LA CONTEMPLAZIONE CLARIANA
SECONDO LA MISTICA DI DUNS SCOTO
Giovanni Lauriola ofm
Un centenario è sempre una grazia
del Signore e un fervore umano di iniziative per scoprire
e rendere più vicino il carisma e il messaggio
propri della personalità festeggiata. Ognuno
di noi, certamente, ha alle spalle un’esperienza
diretta di qualche centenario riguardante la propria
istituzione o il proprio fondatore o fondatrice ecc.
E questo basta per comprendere tutta l’importanza
di una ricorrenza centenaria.
Come ogni fatto umano, anche un centenario nasconde
l’insidia della sua labilità o superficialità,
se dovesse limitarsi a qualche semplice manifestazione
esteriore o di parata, o, tanto peggio, a motivo di
vanto o di gloria. La gloria, infatti, è solo
quella che si può avere dal Signore come personale
e responsabile, risultato della risposta alla sua
chiamata e non per quella degli altri.
Sull’esempio di Paolo, che trovava motivo di
vanto non nelle proprie capacità o doti personali,
ma solo nel Signore, così anche Francesco d’Assisi
scrive che non bisogna gloriarsi della santità
degli altri, ma impegnarsi personalmente a essere
santi. Anche l'VIII Centenario clariano non può
avere altro scopo se non quello di rendere sempre
più viva davanti alla Chiesa e al mondo la
personalità di Chiara d'Assisi, attraverso
le caratteristiche principali della sua forma vitae,
specialmente quelle della povertà per amore
di Cristo e del silenzio per amare Cristo.
Con questi presupposti, si cercherà di trarre
dalla ricorrenza più che otto volte centenaria
della morte di Chiara (1253-2003), indicazioni utili
per la nostra vita spirituale. Chiara è certamente
una delle più autentiche e originali personalità
del francescanesimo e della Chiesa del XIII secolo.
Il ricordo che intendo risvegliare in questa relazione
o incontro fraterno non vuol essere in nessun modo
un invito alla ripetizione della sua vita, che sarebbe
semplicemente un contro senso, in quanto impraticabile
e non responsabilmente proponibile, perché
noi e il mondo siamo cambiati profondamente. Per il
rispetto alla propria personalità, la “ripetitività”
di un esempio non è mai possibile; al massimo
si può tentare di cogliere il carisma della
personalità esemplativa e cercare di reinterpretarlo
oggi, nelle nostre attuali e reali situazioni, diverse
da paese a paese.
E questo perché la “storia” è
il terreno naturale sul quale ogni persona, ogni istituzione,
la stessa Chiesa, lo stesso Stato ecc. sono collocati.
Ad esempio, la Chiesa esiste da due mila anni, ma
il modello di Chiesa è cambiato lungo l’arco
della storia... e tuttora è in continua trasformazione.
La stessa cultura esiste da sempre con l’uomo,
ma i modelli culturali sono cambiati, dove sono cambiati,
durante il processo evolutivo delle vicende umane,
a seconda dei sistemi socio-politici di supporto...
Anche per Chiara d’Assisi diventa indispensabile
conoscere le condizioni generali entro cui si è
sviluppata una così singolare personalità,
per poter cogliere gli elementi fondamentali della
sua esperienza, per una reinterpretazione e riproposizione
del suo modello nell’attuale condizione storica
in rapida evoluzione. Pertanto, divido la relazione
in tre parti: ambiente storico del XIII secolo, caratteristiche
peculiari della personalità di Chiara e tentativo
di riproposizione del suo carisma oggi, a noi dell’inizio
del terzo millennio.
I- AMBIENTE STORICO-SPIRITUALE AL TEMPO DI CHIARA
D’ASSISI
Il periodo storico esistenziale di Chiara
d’Assisi è un periodo di grande fervore
umano e religioso: molti tentativi di attualizzazione
di forme di vita religiosa radicale, con ispirazione
a diverse fonti dottrinali di spiritualità,
come ad Agostino d’Ippona, a Gregorio Magno,
ad Anselmo d’Aosta, a Bernardo da Quintavalle,
alla scuola cistercense, alla scuola dei Vittorini...,
e alle varie forme di evangelismo e di povertà
diffuse in tutta l’Europa.
La spiritualità di Gregorio potrebbe chiamarsi
una “mistica della visione”, che si esprime
più nell’ordine della conoscenza che
in quello dell’unione, con caratteristiche fondamentali:
fede pura e generosa, preghiera semplice e sincera,
silenzio esistenziale totale che conducono alle sublimi
verità nascoste della fede, unico oggetto della
vita spirituale e mistica. L’ideale della sequela
di Cristo e della sua imitazione veniva realizzato
con la fuga dal mondo e con l’ascesi, che consisteva
specialmente in forme di penitenze corporali: digiuno,
disciplina, dormire sul duro, desiderio del martirio
ecc.
La vita di preghiera si arricchisce maggiormente con
l’uso della sacra Scrittura, che diventa la
fonte privilegiata della preghiera pubblica e privata.
La preghiera vocale, attraverso la comprensione delle
Parole pronunciate e l’assenso di fede alla
stessa Parola, si trasforma in orazione mentale. L’orazione
si mantiene legata alla vita liturgica e alla conoscenza
della Bibbia.
Nel XII secolo con Anselmo d’Aosta si diffonde
un nuovo slancio monastico con il chiostro, che diventa
“simbolo” e salvaguardia della vita comune
e della separazione dal mondo, e “ideale”
per la vita consacrata alla preghiera e alla penitenza.
In questo tempo, particolare rilievo assume il monachesimo
femminile.
Per quanto riguarda la donna si affermava -almeno
in linea di principio- che la libertà della
scelta di vita era condizione indispensabile per un’autentica
vocazione. I modelli principali proposti erano le
vergini martiri dei primi secoli -Agnese Agata Tecla
e soprattutto la Vergine Maria-. Il grado di umiltà
delle monache doveva essere tanto più profondo
quanto più alto era il grado sociale dello
stato di provenienza. Veniva loro ricordato anche
che la verginità del cuore era più importante
di quella fisica. L’ideale ascetico aveva come
méta l’unione con Cristo, lo Sposo celeste,
e la sua nascita nell’anima. Modello di questa
maternità spirituale era sempre la Vergine
Maria. La preghiera personale e comunitaria era ritmata
sul Salterio, che costituiva anche il testo principale
di meditazione, con l’intento di trovare in
esso tutta la gamma di sentimenti per accordare la
propria anima ed entrare in comunione con Dio.
In questo stesso periodo si sviluppa, in sintonia
con la teologia simbolica, anche la teologia della
“professione” come impegno irrevocabile.
Nasce e si diffonde così la convinzione che
la conversio monastica fosse un secondo battesimo,
battesimo di penitenza, che rimette le colpe a causa
dello stato di mortificazione che si abbracciava.
La vita monastica diventa un ideale molto alto che
si concretizza nell’imitazione di Cristo e nella
sequela di Cristo. Nascono nuove forme di devozione
intorno alla personalità di Cristo, specie
quelle in ordine al mistero del Natale: l’Incarnazione
viene considerata il segno dell’immenso amore
di Dio.
Eccezionale in questo periodo è l’influsso
esercitato dal pensiero di Bernardo che, sull’esempio
della Scrittura, dove attinge il mistero della vita
divina rivelata unicamente in Cristo Gesù,
elabora una vera dottrina sulla carità monastica.
Tutto è ordinato e subordinato alla carità,
anche l’obbligo della Regola e la stessa obbedienza.
Nota importante di questa spiritualità bernardiana
è il riconoscimento al “sentimento”
di un posto qualificato nell’ascesi, sempre
finalizzata all’imitazione di Cristo Gesù,
Crocifisso e Glorificato: la croce si trasforma in
gioia; la vita claustrale, in anticamera del Paradiso...
La nota dominante e geniale lasciata da Bernardo nella
vita spirituale e mistica del suo tempo è certamente
l’amore. L’amore in tutte le sue componenti
esprime il massimo grado di conoscenza che permette
l’osculum con Dio, la comunione e l’unione
dell’anima con lo Sposo celeste.
Attraverso l’elaborazione teologica di Guglielmo
di Saint-Thierry, l’amore assurge alla dignità
dell’amore di Dio stesso. L’uomo, creato
dall’amore divino, tende naturalmente a Dio.
L’immagine di Dio impressa nell’uomo si
esplica nella somiglianza a Dio e nell’assimilazione
a Dio. Nasce e si diffonde la teoria che l’”amore
è lo stesso intelletto”. L’identità
di amore e conoscenza non è altro che lo Spirito
di Dio comunicato all’uomo nell’imago
Dei.
Il tema dell’amore acquista nel movimento femminile
una grandissima importanza, specialmente letto alla
luce del Cantico dei Cantici, secondo la Scuola di
S. Vittore, specialmente di Ugo e di Riccardo. Anche
le concezioni teologiche spiccatamente cristocentriche
contribuiscono alla diffusione di una verità
raggiungibile non tanto per via di conoscenza speculativa,
quanto attraverso la “meditazione” e la
“preghiera contemplativa”. Il tema della
teologia dell’amore sviluppa il tema delle “nozze
spirituali”, con Cristo o la Vergine.
Il tempo che prepara la venuta di Francesco e di Chiara
è certamente un tempo ricco di spiritualità
e di esperienza mistica, secondo la teologia simbolica
delle nozze spirituali. Un elemento nuovo viene introdotto
dall’esperienza francescana e consiste nella
dimensione del soffrire per amore, che viene desunta
dalla vita del divino Maestro, secondo l'interpretazione
scotiana della Redenzione come dono esclusivo e libero
di Cristo: per amore vuole soffrire fino alla morte
e alla morte di croce per il bene spirituale dell'umanità.
Se a questo breve cenno di storia della spiritualità
medievale, si aggiunge lo specifico contributo apportato
dal movimento “pauperistico” e l’attivismo
della donna nel mondo della religiosità popolare,
il quadro che prepara l’ingresso di Chiara nel
modo francescano diventa più completo e dettagliato.
Dopo il secolo XI, si assiste a un profondo cambiamento
di prospettiva della vita religiosa: dall’ordo
monasticus si passa alla vita apostolica. I protagonisti
principali di questa effervescenza spirituale sono
essenzialmente i laici, che avevano richiamato l’attenzione
concreta e pratica sulla tematica della povertà,
come ideale ascetico e condizione di vita cristiana
e religiosa.
Il rischio di questo esuberante movimento spirituale
e pauperistico si rivelò chiaro quando il laici
si arrogarono il diritto di insegnare la verità
rivelata non solo al popolo, ma anche alla stessa
Chiesa. Ci fu un abuso della libertà evangelica.
Solo con Innocenzo III si arriverà a fissare
uno statuto organico di discernimento del vero spirito
pauperistico: obbedienza alla Chiesa Gerarchica e
fedeltà alla dottrina ortodossa dell Chiesa.
Su questo bivio si differenziano le posizioni di un
Valdo e di un Francesco. Ne è prova l’approvazione
orale della primitiva Regola di Francesco da parte
di Innocenzo III nel 1211. Con tale gesto, Francesco
si impegnava pubblicamente a rispettare e ad amare
la Chiesa Gerarchica e la professare fedeltà
incondizionata al patrimonio dottrinale della Chiesa.
Con l’affermarsi dell’esperienza dell’ideale
di Francesco, anche la “povertà”
acquista la sua evangelica coloritura: un mezzo di
perfezione della vita apostolica. La povertà
diventa una delle espressioni più forti della
fede e dell’amore al Cristo nudo della croce.
Gli episodi salienti della conversione-vita di Francesco
hanno fatto parlare tutta Assisi. Anche la giovane
Chiara ne è rimasta invaghita. E nasce così
il meraviglioso e delicato connubio Francesco-Chiara.
Due personalità un unico ideale. Con l’affermarsi
dell’esperienza francescana acquista dimensione
spirituale anche il tema della sofferenza per amore
e per amare, quello della povertà-di e della
povertà-per.
II- CARISMA PECULIARE DI CHIARA D’ASSISI
Dal giorno in cui la giovane e bella
fanciulla d’Assisi, Chiara, di nobile casato,
si innamora dell’ideale impersonato da Francesco
d’Assisi, nasce il carisma clariano nella storia
della Chiesa, insieme a quello francescano della “povertà
per amore” e del "silenzio per amare",
ossia povertà-silenzio-di e povertà-silenzio-per.
Non è facile stabilire con precisione il momento
dell’incontro tra Francesco e Chiara, né
chi abbia presa l’iniziativa. L’interessante
è che, a un certo momento della loro storia
esistenziale, Francesco e Chiara decidono insieme
di “convertirsi”, cioè di fare
penitenza, di fuggire il mondo, di consacrarsi al
Signore mediante la Chiesa.
Questa decisione provoca delle reazioni a catena:
episodio delle palme nel 1211 e fuga dal palazzo,
momentanea e notturna sosta in S. Maria degli Angeli
(o Porziuncola) con il taglio dei bei capelli biondi,
rifugio d’occasione nel monastero delle monache
benedettine di S. Paolo, tentativo dei parenti di
strapparla dal chiostro, ossia di farla recedere da
una simile viltà.
Che cosa è questa “viltà”,
di cui parlano i biografi?
Nella “bolla di Canonizzazione” (15 agosto
1255, papa Alessandro IV) si legge: “Chiara
per amore di Cristo convertì tutti i suoi beni
in elemosina e li distribuì a sostegno dei
poveri”. La “viltà” di Chiara
consiste in questo gesto di vendere l’eredità
per dare il ricavato ai poveri. Gesto simile a quello
di Francesco. E secondo la visione spirituale dell’epoca,
la povertà-di costituiva la condizione di vita
indispensabile per realizzare l’ideale religioso.
Chiara si rese subito conto che era difficile vivere
il suo ideale di povertà-di personale in una
struttura complessivamente ricca, così come
era il monastero che l’ospitava. Non le bastava
aver umiliato se stessa, aver assunto una condizione
vile, aver scelto di fare la serva... Voleva che tutta
la sua vita, la casa, la chiesa... fossero povere.
L’arrivo della sorella Caterina, che prese nome
di Agnese, fa decidere a Francesco e a Chiara di lasciare
il monastero benedettino per stabilizzarsi a S. Damiano.
Nasce la prima comunità francescana femminile.
Ben presto il gesto di Chiara fece il giro del mondo
assisiate e limitrofo. Prima le amiche più
intime, poi le serve del suo palazzo e alcune parenti
vicine e lontane, infine la stessa madre di Chiara,
Ortolana, e l’altra sorella Beatrice.
A questo eroico gruppetto sempre in crescita, Francesco
diede il nome di povere dame, a significare che specialmente
nella povertà-di e nella povertà-per
devono sentirsi “signore”, “spose
di Cristo”, “ricche di tutto per aver
rinunciato a tutto”, e come dominae (in senso
romano) devono amarsi e rispettarsi come vere sorelle.
Per questo gruppo di povere dame, Francesco scrisse
una “forma di vita”, invitandole a perseverare
nella “santa povertà”, perché
santificata da Cristo e da Maria Vergine.
L’inizio dell’esperienza dell’ideale
clariano dovette essere veramente eroico, se si pensa
alla difficoltà giuridica in cui si veniva
a trovare la nuova realtà di S. Damiano. Al
concetto di monastero si accompagnava la “stabilità
del luogo”, il “patrimonio fondiario”,
i “possedimenti” ecc.
A risolvere i delicati e intricati problemi interviene
direttamente la grande personalità di papa
Innocenzo III, che, con perizia giuridica, sensibilità
spirituale e conoscenza dello spirito dei tempi, riesce
ad applicare i rigidi decreti del concilio Laterano
IV (1215) anche al caso di Chiara. Viene invitata
Chiara ad accettare il titolo di “badessa”
per il bene della fraternità. Di rimando Chiara
chiede ed ottiene il privilegium paupertatis, cioè
il privilegio di vivere senza possedimenti e rendite:
privilegio di vivere senza privilegi e senza garanzie.
Anche se giuridicamente la Regola di Chiara sarà
approvata solo il 9 agosto 1253, due giorni prima
dalla sua morte (11 agosto 1253), il nucleo fondamentale
resta quella della primitiva forma vitae consegnatele
da Francesco stesso prima oralmente nel 1211, e poi
scritta nel 1218.
L'originalità della Regola di Chiara si manifesta
principalmente in tre punti: democratizzazione, ordine
domestico e funzione di guida delle sorelle. La democratizzazione
del potere interno alla comunità consiste nella
creazione dell'ufficio di "vicaria" e nella
istituzione delle "discrete". Almeno in
quattro momenti della vita religiosa -ammissione delle
novizie, elezione dell'abadessa o sua deposizione,
elezione delle responsabili di uffici e delle discrete
come per il loro cambiamento- le decisioni devono
essere collegiali e di comune accordo.
L'ordine giornaliero consiste nell'organizzare la
vita interna della comunità. La novità
non sta certamente nel presentare l'ordine giornaliero
della comunità, ma nel modo elastico di gestirlo
e di vivificarlo. A differenza dei regolamenti giuridici
esistenti nella Regola di Ugolino, in vigore fino
al 1247 a S. Damiano, quelle di Chiara sono molto
meno rigidi. Moderazione che trova concreta applicazione
nel regolare il silenzio, il digiuno, la vita di relazione,
la vita sacramentaria (ad es., la confessione almeno
12 volte all'anno, la comunione almeno 7 all'anno;
rarità che sorprende, ma collocata nel tempo
in cui difficilmente questi sacramenti si ricevevano
una volta all'anno, acquistano tutta la loro importanza).
La funzione di guida costituisce veramente un apporto
importantissimo di Chiara, specialmente nella concezione
della comunità e delle sue strutture. Pur accettando
il titolo e la funzione di "abadessa", per
assicurare la costituzione giuridica, Chiara lo esercita
veramente secondo lo spirito evangelico: non son venuto
per essere servito, ma per servire. Chiara incarna
quello che oggi si chiama autorità-di-servizio
e non quella di dominio. Il termine stesso di "abadessa"
viene usato solo nella Regola, mai negli altri scritti.
Contro l'uso del tempo di eleggere abadessa anche
le non professe, Chiara stabilisce, invece, che deve
essere soltanto una professa!
Alla base della forma vitae certamente è da
collocare l’esperienza dell’umiltà
e della povertà di Cristo, ossia il messaggio
evangelico del “perdere la propria vita”
(Mt, 10, 39): un abbandonare se stesso per il “dono”
della grazia di Cristo. E tutto questo non in modo
solo personale, ma anche comunitario. C’è
in nuce tutta una custodia del vivere claustrale:
povertà umiltà silenzio solitudine ritiro...
per amore del Signore e per meglio e totalmente amare
il Signore.
Da questo nucleo clariano della vita religiosa, appena
abbozzato, piace enucleare due temi d'interesse più
spirituale, quello del silenzio e quello della povertà,
come espressione dell'unico medesimo argomento visto
da due angolature differenti, ma illuminato dallo
stesso amore per Cristo.
III- IL SILENZIO CRISTOLOGICO
Senza entrare in merito alle delicatissime
analisi del mistero di Dio, Uno e Trino, che si rivela
nella Parola uscita dall’eterno silenzio, il
Verbo incarnato, piace meditare su alcune conseguenze
di questa meravigliosa intuizione storica e teologica
insieme che va sotto il nome di "silenzio cristologico"
o "silenzio per amare Cristo", fondamento
e apice della spiritualità di Chiara d'Assisi.
A queste esperienze clariane, fanno da supporto le
posteriori intuizioni di approfondimento e di chiarificazione
operate da Giovanni Duns Scoto sul Cristo.
Nella visione francescana della vita, Cristo è
la prima conoscenza della fede rivelata, è
il cuore della rivelazione di Dio, è il massimo
dell’epifania di Dio. In quanto vera immagine
del Padre invisibile, il Cristo "crocifisso"
rivela il Padre per chi crede e lo nasconde per chi
non crede. Il credente raggiunge il Rivelato, e grazie
a lui e attraverso di lui s'incammina verso il silenzio
del Padre.
La persona di Cristo spicca nella sua posizione singolare
e unica tra Dio e l’uomo, come principio di
tutte le cose, come fonte e giustificazione di ogni
esistenza, come causa efficiente e finale di tutta
la creazione, e come sovrano assoluto dell’intero
regno dell’essere. Con potenza speculativa ardita
e inaudita a un tempo, Duns Scoto osa umilmente penetrare
con la sua potente speculazione amorosa direttamente
nel cuore dell’agire divino e, sempre con umiltà
del saggio, ascolta il silenzio di Dio e lo echeggia
nell’ordine logico e ontologico, così:.
Dio in primo luogo ama se stesso. (E` il silenzio
di Dio, Uno e Trino!).
Dio in secondo luogo ama se stesso negli altri ( E`
il silenzio di Dio che intende rivelarsi fuori di
sé!).
Dio in terzo luogo vuole essere amato da un altro
che può amarlo in modo sommo. (E` il silenzio
di Dio che si rivela nella Parola del Cristo!).
Dio in quarto luogo prevede e vuole l’unione
ipostatica di Cristo, indipendentemente dal peccato.
(E` il silenzio di Dio che si attualizza nella Parola
espressa del Cristo!).
Da questi balbettii speculativi e mistici sul silenzio
di Dio in Cristo, piace offrire qualche riflessione
sul valore e significato del silenzio esistenziale
"parlato" da Chiara d'Assisi, come condizione
indispensabile per sintonizzarsi sulla Parola di Cristo,
e in lui ascoltare il silenzio di Dio.
1- Che
cosa è il silenzio?
Si può descrivere il silenzio
antropologico come il comportamento indispensabile
per ascoltare la Parola di Cristo. Il silenzio non
riguarda un aspetto particolare dell’atteggiamento
umano, ma impegna tutta intera la persona, nella sua
complessa e indecifrabile personalità. Come
ognuno è la sua personalità, così
ognuno ha il suo silenzio. Il silenzio è personale.
Fare silenzio non è mai qualcosa di comune,
ma sempre di personalizzato: il “mio”
silenzio è diverso dal “tuo”, dal
“suo”... perché diverse sono le
personalità che lo vivono.
Questo tentativo di comunicare, per es., il “mio”
silenzio, fatto parola, nasconde sempre qualcosa di
rischioso; il rischio che la parola resti incompresa
o rifiutata, dal momento che tra chi parla e chi ascolta
non c'è conoscenza abbastanza per comprendersi.
Così, attraverso l'esperienza mistica clariana,
tenterò di lanciare il ”mio” silenzio
dentro il “tuo” spazio interiore, cioè
far trapassare la parola-silenzio dal mio raccoglimento
al raccoglimento di chi ascolta o legge, secondo la
dialettica della comunicazione.
In questo scambio di comprensione e di interiorizzazione,
la “parola” diventa l’occasione
di un “fecondarsi parlando”: il seme della
parola cade nella profondità interiore e vi
germoglia, e ritorna fecondato per fecondarmi ancora.
E’ la mistica gestazione bilaterale dell’amore
del silenzio. E’ la fecondità del silenzio
amoroso e amorevole, che costituisce il sentimento
fondamentale dell'esperienza di Chiara.
Da questo intreccio amore-silenzio-amore si possono
ricavare alcuni concetti basilari o chiave della vita
spirituale e mistica:
- senza amore non c’è
silenzio,
- senza amore non c’è parola,
- senza amore non c’è comunicazione,
- dove non c’è amore, c’è
sterile mutismo.
Il senso di queste caratteristiche
del silenzio cristico vuole si accetti la manchevolezza
e la povertà della parola che viene comunicata,
perché non può essere comunicata interamente.
Quel che conta in questo scambio di parola-silenzio
è la rettitudine, la sincerità, la semplicità
nel donare, e l’impegno sincero puro e generoso
a voler ascoltare, come l'amante l'amato.
Il rischio della comunicazione, perciò, può
essere alleviato unicamente con e nell’amore.
L’amore è silenzio. L’amore è
silenzio del tempo e dello spazio. L’amore è
silenzio della mente e della volontà. L’amore
comunica con il silenzio. Il silenzio è la
parola dell’amore. L'esperienza è maestra
dell'amore. L'amore non è insegnabile. l'amore
è personale. L'amore s'impara amando.
L’amore, però, non è solo silenzio.
L’amore è anche parola. Caratteristica
essenziale dell’amore è la diffusività:
Dio ama se stesso e vuole essere amato da altri coamanti,
dice Duns Scoto. L'esperienza del silenzio cristologico
di Chiara poggia proprio su questa caratteristica
ontologica dell’amore. Nasce così la
speranza che essa possa divenire seme di parola-silenzio
per la vita degli altri.
2- Divisione
del silenzio
Secondo l’antropologia ottimistica
francescana, il silenzio può considerarsi su
due piani principali e distinti, quello esterno e
quello interno. Il silenzio esterno è necessario
per giungere al dominio e alla quiete della persona
umana nei suoi movimenti esterni; il silenzio interno,
invece, è necessario per acquistare il pieno
possesso delle facoltà interiori, ossia il
proprio autodominio. Pur non essendo legati da rapporti
causali, i due tipi di silenzio si completano per
favorire l’apertura della relazione con Dio
in Cristo.
Il silenzio esterno è necessario come il raccoglimento
e la solitudine, ma non sempre tuttavia è sufficiente
per il pieno sviluppo della maturità spirituale.
Lo si può suddividere in "silenzio della
parola" e in "silenzio esterno nel lavoro".
L'uno significa, ovviamente, parlare poco con le creature
e delle creature e tentare di parlare-ascoltare di
più con Cristo e di Cristo. La parola, infatti,
esteriorizza pensieri e sentimenti, svuotando l’anima
di ciò che possiede di più intimo e
di più personale. Le molte parole, specialmente
quelle vuote e senza senso, la rendono superficiale
e indeboliscono le sue capacità interiori di
perfezionamento. In proposito, è conveniente
sorvegliare il tono della voce e servirsi con discrezione
della parola. Bisogna tentare di essere molto delicati
e molto discreti. Si può consigliare: parlare
poco e fare molto silenzio.
Il “silenzio nel lavoro” implica, invece,
l’esercizio di attività non molto rumorose
e rifiuta ogni forma di attivismo esagerato, perché
turbano la pace dell’anima, nel senso che l’anima
perde la sensibilità nel contatto con Cristo,
rendendosi incapace di ascoltare la sua voce, sia
quella diretta che quella indiretta.
Una precisazione. Non bisogna confondere il silenzio
esterno con il “mutismo”, che è
una falsa forma di silenzio, perché può
essere un silenzio di risentimento, un silenzio di
rancore, un silenzio di odio, un silenzio di durezza
di cuore, un silenzio di egoismo... Tutte queste forme
di falso silenzio sono, invece, altrettante manifestazioni
di mancanza di carità, e possono portare a
una forma pericolosa di isolamento, non solo esteriore
ma soprattutto spirituale.
Il silenzio interiore, che fondamentalmente significa
non desiderare qualcosa, non volere qualcosa, può
suddividersi in tre forme principali: dell'immaginazione,
del cuore e della mente. Il silenzio dell’immaginazione
e della memoria favorisce il vuoto nelle potenze interiori,
assicurando la possibilità del raccoglimento
attivo, condizione per ascoltare la voce di Cristo.
Il vuoto-silenzio dentro di sé, mediante il
controllo dell'immaginazione e della memoria, vuol
dire anche scavare il “pozzo” interiore,
idoneo a essere riempito dallo spirito della Parola.
L’incontro con Cristo viene così assicurato
con l'iniziale controllo effettivo sull'attività
interiore dell'io.
Il silenzio del cuore costituisce la sicura reazione
contro ogni affetto naturale che si manifesta in pensieri,
conversazioni interiori, desideri audaci... e, mediante
un movimento di fede e di amore, orienta l’anima
verso Cristo. Bisogna controllare i desideri contrari
alla volontà di Cristo, come ad es., piaceri
di soddisfazione, preferenze nei rapporti con gli
altri, simpatie particolari... Sul piano spirituale,
invece, occorre saper mortificare la devozione troppo
ardente, come ad es., moltiplicazione di preghiere
e di penitenze... e saper accettare le purificazioni
interiori dei sensi, mediante un controllo sereno
e responsabile delle proprie manifestazioni esterne.
Il silenzio della mente proietta l'amante in piena
contemplazione cristica. La vita contemplativa si
può riassumere in un solo atto: aprirsi a Cristo,
ascoltare la Parola di Cristo, e aprirsi a ricevere
l’irradiazione del suo Spirito. Ciò è
possibile a condizione che l’intelletto sia
libero e vuoto da ogni ragionamento e da ogni giudizio,
da ogni ricerca intellettuale e da ogni intenzione
estranea all'amore di Cristo...
Questo silenzio cristologico è la grande scoperta
di Chiara. Un silenzio-amore che non si autochiude
in se stesso, ma si protende verso l'esterno, dalla
clausura dell'io conventuale si proietta al mondo
intero, per tendere una mano amica all'altro che ha
bisogno o che è in difficoltà, ossia
essere prossimo all'altro, secondo la logica scotiana
dell'amore divino.
Con il prisma del silenzio-amore cristico si può
comprendere anche il paradosso clariano della "clausura
aperta". Più che un'imposizione, la clausura
clariana è una opzione evangelica di vita contemplativa
o di fede nuda nel Cristo crocifisso, in atteggiamento
di kènosi, cioè di totale silenzio di
sé per amore di Cristo e per amare il Cristo
nudo. La scelta fatta di vita contemplativa da Chiara
è condizione indispensabile per vivere la clausura
come valore ecclesiale e apostolico.
Chiara, pur accettando le norme vigenti sulla clausura
del tempo (la Regola del cardinale Ugolino 1218-1219,
la Regola di papa Innocenzo IV 1247), le interpreta
con spirito evangelico più libero, come suggeriva
la sua scelta di vita contemplativa di amare Cristo
in assoluta libertà e povertà.
Qualche esemplificazione. Il testo di Ugolino recita
"le sorelle devono restare rinchiuse tutto il
tempo della loro vita... ormai non è accordata
alcuna facoltà di uscire né alcun permesso,
salvo il caso di una nuova fondazione"(Reg. Ug.,
cap. IV); Chiara prescrive "ormai non le sarà
più permesso di uscire fuori monastero senza
causa utile, ragionevole, manifesta e approvabile"(Reg.
Ch., II, 12). Anche sul tema del silenzio ci sono
delle aperture interessanti: nel testo del cardinale
Ugolino il silenzio è tassativamente inflessibile
e perpetuo (Reg. Ug., VI), in quello di Chiara, invece,
è molto flessibile (Reg. Ch., V, 1-4). E così
via anche sul digiuno e altre prescrizioni di vita
monastica, anche quelle di relazione.
3-I frutti
del silenzio
Tra i frutti più belli e maturi
del silenzio-cristico di Chiara piace richiamare l'attenzione
sul “raccoglimento”, sulla “riflessione”,
sulla “contemplazione” e sulla "preghiera".
Il raccoglimento. Una volta creato il silenzio attorno
e dentro di sé, lo spirito è “raccolto”
in sé, ossia sente pensa vuole agisce sempre
in presenza di se stesso e di Cristo: muove dalla
sua interiorità e vi permane per tutta la vita
interiore. Il “raccoglimento” riguarda
il cuore e la mente. Si “raccolgono” i
propri affetti e i propri sentimenti, e si “ordinano”
secondo la gerarchia dell’essere, affinché
non siano dissipati e non si sciupino nella dissipazione,
e non sviino i pensieri e gli impegni.
La natura del raccoglimento è spirituale, cioè
è apertura all’altro: raccogliendosi,
ci si orienta verso se stesso, verso gli altri e verso
Dio. Il raccoglimento diventa così la prova
sperimentale della propria esistenza e del proprio
amore. E’ la così detta “prova
d’amore”: amare tutto e tutti senza disperdersi,
e nello stesso tempo senza sacrificare niente, ossia
amare ordinatamente. Il raccoglimento è la
prova della concretezza e dell’integralità
dell’amore. In questo modo, il raccoglimento
diventa “purificazione” del cuore e della
mente: non dissipa gli affetti ma li ordina, non disperde
i pensieri ma li raccoglie.
Il raccoglimento è anche opera di “semplificazione”
dell’esistenza, perché non è solo
ordine e chiarezza dei sentimenti e dei pensieri,
ma anche “approfondimento”. La persona
“raccolta” accoglie tutto nel suo raccoglimento
di ordine e chiarezza, nel senso che sa rinunciare
al “rumore” del caos e della confusione,
per il “suono” dell’ordinato silenzio,
che è la profondità di tutte le parole.
La persona raccolta coglie il frutto del suo impegno
specialmente nel fare tutto con amore e semplicità,
senza uscire fuori del suo raccoglimento, in quanto
non viene disturbata dal fare, dal vedere, dal toccare...
La persona raccolta non è distratta, perché,
non concentrata in una sola cosa e libera da un impegno
esclusivo, può impegnarsi con calma tranquillità
e diligenza in ogni cosa o occupazione...
La persona raccolta è presente a tutto, perché
è presente a se stesso e a Cristo. Vivere nel
raccoglimento è vivere nel presente, ascoltare
tutte le voci che chiamano, tutte le parole che suonano,
tutti gli avvenimenti che ci interpellano ecc. Nessuno,
quindi, è più presente a se stesso,
al mondo e a Cristo della persona che vive raccolta.
Il raccoglimento non allontana dal mondo, ma invita
a distendersi nel mondo, a occuparsi del mondo, in
base alla propria maturità interiore e alla
specifica propria professionalità, che sono
poggiate su Dio, il sempre Presente in ogni presenza,
perché Egli È.
La riflessione. Un secondo frutto del silenzio-amore
cristico di Chiara è la “riflessione”.
A suo fondamento c’è l’attenzione,
ossia quella disposizione spirituale per conoscere
qualcosa, quel disporsi a interpretare un linguaggio
e a trascriverlo nel proprio linguaggio. L’attenzione
è la fase del “cercare leggendo”.
Alla ricerca subentra la riflessione che, come atto
dello spirito su se stesso mediante la “cosa”
ricercata leggendo, esercita l’atto della riflessione
o ripiegamento spirituale di se stesso su se stesso.
Poiché con la riflessione si può conoscere
qualcosa, senza conoscere tutto, si può anche
credere di aver conosciuto ed essere nell’errore.
Questo vuol dire che la riflessione non è solo
certezza, ma anche dubbio, anzi procede dubitando.
La riflessione, in altre parole è critica:
serve per risolvere i dubbi.
La meditazione. L’approfondimento della riflessione
produce il meraviglioso frutto della “meditazione”,
ossia di quell’attività dello spirito
che pone di fronte a una scoperta essenziale, a una
verità decisiva, che impegna il senso e l’essere
stesso dell’esistenza e della personalità.
Con la meditazione si trovano verità che già
sono presenti nello spirito, senza esserne posseduti
interamente. La verità possiede, ma non è
posseduta. La verità è più data
che conquistata. La verità è all'inizio
e non al termine della ricerca. Come a dire: la verità-mistero
è meno oggetto di riflessione che di meditazione.
Di fronte alle verità importanti ed essenziali,
scoperte e vissute nell’intensità della
meditazione, il pensiero umano dichiara la sua insufficienza
a “contenerle”, cioè a capirle,
anzi vi si trova “contenuto”. Meditare
allora significa trovare e meditare ancora su quel
che si è trovato. La meditazione sulle verità
essenziali è perpetua e si trasforma in invocazione
e in preghiera della verità trovata. La verità
è la "perla" preziosa del Vangelo...
La preghiera. Lo sforzo del meditare si allenta; la
mente si nasconde umilmente nel suo niente e si abbandona
pregando alla sua verità; la mente si dischiude
e si distende: il momento meditativo sta cedendo il
passo all’invocazione e alla preghiera. E’
il momento della preghiera semplice (o speciale);
è il momento della contemplazione, ossia è
il momento della mente che solleva lo sguardo da se
stessa; è il momento dell’esistenza pura
e integrale; è il momento in cui la verità
apre le sue porte e si rivela personalmente allo spirito.
E’, in altre parole, il momento della relazione
personale con Dio, in Cristo.
Questo momento della contemplazione è il momento
della maturità spirituale: solo chi sa contemplare
le verità essenziali, sa meditare sulla verità,
sa conoscere le verità parziali e apprezzare
anche le più piccole cose, tutte degne di riflessione,
di meditazione e di contemplazione amorosa, perché
tutte le vede procedere da Dio come creazione continua
in Cristo, e tutte le contempla presenti in Cristo
e per Cristo.
Chi contempla Dio, in Cristo, signoreggia il mondo
intero, perché tutto obbedisce a chi si assoggetta
a Dio. L’esempio di Francesco e di Chiara lievita
tutta la meditazione sul silenzio esistenziale interpretato
scotianamente, in cui pensare e pregare, pregare e
pensare convolano a unità.
IV- LA POVERTÀ
PER AMORE DI CRISTO
Tra il silenzio esistenziale e la povertà
di spirito c’è, secondo Duns Scoto, una
profonda identità ontologica. Entrambi sono
condizioni essenziali per ascoltare la voce di Cristo.
Egli stabilisce l’equazione: dove c’è
silenzio, c’è povertà; e dove
c’è povertà, c’è
silenzio. Intuizione che aiuta con più profondità
a conoscere le vie o mezzi per amare con più
sicurezza il Signore.
Nel contesto dell’analisi sul "settenario"
delle virtù, Duns Scoto afferma che i “consigli
evangelici”, pur essendo d’origine divina,
non sono virtù infuse, ma acquisite o scelte
dall’uomo. In quanto consigli, appartengono
all’ambito della fede, nel senso che nessuno
è necessariamente obbligato a viverli, e neppure
a disprezzarli.
Il tema della povertà costituisce certamente
il fiore clariano più bello, più suggestivo,
più mistico, più sublime che impressiona
e affascina continuamente. La povertà-per-amore-di
Cristo povero e nudo costituisce la via che Chiara
ha percorso, dietro a Francesco, per andare al Padre.
Francesco "sposa" madonna Povertà!
Chiara "sposa" addirittura il Cristo crocifisso,
nudo e povero! Due espressioni di povertà-per-amore
scotianamente detti "cristiformi". Al di
fuori di questa cornice opzionale cristica non si
può comprendere la forma di vita esistenziale
né di Chiara né di Francesco.
Chiara afferma che la povertà non si identifica
solo nella mancanza di beni materiali, cioè
con la povertà-di, ma soprattutto nel “godere”
tale mancanza per amore di Cristo, ovvero con la povertà-per.
Nasce il senso della letizia francescano-clariano,
che libera alla radice il cuore dell'uomo per offrirlo
nudo a Cristo in un atto di fede nuda e di amore generoso.
Sarebbe un grave errore ermeneutico, guardare la povertà
clariana solo nella dimensione del "di",
isolandola dalla dimensione del "per" o
dalla realtà vissuta con affetto amorevole
e amoroso da Chiara, cioè Cristo e Cristo crocifisso.
Senza Cristo non si spiega né Francesco né
Chiara, né i loro ideali, né le loro
forme di vita povere e liete.
La povertà clariana, proprio perché
nasce da un atto di amore-per Cristo povero e nudo,
svolge una duplice azione: da un lato svuota il cuore
di Chiara da tutto ciò che può contrastare
o turbare il suo amore a Cristo, ossia fa silenzio
in sé e fuori di sé; e dall'altro lo
riempie dell'amore di Cristo, spalancandolo inebriato
di gioia sul mondo intero. È l'amore per Cristo
e di Cristo che riempie di soave letizia il cuore
e l'intera persona di Chiara. Senza la presenza totalizzante
di Cristo non si può comprendere né
la vita di Chiara né il suo privilegio paupertatis,
che ancora incanta e affascina l'uomo d'oggi.
Il privilegio della povertà di Chiara non deve
essere visto come un semplice documento giuridico,
che non avrebbe senso, ma unicamente come elemento
indispensabile per poter realizzare la sua scelta
esistenziale di amore-per Cristo povero. La motivazione:
Cristo ha scelto di vivere una vita povera. L'insistenza
di Chiara sul privilegio della povertà è
una riprova del suo amore amorevole verso Cristo,
cioè il suo sviscerato desiderio di condividere
fino in fondo le condizioni del suo Amore, povero
e nudo.
Solo con il carisma dell'autorità della Chiesa,
Chiara si sente definitivamente sicura di aver adempiuto
al suo impegno d'amore-per Cristo crocifisso. È
come se avesse ricevuto dalla Sposa di Cristo il crisma
del Crocifisso al suo ideale di fede e di amore. Il
privilegio della povertà esprime anche al massimo
grado il silenzio radicale di Chiara, che così
si sente idonea a essere riempita dall'amore del suo
Amore crocifisso.
Enigmatico è anche l'episodio biografico della
sua morte solo due giorni dopo aver avuto il tanto
desiderato "privilegio". Tutta la sua vita
è stata una lunga attesa fiduciosa di poter
coronare il suo sogno d'amore. E dato che gli ultimi
ventinove anni, Chiara li ha vissuti nel disagio della
grave malattia, è possibile pensare che la
sua vita sia stata sostenuta dal forte desiderio di
ricevere l'autorizzazione della Chiesa a vivere ufficialmente
nella massima conformità al suo Sposo crocifisso,
povero e nudo.
Che cosa chiedeva Chiara con il privilegio della povertà?
Di vivere semplicemente senza privilegi e senza garanzie,
come il suo Sposo, Cristo, che non aveva neppure una
pietra per posare il capo!
I tanti temporeggiamenti da parte del cardinale Ugolino
e del papa Gregorio IX non valsero a colmare il desiderio
amoroso di Chiara, che, fedele a Francesco, anelava
direttamente a possedere il Cristo crocifisso. Finalmente
il 9 agosto 1253, papa Innocenzo IV concede il tanto
privilegio, che segna la nascita definitiva dell'Ordine
delle Povere Dame di S. Damiano, o Secondo Ordine
francescano.
Su questi brevissimi riferimenti clariani sull'amore
alla povertà cristica, piace offrire una meditazione
sulla povertà, intesa meno come mancanza di
beni materiali che come silenzio esistenziale. L'importanza
della sua attualità non sfugge a nessuno, dal
momento che oggi sembra perduto il riferimento alle
autentiche radici di fede e di amore della povertà.
Senza la sua origine di fede si perde il suo valore
spirituale, è come se venisse snaturata e sradicata
dalle sue autentiche radici cristiche. La povertà
in se stessa non ha alcun valore, anzi è un
disvalore. Francesco e Chiara ne sono una testimonianza
vivente.
1- La povertà
di fronte a Dio
L’analisi del “silenzio
cristico” come condizione indispensabile per
ascoltare la voce di Cristo, ha portato alla considerazione
che esso s’identifica con il concetto di “povertà
di spirito”, che Gesù, all’inizio
del discorso della montagna, pone come condizione
indispensabile per entrare nel regno dei cieli: “Beati
i poveri di spirito, perché di essi è
il regno dei cieli”. Con questa prima beatitudine,
viene stigmatizzato il “vero” povero:
povero di spirito, povero di desiderio, povero di
sé, povero per, ecc.
Il povero della 1ª beatitudine evangelica è
colui che è convinto profondamente di essere
nulla davanti a Dio e vive di conseguenza: attende
tutto dal Tutto, come un mendicante. Per lui Dio è
tutto e fa tutto. Il povero si considera una liberalità
di Dio, una elemosina di Dio: è fortemente
persuaso che Dio si degna di operare in lui, con lui
e per mezzo di lui.
In questo senso originario e ontologico, l’uomo
per sua natura è il povero di Dio, che attende
da Dio il suo essere e il suo agire, è il mendicante
di Dio. Il vero uomo, che coincide con il vero povero
ontologico, quindi, è profondamente convinto
di essere e di vivere in Dio, di muoversi in Dio e
di appartenere a Dio. L’uomo povero possiede
quel che possiede -esistenza, attività, ragion
d’essere, scopo della vita...- unicamente da
Dio, per Cristo e in Cristo.
A che serve questa pennellata ontologica e scotiana
sull’essere dell’uomo?
A rinfrescare la mente dell'uomo sulla sua vera e
autentica origine. Certo, tutti sappiamo di essere
dipendenti almeno nell’essere fontale da Dio,
ma non tutti vi pensiamo seriamente da influenzare
la propria vita pratica o di progettarla in tale prospettiva.
Duns Scoto paragona l’uomo a un albero. E’
radicato alla terra mediante le radici e con la testa
sospesa nel vuoto, nel cielo. Vive come se fosse certo
di essere padrone di se stesso. Effettivamente si
sente padrone: vive, agisce, si muove, si agita, va
e viene, pensa e parla liberamente, vuole e disvuole,
ama e odia... La sua autonomia non è una illusione,
ma una realtà.
Tuttavia, tale spiccata autonomia è un dono
di Cristo. Pur donando l’uomo a se stesso, Cristo
non può alienare il suo diritto sull’uomo.
Non perché non lo possa fare, ma unicamente
per incapacità da parte dell’uomo di
poter sopportare tutto il peso del suo essere. Se
Cristo alienasse il suo diritto, cioè la sua
presenza, l’uomo ricadrebbe nel nulla donde
è stato chiamato liberamente da Dio stesso,
in Cristo. In altre parole, è soltanto per
Cristo e in Cristo, e in forza della sua immanenza,
della sua continua e attiva presenza come causa dell’esistenza
e dell’attività, che l’uomo è
vive agisce ecc. E’ la continuità del
dono di Cristo che fa esistere vivere ed essere l’uomo.
A tutto questo dono-mistero, l’uomo non pensa
abbastanza o non pensa seriamente. Non riflette che,
in effetti, la sua dipendenza ontologica costituisce
contemporaneamente la "radice" e la "chioma"
della sua esistenza. Oggi, invece, l’uomo tende
di respingere tale originaria dipendenza e tende di
proclamare la sua assoluta libertà, con tutte
le nefaste conseguenze che la storia quotidiana registra.
L’uomo, che comprende la sua radice ontologica
e l’accetta con gioia, eleva il titolo onorifico
più alto e più bello di se stesso e
a se stesso: si apre all’ascolto della voce
di Cristo, fa vivere Cristo in se stesso e per mezzo
di sé. L’uomo autentico, quindi, è
l’uomo povero che sa sprofondarsi nell’abisso
silente di Dio con tutta la sua fede, con tutto il
suo amore. Egli ha la coscienza di partecipare in
Cristo all’essere di Dio, alla natura di Dio
e all’attività di Dio. E in questo modo,
l’uomo, autentico-povero, diventa la storica
testimonianza dell’opera dello Spirito Santo
in lui.
L’uomo autentico non solo scopre e riconosce
la sua dipendenza radicale, ma accetta con gioia la
propria nullità e proclama la propria povertà.
In questa profonda e genuina consapevolezza scopre
anche e riconosce la fraternità universale
non solo con i propri simili, ma con le creature tutte,
perché, come lui, ricevono continuamente esistenza
vita ed energia da Dio. L’uomo autentico, o
l’uomo povero, si autoscopre, perciò,
una elemosina di Dio.
Tra gli esempi più classici di poveri davanti
a Dio, piace semplicemente indicare, senza analizzarli,
quelli di Cristo, di Maria, di Francesco e di Chiara.
La povertà di Cristo è divina: da Dio
si fece anche Uomo. Non solo. Da Uomo, si spoglia
di ogni dignità e di ogni immunità,
e sceglie di morire nudo sulla nuda croce per la salvezza
dell’uomo. La povertà di Cristo è
un modello di come si arricchisce davanti a Dio.
Facile è il riferimento alla povertà
di Maria, che da Betlemme al Golgota, vive della povertà
del Figlio e riceve da Lui l'ultimo sigillo dalla
Croce... In quanto Madre del Povero, diviene anche
Madre dei poveri e degli umili, come documenta tutta
la sua esistenza, sintetizzata nell’inno del
Magnificat.
Meraviglioso appare la povertà di Francesco
d’Assisi. Personalizzando la Povertà,
la sceglie come sposa. Quale significato attribuire
a tale sposalizio simbolico? Quando Francesco si riebbe
dall’estasi che gli aveva rivelato il senso
autentico di una verità a tutti nota ma verso
cui si resta indifferenti, egli ebbe chiara la coscienza
della sua essenziale e assoluta dipendenza da Dio,
e della propria assoluta ed essenziale indigenza o
povertà. Aveva intuito Francesco che Dio è
tutto e lui nulla. Francesco si è scoperto
un mendicante di Dio, una elemosina di Dio. Onde la
sua preghiera semplice e significativa: mio Dio e
mio Tutto.
Francesco si è autoconsiderato povero davanti
a Dio. E’ la dimensione onto-teologica della
povertà come condizione per ascoltare la voce
di Dio direttamente e indirettamente. In quanto povero
in spirito e povero di desiderio, Francesco, ricco
d’amore e di fede, ha camminato verso Dio.
Chiara, seguendo le orme di Francesco, si sposa direttamente
con lo Sposo povero e nudo, Cristo crocifisso, e vive
insieme alla Madre della povertà, Maria Vergine.
Tutta la sua vita gravita intorno alla povertà
come atto di fede radicale e di amore puro verso il
suo Amore. Arriva a pensare di farne il mezzo più
sublime per restare unita a Cristo, chiedendo alla
Chiesa la conferma del suo ideale, come di un privilegio:
scegliere di vivere la povertà personificata
dal suo Sposo, Cristo nudo.
2- Povero
di fronte a se stesso
La difficoltà più grande
che si incontra nella pratica della povertà
è la povertà di fronte a se stesso,
che costituisce la condizione sine qua non della storia
della salvezza. L’essere povero-di-sé
dinanzi a se stesso è l’affermazione
più paradossale dell’insegnamento di
Cristo.
L’essere povero di sé dinanzi a se steso
non significa tanto avere consapevolezza di essere
un nulla, ma proprio in forza di tale consapevolezza
avere la volontà di vivere e agire come se
si è qualcuno e si è qualcosa. Qui,
il dilemma: essere nulla e pensare di essere qualcuno.
E’ un dilemma che si risolve nel vivere e nell’agire
non più per se stessi, ma accettare di vivere
e agire per opera di Cristo e unicamente per Cristo,
secondo la logica dell’amore. Con la povertà
di sé, si vive e si agisce per docilità
di spirito, per amorosa corrispondenza d’amore,
per collaborazione di colui dal quale si sa di avere
tutto, esistenza energia e vita.
Per meglio cogliere questo senso profondo e autentico
della povertà-di-sé, bisogna meditare
l’espressione di Paolo “Se qualcuno crede
di essere qualcosa, mentre è un nulla, seduce
se stesso” (Gal 6, 3). La dimensione della povertà-di-sé
non appartiene a questa o a quella religione, ma appartiene
strutturalmente al singolo uomo in quanto uomo-creatura.
Ha ricordato Paolo: se "un uomo" crede di
essere qualcosa, inganna se stesso e si illude, poiché
in verità è un nulla. Ciò che
l’uomo ha ed è, è dono gratuito
di Cristo, cui dovrà renderne conto nell’avvento
finale. La povertà-di-sé è il
rovescio della povertà-verso-Dio, cioè
la dimensione ontologica dell'essere umano nei confronti
di Dio in Cristo.
Questa della nullità ontologico-strutturale
o povertà-di-sé è la condizione
dell’esistenza, eppure è la meno conosciuta,
la meno presente allo spirito, la meno familiare all’attività
quotidiana, la meno utilizzata nelle devozioni...
Invece: la povertà-di-sé è alla
sorgente dell’esistenza autentica e della vera
attività umana e spirituale.
Lo sforzo più difficile che Dio richiede dall’uomo
in generale e dal religioso in particolare è
la povertà di se stesso. Difatti: essere povero
di sé dinanzi a Dio è già molto;
essere povero di sé dinanzi al prossimo, con
la dolcezza, la benignità, la mitezza... è
ugualmente grande cosa; essere povero di sé
di fronte alle cose, usandole come se non le si usasse,
usarle unicamente per la gloria di Dio e per il benessere
del prossimo... è quanto mai raro; ma essere
povero di sé di fronte a se stesso è
la cosa più ardua e difficile, perché
si va alla radice stessa dell’essere: alla volontà,
ossia volere di non volere. Si può essere,
perciò, povero dinanzi a Dio, povero dinanzi
agli uomini, povero dinanzi all’universo, senza
essere povero di sé dinanzi a se stesso, cioè
senza rinunciare veramente a se stessi; di conseguenza
si può apparire povero quanto vuoi, ma restare
terribilmente ricchi e proprietari di sé...
Come esemplificazione si tenga presente l’inno
alla carità di Paolo (1Cor 13, 1-13) che calza
molto bene. Perciò, abbandonare i beni materiali,
a volte non richiede grande sforzo o sacrificio all’uomo;
ma abbandonare se stesso esige uno sforzo continuo
di fede che solo con la vera carità si può
sopportarne il peso, che, in verità, diventa
leggero e soave nel viverlo.
Nella logica del discorso della montagna è
facile identificare “beati i poveri di spirito”
con “beati i puri di cuore”. Il puro di
cuore è colui che volontariamente si distacca
da sé e si spoglia di sé. Unica condizione
per vedere Dio non solo in cielo ma anche in terra,
cioè in sé, negli altri e in ogni cosa.
Una domanda provocatoria: è sufficiente sapere
tutto questo per essere povero?
Sarebbe troppo facile. Alla purezza dell’occhio
interiore, ossia dello spirito, bisogna aggiungere
la purezza di cuore. Fondamentalmente si ottiene la
purezza di cuore mettendo in pratica ciò che
si conosciuto. Qui entra in causa la meravigliosa
intuizione di Duns Scoto intorno alla praxis, che,
puntando sulla unitarietà del sapere e del
credere, chiama l’uomo alla coerenza: vivere
l'oggetto della propria fede.
E’ tutto un programma. Francesco e Chiara l'hanno
realizzato!
3- I frutti
della povertà
Tra i frutti più saporosi della
povertà-silenzio cristico piace indicare soltanto
la libertà, la letizia e la semplicità
che tra loro sono interscambiabili e complementari.
La libertà. Il privilegio del povero, la ricompensa
della povertà-silenzio per amore di Cristo
e per amare Cristo, si possono trovare nelle parole
di Paolo “Tutto posso in Colui che mi dà
forza” (Fil 4, 13), che, tradotto in termini
esistenziali, potrebbe significare: saper rimanere
uguali in qualunque situazione di spirito e di corpo,
di abbondanza e di penuria; sapersi accontentare di
quanto si ha e di ciò che si è... L’uomo
povero per amore è libero-da ed è disponibile
alla libertà-per. La libertà, secondo
la promessa di Gesù, coincide con la conquista
della povertà di spirito su questa terra, per
godere la beatitudine nei cieli. La beatitudine della
povertà di spirito si identifica con la sovranità
di essere liberi. Il povero-di-sé è
libero, perché poggia la sua vita su Cristo.
E, forte della sua potenza, diviene padrone di sé,
del mondo, di Dio: è veramente libero.
Il povero, dunque, è libero. E’ libero,
perché nulla più lo lega, lo vincola,
lo trattiene. Nulla lo ritarda, nulla lo inquieta,
nulla lo spaventa. Nulla lo appesantisce, nulla lo
opprime, nulla lo domina, nulla lo polarizza. Il povero
ha imparato ad accontentarsi di quello che ha: se
si trova nell’abbondanza, non se ne lascia sopraffare;
se si trova nell’indigenza, può vivere
ugualmente; se ricade nella povertà, non si
angustia; se si sazia, ne ringrazia Colui che gli
concede la possibilità di nutrirsi; se affamato,
sa sopportare... Il povero è convito che non
di solo pane vive l’uomo, ma della parola creatrice
di Dio che ne sostiene l’esistenza. E, secondo
l’autorità di Paolo (1Tim 6,10), il povero
di spirito possiede anche una rosa di virtù.
Le principali: giustizia pietà fede carità
pazienza mitezza...
La letizia. La povertà-di-spirito non è
una croce che si accetta con rassegnazione, ma uno
stile di vita che si ricerca con ardente desiderio,
tanto da produrre quel delicato sentimento di gioia
che va sotto il nome di letizia. La letizia è
una virtù stabilizzatrice della serenità
interiore in tutte le circostanze o situazioni della
vita, come espressione di profonda libertà
interiore. Solo chi non ha nulla, di effettivo e di
affettivo, può essere lieto, in quanto non
ha nulla da temere o da perdere, ma tutto da guadagnare.
Chi non ha nulla di beni terreni possiede l’Autore
stesso dei Beni. Francesco e Chiara ne sono un'espressione
molto significativa.
La letizia sa ben coniugare povertà estrema
e ricchezza sconfinata, svuotamento di sé e
pienezza, rinuncia e possesso, dolore e gioia, morte
e slancio vitale. E questo perché la letizia
è il punto di fusione di tutti i contrasti
in Dio. Chi è lieto riesce a vedere il mondo
come il volto di Dio, cioè ad ascoltare la
voce di Dio attraverso qualsiasi creatura. Non ci
sono specifiche caratteristiche o forme di letizia.
Essa si irradia in molteplici aspetti, a seconda della
personalità di ognuno. La letizia rende l’animo
semplice e puro, atto cioè a vedere e ad ascoltare
la voce di Dio, perché fa amare tutto e tutti
in Dio.
Ciò che è contrario alla letizia è
certamente quel sentimento di protesta, di mormorazione,
di lamentazione, di malcontento, di scatti non controllati
quando ci tocca qualche privazione... e tutto ciò
che è contrario alla povertà-di-spirito.
La letizia, allora, coincide con la libertà.
Solo chi è e si sente libero può ed
è lieto.
Altro frutto della povertà-silenzio cristico
è la semplicità. In senso filosofico,
la semplicità coincide con la conclusione di
una ricerca costante ed esclusiva di Dio, considerato
all'inizio e al vertice della scala dell’essere
e di ogni bene. La semplicità comporta una
ricerca illuminata e guidata dall’amore. Sua
caratteristica fondamentale: tradurre nella pratica
l’oggetto di tale ricerca, ossia Dio. Chi agisce
con semplicità non solo orienta a Dio la sua
azione, ma la compie con rettitudine davanti ai suoi
occhi. All’origine della semplicità si
trova sempre una “scelta radicale” di
Dio, che fa non-volere tutto ciò che non appartiene
a Dio o a Cristo, secondo la gerarchia dell’essere.
La semplicità tende a liberare sempre più
l’uomo dai pesi e dagli impacci che bloccano
o rallentano l’ascesa verso Dio, nel senso che
conduce l’uomo al “cuore” di ogni
cosa o realtà, e lascia fuori o in secondo
ordine tutto il resto. Manifestando una profonda unità
interiore, la persona semplice vede tutte le cose
alla luce di Dio e, quindi, esse appaiono nella loro
originaria semplicità e bellezza. Caratteristiche
che solo l’animo artistico poetico e metafisico
sanno cogliere. Come a dire: che la persona semplice
è nello stesso tempo artista poeta e metafisico;
ovvero: saggio e sapiente, puro e semplice di cuore.
Francesco e Chiara sono semplici e puri di cuore.
La semplicità, infatti, esprime quella caratteristica
evangelica dell’infanzia spirituale: “Se
non cambiate e non diventate come bambini, non entrerete
nel regno di Dio” (Mt 18, 3). Con la semplicità,
l’uomo si viene a trovare nelle condizioni ideali
per imitare e seguire in modo integrale e incondizionato
Cristo, attraverso l’assimilazione dei comportamenti
profondi ed essenziali del suo insegnamento. In tale
condizione di animo semplice, l’uomo porta continuamente
davanti a sé l’immagine del Cristo, dal
quale si lascia trasformare completamente e totalmente
come lui vuole e come a lui piace: è il gioco
della libertà e dell’amore.
La semplicità si coniuga mirabilmente con la
sapienza, cioè con quella profonda convinzione
di essere e di sentirsi amati da Dio e, quindi, di
piacere a Dio pur essendo senza tecnica di umana cultura,
ma pieni della sapienza celeste o essenziale, alimentata
continuamente dall’azione dello Spirito Santo.
Una delle manifestazioni più caratteristiche
della semplicità è certamente la “coerenza
in ogni settore della vita”, che esclude ogni
possibile discrepanza di atteggiamento, tra interiore
ed esteriore, tra credere e agire, tra dire e fare,
tra speculazione e pratica... La persona semplice
si presenta con quella trasparenza cristallina che
permette di vedere chiaramente dal di fuori ciò
che avviene nell’intimo del cuore, dove solo
Dio ha pieno accesso.
Oltre che frutto della povertà-di-spirito,
la semplicità investe tutti i settori della
vita, e costituisce la radice stessa di ogni agire
e pensare. Più che una virtù o caratteristica
acquisibile con umano sforzo, essa sembra meglio un
dono, che Dio elargisce a coloro che sanno fare silenzio
e vogliono essere poveri, per arricchirsi di Lui e
per ascoltare la sua voce in ogni creatura, comunque
espressa nella storia.
Il cuore e la mente della persona semplice sono sempre
orientati verso Dio, per accogliere con prontezza
ed entusiasmo ogni suo impulso o grazia, così
da creare una disposizione generale di passività
attivissima che sta alla radice della preghiera mistica
o della contemplazione, mèta di ogni credente
autentico.
IV- RIPROPOSIZIONE
DEL CARISMA DI CHIARA D’ASSISI OGGI
Se per “contemplazione”
s’intende la risposta teologica di fede, speranza
e carità con cui l’uomo si apre alla
rivelazione e alla comunione con Dio mediante Cristo
nello Spirito Santo, allora si deve dire che ogni
uomo fedele alla sua vocazione è un contemplativo.
In questo modo si può anche dire che ogni sforzo
di fissare in Dio lo sguardo e il cuore è contemplazione,
cioè l’atto più nobile dello spirito
umano. La contemplazione può, quindi, descriversi
come l’atto unificante lo slancio dell’uomo
verso Dio, che si esprime nell’ascolto e nella
meditazione della parola di Dio, nella comunione della
vita divina trasmessa dai sacramenti, dalla preghiera
liturgica e da quella personale, nel costante desiderio
di ricerca della volontà di Dio per attualizzarla.
Dove risiede la caratteristica peculiare della contemplazione?
Certamente nella fede e nella carità, che fanno
incontrare Dio in tutto e in tutti per diventare lode
della sua gloria. Le condizioni che permettono di
realizzare alla perfezione tale fede e carità
sono certamente libertà interiore, povertà
di spirito, purezza di cuore, raccoglimento, silenzio
esistenziale... L’anima contemplativa rinuncia
“evangelicamente” al mondo e si dona totalmente
a Dio, sommamente amabile.
Di questa contemplazione Francesco d’Assisi
è maestro insuperabile. E al suo ideale si
sono ispirati anche Chiara d’Assisi, la Donna
contemplativa, di cui celebriamo l’850 anni
della morte, e Giovanni Duns Scoto, con diversa impostazione
e impianto dottrinale. Chiara tende direttamente alla
conformità con Cristo. La sua vita è
stata tanto caratterizzata dalla comunione con Dio
da esserne trasumanata: non sapeva vedere e considerare
che Dio dappertutto. Nella luce del suo amore immenso
a Cristo e a Cristo crocifisso bisogna considerare
anche il privilegio e il primato della povertà
di Chiara, più come mezzo per meglio realizzare
l’unione con l’Amato, che non come fine
della vita religiosa. La povertà di Chiara,
come quella di Francesco, è espressione di
autentica fede e di generosa carità, e non
qualcosa di esteriore ricercata per se stessa che
non avrebbe senso. Si può essere “povero”
nella misura in cui si crede e si ama, e non viceversa.
La vera povertà che santifica è principalmente
nei confronti con Dio e nei confronti con se stessi,
e non nei confronti con le cose, che comunque fanno
usate con moderazione e spirito di solidarietà.
Più che imposta dall’esterno, è
una decisione che proviene dall’interno, altrimenti
la povertà invece di arricchire spiritualmente,
impoverisce e inaridisce. E’ una delle condizioni
esistenziali per meglio amare liberamente Dio in tutto
e in tutti, secondo la beatitudine evangelica dei
“beati i poveri di spirito”. Il termine
di confronto della povertà resta sempre Dio
e se stesso e mai le cose.
La considerazione della passione di Cristo costituiva
l’oggetto preferito delle meditazioni di Chiara
insieme alla sollecitudine per il prossimo, come è
documentato dalla lunga sua malattia, durante la quale
si preoccupava più delle consorelle che di
se stessa e voleva sempre rendersi utile in qualcosa,
magari ricamando o facendo altro, pur passando circa
trent’anni su di un letto di sofferenze, che
la resero così affinata nello spirito, da sembrare
un’altra crocifissa della Verna, come Francesco.
In lei anche la sofferenza, come Francesco, si tramuta
in gioia e il suo cuore si trasforma in una fonte
di letizia E così anche il suo “letto
di dolore” si trasforma in una eloquente “cattedra”
di amore compassionevole e paziente, come quello del
Cristo sofferente d’amore per gli uomini. Amore
che fece chiedere a Francesco di poter assaporare
finanche nel suo corpo l’intensità dell’amore
sofferente di Cristo per l’intera umanità.
Solo in questa dimensione contemplativa di profondo
e appassionato amore al Signore crocifisso si può
comprendere anche l’episodio della notte del
Natale del 1252. Inchiodata sul letto della sofferenza,
e non potendo partecipare alle sacre celebrazioni,
all’improvviso come se si fosse accesa la “televisione”
nella sua stanzetta, Chiara si rese conto di vedere
tutto il rito dei frati nella chiesa di S. Francesco,
e così poté gustare la nascita del Redentore.
Per il qual fatto, Pio XII l’ha nominata Patrone
della televisione il 14 febbraio 1958.
Giovanni Duns Scoto, ispirandosi ugualmente all’ideale
del Poverello e all'esperienza di Chiara, vive la
vita mistica in una dimensione alquanto diversa, ma
profondamente contemplativa alla pari di Francesco
e di Chiare e dei grandi mistici della storia. La
sua è una mistica di maggior corrispondenza,
basata meno sull’emozione che sulla volontà,
meno sul sentimento che sulla ragione contemplativa.
Simpatico è l’esempio che lui stesso
porta per esprimere la realtà della vita contemplativa:
come il “chitarrista” perfetto suona senza
leggere le note, ma si lascia trasportare dall’ispirazione
della melodia, così la preghiera mistica perde
ogni riferimento razionale e dimostrativo e si lascia
guidare dall’ispirazione amorosa Come Francesco
e Chiara, anche Giovanni Duns Scoto è assetato
della parola di Dio e vi risponde con una fede matura,
fondata più sulla roccia salda e stabile che
sull’entusiasmo passeggero; la sua risposta
di fede e di carità alla parola di Dio segue
meno la potenza dell’intuito immediato ed emotivo,
che la potenza della volontà libera decisa
e impegnata.
La vita contemplativa di Giovanni Duns Scot sembra
diversa da quella di Francesco e di Chiara solo nelle
apparenze dell’agiografia che nella sostanza
dell’oggetto. In lui, la stessa esperienza dei
due assisiani riceve una sistemazione teologica, una
giustificazione teoretica e le rende insegnabili,
perché riesce a concettualizzarle, senza restare
prigioniero del concetto. L’esperienza, come
l’amore, non si insegna, ma è soltanto
vivibile. E si vive di ciò che si crede e si
ama...
Dal principio speculativo credo ut intelligam, Giovanni
Duns Scoto ricava facilmente il suo principio mistico
credo ut condiligam. Con tale nuovo principio, mette
a fondamento della sua spiritualità un atto
sincero e indiscusso di fede nella verità della
parola divina, dichiarando di volersi istruire su
Dio, cioè di amare Dio, direttamente presso
Dio e con Dio: tra lui e Dio non c’è
alcuna mediazione, tranne quella di Cristo, Unico
suo effettivo maestro; e tra lui e Cristo, non c’è
alcun “filosofo” eccetto, Paolo. Crede
che Dio è Essere-Amore: Essere per essenza
e Amore per essenza, che si rivela pienamente e totalmente
in Cristo. Per Giovanni Duns Scoto Cristo è
tutto, perché tiene il “primato”
su tutto sia nell’amore di benevolenza che nell’amore
di misericordia.
Il fine ultimo dell’uomo è la gloria
di Dio, ossia l’unione-comunione con lui, che
si realizza unicamente ed esclusivamente attraverso
la mediazione di Cristo, che si autodefinisce la via
per andare al Padre. La carità formalmente
perfetta e necessaria di Dio ad intra viene comunicata
per estrema liberalità amorosa da Dio stesso
a colui che lo può amare sommamente e infinitamente,
cioè a Cristo.
E` la carità -scrive Duns Scoto- che rende
“splendente e gradito l’uomo a Dio”.
Illuminato e riscaldato nel profondo del suo essere
dal mistero di Dio, che si autorivela in Cristo, egli
getta le fondamenta per la sua ardita costruzione
spirituale e mistica del Cristocentrismo. Cristo,
in quanto vera immagine del Padre, diventa il Creatore
dell’universo e dell’uomo, che così
diventa imago Christi, con il fine di identificarsi
quanto più possibile con l’imago autentica
e originale. Tesi da capogiro! Ma l’unica che
può interpretare alla perfezione l’ideale
francescano a qualsiasi dimensione sia vissuto.
Come Francesco e Chiara si commuovevano alla considerazione
degli episodi dell’umanità di Cristo,
così Duns Scoto si commuove quando considera
l’amore di Dio che per primo ha amato l’uomo.
«Noi ci sentiamo spinti ad amare Dio -scrive-
non solo in considerazione della sua infinita bontà
e delle perfezioni sue infinite, ma specialmente in
considerazione che la sua bontà ci ha amato
comunicandosi a noi, come dice Giovanni “il
Signore ci ha amato per primo”» , «perché
il nostro animo fosse spronato maggiormente all’amore
di Cristo Gesù» . E di Cristo, Capolavoro
di Dio e Immagine sua autentica, preferisce meditare
e contemplare la sua Passione, perché più
vicina alla realtà dell’uomo. Porta l’esempio:
come si ama di più un oggetto quando lo si
vede e lo si tocca, così se si vuole amare
Cristo bisogna tenere sempre davanti a sé la
sua Passione, cioè meditarla contemplarla e
viverla.
E` talmente preso dalla potenza della bellezza e bontà
di Dio che, per assurdo, arriva a dire che anche se
Dio, tramite Cristo, non avesse creato l’uomo
né l’avesse redento, tuttavia, l’uomo
sarebbe ugualmente tenuto ad amarlo sommamente, perché
egli è la bontà infinita, Deus amandus
est.
I pensieri d’amore divino infuocati di Duns
Scoto si traducono spesso in invocazioni di profonda
e sublima preghiera, come nell’ultimo capitolo
del trattato del De primo principio, una specie di
Te Deum, o di poema mistico. Qualche invocazione:
«Tu sei il Dio vivente della
più nobile vita, perché sei intelligente
e perché vuoi.
Tu sei felice essenzialmente.
Tu sei tutta la beatitudine perché possiedi
la comprensione di te stesso.
Tu solo, o Signore, sei incomprensibile e infinito.
Tu solo, o Signore, sei perfettamente semplice: l’angelo
non è perfetto e i corpi lo sono meno.
E` davvero perfetto solo colui che di nulla è
manchevole e bisognoso, e che può esistere
in tutti gli esseri possibili.
Tu sei buono senza misura e con liberalità
comunichi il tuo amore.
Tutti gli esseri anelano verso di Te, che sei l’Essere
sommamente amabile, come il loro ultimo fine...
Ciò che ho detto [e pregato] di Te, o Signore,
anche i Filosofi lo sanno spiegare; ma meglio i Cattolici
Ti proclamano con maggior precisione, quale onnipotente,
immenso, giusto, misericordioso, benefico verso tutte
le creature, provvidenziale soprattutto verso gli
esseri pensanti» .
Queste e simili espressioni infuocate
d’amore costituiscono le fondamenta della manifestazione
del misticismo genuino di Duns Scoto, che ama sovente
inabissarsi nel “pelago” immenso del divino
Amore, in cui trova appagamento e riposo il suo spirito
sitibondo d’amore. Il suo cuore infiammato d’amore
e immerso nell’amore prende il posto della pienezza
e del rigoglio dei pensieri e si rasserena unicamente
in Dio, suo centro e fine, contemplandolo con dolcezza
e tenerezza d’amore nel Cristo, come «il
citarista perfetto che non riflette né pensa
nel pizzicare soavemente le corde» . In questa
visione estatica di Dio prende corpo il mistero dell’Incarnazione
del Verbo, che concretizza e attualizza l’estrinsecazione
dell’Essere-Amore, creando nello stesso tempo
le condizioni indispensabili e necessarie all’uomo
per entrare in comunione-unione con Dio e contemplare
la sua Bellezza e Deità.
Non è difficile scorgere in queste poche pennellate
gettate sulla mistica di Giovanni Duns Scoto tutto
l'ardore serafico di Francesco d'Assisi e tutto l’amore
appassionato di Chiara. Nella speculazione mistica
del Dottor Sottile trovano la loro giustificazione
teologica e speculativa più profonda e sicura
le profonde esperienze mistiche di Francesco e di
Chiara. Per questo Giovanni Duns Scoto è considerato
dai critici come il sistematore scientifico più
autentico delle intuizioni spirituali di Francesco
e, secondo me, anche di Chiara. Grazie
Castellana Grotte, 13. 06. 03
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