristo fonda l'Immacolata e l'Immacolata riporta a Cristo.
Questa lettura scotiana si ritrova chiaramente nei documenti conciliari. Peccato che dopo il Concilio si sia smarrito questa "lettura" interiore ed essenziale tutto a vantaggio dell'esteriorità.
Che devo pensare? Si è perduto il gusto della "lettura"! La tentazione del moderno: attivismo senza o distaccato dall'interiorità. Per il Maestro Francescano non c'è posto per queste letture parziali o dicotomiche, perché lui è l'Autore della realtà e della teologia come praxis, cioè come amore nell'unità pur nella diversità. Come ieri il polo di polarizzazione è stata la gloria e la bellezza dell'Immacolata, vero corollario del Cristocentrismo, così oggi è l'ora del Cristo completo e maturo, vera perla del cristianesimo, ad animare dell'ideale francescano.
Sarebbe oltremodo auspicabile e meraviglioso che l'Ordine sapesse dare un forte segno d'impegno nell'incrementare la ricerca e lo studio intorno al Cantore dell'Immacolata, il Beato Giovanni Duns Scoto, il cui pensiero Cristocentrico, non solo in teologia ma in tutta la vita spirituale, ha molto ma molto da dire oggi, e specialmente oggi, contrassegnato come l'ora della nuova evangelizzazione, come accenno nel volume La nuova evangelizzazione e Giovanni Duns Scoto.


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