LA MISTICA DI DUNS SCOTO
IL METODO
(Giovanni Lauriola ofm)
I- IL SILENZIO
Senza entrare in merito alle delicatissime
analisi del mistero di Dio, Uno e Trino, che si rivela
nella Parola uscita dall’eterno silenzio, il
Verbo incarnato, piace meditare su alcune conseguenze
di questa meravigliosa intuizione storico-teologica,
che va sotto il nome di Cristocentrismo, fondamento
e apice della dottrina spirituale di Duns Scoto. Per
il Maestro francescano, Cristo è la prima conoscenza
della fede rivelata, è il cuore della rivelazione
di Dio, è il massimo dell’epifania di
Dio. In quanto vera immagine del Padre invisibile,
Cristo rivela il Padre per chi crede e lo nasconde
per chi non crede. Cristo è la Via per vedere
e andare al Padre. Il credente raggiunge il Rivelato,
attraverso il Rivelante, e grazie a lui e per mezzo
di lui s'incammina verso il silenzio arcano del Padre.
Nella visione spirituale di Duns Scoto, la persona
di Cristo spicca nella sua posizione singolare e unica
tra Dio e l’uomo, come principio di tutte le
cose, come fonte e giustificazione di ogni esistenza,
come causa efficiente e finale di tutta la creazione,
e come sovrano assoluto dell’intero regno dell’essere.
Con potenza speculativa ardita e inaudita a un tempo,
Duns Scoto osa umilmente penetrare con la suo potente
speculazione amorosa direttamente nel cuore dell’agire
divino e, sempre con umiltà del saggio, balbetta
l’ordine logico e ontologico intravisto nel
silenzio sublime di Dio. E’ la più grande
conquista mistica della storia. Scrive:
Dio in primo luogo ama se stesso. (E` il silenzio
di Dio, Uno e Trino!).
Dio in secondo luogo ama se stesso negli altri ( E`
il silenzio di Dio che intende rivelarsi fuori di
sé!).
Dio in terzo luogo vuole essere amato da un altro
che può amarlo in modo sommo. (E` il silenzio
di Dio che si rivela nella Parola del Cristo!).
Dio in quarto luogo prevede e vuole l’unione
ipostatica di Cristo, indipendentemente dal peccato.
(E` il silenzio di Dio che si attualizza nella Parola
espressa del Cristo!).
Da questa chiave ermeneutica della mistica di Duns
Scoto, piace offrire qualche riflessione sul valore
e sul significato del silenzio esistenziale come condizione
indispensabile per ascoltare Cristo attraverso le
creature e salire a Dio.
1- Che cosa è il
silenzio?
Il silenzio non è certamente
un fenomeno semplice, anzi è un fenomeno molto
complesso e difficile da definirsi. La sua complessità
dipende dal fatto che può assumere molteplici
significati. Come la parola, anche il silenzio deve
essere sottoposto a un lavoro ermeneutico.
Senza entrare nel ginepraio delle distinzioni date
al termine silenzio, limito la sua semantica solo
a quella di natura filosofica, cioè a quel
significato che da un lato delimita i poteri dell’uomo
verso la trascendenza e dall’altro lo apre alla
sua possibilità. Il silenzio ontologico diventa
così anche condizione di comunicazione essenziale.
Di questo significato del silenzio è maestro
Duns Scoto, benché non ne abbia parlato direttamente.
Si può descrivere il silenzio filosofico come
il comportamento umano indispensabile per ascoltare
la Parola di Cristo. E come tale, il silenzio non
riguarda un aspetto particolare dell’atteggiamento
umano, ma impegna tutta intera la persona, nella sua
complessa e indecifrabile personalità. Come
ognuno è la sua personalità,
così ognuno ha il suo silenzio. Il silenzio
è personale. Fare silenzio non è mai
qualcosa di comune, ma sempre di personalizzato: il
“mio” silenzio è diverso dal “tuo”,
dal “suo”... perché diverse sono
le personalità che lo vivono.
Questo tentativo di comunicare, per es., il “mio”
silenzio, fatto parola, nasconde sempre qualcosa di
rischioso; il rischio che la parola resti imcompresa
o rifiutata, dal momento che tra chi parla e chi ascolta
non c'è conoscenza abbastanza per comprendersi.
Così, attraverso l'esperienza mistica scotiana,
tentarò di lanciare il ”mio” silenzio
dentro il “tuo” spazio interiore, cioè
far trapassare la parola-silenzio dal mio raccoglimento
al tuo raccoglimento, secondo la dialettica della
comunicazione.
In questo scambio di comprensione e di interiorizzazione,
la “parola” diventa l’occasione
di un “fecondarsi parlando”: il seme della
parola cade nella profondità interiore e vi
germoglia, e ritorna fecondato per fecondarmi ancora.
E’ la mistica gestazione bilaterale dell’amore
del silenzio. E’ la fecondità del silenzio
amoroso e amorevole, che costituisce il sentimento
fondamentale dell'esperienza di Duns Scoto.
Da questo intreccio amore-silenzio-amore si possono
ricavare alcuni concetti basilari o chiave della vita
spirituale e mistica:
- senza amore non c’è
silenzio,
- senza amore non c’è parola,
- senza amore non c’è comunicazione,
- dove non c’è amore, c’è
sterile mutismo.
Il senso di queste caratteristiche
del silenzio cristico vuole si accetti la manchevolezza
e la povertà della parola che viene comunicata,
perché non può essere comunicata interamente.
Quel che conta in questo scambio di parola-silenzio
è la rettitudine, la sincerità, la semplicità
nel donare, e l’impegno sincero puro
e generoso a voler ascoltare, come l'amante l'amato.
Il rischio della comunicazione, perciò, può
essere alleviato unicamente con e nell’amore.
L’amore è silenzio. L’amore è
silenzio del tempo e dello spazio. L’amore è
silenzio della mente e della volontà. L’amore
comunica con il silenzio. Il silenzio è la
parola dell’amore. L'esperienza è maestra
dell'amore. L'amore non è insegnabile. L'amore
è personale. L'amore s'impara amando.
L’amore, però, non è solo silenzio.
L’amore è anche parola. Caratteristica
essenziale dell’amore è la diffusività:
Dio ama se stesso e vuole essere amato da altri coamanti,
dice Duns Scoto. L'esperienza del silenzio cristologico
di Duns Scoto poggia proprio su questa caratteristica
ontologica dell’amore. Nasce così la
speranza che essa possa divenire seme di parola-silenzio
per la vita degli altri che ascoltano.
2- Divisione del silenzio
Secondo l’antropologia di Duns
Scoto, il silenzio può considerarsi su due
piani principali e distinti, quello esterno e quello
interno. Il silenzio esterno è necessario per
giungere al dominio e alla quiete della persona umana
nei suoi movimenti esterni; il silenzio interno, invece,
è necessario per acquistare il pieno possesso
delle facoltà interiori, ossia il proprio autodominio.
Pur non essendo legati da rapporti causali, i due
tipi di silenzio si completano per favorire l’apertura
della relazione con Dio.
Il silenzio esterno è necessario come
il raccoglimento e la solitudine, ma non sempre tuttavia
è sufficiente per il pieno sviluppo della maturità
spirituale. Si può suddividere in silenzio
esterno della parola e in silenzio esterno nel lavoro.
Il “silenzio esterno della parola” significa,
ovviamente parlare poco con le creature e delle creature
e tentare di parlare con e di Dio. La parola, infatti,
esteriorizza pensieri e sentimenti, svuotando l’anima
di ciò che possiede di più intimo e
di più personale. Le molte parole, specialmente
quelle vuote e senza senso, la rendono superficiale
e indeboliscono le sue capacità interiori di
perfezionamento. In proposito, è conveniente
sorvegliare il tono della voce e di servirsi con calma
della parola. Bisagna tentare di essere molto delicati
e molto discreti. Si può consigliare: parlare
poco e fare molto silenzio; impegnarsi a fare il "proprio"
silenzio, per assicurare emulazione e comunicazione
in comunità.
Il “silenzio esterno nel lavoro” implica
l’esercizio di attività non molto rumorose
e rifiuta ogni forma di attivismo esagerato, perché
turbano la pace dell’anima, nel senso che l’anima
perde la sensibilità nel contatto con Dio,
rendendosi incapace di ascoltare la voce di Dio, sia
quella diretta che quella indiretta.
Una precisazione.
Non bisogna confondere il silenzio esterno con il
“mutismo”, che è una falsa forma
di silenzio. Il mutismo, infatti, può essere
uno pseudo-silenzio di risentimento, di rancore, di
odio, di durezza di cuore, di egoismo... Tutte queste
forme di falso silenzio sono, invece, altrettante
forme di mancanza di carità, e possono portare
a una forma pericolosa di isolamento, non solo esteriore
ma soprattutto spirituale.
Il silenzio interiore, che fondamentalmente
è non desiderare qualcosa, non volere qualcosa,
si può suddividere in tre forme principali:
dell'immaginazione, del cuore e della mente.
Silenzio dell’immaginazione e della memoria.
Poiché l’incontro con Dio esige mancanza
di distrazioni e di dissipazioni, necessita un controllo
effettivo sulla stessa attività interiore,
che si realizza unicamente con il così detto
“silenzio dell’ immaginazione” e
“silenzio della memoria”. La pratica del
silenzio dell’immaginazione crea il vuoto nelle
potenze interiori, assicurando così la possibikità
del raccoglimento attivo, come condizione per ascoltare
la voce di Dio. Fare il vuoto-silenzio dentro di sé,
controllando immaginazione e memoria, significa scavare
il “pozzo” interiore, idoneo a essere
riempito dallo zampillo dello spirito.
Silenzio del cuore. Il sicuro controllo di
ogni affetto naturale che si manifesta in pensieri,
conversazioni interiori, desideri audaci... costituisce
il silenzio del cuore, che orienta l’anima verso
Dio mediante un movimento di fede e di amore. Bisogna
controllare i desideri di soddisfazioni contrarie
alla volontà di Dio, come ad es., piaceri di
soddisfazione, preferenze nei rapporti con gli altri,
simpatie particolari... Sul piano spirituale, invece,
occorre saper controllare, moderare e mortificare
la devozione troppo ardente, come ad es., moltiplicazione
di preghiere e di penitenze...; e saper accettare
le purificazioni interiori dei sensi, mediante un
auto-controllo sereno e responsabile delle proprie
manifestazioni esterne. Desiderare la perfezione,
l'ideale, la verità, la giustizia, la pace,
la serenità, la tranquillità ecc. valori
tutti positivi che aprono maggiormente il cuore verso
Dio e verso gli altri. Desiderare il bene, la bellezza,
la sapienza, la saggezza... Desiderare in una parola
Dio stesso.
Silenzio della mente. Il silenzio della mente
consiste nel liberare l’intelletto da ogni ragionamento
e da ogni giudizio, da ogni ricerca intellettuale
e da ogni intenzione estranea a Dio. Può riassumersi
in un solo atto: liberarsi da sé per aprirsi
all’ascolto di Dio, cioè a ricevere l’irradiazione
della luce di Dio ed abbandonarsi dolcemente e sicuramente
in Dio stesso.
Con il silenzio della mente si è in piena contemplazione.
Si controlla la molla della vita. Si proietta nel
mistero della sua causa . La vita contemplativa è
la vita dell’intelletto non più ripiegato
su se stesso, ma orientato e proteso verso la sua
stessa origine. E’ la contemplazione di Dio
stesso. E’ l’abbandono in Dio.
È il silenzio di sé di fronte al Silenzio-Parola
di Dio.
3- I frutti del silenzio
Tra i frutti più belli e significativi
del silenzio scotistico piace richiamare l'attenzione
sul “raccoglimento”, sulla “riflessione”,
sulla “contemplazione” e sulla "preghiera".
Il raccoglimento. Una volta creato il silenzio
attorno e dentro di sé, lo spirito è
“raccolto” in sé, ossia sente pensa
vuole agisce sempre in presenza di se stesso, delle
essenzialità delle cose, degli altri e di Cristo:
muove dalla sua interiorità e vi permane per
tutta la vita interiore. Il “raccoglimento”
riguarda il cuore e la mente. Si “raccolgono”
i propri affetti, i propri desideri, i propri sentimenti,
e si “ordinano” secondo la gerarchia dell’essere,
affinché non siano dissipati e non si sciupino
nella dissipazione, e non sviino i pensieri e gli
impegni. È saper rimaner solo con se stesso
La natura del raccoglimento è spirituale, cioè
è apertura ontologica all’altro:
raccogliendosi, ci si orienta verso se stesso, verso
gli altri e verso Dio. Il raccoglimento diventa così
la prova sperimentale della propria esistenza e del
proprio amore. E’ la così detta “prova
d’amore”: amare tutto e tutti senza disperdersi,
e nello stesso tempo senza sacrificare niente dell'essenzialità
delle cose, ossia amare ordinatamente gli enti secondo
il loro gardo di essere. Il raccoglimento è
la prova della concretezza e dell’integralità
dell’amore. In questo modo, il raccoglimento
diventa “purificazione” del cuore e della
mente: non dissipa gli affetti ma li ordina, non disperde
i pensieri ma li raccoglie; è anche "purificazione"
della volontà, che diventa sempre più
se stessa, più pura e più libera, secondo
la beatitudine evangelica dei "Beati i puri di
cuore, perché vedranno Dio".
Il raccoglimento è anche opera di “semplificazione”
dell’esistenza, perché non è solo
ordine e chiarezza dei sentimenti, dei desideri e
dei pensieri, ma anche “approfondimento”.
La persona “raccolta” accoglie tutto nel
suo raccoglimento di ordine e chiarezza, nel senso
che sa rinunciare al “rumore” del caos
e della confusione, per il “suono” dell’ordinato
silenzio, che è la profondità di tutte
le parole e di tutte le cose..
La persona raccolta coglie il frutto del suo impegno
specialmente nel fare tutto con amore e semplicità,
senza uscire fuori del suo raccoglimento, in quanto
non viene disturbata dal fare, dal vedere, dal
toccare... La persona raccolta non è distratta,
perché, non concentrata in una sola cosa e
libera da un impegno esclusivo, può impegnarsi
con calma tranquillità e diligenza in ogni
cosa o occupazione...
La persona raccolta è presente a tutto,
perché è presente a se stesso, agli
altri e a Cristo. Vivere nel raccoglimento è
vivere nel presente, ascoltare tutte le voci che chiamano,
tutte le parole che suonano, tutte le cose che parlano
con il loro silenzio muto, tutti gli avvenimenti che
ci interpellano con la loro forza e prepotenza ecc.
Nessuno, quindi, è più presente a se
stesso, al mondo e a Cristo della persona che vive
raccolta. Il raccoglimento non allontana dal mondo,
ma invita a distendersi nel mondo, a occuparsi del
mondo, in base alla propria maturità interiore
e alla specifica propria professionalità, che
sono poggiate su Dio, il sempre Presente in ogni presenza,
perché Egli È. Così si realizza
l'evangelico "stare nel mondo, senza essere del
mondo".
La riflessione. Un secondo frutto del silenzio-amore
cristico è la “riflessione”. A
suo fondamento c’è l’attenzione,
ossia quella disposizione spirituale a voler conoscere
qualcosa, quel disporsi a interpretare un linguaggio
e a trascriverlo nel proprio linguaggio. L’attenzione
è la fase del “cercare leggendo”.
Alla ricerca subentra la riflessione che, come atto
dello spirito su se stesso mediante la “cosa”
ricercata leggendo, esercita l’atto della riflessione
o ripiegamento spirituale di se stesso su se stesso.
Poiché con la riflessione si può conoscere
qualcosa, senza conoscere tutto, si può anche
credere di aver conosciuto ed essere nell’errore.
Questo vuol dire che la riflessione non è solo
certezza, ma anche dubbio, anzi procede dubitando.
La riflessione, in altre parole è critica:
serve per risolvere i dubbi, nella continua ricerca
senza esaurirla mai, una volta per sempre.
La meditazione. L’approfondimento della
riflessione produce il meraviglioso frutto della “meditazione”,
ossia di quell’attività dello spirito
che pone di fronte a una scoperta essenziale, a una
verità decisiva, che impegna il senso e l’essere
stesso dell’esistenza e della personalità.
Con la meditazione si trovano verità che già
sono presenti nello spirito, senza esserne posseduti
interamente. La verità possiede, ma non è
posseduta. La verità è più data
che conquistata. La verià è all'inizio
e non al termine della ricerca. Come a dire: la verità-mistero
è meno oggetto di riflessione che di meditazione,
più di fede che di ragione.
Di fronte alle verità importanti ed essenziali,
scoperte e vissute nell’intensità della
meditazione, il pensiero umano dichiara la sua insufficienza
a “contenerle”, cioè a capirle,
anzi vi si trova “contenuto”. Meditare
allora significa trovare e meditare ancora su quel
che si è trovato. La meditazione sulle verità
essenziali è perpetua e si trasforma in invocazione
e in preghiera della verità trovata. La verità
è la "perla" preziosa del Vangelo...
La preghiera. Lo sforzo del meditare si allenta;
la mente si nasconde umilmente nel suo niente, rientra
in se stessa e si abbandona pregando alla sua verità;
la mente si dischiude e si distende: il momento meditativo
sta cedendo il passo all’invocazione e alla
preghiera. E’ il momento della preghiera semplice
(o speciale); è il momento della contemplazione,
ossia è il momento della mente che solleva
lo sguardo da se stessa; è il momento dell’esistenza
pura e integrale; è il momento in cui la verità
apre le sue porte e si rivela personalmente allo spirito.
E’, in altre parole, il momento della relazione
personale con Dio, in Cristo.
Il momento della conteplazione è il momento
della maturità spirituale: solo chi sa contemplare
le verità essenziali, sa meditare sulla verità,
sa conoscere le verità parziali e apprezzare
anche le più piccole cose, tutte degne di riflessione,
di meditazione e di contemplazione amorosa, perché
tutte le vede procedere da Dio come creazione continua
in Cristo, e tutte le contempla presenti in Cristo
e per Cristo.
Chi contempla Dio, in Cristo, signoreggia il mondo
intero, perché tutto obbedisce a chi si assoggetta
a Dio. L’esempio di Francesco e di Chiara lievita
tutta la meditazione sul silenzio esistenziale interpretato
scotianamente, in cui pensare e pregare, pregare e
pensare convolano a unità: ora et cogita,
cogita et ora.
II- LA POVERTA’ DI
SPIRITO
Tra il silenzio esistenziale e la
povertà di spirito c’è, secondo
Duns Scoto, una profonda identità ontologica.
Entrambi sono condizioni essenziali per ascoltare
la voce di Cristo. Egli stabilisce l’equazione:
dove c’è silenzio, c’è povertà;
e dove c’è povertà, c’è
silenzio. Intuizione che aiuta con più profondità
a conoscere le vie o mezzi per amare con più
sicurezza il Signore.
Nel contesto dell’analisi sul "settenario"
delle virtù, Duns Scoto afferma che i “consigli
evengelici”, pur essendo d’origine divina,
non sono virtù infuse, ma acquisite o scelte
dall’uomo. In quanto consigli, appartengono
all’ambito della fede, nel senso che nessuno
è necessariamente obbligato a viverli, e neppure
a disprezzarli.
Il tema della povertà costituisce certamente
il fiore francescano più bello, più
suggestivo, più mistico, più sublime
che impressiona e affascina continuamente. La povertà-per-amore-di
Cristo povero e nudo costituisce la via cheFrancesco
e Chiara hanno percorso per andare al Padre. Francesco
"sposa" madonna Povertà! Chiara "sposa"
addirittura il Cristo crocifisso, nudo e povero! Due
espressioni di povertà-per-amore scotianamente
detti "cristiformi". Al di fuori di questa
cornice opzionale cristica non si può comprendere
la forma di vita esistenziale né di Chiara
né di Francesco.
Chiara afferma che la povertà non si identifica
solo nella mancanza di beni materiali, cioè
con la povertà-di, ma soprattutto nel “godere”
tale mancanza per amore di Cristo, ovvero con la povertà-per.
Nasce il senso della letizia francescano-clariano,
che libera alla radice il cuore dell'uomo per offrirlo
nudo a Cristo in un atto di fede nuda e di amore generoso.
Sarebbe un grave errore ermeneutico, guardare la povertà
clariana solo nella dimensione del "di",
isolandola dalla dimensione del "per" o
dalla realtà vissuta con affetto amorevole
e amoroso da Chiara, cioè Cristo e Cristo crocifisso.
Senza Cristo non si spiega né Francesco né
Chiara, né i loro ideali, né le loro
forme di vita povere e liete.
La povertà clariana, proprio perché
nasce da un atto di amore-per Cristo povero e nudo,
svolge una duplice azione: da un lato svuota il cuore
di Chiara da tutto ciò che può contrastare
o turbare il suo amore a Cristo, ossia fa silenzio
in sé e fuori di sé; e dall'altro lo
riempie dell'amore di Cristo, spalancandolo inebriato
di gioia sul mondo intero. È l'amore per Cristo
e di Cristo che riempie di soave letizia il cuore
e l'intera persona di Chiara. Senza la presenza totalizzante
di Cristo non si può comprendere né
la vita di Chiara né il suo privilegio paupertatis,
che ancora incanta e affascina l'uomo d'oggi.
Il privilegio della povertà di Chiara non deve
esssere visto come un semplice documento giuridico,
che non avrebbe senso, ma unicamente come elemento
indispensabile per poter realizzare la sua scelta
esistenziale di amore-per Cristo povero. La motivazione:
Cristo ha scelto di vivere una vita povera. L'insistenza
di Chiara sul privilegio della povertà è
una riprova del suo amore amorevole verso Cristo,
cioè il suo sviscerato desiderio di condividere
fino in fondo le condizioni del suo Amore, povero
e nudo.
Solo con il carisma dell'autorità della Chiesa,
Chiara si sente definitivemente sicura di aver adempiuto
al suo impegno d'amore-per Cristo crocifisso. È
come se avesse ricevuto dalla Sposa di Cristo il crisma
del Crocifisso al suo ideale di fede e di amore. Il
privilegio della povertà esprime anche al massimo
grado il silenzio radicale di Chiara, che così
si sente idonea a essere riempita dall'amore del suo
Amore crocifisso.
Enigmatico è anche l'episodio biografico della
sua morte solo due giorni dopo aver avuto il tanto
desiderato "privilegio". Tutta la sua vita
è stata una lunga attesa fiduciosa di poter
coronare il suo sogno d'amore. E dato che gli ultimi
ventinove anni, Chiara li ha vissuti nel disagio della
grave malattia, è possibile pensare che la
sua vita sia stata sostenuta dal forte desiderio di
ricevere l'autorizzazione della Chiesa a vivere ufficialmente
nella massima conformità al suo Sposo crocifisso,
povero e nudo.
Che cosa chiedeva Chiara con il privilegio della povertà?
Di vivere semplicemente senza privilegi e senza garanzie,
come il suo Sposo, Cristo, che non aveva neppure una
pietra per posare il capo!
I tanti temporeggiamenti da parte del cardinale Ugolino
e del papa Gregorio IX non valsero a colmare il desiderio
amoroso di Chiara, che, fedele a Francesco, anelava
direttamente a possedere il Cristo crocifisso. Finalmente
il 9 agosto 1253, papa Innocenzo IV concede il tanto
privilegio, che segna la nascita definitiva dell'Ordine
delle Povere Dame di S. Damiano, o Secondo Ordine
francescano.
Su questi brevissimi riferimenti clariani sull'amore
alla povertà cristica, piace offrire una meditazione
sulla povertà, intesa meno come mancanza di
beni materiali che come silenzio esistenziale. L'importanza
della sua attualità non sfugge a nessuno, dal
momento che oggi sembra perduto il riferimento alle
autentiche radici di fede e di amore della povertà.
Senza la sua origine di fede si perde il suo valore
spirituale, è come se venisse snaturata e sradicata
dalle sue autentiche radici cristiche. La povertà
in se stessa non ha alcun valore, anzi è un
disvalore. Francesco e Chiara ne sono una testimonianza
vivente, che in Duns Scoto riceve la conferma dottrinale.
1). La povertà di
fronte a Dio
L’analisi del “silenzio
cristico” come condizione indispensabile per
ascoltare la voce di Cristo, ha portato alla considerazione
che esso s’identifica con il concetto di “povertà
di spirito”, che Gesù, all’inizio
del discorso della montagna, pone come condizione
indispensabile per entrare nel regno dei cieli: “Beati
i poveri di spirito, perché di essi è
il regno dei cieli”. Con questa prima beatitudine,
viene stigmatizzato il “vero” povero:
povero di spirito, povero di desiderio, povero di
sé, povero per amore, aperto agli altri e aperto
a Dio.
Il povero della prima beatitudine evangelica è
colui che è convinto profondamente di essere
nulla davanti a Dio e vive di conseguenza: attende
tutto dal Tutto, come un mendicante. Per lui Dio è
tutto e fa tutto. Il povero si considera una liberalità
di Dio, una elemosina di Dio, un dono di Dio: è
fortemente persuaso che Dio si degna di operare in
lui, con lui e per mezzo di lui.
In questo senso originario e ontologico, l’uomo
per sua natura è il povero di Dio, che attende
da Dio il suo essere e il suo agire, è il mendicante
di Dio. Il vero uomo, che coincide con il vero povero
ontologico, quindi, è profondamente convinto
di essere e di vivere in Dio, di muoversi in Dio e
di appartenere a Dio. L’uomo povero possiede
quel che possiede -esistenza, attività, ragion
d’essere, scopo della vita...- unicamente da
Dio, per Cristo e in Cristo.
A che serve questa pennellata ontologica e scotiana
sull’essere dell’uomo?
A rinfrescare la mente dell'uomo sulla sua vera e
autentica origine. Certo, tutti sappiamo di essere
dipendenti almeno nell’essere fontale da Dio,
ma non tutti vi pensiamo seriamente da influenzare
la propria vita pratica o di progettarla in tale prospettiva.
Duns Scoto paragona l’uomo a un albero. E’
radicato alla terra mediante le radici e con la testa
sospesa nel vuoto, nel cielo. Vive come se fosse certo
di essere padrone di se stesso. Effettivamente si
sente padrone: vive, agisce, si muove, si agita, va
e viene, pensa e parla liberamente, vuole e disvuole,
ama e odia... La sua autonomia non è una illusione,
ma una realtà.
Tuttavia, tale spiccata autonomia è un dono
di Cristo. Pur donando l’uomo a se stesso, Cristo
non può alienare il suo diritto sull’uomo.
Non perché non lo possa fare, ma unicamente
per incapacità da parte dell’uomo di
poter sopportare tutto il peso del proprio essere
su se stesso. Se Cristo alienasse il suo diritto,
cioè la sua presenza, l’uomo ricadrebbe
nel nulla donde è stato chiamato liberamente
da Dio stesso, in Cristo. In altre parole, è
soltanto per Cristo e in Cristo, e in forza della
sua immanenza, della sua continua e attiva presenza
come causa dell’esistenza e dell’attività,
che l’uomo è vive agisce ecc. E’
la continuità del dono di Cristo che
fa esistere vivere ed essere l’uomo. Dono che
si personifica nel concetto di imago Christi;
Cristo è il vero e autentico dono di Dio, è
il suo Capolavoro. La concretezza dell'uomo diventa
realtà solo in rapporto a Cristo, vero Uomo,
da cui tutti gli altri ricevono l'imago.
A tutto questo dono-mistero, l’uomo non pensa
abbastanza o non pensa seriamente. Non riflette che,
in effetti, la sua dipendenza ontologica costituisce
contemporaneamente la "radice" e la "chioma"
della sua esistenza. Oggi, invece, l’uomo tende
di respingere tale originaria dipendenza e tende di
proclamare la sua assoluta libertà, con tutte
le nefaste conseguenze che la storia quotidiana registra.
L’uomo, che comprende la sua radice ontologica
e l’accetta con gioia, eleva il titolo onorifico
più alto e più bello di se stesso e
a se stesso: si apre all’ascolto della voce
di Cristo, fa vivere Cristo in se stesso e per mezzo
di sé. L’uomo autentico, quindi, è
l’uomo povero che sa sprofondarsi nell’abisso
silente di Dio con tutta la sua fede, con tutto il
suo amore. Egli ha la coscienza di partecipare in
Cristo all’essere di Dio, alla natura di Dio
e all’attività di Dio. E in questo modo,
l’uomo, autentico-povero, diventa la storica
testimonianza dell’opera dello Spirito Santo
in lui.
L’uomo autentico non solo scopre e riconosce
la sua dipendenza radicale, ma accetta con gioia la
propria nullità e proclama la propria povertà.
In questa profonda e genuina consapevolezza scopre
anche e riconosce la fraternità universale
non solo con i propri simili, ma con le creature tutte,
perché, come lui, ricevono continuamente esistenza
vita ed energia da Dio. L’uomo autentico, o
l’uomo povero, si autoscopre, perciò,
una elemosina di Dio, un dono di Dio in Cristo.
Tra gli esempi più classici di poveri davanti
a Dio, piace semplicemente indicare, senza analizzarli,
quelli di Cristo, di Maria, di Francesco e di Chiara.
La povertà di Cristo è divina: da Dio
si fece anche Uomo. Non solo. Da Uomo, si spoglia
di ogni dignità e di ogni immunità,
e sceglie di morire nudo sulla nuda croce per la salvezza
dell’uomo. La povertà di Cristo è
un modello di come si arricchisce davanti a Dio.
Facile è il riferimento alla povertà
di Maria, che da Betlemme al Golgota, vive della povertà
del Figlio e riceve da Lui l'ultimo sigillo dalla
Croce... In quanto Madre del Povero, diviene anche
Madre dei poveri e degli umili, come documenta tutta
la sua esistenza, sintetizzata nell’inno del
Magnificat.
Meraviglioso appare la povertà di Francesco
d’Assisi. Personalizzando la Povertà,
la sceglie come sposa. Quale significato attribuire
a tale sposalizio simbolico? Quando Francesco si riebbe
dall’estasi che gli aveva rivelato il senso
autentico di una verità a tutti nota ma verso
cui si resta indifferenti, egli ebbe chiara la coscienza
della sua essenziale e assoluta dipendenza da Dio,
e della propria assoluta ed essenziale indigenza o
povertà. Aveva intuito Francesco che Dio è
tutto e lui nulla. Francesco si è scoperto
un mendicante di Dio, una elemosina di Dio. Onde la
sua preghiera semplice e significativa: mio Dio e
mio Tutto.
Francesco si è autoconsiderato povero davanti
a Dio. E’ la dimensione onto-teologica della
povertà come condizione per ascoltare la voce
di Dio direttamente e indirettamente. In quanto povero
in spirito e povero di desiderio, Francesco, ricco
d’amore e di fede, ha camminato verso Dio.
Chiara, seguendo le orme di Francesco, si sposa direttamente
con lo Sposo povero e nudo, Cristo crocifisso, e vive
insieme alla Madre della povertà, Maria Vergine.
Tutta la sua vita gravita intorno alla povertà
come atto di fede radicale e di amore puro verso il
suo Amore. Arriva a pensare di farne il mezzo più
sublime per restare unita a Cristo, chiedendo alla
Chiesa la conferma del suo ideale, come di un privilegio:
scegliere di vivere la povertà personificata
dal suo Sposo, Cristo nudo.
2). Povero
di fronte a se stesso
La difficoltà più grande
che si incontra nella pratica della povertà
è la povertà di fronte a se stesso,
che costituisce la condizione sine qua non
della storia della salvezza. L’essere povero-di-sé
dinanzi a se stesso è l’affermazione
più paradossale dell’insegnamento di
Cristo.
L’essere povero-di-sé dinanzi-a-se-stesso
non significa tanto avere consapevolezza di essere
un nulla, ma proprio in forza di tale consapevolezza
avere la volontà di vivere e agire come se
si è qualcuno e si è qualcosa. Qui,
il dilemma: essere nulla e pensare di essere qualcuno.
E’ un dilemma che si risolve nel vivere e nell’agire
non più per se stessi, ma accettare di vivere
e agire per opera di Cristo e unicamente per Cristo,
secondo la logica dell’amore paolino: non sono
più io che vivo, ma è Cristo che vive
in me. Con la povertà-di-sé, si vive
e si agisce per docilità di spirito, per amorosa
corrispondenza d’amore, per collaborazione di
colui dal quale si sa di avere tutto, esistenza energia
e vita.
Per meglio cogliere questo senso profondo e autentico
della povertà-di-sé, bisogna meditare
l’espressione di Paolo “Se qualcuno crede
di essere qualcosa, mentre è un nulla, seduce
se stesso” (Gal 6, 3). La dimensione della povertà-di-sé
non appartiene a questa o a quella religione, ma appartiene
strutturalmente al singolo uomo in quanto uomo-creatura.
Ha ricordato Paolo: se "un uomo" crede di
essere qualcosa, inganna se stesso e si illude, poiché
in verità è un nulla. Ciò che
l’uomo ha ed è, è
dono gratuito di Cristo, cui dovrà renderne
conto nell’avvento finale. La povertà-di-sé
è il rovescio della povertà-verso-Dio,
cioè la dimensione ontologica dell'essere umano
nei confronti di Dio in Cristo.
Questa della nullità ontologico-strutturale
o povertà-di-sé è la condizione
dell’esistenza, eppure è la meno conosciuta,
la meno presente allo spirito, la meno familiare all’attività
quotidiana, la meno utilizzata nelle devozioni...
Invece: la povertà-di-sé è alla
sorgente dell’esistenza autentica e della vera
attività umana e spirituale.
Lo sforzo più difficile che Dio richiede dall’uomo
in generale e dal religioso in particolare è
la povertà di se stesso. Difatti: essere povero
di sé dinanzi a Dio è già molto;
essere povero di sé dinanzi al prossimo, con
la dolcezza, la benignità, la mitezza... è
ugualmente grande cosa; essere povero di sé
di fronte alle cose, usandole come se non le si usasse,
usarle unicamente per la gloria di Dio e per il benessere
del prossimo... è quanto mai raro; ma essere
povero di sé di fronte a se stesso è
la cosa più ardua e difficile, perché
si va alla radice stessa dell’essere: alla volontà,
ossia volere di non volere. Si può essere,
perciò, povero dinanzi a Dio, povero dinanzi
agli uomini, povero dinanzi all’universo, senza
essere povero di sé dinanzi a se stesso,
cioè senza rinunciare veramente a se stessi;
di conseguenza si può apparire povero quanto
vuoi, ma restare terribilmente ricchi e proprietari
di sé...
Come esemplificazione si tenga presente l’inno
alla carità di Paolo (1Cor 13, 1-13) che calza
molto bene. Perciò, abbandonare i beni materiali,
a volte non richiede grande sforzo o sacrificio all’uomo;
ma abbandonare se stesso esige uno sforzo continuo
di fede che solo con la vera carità si può
sopportarne il peso, che, in verità, diventa
leggero e soave nel viverlo.
Nella logica del discorso della montagna è
facile identificare “beati i poveri di spirito”
con “beati i puri di cuore”. Il puro di
cuore è colui che volontariamente si distacca
da sé e si spoglia di sé. Unica condizione
per vedere Dio non solo in cielo ma anche in terra,
cioè in sé, negli altri e in ogni cosa.
Una domanda provocatoria: è sufficiente sapere
tutto questo per essere povero?
Sarebbe troppo facile. Alla purezza dell’occhio
interiore, ossia dello spirito, bisogna aggiungere
la purezza di cuore. Fondamentalmente si ottiene la
purezza di cuore mettendo in pratica ciò che
si è conosciuto. Qui entra in causa la meravigliosa
intuizione di Duns Scoto intorno alla praxis,
che, puntando sulla unitarietà del sapere e
del credere, chiama l’uomo alla coerenza: vivere
l'oggetto della propria fede, secondo il credo
ut condiligam.
E’ tutto un programma. Francesco e Chiara l'hanno
realizzato! Duns Scoto l'ha vissuto sistemato e giustificato
anche dottrinalmente.
3). I frutti della povertà
Tra i frutti più saporosi
della povertà-silenzio cristico piace indicare
soltanto la libertà, la letizia e la semplicità
che tra loro sono interscambiabili e complementari.
La libertà. Il privilegio del povero,
la ricompensa della povertà-silenzio per amore
di Cristo e per amare Cristo, si possono trovare nelle
parole di Paolo “Tutto posso in Colui che mi
dà forza” (Fil 4, 13), che, tradotto
in termini esistenziali, potrebbe significare: saper
rimanere uguali in qualunque situazione di spirito
e di corpo, di abbondanza e di penuria; sapersi accontentare
di quanto si ha e di ciò che si è...
L’uomo povero per amore è libero-da ed
è disponibile alla libertà-per.
La libertà, secondo la promessa di Gesù,
coincide con la conquista della povertà di
spirito su questa terra, per godere la beatitudine
nei cieli. La beatitudine della povertà di
spirito si identifica con la sovranità di essere
liberi. Il povero-di-sé è libero, perché
poggia la sua vita su Cristo. E, forte della sua potenza,
diviene padrone di sé, del mondo, di Dio: è
veramente libero.
Il povero, dunque, è libero. E’ libero,
perché nulla più lo lega, lo vincola,
lo trattiene. Nulla lo ritarda, nulla lo inquieta,
nulla lo spaventa. Nulla lo appesantisce, nulla lo
opprime, nulla lo domina, nulla lo polarizza. Il povero
ha imparato ad accontentarsi di quello che ha: se
si trova nell’abbondanza, non se ne lascia sopraffare;
se si trova nell’indigenza, può vivere
ugualmente; se ricade nella povertà, non si
angustia; se si sazia, ne ringrazia Colui che gli
concede la possibilità di nutrirsi; se affamato,
sa sopportare... Il povero è convito che non
di solo pane vive l’uomo, ma della parola creatrice
di Dio che ne sostiene l’esistenza. E, secondo
l’autorità di Paolo (1Tim 6,10),
il povero di spirito possiede anche una rosa di virtù.
Le principali: giustizia pietà fede carità
pazienza mitezza...
La letizia. La povertà-di-spirito non
è una croce che si accetta con rassegnazione,
ma uno stile di vita che si ricerca con ardente desiderio,
tanto da produrre quel delicato sentimento di gioia
che va sotto il nome di letizia. La letizia
è una virtù stabilizzatrice della serenità
interiore in tutte le circostanze o situazioni della
vita, come espressione di profonda libertà
interiore. Solo chi non ha nulla, di effettivo e di
affettivo, può essere lieto, in quanto non
ha nulla da temere o da perdere, ma tutto da guadagnare.
Chi non ha nulla di beni terreni possiede l’Autore
stesso dei Beni. Francesco e Chiara ne sono un'espressione
molto significativa.
La letizia sa ben coniugare povertà
estrema e ricchezza sconfinata, svuotamento di sé
e pienezza di Cristo, rinuncia e possesso, dolore
e gioia, morte e slancio vitale. E questo perché
la letizia è il punto di fusione di tutti i
contrasti in Cristo. Chi è lieto riesce a vedere
il mondo come il volto di Cristo, cioè ad ascoltare
la voce di Dio attraverso qualsiasi creatura. Non
ci sono specifiche caratteristiche o forme di letizia.
Essa si irradia in molteplici aspetti, a seconda della
personalità di ognuno. La letizia rende l’animo
semplice e puro, atto cioè a vedere e ad ascoltare
la voce di Cristo, perché fa amare tutto e
tutti in Dio.
Ciò che è contrario alla letizia è
certamente quel sentimento di protesta, di mormorazione,
di lamentazione, di malcontento, di scatti non controllati
quando ci tocca qualche privazione... e tutto ciò
che è contrario alla povertà-di-spirito.
La letizia, allora, coincide con la libertà.
Solo chi è e si sente libero può ed
è lieto.
Altro frutto della povertà-silenzio cristico
è la semplicità. In senso filosofico,
la semplicità coincide con la conclusione di
una ricerca costante ed esclusiva di Dio, considerato
all'inizio e al vertice della scala dell’essere
e di ogni bene. La semplicità comporta una
ricerca illuminata e guidata dall’amore. Sua
caratteristica fondamentale: tradurre nella pratica
l’oggetto di tale ricerca, ossia Dio. Chi agisce
con semplicità non solo orienta a Dio la sua
azione, ma la compie con rettitudine davanti ai suoi
occhi. All’origine della semplicità si
trova sempre una “scelta radicale” di
Dio, che fa non-volere tutto ciò che non appartiene
a Dio o a Cristo, secondo la gerarchia dell’essere.
La semplicità tende a liberare sempre più
l’uomo dai pesi e dagli impacci che bloccano
o rallentano l’ascesa verso Dio, nel senso che
conduce l’uomo al “cuore” di ogni
cosa o realtà, e lascia fuori o in secondo
ordine tutto il resto. Manifestando una profonda unità
interiore, la persona semplice vede tutte le cose
alla luce di Dio e, quindi, esse appaiono nella loro
originaria semplicità e bellezza. Caratteristiche
che solo l’animo artistico poetico e metafisico
sanno cogliere. Come a dire: che la persona semplice
è nello stesso tempo artista poeta e metafisico;
ovvero: saggio e sapiente, puro e semplice di cuore.
Francesco e Chiara sono semplici e puri di cuore.
La semplicità, infatti, esprime quella caratteristica
evangelica dell’infanzia spirituale: “Se
non cambiate e non diventate come bambini, non entrerete
nel regno di Dio” (Mt 18, 3). Con la
semplicità, l’uomo si viene a trovare
nelle condizioni ideali per imitare e seguire in modo
integrale e incondizionato Cristo, attraverso l’assimilazione
dei comportamenti profondi ed essenziali del suo insegnamento.
In tale condizione di animo semplice, l’uomo
porta continuamente davanti a sé l’immagine
del Cristo, dal quale si lascia trasformare completamente
e totalmente come lui vuole e come a lui piace: è
il gioco della libertà e dell’amore.
La semplicità si coniuga mirabilmente con la
sapienza, cioè con quella profonda convinzione
di essere e di sentirsi amati da Dio e, quindi, di
piacere a Dio pur essendo senza tecnica di umana cultura,
ma pieni della sapienza celeste o essenziale, alimentata
continuamente dall’azione dello Spirito Santo.
Una delle manifestazioni più caratteristiche
della semplicità è certamente la “coerenza
in ogni settore della vita”, che esclude ogni
possibile discrepanza di atteggiamento, tra interiore
ed esteriore, tra credere e agire, tra dire e fare,
tra speculazione e pratica... La persona semplice
si presenta con quella trasparenza cristallina che
permette di vedere chiaramente dal di fuori ciò
che avviene nell’intimo del cuore, dove solo
Dio ha pieno accesso.
Oltre che frutto della povertà-di-spirito,
la semplicità investe tutti i settori della
vita, e costituisce la radice stessa di ogni agire
e pensare. Più che una virtù o caratteristica
acquisibile con umano sforzo, essa sembra meglio un
dono, che Dio elargisce a coloro che sanno
fare silenzio e vogliono essere poveri, per arricchirsi
di Lui e per ascoltare la sua voce in ogni creatura,
comunque espressa nella storia.
Il cuore e la mente della persona semplice sono, secondo
Duns Scoto, sempre orientati verso Dio, per accogliere
con prontezza ed entusiasmo ogni suo impulso o grazia,
così da creare una disposizione generale di
passività attivissima che sta alla radice della
preghiera mistica o della contemplazione, mèta
di ogni credente autentico.
In breve, secondo Duns Scoto, chi contempla Dio, in
Cristo, signoreggia il mondo intero, perché
tutto obbedisce a chi si assoggetta a Dio. L’esempio
di Francesco e di Chiara lievita tutta la meditazione
della mistica scotianamente, in cui pensare e pregare,
pregare e pensare convolano a unità: ora
et cogita, cogita et ora.
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