LA MISTICA DI
DUNS SCOTO
(Giovanni Lauriola ofm)
Parlare di mistica in Duns Scoto può sembrare
una provocazione. E lo è in effetti se lo si
continua a considerare nella veste di semplice speculativo
e di profondo metafisico. Enucleare la sua dottrina
mistica, certamente, è un problema molto delicato
complesso e difficile, specialmente in considerazione
del tempo che ci divide e per la mancanza di scritti
specifici in materia. Le indicazioni e i riferimenti
che si ricavano dai suoi scritti sono tali e tanti
da permettere, tuttavia, una ricostruzione della sua
spiritualità, da cui dedurre anche le caratteristiche
essenziali della sua mistica, se è vero che
questa rappresenta l’ultimo stadio di perfezione
della stessa spiritualità.
La semantica del termine «spiritualità»
oggi è molto vasta e complessa. Comunemente
si suole intendere: uno stile di vita; una via per
giungere alla perfezione umana cristiana sacerdotale
religiosa; un modo di trattare gli uomini, di trattare
le cose...; un metodo di pregare; un modo di andare
a Dio... Oltre alla conoscenza sicura della via e
dei mezzi che conducono alla perfezione, il concetto
di spiritualità implica anche un modo pratico
e personale di vivere e tradurre in pratica tali conoscenze.
Ci sono significati di spiritualità che non
sono riferiti specificatamente alla spiritualità
cristiana. La spiritualità cristiana è
una spiritualità, ma non la spiritualità.
Vi sono, cioè, altre spiritualità “religiose”:
quella buddista induista ebraica musulmana che parlano
di spiritualità e non solo di religione. Esiste
anche una “spiritualità” semplicemente
umana, che determina la fisionomia di una persona;
che la caratterizza nella sua interiorità,
nel suo pensare e agire, nel suo rapportarsi agli
altri e alle cose. In altre parole: ciò che
di una persona appare e si configura carica di valori
si chiama spiritualità.
Nella religione cristiana esistono molte spiritualità,
senza che alcuna abbia il primato sulle altre, perché
ognuna esprime una particolarità della ricchezza
della santità della Chiesa, ossia di Cristo
stesso.
Quale preferire?
La scelta è personale e non la si può
imporre. Ognuno deve scegliere per sé e mediare
la propria spiritualità. C’è la
spiritualità benedettina francescana carmelitana
domenicana gesuitica...
La spiritualità francescana
prende nome da Francesco d’Assisi, la cui esperienza
è nota a tutti. Proprio perché esperienza,
essa è singolare e irripetibile, cioè
non comunicabile né insegnabile. E’ un
patrimonio proprio di Francesco. E come tale diventa
un “tipo” e un “modello”,
a cui ispirarsi e creare la propria personale sintesi,
e non da copiare o da imitare. L’esperienza,
come l’amore, non è insegnabile, è
personale.
Comunque, è certo che alla base dell’esperienza
di Francesco, più che visione filosofica del
mondo, dell’uomo e di Dio, ci sono semplicemente
delle profonde intuizioni d’amore verso Cristo,
il Vangelo, la Chiesa, la Vergine Maria, i Sacerdoti,
l’Eucaristia... secondo la spiritualità
e la dottrina della Chiesa dell’epoca.
Duns Scoto, applicando la sua scelta ermeneutica del
Cristocentrismo alle intuizioni semplici di Francesco,
consegna alla storia la lettura scientifica più
attendibile e matura dell’ideale del Poverello
d’Assisi. Concettualizzazione che permette di
tradurlo in dottrina sistematica e, quindi, renderlo
insegnabile e comunicabile agli altri. E questo è
un grandissimo merito storico, che ha consentito così
di poter alimentare tante generazioni di santi e di
devoti alla fonte dell’ideale del Poverello
d’Assisi. Per quest’opera imperitura io
non ho timore a definirlo confodatore dell’Ordine.
L’ideale di Francesco diviene allora anche teologia,
anche spiritualità, anche mistica, anche filosofia,
anche visione del mondo..., cioè un complesso
dottrinale sistematico, non chiuso e perfetto, ma
aperto e sempre in evoluzione. L’aver colto
le ragioni ultime dell’esperienza spirituale
e mistica di Francesco, mettendone in luce le radici
teologiche e filosofiche, soprannaturali e naturali,
di fede e di ragione, costituisce una delle più
grandi conquiste della cultura non solo francescana,
ma anche universale, perché con tale operazione
Duns Scoto ha criticamente assicurato alla storia
e per sempre l’ideale della spiritualità
francescana.
Se per mistica si accetta il significato
generico di ultimo stato di perfezione della vita
spirituale, in cui l’uomo giunge alla comunione-unione
con Dio in Cristo, allora si può parlare anche
di mistica francescana e scotiana in ispecie.
Nella tradizione francescana è molto sviluppato
il senso mistico e contemplativo della vita spirituale,
tutta concentrata nel mistero di Cristo totale, che
costituisce l’oggetto specifico della stessa
mistica. La vita spirituale di Francesco ha origine
proprio dall’incontro con il Cristo crocifisso
di S. Damiano e si completa con il Cristo crocifiggente
della Verna, attraverso la mediazione dell’esperienza
del Cristo crocifissato nei poveri, negli ammalati,
negli esclusi... Nel Cristo totale, Francesco scopre
l’amore di Dio in tutte le dimensioni evangeliche.
La concreta scoperta del Cristo assume in Francesco
un valore e un significato fino a quell’epoca
mai raggiunti dai cristiani, benché fossero
diffuse le elevazioni mistiche di Bernardo e di Ugo
di S. Vittore.
Tutti gli episodi salienti della chiamata di Francesco
sono illuminati e imbevuti della regalità di
Cristo. La voce del crocifisso di s. Damiano, che
lo invita a riparare la sua Chiesa; il sogno di Spoleto
che lo mette al bivio di scegliere tra il Signore
e il servo; l’autodefinizione di “araldo
del gran Re”, dopo la triste avventura con i
briganti che lo bastonano e lo gettono nel fossato
di neve; il mistico e reale sposalizio con “Madonna
Povertà”, rappresentante l’incontro
con l’amore di Cristo che da ricco si è
fatto povero per alzarci alla sua ricchezza; il gesto
plastico davanti al Vescovo di Assisi quando si spoglia
nudo per rivestirsi di Cristo; il desiderio della
Verna in cui chiede di sentire nel proprio corpo lo
stesso amore che Cristo ha sentito in sé per
l’uomo; il cantico mistico della lode a Dio
attraverso tutte le creature del cosmo esprime l’ultimo
stadio della perfezione, ossia l’unione trasformante
che anela alla visione beatifica, che si concretizza
nell’episodio della morte: si fa adagiare nudo
sulla nuda terra per assaporare il mistero della morte
di Cristo nudo sulla nuda croce. Per tutto questo,
papa Pio XI chiama Francesco d’Assisi Alter
Christus.
Della concezione spirituale-mistica del Dottor Sottile
cercherò di mettere in luce a grande linee
il fine e i mezzi indispensabili per raggiungerlo.
1- Il fine della mistica:
l’unione con Dio in Cristo
Nel corso della storia Duns Scoto
è stato considerato più comunemente
nella dimensione speculativa che in quella della mistica.
Molteplici le cause, tra cui la poco conoscenza dei
suoi scritti, causa la difficoltà di reperire
i testi, privilegio di pochi luoghi. Pur sotto la
veste teoretica delle delicate e “sottili”
trattazioni scolastiche, essi rivelano segni di una
essenziale ricchezza spiritual-mistica, che ruotano
intorno al concetto di Dio come Essere-Amore, che
fa il massimo dono di sé concedendoci il Summum
Opus Dei, il Capolavoro di Dio, Cristo Gesù.
La sua dottrina spirituale è talmente concreta
che paradossalmente afferma: se una concezione teologica
non produce frutti maturi di vita spirituale e, quindi,
di mistica ad luxuriam reducitur, che, in termini
moderni, potrebbe significare: se lo studio è
fatto per la semplice speculazione o curiosità
intellettuale, è come se ci si crogiuola nella
tentazione della lussuria. Interpretazione che trova
conferma nel rapporto che egli stabilisce tra pietà
e scienza: la pietà è migliore della
scienza e può stare anche senza della scienza,
ma la scienza non può stare senza della pietà.
Principio che io completo così: “scientia
sine pietate inflat”: la scienza senza pietà
gonfia; “pietas sine scientia aberrat”:
la pietà senza scienza conduce all’errore;
e “scientia cum pietate aedificat”:
la scienza insieme alla pietà edifica.
Piace presentare gli elementi essenziali della mistica
scotiana per “quadri”, così da
facilitare non solo l’esposizione ma anche la
memoria.
Primo quadro: La concezione
di Dio
Punto cardine della dottrina spirituale
e mistica di Duns Scoto è la profonda e sublime
concezione del Dio biblico. Lo affascinano le due
“definizioni”: Ego sum qui sum
1 -Io sono l’Essere- e Deus charitas
est 2 -Io sono la Carità-. Identificando
Essere e Carità in Dio, Duns Scoto pone a fondamento
della sua concezione mistica proprio questo concetto
di Dio, che chiama: dilectio per essentiam, formaliter
dilectio et formaliter caritas, et non tantum effective:
Dio è Amore per essenza e non soltanto Essere
efficiente.
Tenendo presente l’attività dell’amore
divino ad extra che, per Duns Scoto è un agire
liberalissime e ex maxima caritate,
egli coglie il passaggio logico e ontologico del modo
di agire di Dio, quando con arditezza speculativa
e con ardore di mistico amante punta mente e cuore
direttamente nell’Essere-Carità e vi
intuisce il seguente ordine logico:
«In primo luogo, Dio ama se
stesso. In secondo luogo, Dio ama se steso negli altri
condiligentes.. In terzo luogo, Dio vuole essere
amato da colui che può amarlo in grado sommo
-e parlo di un amore estrinseco. In quarto luogo,
Dio prevede l’unione [ipostatica] di questa
natura [umana] che deve amarlo sommamente»
3.
Dio cioè ama se stesso e si ama negli altri,
per questo vuole degli “amanti” -condiligentes-
fuori di sé che lo amino adeguatamente e infinitamente».
Questa fontale rivelazione metafisica
illumina a giorno tutta la mistica scotiana, come
documentano le meravigliose e sublimi preghiere che
si trovano agli inizi dei singoli capitoli del De
primo principio, trattato di “preghiera”
e di “mistica”. L’Autore è
come in atteggiamento estatico davanti all’Essere,
primo principio degli esseri. Eccone alcune:
O Signore,
Creatore del mondo!
Concedimi
di credere
comprendere
e glorificare
la tua maestà,
ed eleva
il mio spirito
alla contemplazione di te.
O Signore, Dio mio,
quando il tuo servo Mosè
ti chiese il nome
da proporre ai figli d’Israele
-sapendo quello che di te
la mente umana può conoscere-
rispondesti
rivelando il tuo santo nome
Io sono colui che sono.
Tu, o Signore, sei l’Essere
vero!
Tu, o Signore, sei l’Essere totale!
Questo credo fermamente.
Questo, se possibile,
desidero conoscere.
O Signore,
aiutami a scoprire
il vero Essere
che sei tu.
O Signore,
aiutami
a comprendere
ciò che credo...
Dal principio speculativo, di derivazione
agostiniano-anselmiano, credo ut intelligam,
da me tradotto nel principio mistico credo ut condiligam,
Duns Scoto mette a fondamento della sua spiritualità
un atto sincero e indiscusso di fede nella verità
della parola divina, dichiarando di volersi istruire
su Dio, presso Dio e con Dio. Tra lui e Dio c’è
soltanto la mediazione di Cristo, Unico suo maestro;
e tra lui e Cristo, c’è il “suo
filosofo” Paolo. Crede che Dio è Essere-Amore:
Essere per essenza e Amore per essenza, che si rivela
pienamente e totalmente in Cristo, vera imago Dei.
Il fine ultimo dell’uomo è la gloria
di Dio, ossia l’unione-comunione con Dio, che
si realizza unicamente ed esclusivamente attraverso
la mediazione di Cristo, che si autodefinisce la via
per andare al Padre. La carità formalmente
perfetta e necessaria di Dio ad intra viene
comunicata per estrema liberalità amorosa da
Dio stesso a Colui che lo può amare sommamente
e infinitamente, cioè a Cristo. Come la bellezza
materiale dipende dall’armonia e dalla proporzione
delle parti, così la bellezza dell’anima
dipende dalla carità, perché
solo la carità rende “splendente e gradito
a Dio”
4.
Illuminato e riscaldato nel profondo del suo essere
dal mistero di Dio, Essere-Amore, che si autorivela
perfettamente in Cristo, Duns Scoto getta le fondamenta
per la sua ardita costruzione spirituale e mistica
del Cristocentrismo, chiave di volta di tutta la storia
della salvezza sia sotto l’aspetto antropologico
che cosmologico.
Come Francesco si commuoveva alla considerazione degli
episodi dell’umanità di Cristo, così
Duns Scoto si commuove quando considera l’amore
di Dio che per primo ha amato l’uomo. «Noi
ci sentiamo spinti ad amare Dio -scrive- non solo
in considerazione della sua infinita bontà
e delle perfezioni sue infinite, ma specialmente in
considerazione che la sua bontà ci ha amato
comunicandosi a noi, come dice Giovanni “il
Signore ci ha amato per primo”»
5, «perché il nostro animo -continua-
fosse spronato maggiormente all’amore di Cristo
Gesù» 6. E` talmente preso
dalla potenza della bellezza e bontà di Dio
che, per assurdo, arriva a dire che anche se Dio non
avesse creato l’uomo né l’avesse
redento, tuttavia, l’uomo sarebbe ugualmente
tenuto ad amarlo sommamente, perché egli è
la bontà infinita, Deus amandus est.
I pensieri d’amore divino infuocati
di Duns Scoto si traducono, nell’ultimo capitolo
del trattato del De primo principio, in invocazioni
di profonda e sublima preghiera contemplativa, una
specie di Te Deum. Qualche invocazione:
«Tu sei il Dio vivente della
più nobile vita, perché sei intelligente
e perché vuoi.
Tu sei felice essenzialmente.
Tu sei tutta la beatitudine perché possiedi
la comprensione di te stesso.
Tu solo, o Signore, sei incomprensibile e infinito.
Tu solo, o Signore, sei perfettamente semplice: l’angelo
non è perfetto e i corpi lo sono meno.
E` davvero perfetto solo colui che di nulla è
manchevole e bisognoso, e che può esistere
in tutti gli esseri possibili.
Tu sei buono senza misura e con liberalità
comunichi il tuo amore.
Tutti gli esseri anelano verso di Te, che sei l’Essere
sommamente amabile, come il loro ultimo fine...
Ciò che ho detto [e pregato] di Te, o Signore,
anche i Filosofi lo sanno spiegare; ma meglio i cattolici
Ti proclamano con maggior precisione, quale onnipotente,
immenso, giusto, misericordioso, benefico verso tutte
le creature, provvidenziale soprattutto verso gli
esseri pensanti»
7 .
Queste e simili invocazioni infuocate
d’amore costituiscono le fondamenta della manifestazione
del misticismo genuino di Duns Scoto, che ama sovente
inabbissarsi nel “pelago” immenso del
divino Amore, in cui trova appagamento e riposo il
suo spirito sitibondo di sapere e di amare. Il suo
cuore infiammato d’amore e immerso nell’Amore
infinito prende il posto della pienezza e del rigoglio
dei pensieri e si rasserena unicamente in Dio, suo
centro e fine, contemplandolo con dolcezza e tenerezza
estatica, come «il citarrista perfetto -per
usare un suo esempio- che non riflette più
né pensa nel toccare soavemente le corde»
8. In questa visione contemplativa di Dio prende corpo
il mistero dell’Incarnazione del Verbo, che
concretizza e attualizza l’estrinsecazione della
Volontà dell’Essere-Amore, assicurando
così la condizione ontologica della stessa
creazione, e “inventando” nello stesso
tempo le condizioni indispensabili e necessarie all’uomo
per entrare in comunione-unione con Dio e contemplare
la sua Bellezza e Deità. Cristo è veramente
il Mediatore tra Dio e l’uomo, tra l’uomo
e la natura e tra l’uomo e Dio. Senza di Cristo,
ontologicamente parlando, non si può entrare
in comunione con Dio. Cristo è il Rivelatore
di Dio e il mezzo di comunione con Dio. Cristo è
l’unico “ponte” tra Dio e l’uomo
e tra l’uomo e Dio attraverso l’unico
linguaggio della preghiera .
Secondo quadro:
la concezione di Cristo
Dalla convinzione metafisica che
da Dio procede solo Dio, cioè che Dio non può
essere amato adeguatamente se non da un altro Dio,
Duns Scoto afferma categoricamente che «Solo
Dio ama Dio. Dio ama se stesso negli altri. Dio vuole
essere amato da altri condiligenti, cioè che
altri abbiano in sé il suo amore; e per questo
predestina eternamente chi lo deve amare infinitamente
di un amore estrinseco» .
E con stringata e perfetta logica continua: «Chi
vuole ordinatamente, vuole anzitutto il fine; in secondo
luogo vuole ciò che immediatamente raggiunge
il fine; in terzo luogo, vuole tutto ciò che
lo raggiunge remotamente. Ora, anche Dio, che vuole
ordinatamente, vuole perciò prima il fine,
benché non con diversi atti ma con un’unico
atto, in quanto il suo atto tende in diverso modo
e ordinatamente verso gli oggetti. In secondo luogo,
Dio vuole ciò che è ordinato immediatamente
a tal fine, predestinando gli eletti alla gloria...
In terzo luogo, Dio vuole ciò che è
necessario per raggiungere questo fine, cioè
i beni di grazia. In quarto luogo, Dio vuole per questi
condiligenti tutto ciò che è più
lontano dal fine, ad es. il mondo sensibile che deve
a loro servire» .
Dal contesto dei passi citati, emerge chiaramente
la presenza di una gerarchia nell’ordine degli
esseri voluti e amati da Dio da sempre e con il medesimo
ed unico atto infinito d’amore. Agli estremi
di questo amore estrinseco di Dio, Duns Scoto vede
alla sommità Cristo e al gradino più
basso il mondo materiale, nel mezzo si trovano gli
angeli e l’uomo. Il grado di maggiore o minore
vicinanza da Dio è dato dal rispettivo grado
di amore e di gloria che l’essere riesce a sopportare
per sua natura dal Creatore. E questo perché
«Dio compie tutto per la sua gloria» ,
e dispone tutto in «numero peso e misura»
.
Fondamentali sono queste testimonianze bibliche per
Duns Scoto, perché si radica sempre nella convinzione
che tutto Dio opera per sua gloria. E l’opera
di Dio è buona non per se stessa, perché,
in quanto dipendente, è sempre ontologicamente
imperfetta, ma perché Dio così ha voluto,
come a dire: “qualunque cosa creata tanto vale
quanto Dio l’accetta, e non più”.
Intuizione che interpreta anche l’espressione
lucana in cui si afferma che tutto esiste, si muove
e vive in Dio. Questa dipendenza teologica si traduce
anche in dipendenza ontologica, che esprime la radicale
contingenza dell’essere finito, collegandolo
in strettissima a assoluta relazione con Dio creatore,
dato sicuro di fede certa.
Da questa accennata gerarchia degli
esseri, Duns Scoto ricava a tutto tondo la convinzione
che essa è fatta da Cristo e a Cristo finalizzata.
Cristo costituisce realmente il concetto di “mediazione
universale” sia nel campo della grazia che in
quello dell’essere, secondo l’ordine:
Cristo angelo uomo materia. E’ la scala dell’essere
che Duns Scoto, sull’insegnamento di Paolo ,
vede presente nella mente di Dio da sempre.
Dalla concezione dell’essere scotiana sembra
ricavarsi una strutturale dipendenza di carattere
platonico, arricchita dei contenuti rivelati mediati
dalla schematizzazione eriugeriana. Lo svolgimento
del suo pensiero, per volute armoniche e armoniose,
evidenzia sempre meglio la centralità di Cristo
nel mistero rivelato da Dio e nella struttura degli
esseri. E in un raptus d’amore esclama:
«Nell’interpretare Cristo, io preferisco
più eccedere nella lode che essere difettoso»
. Il calore del suo ardente amore, illuminato e inquadrato
dall’acume speculativo, si galvanizza intorno
al mistero di Cristo, chiedendosi il motivo della
sua esistenza. E dalle sue profonde e silenziose meditazioni
sul dato rivelato, lo scopre nel rendere la somma
gloria a Dio, che tutto vuole per se stesso e per
la sua gloria. E così Duns Scoto getta le basi
per il primato e la centralità
di Cristo, elaborando la sua dottrina intorno al mistero
dell’Incarnazione, partendo direttamente da
Dio e non dall’uomo. In questo modo, trasforma
con abilità di consumata perfezione speculativa
lo pseudo-problema “Se Adamo non avesse peccato...”,
nella concreta e reale domanda: “Perché
Cristo è stato predestinato...?”; “Qual
è il primo amore di Dio?”.
Intendendo per predestinazione il libero ed eterno
decreto di Dio che preordina qualcuno alla gloria,
anteriormente a qualsiasi conoscenza di peccato, Duns
Scoto afferma che tale predestinazione si realizza
massimamente in Cristo, voluto per rendere la massima
gloria estrinseca a Dio. E nell’euforia dell’amore
divino, arriva a dire, per assurdo, che “se
non fosse caduto né l’angelo e né
l’uomo, Cristo sarebbe stato predestinato ugualmente
anche se nessuno altro essere fosse da creare”.
Duns Scoto è talmente affascinato dalla visione
di Dio, da essere impegnato con tutto se stesso nel
tentativo di svelare con la massima delicatezza di
spirito gli arcani segreti divini. Le sue idee si
accavallano progressivamente, come le onde del mare
o le note di una sinfonia, ma sempre guidate dall’ordine
ontologico dell’amore: Dio ama se stesso; Dio
ama se stesso negli altri; Dio vuole essere amato
da colui che può amarlo infinitamente; Dio
prevede l’unione della natura umana con il Verbo...
Forte di questa intuizione e sorretto da una potente
forza speculativa, procede nella sua serrata dimostrazione,
trovando anche lo spazio per una battuta ironica:
«Se la caduta dell’uomo fosse stata la
causa della predestinazione di Cristo, ne seguirebbe
che l’opera più grande di Dio -il Summum
Opus Dei, il Capolavoro di Dio- sarebbe stato
soltanto occasionale... E ciò è
semplicemente irrazionale e assurdo» . Secondo
Duns Scoto, quindi, di fronte al Capolavoro divino
non c’è occasione che possa condizionare
la volontà di Dio, né metafisicamente
Dio può volere fuori di sé qualcosa
che sia diverso da Dio stesso, come tutta la sublime
speculazione filosofica dimostra.
Sia per ragione rivelata e sia per ragione filosofica,
la perfezione infinita di Dio è tale da non
poter entrare in nessun modo in rapporto con ciò
che Dio non è. La stessa “creazione”
viene rivisitata da Duns Scoto alla luce di Cristo:
unico ed effettivo termine dell’azione di Dio
ad extra e, quindi, unica possibilità
di spiegare la presenza della materia, del mondo e
dell’uomo al di fuori di Dio. Tale sembra il
pensiero anche di Paolo quando scrive: «Cristo
è immagine del Dio invisibile, generato prima
d’ogni creatura; poiché per mezzo di
lui sono state create tutte le cose... Tutte le cose
sono state create per mezzo di lui e in vista di lui.
Egli è prima di tutte le cose e tutte sussistono
in lui» .
Questa visione paolina, corredata da altri passi ,
soggiace alle meravigliose definizioni di Cristo date
da Duns Scoto: Summum Opus Dei, Summum Bonum gratiae,
Summum Bonum in entibus... , mettendo in atto
così il suo metodo di ricerca: partire sempre
da un dato di fede certa e arrivare alla sua conoscenza
razionale attraverso rigorose argomentazioni e profonde
meditazioni, secondo l’adagio credo ut condiligam.
Dall’insieme della ricerca, si evince che Duns
Scoto distingue con acume speculativo un “ordine
ontologico” e un “ordine storico”
nel piano divino.
Nell’ordine ontologico o delle intenzioni, Cristo
occupa il primo posto nella gerarchia degli esseri,
ordinati in base alla loro importanza ricevuta da
Dio e non già secondo il posto che occupano
nella successione storica. Come a dire: nell’ordine
ontologico è primo non chi appare “per
prima”, ma chi viene “dopo”. Ad
es: il vegetale rispetto al mondo inorganico, l’animale
rispetto al regno vegetale, l’uomo rispetto
al regno animale, Cristo rispetto al mondo umano.
E questo perché è per l’uomo che
Dio ha creato il mondo, ed è in vista di Cristo
che l’uomo è stato scelto, e, infine,
Cristo è stato voluto da Dio e per Dio .
Se dal punto di vista storico o della successione
temporale, Cristo si è formato un corpo a “immagine
dell’uomo”, è altrettanto vero
che nell’ordine ontologico l’uomo è
stato creato a “immagine di Cristo venturo”.
La lettura della gerarchia dell’essere è
fatta da Duns Scoto in chiave ontologica: Dio manifesta
al di fuori di sé la pienezza della vita e
dell’amore, così da perpetuare quello
stesso amore che scaturisce perpetuamente tra i Tre
che sono Uno.
In questo meraviglioso disegno d’amore, Duns
Scoto intuisce con l’aiuto della fede la presenza
di Cristo sia come cuore di Dio che come mistero da
conoscere. Nella gerarchia dell’essere, perciò,
Cristo occupa il primo posto perché tutto è
stato creato da lui e per lui, e tutto
dipende da lui, ed egli non dipende da nessuno.
Questo significa che Dio per primo ama Cristo e in
lui tutto ciò che viene dopo di lui. E’
in forza del primato ontologico di Cristo che Duns
Scoto non può accettare in nessun modo la sua
occasionalità, anzi ne afferma l’assoluta
gratuità della sua predestinazione. La predestinazione
di Cristo non può essere meritata da nessuno:
né da Cristo stesso, perché non ancora
esistente; né da altri, perché tutti
dipendono da lui; per cui non può essere che
del tutto gratuita, cioè assolutamente libera
da ogni pur lieve condizionamento.
Da buon teologo, Duns Scoto considera il piano divino
dal punto di vista di Dio stesso, come viene rivelato
dalle Scritture, e conclude logicamente che Dio, volendo
tutto per la sua gloria, vuole che tra i condiligentes
ci sia uno che abbia il primato su tutti e che
gli renda il più perfetto amore. E questi è
Cristo.
In base alle testimonianze scritturistiche, specialmente
di Giovanni e di Paolo, Duns Scoto afferma categoricamente
che il “summum opus in entibus non esse tantum
occasionatum propter minus bonus solum”, e cioè
“pro redemptione aliorum”. Pur affermando
il primato dell’Incarnazione sulla Redenzione,
egli ha un grandissimo concetto della Redenzione.
Difatti, la redenzione, più che un’azione
dovuta dall’uomo, è l’azione più
grande e più libera dell’amore misericordioso
di Cristo, che per questo merita il massimo riconoscimento
e ringraziamento da parte dell’uomo, che riceve
così un altro “dono”, oltre a quello
della creazione.
Tenendo presente la sua teoria della conoscenza, Duns
Scoto con slancio mistico afferma: «Come l’intelligenza
conosce più perfettamente l’oggetto dei
suoi pensieri, quando esso è sottoposto all’esperienza
immediata dei sensi, così se si vuole onorare
Cristo e rievocare la sua passione è più
facile farlo attraverso la contemplazione dell’immagine
del Crocifisso» . E in considerazione che Cristo
non era tenuto per nessuna ragione a redimerci né
tanto meno a farlo come l’ha voluto fare, egli
più volte, come un ritornello, va ripetendo:
«Cristo liberamente ha voluto offrire la sua
Passione al Padre per noi, e per questo noi siamo
tenuti maggiormente a Lui...» .
In forza di questo atto d’amore cristico, previsto
da tutta l’eternità e continuato senza
interruzione nella storia, Cristo ha voluto liberamente
soffrire e patire divenendo così causa meritoria
di ogni grazia per qualsiasi essere razionale, di
ieri oggi e domani. Attraverso il suo mistero pasquale,
Cristo “brilla d’amore supremo”
e diviene unico Mediatore tra Dio e uomo, nel senso
che l’uomo non può ottenere né
remissione né grazia né altro aiuto
e neppure raggiungere il suo fine ultimo senza Cristo.
Terzo quadro: la Madonna
Nella visione dell’Essere-Amore
di Duns Scoto, il nome che brilla contemporaneamente
accanto a quello di Cristo, ma a lui inferiore, è
il nome di Maria. La sua collocazione può essere
considerata in tre ordini distinti e complementari:
nella predestinazione, nel tempo e nella gloria.
Nell’ordine della predestinazione di Cristo,
è da notare che il Dottor Sottile non menziona
mai esplicitamente la predestinazione della Vergine.
Sono stati i suoi diretti discepoli e i primi commentatori
ad applicare ed estendere anche a Maria i principi,
che egli aveva posto per la predestinazione di Cristo,
e così assegnarle il “secondo posto dopo
Cristo”, ma sempre nell’unico e medesimo
decreto della volontà di Dio.
Se Dio vuole in modo “più ragionevole
possibile”, vuole anche per primo ciò
che è più vicino al fine; se Dio si
vuole comunicare nella maniera più totale possibile,
questo avviene mediante l’unione ipostatica
con l’umanità ricevuta dalla Vergine
Madre. Maria così viene considerata nel suo
primo privilegio: Madre di Cristo, e, quindi,
Madre di Dio.
In virtù della comunicazione materna, i predicati
propri della natura creata e quelli della natura divina
possono essere attribuiti realmente alla stessa persona
divina. E poiché nell’ordine divino,
Cristo tiene il primo posto insieme a sua Madre, si
può affermare che Dio con l’unico e medesimo
decreto d’amore ha voluto e Cristo e la Madre.
Così Maria viene predestinata insieme a Cristo.
E con ragionamento identico, Maria, in quanto eletta
e predestinata prima alla gloria e alla grazia, al
di sopra di tutte le creature, non può essere
“occasionata dal peccato”, altrimenti
Dio le avrebbe accordato una simile dignità
a causa del peccato, che per sé è contro
Dio!
In quanto Madre di Cristo, Maria ha avuto o no bisogno
della Redenzione?
Nell’evoluzione del pensiero mariologico di
Duns Scoto, che culmina nella storica disputa del
1307 alla Sorbona di Parigi, il Maestro francescano,
applicando la dottrina della redenzione perfetta di
Cristo , esplicitamente insegna che la Vergine Maria
ha avuto bisogno, più di tutte le creature,
di essere redenta. Cristo, in quanto perfetto redentore,
ha redento in modo perfetto sua Madre a tal punto
che «non è stata mai nemica di fatto
né del peccato attuale né del peccato
originale» , perché «è un
beneficio maggiore preservare qualcuno dal male, che
permettere che egli incorra nel male e poi venga liberato»
.
Nelle sue meditazioni di ricerca e di approfondimento,
Duns Scoto aveva tra le norme ermeneutiche il principio,
già applicato a Cristo: «se non contraddice
all’autorità della Chiesa e all’autorità
della Scrittura, preferisco attribuire a Maria tutto
ciò che è più eccellente e più
degno» . Per questo più volte ripete
che Maria, la Madre di Cristo, è la creatura
più eccelsa di grazia e di benedizione che
non sopporta alcun confronto .
Nella spiritualità scotiana, quindi, la presenza
di Maria è sempre congiunta a Cristo così
intimamente da costituire un binomio inscindibile
Figlio-Madre, Cristo-Maria a causa dell’unica
e assoluta predestinazione dell’Incarnazione,
con le conseguenze delle due più belle verità
mariane della Maternità e dell’Immacolata
Concezione. Tesi specificatamente scotiane, nel senso
che in Duns Scoto hanno avuto una trattazione così
veritiera, da resistere all’usura del tempo
e da fecondare la vita spirituale del popolo di Dio.
In questa meravigliosa intuizione dell’unità
Cristo-Maria si può cogliere con molta serenità
tutta la devozione di Duns Scoto a Cristo e alla Madonna,
che lievita tutta la spiritualità e la mistica
del francescanesimo.
Quattro quadro:
la Chiesa
Nella spiritualità scotista,
grande spazio e importanza ha la concezione della
Chiesa, intesa come continuazione storica del mistero
dell’Incarnazione: Cristo che continua la sua
opera fino alla sua seconda venuta. In Duns Scoto
la realtà della Chiesa non è solo di
natura dottrinale, riservato cioè alle aule
delle Università, ma investe principalmente
la sua scelta religiosa ed esistenziale. Egli si viene
a trovare in tre situazioni storiche particolarmente
delicate: 1) per scelta religiosa professa la Regola
di Francesco d'Assisi, che, promette obbedienza amore
e rispetto al Papa canonicamente eretto e soggezione
totale alla Chiesa e alla sua dottrina; 2) per scelta
dottrinale si trova nella condizione di prendere posizione
nella lotta tra Filippo il Bello e papa Bonifacio
VIII; 3) per scelta apostolica si trova nella circostanza
di organizzare e condurre una intensa campagna contro
l'eresia dei Beguardi e delle Beguine a Colonia.
Il riferimento espositivo sulla realtà della
Chiesa nella spiritualità di Duns Scoto, pertanto,
può essere condotto su tre piste differenti:
la "pista" del rapporto che egli vive nella
Chiesa del suo tempo, mettendo in luce la profonda
fedeltà al suo ideale di francescano, che per
costituzione professa amore rispetto e fedeltà
alla Chiesa nella sua complessa realtà; la
"pista" del rapporto che egli instaura per
la Chiesa, in cui difende con eroismo i diritti
del Papa, della Santa Sede e dell'ortodossia; e la
"pista" del rapporto maturo con la Chiesa,
attraverso il magistero dottrinale, mettendone in
luce le caratteristiche peculiari.
Nelle opere di Duns Scoto, ovviamente, si trovano
usate diverse espressioni per indicare la realtà
della Chiesa, senza voler inculcare con esse uno specifico
insegnamento. Tuttavia, anche se l'uso dei diversi
termini risponde a semplici esigenze stilistiche o
a contesti differenti, dietro ciascun termine si nascondono
concetti particolari, che, messi in connessione tra
loro, offrono la possibilità di ricostruire
una nozione di Chiesa sufficientemente determinata.
Per coglierne gli aspetti più importanti dell’ecclesiologia
del Dottor Sottile, è opportuno tener presente
almeno in linee generale il clima culturale in cui
si è svolto il suo insegnamento.
Come è noto, Duns Scoto prende posizione nella
controversia di tipo averroista tra Filosofi e Teologi:
i primi affermano la perfezione della natura umana,
e la non necessità della grazia per raggiungere
il fine ultimo; i secondi, invece, l'imperfezione
della natura umana e la necessità della Rivelazione
per conoscere e raggiungere il fine ultimo. In altre
parole, la controversia manifesta il tentativo di
introdurre le categorie aristoteliche nella teologia
e nella sua interpretazione, antropologizzandola.
La risposta di Duns Scoto è puntuale e precisa.
Benché di natura strettamente teologica, essa
traccia la via per il cammino autonomo delle due discipline,
così da evitare ostacoli e pericoli inutili
sia per l'eccessiva antropologizzazione della teologia
e sia per l'eccessiva teologizzazione della filosofia.
Sostanzialmente la risposta si può sintetizzare
così: i Filosofi poggiano la loro posizione
sulla "ragione" autosufficiente; i Teologi,
invece, sulla necessità della “fede”
e della “grazia”, perché conoscono
il difetto della natura umana, provocato dal peccato
originale. Gli uni ignorano gli altri, senza possibilità
di dialogo.
L'importanza della risposta del Dottor Sottile consiste
nel fatto che egli conserva ben precisa la differenza
terminologica tra Filosofi-Teologi, e tra Filosofia-Teologia.
Sottigliezza interessante non solo a livello storico
ma anche teoretico. I Filosofi, infatti, ignorando
la fede, ne rifiutano aprioristicamente l'esistenza;
la Filosofia ne afferma invece la possibilità,
assicurando così il dialogo con la Teologia,
cioè con la scienza di Dio. Precisazione che
conduce i così detti “preamboli”
della fede -dimostrazione razionale dell’esistenza
di Dio, dimostrazione razionale dell’immortalità
dell’anima, dimostrazione razionale della libertà
umana...- dalla sfera della filosofia a quella della
teologia o della fede.
Dal contesto dell'intera questione, emergono delle
esigenze di natura teologica di grande interesse,
come ad esempio la necessità della Rivelazione
per i problemi ultimi dell'uomo, la preoccupazione
apologetica per la diffusione del messaggio di salvezza
e le relazioni tra Rivelazione e Chiesa. Dalle loro
analisi, si evince che la Parola rivolta da Dio all'uomo
non si esaurisce nella Scrittura, ma diventa parte
viva e integrante della Chiesa. Come a dire che nella
Chiesa la Parola diventa concreta e reale, per l'opera
dello Spirito Santo.
Nel concetto della Parola divenuta Chiesa, Duns Scoto
afferma che Cristo ha consegnato alla sua Chiesa due
finalità specifiche: 1) custodire fedelmente
il patrimonio divino della Scrittura; 2) interpretare
autorevolmente questo deposito e presentarlo in
forma accessibile al Popolo di Dio. La Chiesa, quindi,
si presenta a Duns Scoto come norma pratica e ultima
di fede.
Con queste specifiche finalità strutturali,
è facile pensare ai titoli ecclesiali utilizzati
da Duns Scoto. Tra i principali piace ricordare quelli
più generali: Società, Popolo di
Dio e Popolo di Cristo, Corpo Mistico di Cristo, Sposa
di Cristo, Casa di Dio.
Senza entrare nella spiegazione dei singoli titoli,
sembra più opportuno accennare al principio
generale che la Chiesa è un mistero, anzi un
grande mistero. In quanto "mistero", la
Chiesa è una realtà permeata dalla divina
presenza, ma sempre capace di nuove e più profonde
investigazioni. La concretezza del suo mistero consiste
nel fatto che, pur essendo nella vita comune una realtà
naturale, è, invece, una realtà essenzialmente
soprannaturale. La conoscenza adeguata della Chiesa,
quindi, necessita della Rivelazione, che, manifestando
la realtà della misteriosa verità, ne
lascia tuttavia nascosta l'armonia interna.
Tener presente questa realtà misterica della
Chiesa, aiuterà molto a comprendere l’importanza
che essa ha nella spiritualità di Duns Scoto.
L’espressione che denota chiaramente i due aspetti
fondamentali della realtà della Chiesa -elemento
naturale ed elemento soprannaturale- è certamente
la convinzione che essa «presenta sempre la
verità e condanna sempre l'orrore; perciò
si può credere alla sua parola, specialmente
in quelle cose che si riferiscono alla fede e ai costumi...»
.
Pur chiamando la Chiesa con il nome di "società
autonoma e perfetta", aggiunge subito quegli
attributi che trascendono le condizioni della contingenza
e ne costituiscono l'aspetto determinante e specifico:
insegnare la verità e condannare l'errore.
Aspetti che sono presenti in quasi tutti i contesti
ecclesiali, facendone emergere continuamente quella
nota di vitalità intrinseca che ne precisa
la sua realtà trascendente, mediante l'azione
costante dello Spirito Santo.
Mentre la Legge costituiva l'elemento unificante del
popolo israelitico, l'Eucaristia fonda il nuovo popolo,
in quanto esprime in sintesi tutta la storia della
salvezza e racchiude l'autore stesso dell'Amore. Eucaristia
e Sacerdozio sono, per il Dottor Sottile, il binario
su cui cammina tutta la Chiesa. Del nuovo popolo,
Cristo ne è il capo, che lo nutre mediante
la fede e i sacramenti, amministrati dai sacerdoti,
ordinati per questo; l'unione speciale che si instaura
tra il Capo-Cristo e il Popolo-Chiesa viene indicato
e significato -durante il sacrificio della Messa-
dall'infusione delle poche gocce d'acqua nel calice
del vino all'offertorio. Il Popolo è anche
"sacerdote spirituale", perché si
offre spiritualmente a Dio Padre, per mezzo del Sacerdote
celebrante. E' abbozzata la dottrina del "sacerdozio
comune" .
Con il titolo di casa di Dio, Duns Scoto intende
racchiudere tutte le espressioni indicanti il tempio,
l'edificio, il palazzo di Dio, che nella
tradizione scritturistica sono usate con molta abbondanza.
L' idea di casa, quindi, porta il pensiero alle immagini
sia materiale che spirituale del tempio e dell'edificio,
cioè della inabitazione di Dio nella storia
e nel culto. Grande mistero: l'Infinito nel finito;
il Necessario nel contingente; l'Assoluto nel relativo;
il Trascendente nell'immanente; il Divino nell'umano;
Dio nell'uomo...
Il Dottor Sottile utilizza queste espressioni sempre
in contesto eucaristico e sacerdotale. Così
scrive per esempio: «Nella casa di Dio, che
è la Chiesa, è ragionevole che il bene
proveniente a tutta la comunità dal sacrificio
(eucaristico) venga distribuito nella Chiesa non solo
da Dio, ma anche da qualche ministro, e a nessuno
compete tale ufficio quanto al sacerdote che offre
il sacrificio» . L'immagine del tempio
o della casa vuole esprimere almeno tre idee
importanti: 1) l'unità della Chiesa nella sua
diversità; 2) l'esistenza concreta e visibile
della Chiesa con la sua organizzazione gerarchica;
3) l'indole sacra della Chiesa, consacrata al culto
e dove si adora Dio in spirito e verità.
Strettamente legata all'immagine del tempio è
la distinzione tra "fondamento" e "pietre".
Le pietre vive sono i fedeli, uniti così saldamente
e intimamente al loro fondamento, da costituire quell'unità
sponsale tanto cara al testo sacro per esprimere i
rapporti tra Dio e il suo Popolo, cioè la “Sposa
di Cristo”, utilizzata anche da Paolo , per
esprimere l'insondabile mistero dell'intimo rapporto
intercorrente tra Cristo e la Chiesa.
Anche il titolo “Sposa di Cristo” vive
è sempre in contesto eucaristico e sacerdotale:
«Il sacerdote come vicario di Cristo nella Chiesa
e come persona rappresentante la persona di Cristo
non deve avere nulla che ripugni a Cristo nel suo
rapporto con la Chiesa. Ora, essendo Cristo unico
Sposo dell'unica Chiesa, e la Chiesa l'unica Sposa
dell'unico Sposo Cristo; anche il sacerdote, per esprimere
adeguatamente tale rapporto..., non sia bigamo»
.
La cura che Cristo ha per la sua Chiesa è tale
che la nutre con il suo stesso Corpo. Con la distinzione
e diversità tra Cristo-Sposo e Chiesa-Sposa,
Duns Scoto intende evitare la tentazione del pancristismo,
pur affermandone l'intima unione: e i due sono una
cosa sola, come Io sono in Te, o Padre. E poiché
nella Chiesa Cristo viene rappresentato dal sacerdote
-vicario di Cristo- è ragionevole che egli
tenti al massimo della perfezione, perché perfetta
è la santità della persona di Cristo.
All'espressione paolina "Corpo di Cristo",
Duns Scoto aggiunge l'aggettivo "mistico",
per meglio distinguere da una parte il corpo fisico
di Cristo -nato dalla Vergine Madre... e asceso alla
destra del Padre- dal corpo della Chiesa come unione
dei fedeli; e dall'altra, per distinguere ogni corpo
naturale da una realtà soprannaturale, piena
di mistero. Il titolo Corpo Mistico di Cristo
indica una società soprannaturale, che ha come
fondatore e capo Cristo, ed esprime alla perfezione
la realtà spirituale della Chiesa, come mistero
di Cristo che si prolunga nella storia.
La stessa valenza della realtà del "Corpo
Mistico di Cristo", penso sia indicata in sintesi
stringata nella formula paolina di in Cristo Gesù,
tradotta da Agostino in poi con Cristo totale. Anche
l'espressione di Christus totus di Duns Scoto
esprime in modo molto profondo il mistero della Chiesa,
anzi il mistero propriamente della Chiesa: la vita
di intima vitale trasformante divinizzante unione
di tutti i fedeli in Cristo Gesù, senza che
alcuno perda la sua specifica personalità.
E' il grande mistero di fare unità con Cristo,
unità con Dio, unità nella pluralità.
Di questa immensa agàpe, Cristo è
il Capo; i fedeli, i sudditi. E' il grande idillio
dell'amore e della vita cristiana.
Da questi cenni sulla natura della Chiesa, Duns Scoto
dimostra a sufficienza non solo la sua realtà
ricca e profonda, intrecciata di elementi umani e
di elementi soprannaturali, ma anche la sua profonda
devozione. Il mistero della Chiesa è quasi
sempre visto e considerato unito all'altro grande
mistero, quello dell'Eucaristia e alla grande dignità
del sacerdozio: dove c'è Eucaristia c'è
Chiesa, dove c'è sacerdozio c'è Chiesa.
Con una certa insistenza, Duns Scoto ribadisce anche
la struttura gerarchica della Chiesa come espressione
del volere divino. Ogni membro ha il suo compito specifico
determinato dal tipo di carattere posseduto: battesimale
sacerdotale e episcopale. La gerarchia, quindi, assume
per Duns Scoto un ruolo di particolare importanza,
specialmente in ordine alla guida dei fedeli per raggiungere
la salvezza e per illuminare la ricerca teologica.
E facendo proprio un testo di Agostino , afferma che
"non crederebbe al Vangelo, se non fosse autenticato
dalla Chiesa". Della Chiesa, quindi, Duns Scoto
ha un grandissimo amore, un profondo rispetto e una
sincera venerazione. E’ norma di vita spirituale.
Quinto quadro: Sacerdozio
ed Eucaristia
Strettamente legato al tema della
Chiesa è quello del sacerdozio e dell’eucaristia.
Anche parlare della dottrina sul sacerdozio in Duns
Scoto è impresa difficile, perché non
ha scritto nulla ex professo, e le poche notizie
a disposizioni sono ricavabili per via indiretta dai
sacramenti e in particolare dall'Eucaristia. Schematicamente:
il sacerdote deve la sua fisionomia spirituale all’ordine
sacro; e la sua grandezza, all’ufficio che compie
nell'economia della salvezza, da cui scaturiscono
doveri e requisiti personali che lo contraddistinguono
nella Chiesa di Cristo.
Tra i sacramenti, il più nobile e il più
sublime è certamente l'Eucaristia, che viene
confezionata solo dal sacerdote. Per questo Duns Scoto
non esita ad assegnare al sacerdozio il vertice della
dignità più alta nella Chiesa. Scrive:
«L'atto più nobile nella Chiesa è
assolutamente la consacrazione dell'Eucaristia, e
così il grado supremo e più nobile,
proprio per la nobiltà dell'atto al quale dispone,
è il sacerdozio» .
Due compiti essenziali assegna al sacerdote: «consacrare
il corpo vero di Cristo e costruire il corpo mistico
di Cristo» . Su questi due pilastri il Maestro
francescano fonda primariamente la formazione culturale
e spirituale del sacerdote, e, in un passo, quasi
occasionale, esprime il suo pensiero circa le qualità
umane e spirituali che lo devono accompagnare: «Il
sacerdote è incaricato di un ministero sacro
che richiede: purezza di mente e di corpo, perspicacia
di intelletto e fervore di cuore» .
Basandosi su alcune testimonianze della patristica
greca, secondo cui dev’esserci identità
di natura tra il fondamento e la sua sovrastruttura,
tra il principio di una realtà e la sua serie,
Duns Scoto afferma che tale uguaglianza si realizza
nell’unità di natura e non di persona;
e conclude: la Chiesa è santa e una, perché
uno e santo è Cristo. Dalla santità
della Chiesa, ricava anche la sua struttura gerarchica,
come espressione del volere divino.
Nella complessa realtà della Chiesa, in cui
ognuno ha dei compiti specifici determinati dal diverso
carattere sacramentale ricevuto, la gerarchia assume
un ruolo di particolare importanza per la sua missione
di preminenza nel guidare la Chiesa alla realizzazione
della salvezza. La Chiesa esplica la sua autorità
attraverso la gerarchia. Particolare sottolineatura
riceve l'autorità del Romano Pontefice per
la Chiesa universale e l’autorità dei
Vescovi pel le rispettive chiese particolari. Alcune
esemplificazioni: in materia di fede e di costume,
il Romano Pontefice non può mai errare; nel
concilio ecumenico è la Chiesa stessa che interviene
determina dichiara precisa... attraverso il Romano
Pontefice e i Vescovi.
A proposito del Vescovo, è l'unico autore della
Scolastica che lo considera capo e guida della chiesa
particolare con il proprio carattere episcopale. In
più parti afferma: «Al vescovo appartiene
una potestà speciale in quanto vescovo»
; «Non mi pare che l'episcopato non sia un Ordine
perché presuppone il sacerdozio; al vescovo
soltanto compete compiere certi atti e non al semplice
sacerdote... La preminenza della dignità episcopale
è una preminenza di Ordine» .
L'Eucaristia nella concezione teologica e spirituale
di Duns Scoto occupa un posto incommensurabilmente
privilegiato. E’ considerata la continuazione
del mistero dell’Incarnazione e come tale costituisce
il cardine dell'intera economia divina, verso il quale
gravitano tutti gli altri sacramenti e da cui trae
alimento tutta la vita spirituale della Chiesa. Scrive:
«Cristo è rimasto con noi nell'Eucaristia,
affinché ognuno si sentisse spinto alla riverenza
e alla devozione verso la persona del Cristo. Ciò
appare evidente dal fatto che quasi ogni devozione
è nella Chiesa ordinata a questo sacramento...»
; e con pari decisione aggiunge: «Se Cristo
non fosse presente nell'Eucaristia, scarso sarebbe
l'interesse per gli altri sacramenti, e scomparirebbe
dalla Chiesa ogni devozione e non si farebbe atto
di adorazione a Dio» .
Senza Eucaristia, dice Duns Scoto, tutto resterebbe
spiritualmente pietrificato sia nella Chiesa sia nella
vita degli uomini. L'Eucaristia è la vita e
il nutrimento spirituale dei singoli e della comunità;
non è solo memoriale della passione di Cristo,
ma anche principio dell'unità della Chiesa:
“Sacramentum unitatis ecclesiae”. In quanto
sacrificio e in quanto sacramento, l'Eucaristia unisce
il corpo mistico nel culto alla SS. Trinità
e realizza l'unione dinamica spirituale della Chiesa.
Nella spiritualità scotiana, l'Eucaristia non
entra nella costituzione dell'ordine soprannaturale
e della Chiesa come una realtà occasionale
e a titolo medicinale, bensì come una realtà
costitutiva e come continuazione storica dell'Incarnazione
medesima. Questa deduzione è in perfetta sintonia
con la liturgia, secondo cui la Messa è una
partecipazione alla liturgia celeste, in quanto all'offerta
del sacrificio eucaristico partecipano direttamente
anche gli angeli. In tal senso si comprende bene l'affermazione
che l'Eucaristia è la preghiera ufficiale della
Chiesa del cielo e della terra. Come a dire: il mondo
spirituale adora la SS. Trinità per mezzo dell'Eucaristia.
In altre parole: l'Eucaristia è stata decretata
e voluta in funzione di Cristo e della Chiesa, e non
condizionata dal peccato originale e dalle sue conseguenze.
Nell'Eucaristia ritorna sempre tutto intero il primato
universale di Cristo: “cuore” della visione
teologica e spirituale del Beato.
E' in questo orizzonte smisurato della concezione
eucaristica scotiana, che giganteggia senza limiti
la fisionomia spirituale del sacerdote! Per Duns Scoto,
il sacerdote è la più grande potestà
che l'uomo possa raggiungere: consacrare il corpo
di Cristo e costruire la Chiesa. Il sacerdote è
inteso come vicario di Cristo e lo rappresenta nella
Chiesa . Il sacerdote rappresenta anche la Chiesa
verso Cristo: agisce nella persona della Chiesa e
come amico della sposa verso lo sposo. Il sacerdote,
per Duns Scoto, è mediatore tra Dio e la Chiesa,
tra Dio e l'umanità.
Simpatica è l'immagine con la quale Duns Scoto
caratterizza la funzione del sacerdote nella Chiesa.
Lo paragona al cuore che fa arrivare la vita a tutte
le membra del corpo: «Come l'anima comunica
alle altre membra le sue virtù mediante il
cuore che ne è la sede principale, così
è logico che questa capacità di fare
e di dispensare l'Eucaristia risieda in colui che
è principalis, il supremo, nella gerarchia
ecclesiastica, cioè nel sacerdote» .
E in questo delicato ufficio, il sacerdote dovrebbe
essere meno correttore che conciliatore dei peccatori.
Scrive: «Nella Chiesa non si richiedono tanto
sacerdoti che correggano quanto sacerdoti che attraverso
la preghiera e l'Eucaristia riconcilino i peccatori»
.
Non è difficile scorgere nelle poche pennellate
gettate sui fondamenti teologici generali della spiritualità
di Duns Scoto tutto l'ardore e l'amore del Serafico
Padre Francesco d'Assisi. Nella speculazione scotista
essi trovano la loro giustificazione teologica più
profonda e la loro corretta sistemazione. Non a caso
il Beato Duns Scoto è considerato come il sistematore
scientifico delle intuizioni di Francesco d'Assisi.
II- Interconnessione delle
virtù
La spiritualità di Duns Scoto
è contrassegnata dalla così detta dottrina
cristocentrica, in cui le due correnti dell'ascetica
cristiana -teocentrismo e antropocentrismo- trovano
la loro perfetta sintesi. Per il suo spirito concreto
dell’ideale francescano, egli afferma il primato
della volontà sull’intelletto, della
pratica sulla speculazione, dell'amore sulla scienza.
Per lui, la pietà si presenta con due caratteristiche
peculiari: è migliore della scienza, e può
stare anche senza della scienza; l’ideale sarebbe,
invece, che la pietà stia insieme alla scienza
per costruire con sicurezza la propria personalità
o santità.
Per comprendere la delicata questione intorno alla
connessione fra le diverse virtù umane e cristiane
in Duns Scoto, bisogna rifarsi all’interrogativo
della 36 distinzione del III libro delle Sentenze
di Pietro Lombardo, che tutti gli autori medievali
commentavano: “utrum virtutes morales sint connexae”,
che da Duns Scoto viene suddivisa in quattro articoli
.
Senza seguire passo passo la trattazione scotiana,
è sufficiente premettere alcune considerazioni
di carattere generale. Tutta la struttura spirituale
di Duns Scoto poggia sul famoso “settenario
delle virtù” -tre virtù teologali
e quattro virtù cardinali- che perfeziona l’uomo
in ordine a Dio , in ordine a se stesso e in ordine
alle relazioni con gli altri . Per raggiungere la
perfezione , quindi, non c'è bisogno di rifarsi
ad altre virtù.
I "doni" dello Spirito Santo e le "beatitudini"
evangeliche, di conseguenza, non sono distinti dalle
virtù del “settenario”, anzi si
confondono con i loro abiti, ne formano il corteo
e l’ornamento, e imprimono a esse un dinamismo
più efficace in ordine al soprannaturale .
In questo modo, Duns Scoto concepisce il complesso
mondo spirituale dell'uomo in forma sistematica e
gerarchica, ordinandolo alla "carità"
: subordina ciò che è inferiore a ciò
che è superiore, e ciò che è
superiore a ciò che è sommo; o che è
lo stesso: subordina le beatitudini e i doni alle
virtù morali; le virtù morali alla virtù
cardinali e le virtù cardinali a quelle teologali,
che trovano nella carità la loro "ultima
perfezione".
La preoccupazione del Dottor Sottile è di assicurare
a tutti i cristiani gli stessi mezzi per compiere
opere meritorie di salvezza; mentre i consigli evangelici
e gli altri doni sono materia di libera scelta e vi
corrispondono opere di maggior perfezionamento, cioè
non strettamente necessarie alla salvezza. Il “settenario
delle virtù”, invece, è comune
a tutti i cristiani, che lo ricevono per infusione
nel battesimo, come mezzo necessario e universale
per la salvezza. Le tre virtù teologali e le
quattro virtù cardinali sono, perciò,
virtù infuse.
Nella terminologia scotiana qualche volta le virtù
cardinali vengono chiamate anche virtù morali,
ingenerando un pò di confusione circa la loro
origine. Per Duns Scoto sono infuse, oltre alle tre
virtù teologali, solo le quattro virtù
cardinali: prudenza, temperanza, giustizia e fortezza.
Mentre tutte le altre virtù morali sono acquisite
per esperienza. Per la precisione si dovrebbe utilizzare
la terminologia cardinali-morali per le quattro virtù
infuse, e semplicemente morali per tutte le altre
virtù che sono acquisite.
In sintonia con la dottrina del primato della volontà,
Duns Scoto precisa che la "sede" propria
delle virtù, a eccezione della fede e della
prudenza, è la stessa volontà,
la quale, però, non opera mai ciecamente, ma
sempre illuminata dall'intelletto. L'atto umano per
essere 'lodevole' dev'essere responsabile e libero
. E con profonda convinzione afferma che "ogni
atto della volontà è naturalmente preceduto
dall'intelletto" , così da evitare ogni
velleità di false interpretazioni sul rapporto
tra le due facoltà; anzi la stessa concezione
della praxis, come atto della volontà,
si realizza sempre in conformità alla retta
intellezione .
In forza dell'"origine" delle virtù,
il Dottor Sottile, in perfetta coerenza con la sua
dottrina cristocentrica, afferma che come Cristo
sana perfettamente il corpo , quando lo sana, così
sana perfettamente l'anima nelle sue facoltà
specifiche: nell'intelletto mediante la fede; nella
volontà mediante la speranza e la carità
. A differenza degli altri autori che sostengono l'origine
per infusione di tutte le virtù morali, Duns
Scoto sostiene l’infusione soltanto per le quattro
virtù cardinali-morali, che, tendendo al perfezionamento
dell'uomo, hanno come unico e necessario modello Cristo,
di cui l'uomo ne porta l'immagine .
E così, al centro dell'intero "settenario"
delle virtù, che "semplicemente perfeziona
l'uomo" , Duns Scoto pone il Cristo: in quanto
vero Dio è unica fonte della grazia, che si
trasmette con le virtù teologali; in quanto
vero Uomo è l'unica misura della moralità
dell'uomo, mediante le virtù cardinali. Come
a dire: l'immagine imperfetta dell'uomo tende verso
l'immagine perfetta del Cristo; "l'immagine esige
l'imitazione di ciò di cui è immagine,
e di esprimerlo" .
1)- Le virtù teologali
Le virtù teologali -fede speranza
e carità- costituiscono, secondo Duns Scoto,
la base di tutta la vita spirituale del credente,
che lo collegano immediatamente a Cristo, dal quale
esse provengono per infusione e lo perfezionano in
ordine a Dio. Al vertice dell’impalcatura spirituale
c’è la carità, a cui sono connesse
le virtù della fede e della speranza, le virtù
cardinali e tutte le altre virtù morali. In
altre parole, qualsiasi atto virtuoso per essere accetto
a Dio dev’essere connesso con la carità
Tale connessione non è da intendersi in senso
strettamente necessario, come se la presenza di una
virtù debba richiedere necessariamente la presenza
delle altre, ma in un senso voluto soltanto da Dio.
L’interconnessione delle virtù viene
negata da Duns Scoto sia a quelle teologali sia a
quelle cardinali e sia a quelle morali, benché
affermi che senza carità nessuna virtù
ha la bontà meritevole davanti a Dio. Solo
la carità, infatti, distingue e divide i figli
del regno dai figli della perdizione. Attraverso l'esame
specifico delle singole virtù o ordini di virtù,
si comprenderà meglio la dottrina scotiana
della spiritualità.
a). La fede
La "fede" è una
virtù infusa, la cui esistenza è
nota solo per rivelazione. Espressamente Duns Scoto
afferma una profonda analogia tra l'esistenza della
Trinità e l'infusione della fede: "come
credo che Dio sia uno e trino, così credo che
in me la fede sia infusa" . La credenza della
fede infusa esclude due estremi: da un lato, la leggerezza
a credere facilmente; e dall'altro, l'ostinazione
a non credere se non alla propria ragione. Tra le
due posizioni radicali, la fede tiene la via di mezzo:
è partecipazione del lume divino nell'uomo.
La sede propria della fede, perciò, è
l'intelletto .
Poiché la fede rende l'uomo partecipe del lume
divino, ne consegue che l'intelletto, illuminato da
quella luce, non può inclinare se non alla
verità, e questo perché esso non percepisce
le cose credibili in se stesse, ma in quanto rivelate
da Dio, a cui si deve tutto l'assenso, essendo egli
la stessa verità .
Caratteristica fondamentale della fede in Duns Scoto
è la sua assoluta necessità:
senza la fede non è possibile all'uomo conoscere
né il suo "fine" né i "mezzi"
necessari per raggiungerlo. Il concetto di fine comprende
due elementi importanti, la beatitudine e l'immortalità,
caratteristiche che appartengono alla stessa natura
della fede, cioè sono soprannaturali, e, come
tali, superano la capacità naturale della ragione
umana . Come a dire che la caratteristica dell'immortalità
dell'anima si dimostra ex gratia e non ex
natura.
Mentre altri autori, come ad esempio Bonaventura e
Tommaso, basandosi sul principio generale che "ogni
natura ha in sé la propria capacità
per raggiungere il suo debito fine, senza dover ricorrere
a interventi esterni", ammettono che esso è
valido anche per l'uomo, non ritenendo necessaria
la rivelazione. La loro preoccupazione è di
non degradare la natura dell'uomo, rendendola inferiore
a quella degli altri esseri . Duns Scoto, invece,
con la distinzione ontologica tra l'essere-uomo e
l'essere-cosa, afferma che nell'uomo, a differenza
degli altri esseri, c'è qualcosa di eccellente
che lo contraddistingue e lo caratterizza, cioè
l'imago Dei, che reclama una perfezione superiore
alla sua stessa natura umana. Questa è una
affermazione che non può valere in nessun modo
per il "filosofo", al quale è ignota
l'idea dell'immagine, che è nota solo per rivelazione
.
E da filosofo cristiano, Duns Scoto, confrontandosi
con il filosofo pagano, osserva che la degradazione
della natura umana avviene più nella mancanza
di fiducia nella fede che non nella sua fiducia. Il
cristiano, infatti, concede alla natura umana tutto
quello che anche il pagano le riconosce, ma in più
ammette qualcosa di superiore, l'imago Dei,
non ammessa dal non credente. In questo modo, commenta
Duns Scoto, "a vilificare la natura è
più il pagano che il cristiano" . Questi
difficili problemi della beatitudine e dell’immortalità
trovano la loro comprensibile soluzione solo alla
luce di Cristo; mentre i più grandi ingegni
umani hanno solamente annaspato intorno a essi .
Altre caratteristiche della fede, secondo Duns Scoto,
sono l’universalità e l’unicità.
Con l'una, intende abbracciare tutti i tempi della
salvezza -sia dell'antico che del nuovo testamento,
nel senso che "gli antichi hanno creduto le realtà
future, noi invece crediamo le realtà passate"
-, e tutti gli stati dell'uomo -dalla creazione
alla caduta e alla restaurazione-. Dal precetto della
legge naturale di amare Dio e il prossimo, che non
si realizza senza della fede , Duns Scoto ricava la
nota dell'unicità, che ha come unico
oggetto Cristo. E siccome Cristo è contemporaneamente
vero Dio e vero Uomo, allora la Trinità e l'Incarnazione
sono due misteri indivisibili e ugualmente necessari
a credersi, tanto che se separi l'uno dall'altro,
tramonta ogni teologia o scienza intorno a Dio .
Si può aggiungere a questo punto una nota biografica
che documenta la concretezza della spiritualità
del Dottor Sottile. E’ a tutti nota la caratteristica
di subtilitas riconosciuta a Duns Scoto, per
esprimere la sottigliezza intellettuale con cui investiga
la verità; ma, forse, non è tanto conosciuta
la sua profonda e sincera umiltà. Egli stimava
poco o nulla la sua ragione di fronte al "lume
divino". Spesso, infatti, nelle sue delicate
analisi, lo si può sorprendere in atteggiamento
di preghiera, mentre chiede a Dio nuovi lumi per conoscerlo
meglio. In alcuni casi, vorrebbe che gli venisse comunicato
quello stesso "lume", che esperiva Agostino
nelle sue profonde meditazioni circa il mistero della
SS. Trinità .
Il suo senso dell'umiltà anche nell’applicazione
del suo metodo di lavoro. Nei confronti con altri
Dottori, anche se avversari, non ha ha mai usato una
sola parola aspra o poco corretta, ad eccezione di
Maometto, verso il quale ha anche parole dure e pesanti,
perché non crede in Cristo Gesù. Nei
suoi giudizi, risaltano sempre equità modestia
e carità. Ad esempio: per non ledere la reputazione,
neppure indirettamente, di coloro dei quali critica
l'opinione, ne tace sempre il nome; “a nessuno
autore -scrive- si devono attribuire dottrine false,
a meno che esse non derivino esplicitamente e chiaramente
dai suoi scritti” .
Per quanto riguarda l’autorità, sulle
quali poggia la fede, il primo posto è da Duns
Scoto assegnato alla Chiesa, e non alla Scrittura,
né ai Padri e né tanto meno al ragionamento
teologico. Questo spirito di totale sottomissione
alla Chiesa gli deriva non solo dalla professione
della Regola francescana, ma anche dall'insegnamento
di Agostino, dal quale aveva imparato a credere a
ciò che la Chiesa crede .
In breve, la fede per Duns Scoto è preoccupazione
di anteporre la rivelazione ai principi metafisici;
è ansia di lasciarsi illuminare dal
lume divino anziché dalla propria ragione;
è sete della verità nella
convinzione di poterla trovare solo in Dio. Duns Scoto,
perciò, non è un razionalista,
come da tante parti si dice senza conoscere il suo
pensiero, ma è "torre della fede",
come l'ha definito Giovanni Paolo II, il 15 novembre
1980, quando si recò a pregare sulla sua tomba,
a Colonia.
b). La speranza
Anche attraverso l'analisi della
virtù della speranza, Duns Scoto offre una
chiara prova della sua grande fede. Al suo tempo,
alcuni teologi, basandosi esclusivamente sulla sola
ragione naturale, negavano alla virtù della
speranza la caratteristica teologica, poggiando la
loro argomentazione sull'analogia tra facoltà
dell'uomo e virtù. Come sono due le facoltà
principali dell'uomo, intelletto e volontà,
così anche le virtù principali sono
due, fede e carità: all'intelletto corrisponde
la fede e la carità alla volontà.
Il Dottor Sottile, invece, poggiando la sua analisi
sulla Scrittura e sulla Tradizione, afferma che "la
speranza è una virtù teologale, unica
e distinta dalla fede e dalla carità"
. E lo dimostra sia con l'argomento d'autorità
e sia con quello di convenienza o del desiderio, ricavato
da Agostino . Dio nella sua infinita liberalità,
infatti, ha inserito nell'uomo il "desiderio"
di sé o imago Christi. Tale desiderio
non può essere soddisfatto che da Dio stesso:
"nullum bonum sufficienter quietat appetitum,
nisi sit infinitum bonum" .
La dottrina del "desiderio" deve la sua
importanza non alla caratteristica di naturalità,
ma a quella di soprannaturalità. Non è
perciò un desiderio naturale, bensì
soprannaturale ; anche il concilio Vaticano II conferma
questa dottrina . Solo in quest'ottica di una origine
infinita del desiderio nell'uomo, si può parlare
di una tendenza dell'uomo verso l'Infinito, altrimenti
tutto è invano. Difatti, è proprio in
virtù di questa immagine divina in sé
-ignota alla ragione ma nota alla fede- che l'uomo
reclama Dio in modo tale da "non poter trovare
soddisfazione in nessun altro essere inferiore a Dio"
.
Come la carità, la sede della speranza è
la facoltà della volontà, ma con diversità
di aspetto: la carità ama Dio in se stesso;
la speranza, invece, ama Dio come bene proprio. La
virtù della speranza riceve la sua efficacia
dalla fede e non dalla carità. A colui che
dispera della propria salvezza, Duns Scotus suggerisce
di incoraggiarlo più nel "credere"
che nell'"amare", dal momento che si può
desiderare una cosa soltanto se si persuaderà
che è raggiungibile .
La virtù della speranza riceve da Duns Scoto
una particolare attenzione specialmente nei momenti
di assoluta necessità per l'uomo, cioè
nella malattia, nel peccato e nell'imminenza della
morte. Da zelante sacerdote, consiglia a chi assiste
l'ammalato di insistere sull'aspetto consolatorio,
per non lasciarlo cadere nella sfiducia e nella disperazione;
al peccatore suggerisce di ricevere il sacramento
della penitenza; al moribondo, infine, rivolge il
pressante invito di affidarsi totalmente alla misericordia
di Dio, pronto più a premiare che a punire
.
Una accentuazione particolare riceve la virtù
della speranza in ordine ai meriti. Secondo Duns Scoto,
i meriti conservano sempre la loro efficacia in vista
del premio, finché l'uomo è in via.
Il peccato ha la forza di mortificarli, ma non di
distruggerli. Anzi, quando viene tolto il peccato,
le buone opere, oltre a rivivere con il titolo alla
gloria che avevano prima della colpa, ne acquistano
uno nuovo, diventando "quasi bis accette".
E ciò dovrebbe costituire per l'uomo uno stimolo
a operare sempre bene, nella sicurezza che nulla si
perde delle sue opere nell'accettazione divina .
c). La carità
Nella spiritualità scotiana,
la carità è considerata non solo la
più eccellente di tutte le virtù, ma
anche il loro naturale completamento. La carità
costituisce per Duns Scoto come la “forma”
di tutte le virtù: teologali cardinali e morali.
Nella sviluppare il suo pensiero intorno alla carità,
il Dottor Sottile prende a maestro, più che
Aristotele, Paolo e Agostino che affermano la supremazia
della carità su tutte le altre virtù
. E sull'esempio evangelico, analizza la carità
nella duplice valenza di in ordine a Dio e in ordine
al prossimo, uniti da un medesimo filo conduttore:
Cristo.
1). L'amore verso Cristo
Per comprendere la concezione prioritaria
della carità in Duns Scoto, bisogna risalire
alla stessa origine della carità. Con profondo
intuito e con stringata dialettica, egli punta direttamente
cuore e mente in Dio e vi scopre la legge dell'amore.
Nella sua attività ad extra, Dio non
poteva proporsi altro fine che quello di chiamare
altri condiligentes al dialogo di comunione
con sé, che si svolge e si consuma dall'eternità
in seno alla Trinità, mediante le processioni
divine. E perché questa "somma" caratteristica
ad intra dell'Amore, fosse anche "somma"
fuori nelle operazioni ad extra, si richiedeva
l'unione Ipostatica, per la quale Cristo fosse il
Primo in termini assoluti e nella previsione e nella
esecuzione, indipendentemente da qualsiasi condizione
esterna .
Questa posizione Cristo-centrica merita qualche
precisazione. Una riguarda il concetto di "predestinazione".
Per Duns Scoto, la predestinazione è assoluta,
cioè si svolge nella volontà di Dio
prima della creazione del mondo; e, di conseguenza,
è indipendente da qualsiasi influsso esterno
a Dio stesso, e comprende in un solo e medesimo atto
puntuale tutti gli eletti alla gloria . Un'altra precisazione.
Tra tutti gli eletti si distingue Cristo, che è
voluto per primo, perché può rendere
gloria di Dio in modo sommo, cioè come a lui
conviene . Cristo, quindi, occupa il posto d'onore
nella predestinazione divina sia in ordine a Dio,
sia in ordine alla creature tutte. E' questa "singolarità"
di Cristo che caratterizza tutta la spiritualità
scotiana e anche la sua concezione della carità.
La "singolarità" di Cristo è
l'unica esistenza voluta senza merito: né di
Cristo stesso né di qualsiasi altra creatura.
"Nella universalità delle opere di Dio,
scrive Duns Scoto, non vi fu alcuna altra opera di
semplice (mere ) grazia, se non la sola Incarnazione
del Figlio di Dio" . E così lo spiega:
in tale conferimento gratuito "doveva manifestarsi
la somma misericordia di Dio nel 'dare' il sommo bene
di grazia senza meriti" . Naturalmente, qui per
"misericordia" non si intende "perdono",
bensì "dono": il dono più
è sopra il dovere e più esalta la liberalità
di Dio. Cristo, perciò, è il Donum
Dei per eccellenza. Considerata, invece, in ordine
a tutti gli altri esseri creati, l'esistenza di Cristo
non è subordinata a nessun loro demerito: né
a quello dell'angelo, né a quello dell' uomo,
e neppure alla loro stessa esistenza. Spingendo fino
all'assurdo, Duns Scoto riesce a dire, in senso iperbolico,
che Cristo sarebbe esistito anche da solo, per esprimere
la sua massima perfezione in ordine al piano divino
.
Considerando l'esistenza di Cristo in questa prospettiva,
che è poi quella della Scrittura, della Tradizione
e della Chiesa, è logico che Duns Scoto rivolga
tutta la sua attenzione e accumuli su di lui tutti
i primati possibili: Summum Opus Dei , Summum
Bonum in entibus , Bonum sui communicativum
, Summam gratiam e Opus mere gratiae
. Da questa pienezza di grazia e di essere in Cristo,
il Dottor Sottile fa scaturire su tutto il corpo mistico,
cioè su ogni creatura intelligente, angelo
compreso, la grazia e l'essere stesso, secondo la
discendente scala paolina: l'amore si diffonde da
Dio a Cristo, da Cristo alle creature .
Da questi brevi cenni, si può comprendere la
peculiarità della spiritualità scotiana
che riposa esclusivamente sull'amore. Tutti
gli esseri creati da Dio sono stati voluti unicamente
per essere condiligentes. Cristo occupa il
primo posto assoluto, perché da solo soddisfa
all'amore sommo di Dio. In Cristo e con Cristo seguono
tutti gli altri esseri, anche loro con il fine di
amare Dio sopra ogni cosa. L'amore dell'uomo a Dio
dev'essere di tale fermezza, da essere disposto a
perdere tutto, anche la vita, piuttosto che venir
meno al precetto dell'amore .
Piace concludere questa nota sull'amore con le stesse
parole di Duns Scoto che riesce a pregare e a pensare
nello stesso tempo:
Signore Dio nostro,
Tu sei uno per natura,
Tu sei uno per numero.
In verità hai detto bene
che fuori di Te
non c'è altro Dio.
Anche se di nome ci sono molti Dei,
Tu sei l'unico,
dal quale, nel quale e per il quale
sono tutte le cose.
Tu sei il Dio benedetto nei secoli .
2). L’amore verso
il prossimo
Anche per Duns Scoto non è
possibile amare Dio senza amare il prossimo, né
viceversa amare il prossimo senza amare Dio. Questo
rapporto vicendevole è richiesto dal "fine"
stesso per cui la creatura esiste: essere condiligentes
di Dio con Cristo. Nell'ambito della carità
verso il prossimo, il primo posto lo detiene l'"io".
Ciascuno è tenuto ad amare prima se stesso
e poi gli altri nella stessa misura, secondo la logica
che la misura deve precedere il misurato .
Che cosa ama l'uomo in sé, quando ama se stesso?
Chi si ama con atto di carità, precisa Duns
Scoto, si ama in relazione al bene infinito, perché
ama in sé quella abitudine naturale con la
quale tende a Dio, sommo bene. Il suo amore, quindi,
va oltre l'uomo e termina in Dio . Dall'amore di se
stesso è necessario il passaggio all'amore
del prossimo. E qui il rapporto dell'amore può
esser visto sotto un triplice aspetto: in ordine a
Dio, a se stesso e agli altri.
a) Chi vuole avere Dio "caro" -dice Duns
Scoto- deve amarlo non come un bene "privato",
escludendo altri dal medesimo amore, bensì
come bene "comune", desiderando che anche
altri lo abbiano "caro", amandolo dello
stesso amore. Lo scopo, quindi, della virtù
dell'amore verso il prossimo, non sta nella sua persona
(non sistendo ibi ), anzi essa non è che una
occasione per realizzare il vero scopo, e cioè
che il prossimo ami Dio con me (ut condiligat ).
E in questo modo si risale a quel fine del piano divino
in cui l'uomo è stato previsto e voluto come
condiligentes .
b) Dal momento che l'uomo è stato previsto
unicamente per essere condiligentes in Cristo
e con Cristo, è logico che egli non deve la
sua dignità dalla società, ma da Cristo
stesso. Di conseguenza, sulla sua persona, in sé
indipendente in modo assoluto da qualsiasi altra creatura,
nessuna autorità umana può esercitare
alcun diritto radicale. Si spiega in questo modo l'energica
posizione del Maestro francescano contro la pena di
morte: a nessuna autorità umana è lecito
togliere la vita a uno. La motivazione è di
natura teologica: dopo la morte non c'è più
possibilità né di pentirsi né
di amare Dio. Duns Scoto trova la radice ultima del
rispetto della vita nella stessa legge divina e nella
stessa persona che affonda la sua origine in Cristo
.
Per quanto riguarda gli altri beni, quelli cosiddetti
"indifferenti", come la salute del corpo,
la ricchezza, il successo... Duns Scoto non prende
alcuna posizione difensiva. Anzi, sembra che come
egli non desidera tali beni per sé, così
non li desideri neppure al prossimo. Può darsi
il caso, invece, che desideri proprio il contrario,
cioè che li perda, se fossero di ostacolo alla
salvezza dell'anima e all'amore di Dio. Egli è
convinto che la "mancanza" dei beni di questo
mondo non impedisce, ma favorisce l'amore di Dio.
(E' troppo forte la carica spirituale e mistica della
sua professione francescana della povertà)
.
c) Per dare maggiore incisività al suo pensiero
intorno ai beni terreni, Duns Scoto offre una singolare
precisazione del termine "prossimo". Oltre
al significato teologico di chiunque è "gradito"
a Dio , egli considera il termine "prossimo"
in campo antropologico, indipendentemente dalle caratteristiche
di razza lingua colore parentela..., e afferma che
chiunque può essere giovato nella necessità
è "prossimo". In questo modo, basandosi
sulla parabola del Samaritano, egli si distacca da
coloro che vedevano nel prossimo soltanto colui che
fa il bene, ed estende il concetto anche a colui che
riceve il bene, come il mal capitato pubblicano .
Sembra opportuno aggiungere anche un breve riferimento
circa l'amore delle cose inanimate, così da
avere un riferimento alla moderna ecologia. Per Duns
Scoto, l'amore deve estendersi anche alle cose, perché
queste sono state volute espressamente per l'uomo
e la sua felicità terrena. Le cose inanimate
non possono né devono essere amate con amore
di amicizia, perché viene a mancare la corrispondenza
tra amante e amato; tuttavia devono essere amate con
un "desiderio di carità", in quanto
esse giovano all'uomo ad amare Dio. Diventano, pertanto,
una speciale "scala" per salire a Dio ,
secondo il paolino per visibilia ad invisibilia
e lo spirito del Cantico delle creature
di Francesco d'Assisi.
2)- Le virtù cardinali
Mentre le virtù teologali
tendono a perfezionare l'uomo in ordine a Dio, quelle
cardinali -prudenza giustizia fortezza e temperanza-
tendono invece a perfezionarlo in se stesso, in quanto
uomo e lo aiutano a regolare i rapporti con gli altri
nella vita sociale.
Il punto di riferimento per qualsiasi perfezionamento
dell'uomo resta sempre Cristo, perché è
l'Uomo perfetto, e come tale costituisce anche la
causa esemplare di ogni perfezione umana, nel senso
che l'uomo deve realizzare la sua personalità
in ordine Cristo. Come a dire: Cristo è immagine
perfetta di Dio, l'uomo invece è immagine imperfetta,
e così deve tendere verso l'immagine perfetta
con l'imitazione o la sequela .
a). La prudenza
Come tra le virtù teologali
precede la fede, che ha sede nell'intelletto, così
tra quelle cardinali precede la prudenza, che ha ugualmente
sede nell'intelletto. E in questo modo, la virtù
della "prudenza" è la più
importante, secondo Duns Scoto, delle quattro virtù
cardinali infuse, perché è regolatrice
di tutte le altre e informa tutte le virtù
morali acquisite . La necessarietà della virtù
della prudenza riguarda sia l’esercizio retto
delle virtù morali acquisite sia quello delle
virtù infuse, perché costituisce la
regula di tutte le virtù .
Per quanto attiene alla specifica questione della
connessione delle virtù morali con la prudenza,
bisogna tener presente la distinzione scotiana tra
“prudenza infusa generale”, che fa scegliere
bene i mezzi al fine ultimo in generale, e “prudenza
acquisita specifica”, che fa scegliere i mezzi
per la pratica delle singole virtù specifiche.
In questo modo, si possono ammettere tante “prudenze
specifiche” quante sono le virtù morali,
perché ogni virtù ha la “sua”
prudenza. Di conseguenza, non è sbagliato dire:
“povertà prudente”, “castità
prudente”, “umiltà prudente”,
“pazienza prudente” ...
Sia dal testo della prima “collatio” parigina
che da quello dell’Ordinatio , Duns Scoto
è del parere che la virtù della prudenza,
sia generale che specifica, non è necessariamente
connessa con le virtù morali. Secondo il pensiero
del Dottor Sottile si può anche affermare che
senza la virtù della prudenza, sia generale
che specifica, non ci sono vere virtù; mentre
si può possedere la prudenza senza le altre
virtù. La possibilità riposa sul fatto
che le virtù pratiche risiedono nella volontà,
che resta libera pur nell’esercizio di un’attività
pratica .
La caratteristica peculiare della virtù della
prudenza è quella di ponderare e di orientare
le azioni umane secondo la retta ragione, e, di conseguenza,
aiutare l'uomo a scegliere i mezzi idonei per conseguire
un determinato fine, ultimo o specifico che sia. Di
fronte a situazioni difficili e complicate, anche
la scelta si presenta difficile e necessita di una
grande prudenza. Di tale prudenza, Duns Scoto ha lasciato
molti esempi nella sua vita. E' doveroso ricordare
qualche episodio più significativo.
L'uno riguarda la nota vicenda con Filippo il Bello,
che cercava aderenti alla sua politica contro Bonifacio
VIII. Duns Scoto, calcolato il caso con dovuta prudenza
dottrinale e religiosa, firma il suo deciso "rifiuto"
alle pretese del Re di Francia, accettando con serenità
le conseguenze dell'esilio.
L'altro episodio, invece, è di ordine intellettuale.
Spesso nel trattato De primo principio, si
trova di fronte dei problemi di difficile soluzione,
perché rasentano il mistero, sperimentando
l'incapacità dell'intelletto umano a trovare
una razionale risposta. E come Platone Agostino e
Anselmo, anche lui sente il bisogno di inginocchiarsi
e chiedere aiuto a Dio. E così la prudenza
e la ricerca si convertono in preghiera. Ecco qualche
passo più importante:
O Signore,
Creatore del mondo!
Concedimi
di credere
comprendere
e glorificare
la tua maestà,
ed eleva
il mio spirito
alla contemplazione di te.
...
Tu, o Signore, sei l'Essere vero!
Tu, o Signore, sei l'Essere totale!
Questo credo fermamente.
Questo, se possibile,
desidero conoscere.
O Signore,
aiutami a scoprire
il vero Essere
che sei tu.
O Signore,
aiutami
a comprendere
ciò che credo .
b). La giustizia
La virtù della prudenza è
la prima tra le virtù cardinali, ma non la
più nobile. Al disopra del "retto dettame"
della ragione, Duns Scoto colloca l'esecuzione dell'azione
da parte della volontà, che, oltre ad avere
il primato sull’intelletto, è sede delle
altre virtù cardinali. Di conseguenza, ritiene
le virtù della giustizia, della fortezza e
della temperanza più nobili della virtù
della prudenza . Tra le tre virtù cardinali,
quella della giustizia è ritenuta più
importante, perché tende a perfezionare l'uomo
in ordine al prossimo, mentre le altre e due lo perfezionano
in se stesso.
Una delle forme più perfette della virtù
della giustizia è certamente l'amicizia, perché,
osserva Duns Scoto, con essa uno dà se stesso
al suo prossimo, in proporzione di quanto può
dare e di quanto l'altro può ricevere . L’amicizia
lega due persone che vicendevolmente si vogliono bene.
E’ un legame affettivo tra persone eguali, che
viene perfezionato dalla virtù della carità.
Una persona ama l’altra persona perché
si sente amata: amare e essere amata si completano
a vicenda.
Altre forme di giustizia riguardano principalmente
l’equa distribuzione dei beni materiali tra
gli uomini, in modo che ognuno possa avere ciò
che gli permette di vivere onestamente la sua esistenza;e
la solidarietà tra gli uomini, con la quale
uno deve saper dare agli altri quello che gli è
necessario per vivere dignitosamente sia sotto la
dimensione intrinseca che riguarda la vita spirituale,
e sia sotto la dimensione estrinseca che riguarda
la vita strettamente materiale .
E' facile documentare l'esercizio della virtù
della giustizia nella biografia di Duns Scoto sia
in ordine agli episodi principali che hanno segnato
la sua esistenza, e sia in ordine a come ha trattato
gli altri. I riferimenti biografici riguardano gli
ostacoli che egli ha dovuto superare nella sua carriera
accademica e in quella dottrinale sia per il già
ricordato episodio di Filippo il Bello, e sia per
la specifica posizione assunta in onore della Vergine
Immacolata.
Utili indicazioni si ricavano anche dalla sua metodologia
scientifica. In tutte le sue opere, Duns Scoto non
ha mai mancato di rispetto ai suoi avversari, anche
quando li doveva criticare per diversità dottrinale.
c). La fortezza
Le virtù cardinali che perfezionano
l'uomo in se stesso sono la fortezza e la temperanza:
l'una lo perfeziona in ordine alla irascibilità,
e l'altra in ordine alla concupiscenza. A differenza
di coloro che sostengono che l'oggetto specifico della
virtù della fortezza sia lo sforzo di raggiungere
una cosa "ardua", ossia un bene difficile
a conseguirsi, Duns Scoto invece ritiene che il suo
specifico consista nel desiderio di respingere l'offesa
e di richiederne la vendetta.
Nell'esame delle varie situazioni, Duns Scoto insegna
che l'ira dev'essere moderata dalla retta ragione,
affinché non travalichi né nel respingere
in modo sproporzionato l'aggressore, né nel
punire più di quanto la colpa non meriti. Ciò
che dispone l'uomo a respingere l'aggressore viene
chiamato "bellicosità"; ciò
che invece lo inclina a sopportare le offese, lo chiama
"pazienza", a cui attribuisce il bel titolo
di nobilissima fortitudo. Importante notare
come Duns Scoto tesse un elogio della "pazienza",
considerandola non come pura passività, bensì
come un non volere agire nel respingere una cosa molesta;
per cui è più "vincitore"
colui che sopporta, anziché colui che respinge
la cosa molesta. E tutto questo come interpretazione
della beatitudine evangelica: "Beati, coloro
che sopportano le persecuzione per la giustizia"
(Mt, 5, 10), a cui certamente fa eco anche la strofa
del Cantico delle creature: "Laudato si,
mi Signore per quelli che perdonano per lo tuo amore".
d). La temperanza
Anche la virtù infusa della
temperanza perfeziona l'uomo in ordine alla concupiscenza,
nel senso che regola quell'emozione piacevole o dispiacevole
che sorge nel vedere determinate cose o realtà.
In particolare due sono gli oggetti specifici della
concupiscenza: gli onori e i piaceri. La forma più
importante di temperanza è l'umiltà
; mentre dalla stessa virtù infusa derivano
le virtù di povertà, castità
e obbedienza, che si richiedono per vivere i consigli
evangelici.
Per quanto riguarda i piaceri che la virtù
della temperanza deve moderare, non sono solo quelli
di natura sensibile, ma anche quelli di natura intellettuale.
Nel loro complesso i piaceri, quando non apportano
alcuna utilità alla vita, diventano dannosi
o pericolosi, e come tali devono essere controllati
e regolati dalla virtù della temperanza. Anche
nell'esercizio di questa virtù, si può
notare lo spirito concretamente pratico di Duns Scoto,
il Maestro della "natura pratica della teologia".
La dottrina spirituale di Duns Scoto intorno al "settenario"
delle virtù non è rimasto infruttuoso
nella storia dell'Ordine e della Chiesa. Lungo l'arco
del tempo, ha fortemente contribuito a formare una
salda e sicura corrente di spiritualità, a
cui si sono ispirati tanti santi, tanti dottori e
tanti semplici fedeli, desiderosi di realizzare la
perfezione evangelica.
Piace ricordare semplicemente i massimi esponenti
del francescanesimo del Quattrocento: Bernardino da
Siena, Giovanni da Capistrano, Giacomo della Marca,
Alberto da Sarteano, chiamati dagli storici dell'Ordine
"le quattro colonne dell'Osservanza". Gli
scritti di questi santi recano a tutto tondo l'influsso
della dottrina spirituale di Duns Scoto, considerato
da tutti come il "Principe dei teologi",
il "Dottore dei frati Minori" e il "Maestro
di spiritualità".
Senza ombra di essere smentito, si può con
tranquillità affermare che storicamente la
vita dell'Ordine francescano è strettamente
legata alle vicissitudini della dottrina teologica
spirituale e filosofica di Duns Scoto, che ha saputo
dare una sistemazione teoretica non ancora superata
alle profonde intuizioni ed esperienze vissute da
Francesco d'Assisi.
L'influsso del pensiero di Duns Scoto oltre che in
altri Ordini e Congregazioni religiosi è presente
su tutta la Chiesa specialmente per la perla della
sua speculazione, il Cristo-centrismo e l'Immacolata
Concezione della Vergine Maria, come documenta
la storia della teologia e della spiritualità.
In seguito all'evento storico del concilio Vaticano
II, è da segnalare l'enorme e silenzioso influsso
esercitato dalla dottrina di Duns Scoto non solo sulla
vita ecclesiale, ma soprattutto sulla vita religiosa,
considerata in ordine a Cristo, che, grazie a lui,
riprende il posto voluto espressamente dalla volontà
del Padre, nel suo misericordioso piano di salvezza.
Per Duns Scoto, tutto il patrimonio di verità
da credere e l'insieme degli obblighi morali che da
quelle scaturiscono, derivano completamente e sicuramente
da Cristo: tutti coloro che si salvano, si salvano
in virtù della grazia ricevuta da Cristo.
Tra gli influssi più evidenti nell'attuale
momento postconciliare, non si può non ricordare
il delicato concetto che considera intrinsecamente
pratica la natura della stessa teologia, perché
incentrata sulla medesima persona di Cristo. E la
stessa "pastorale", incentrata sulla figura
del Vescovo, unico pastore della sua diocesi, trova
nella dottrina teologica di Duns Scoto il sicuro fondamento
teoretico, perché egli unico nel suo tempo
ha considerato l'episcopato un Ordine indipendente
da quello presbiterale, e, quindi, proveniente direttamente
da Cristo, unico vero e autentico Pastore del popolo
di Dio.
Anche l'odierno problema dell'ecumenismo riceve dalle
teorie di Duns Scoto una vasta possibilità
di poter realizzare l'"unità" della
Chiesa, proprio perché a fondamento di tutte
le questioni si trova sempre e unicamente Cristo,
e a metodo della ricerca della verità pone
sempre il dialogo. La realtà di Cristo e il
metodo del dialogo costituiscono le condizioni fondamentali
per un qualsiasi successo del movimento ecumenico
80.
III- Virtù religiose
Nella spiritualità cristiana
ci sono delle “leggi” che obbligano direttamente
e indistintamente tutti e singoli i credenti, e dei
“consigli” che solo indirettamente obbligano
se accettati liberamente. Le “leggi” sono
dei mezzi che aiutano l’uomo-credente a compiere
“opere necessarie alla salvezza”; i “consigli”,
invece, dei mezzi che aiutino a compiere delle “azioni
ricche di sacrificio”, ma non strettamente necessarie
per la salvezza.
Perché di carattere necessario per il raggiungimento
della salvezza o fine ultimo, il contenuto delle “leggi”
viene infuso, secondo Duns Scoto, in tutti
coloro che ricevono responsabilmente il Battesimo,
ed esso viene a coincidere con il “settenario”
delle virtù. Dato il valore di necessità,
le virtù del “settenario” vengono
chiamate anche genera, cioè fondamento
di tutte le altre virtù scolasticamente dette
species o species specialissimae. Tra
le principali sono da ricordare i consigli evangelici,
le beatitudini, i doni dello Spirito e tutte le altre
virtù morali.
Di fronte a questo complesso ed eterogeneo gruppo
di virtù per raggiungere la perfezione, Duns
Scoto opera una precisa ed essenziale selezione, dicendo
che il settenario delle virtù da solo è
sufficiente a perfezionare l’uomo. Di conseguenza,
le beatitudini, i doni, i consigli e tutte le altre
virtù morali non sono realmente distinti dalle
virtù teologali e cardinali, nel senso che
i rispettivi abiti sono contenuti in un modo o nell’altro
in una delle virtù del settenario.
Per il principio non sunt multiplicanda entia sine
necessitate, Duns Scoto compie un sforzo di grande
sintesi intorno ai mezzi di perfezionamento umano,
stabilendo una speciale gerarchia, al cui vertice
c’è la carità, ultima virtutum
perfectio, secondo l’evangelico porro
unum est necessarium: la carità al vertice
delle virtù teologali; la prudenza, delle virtù
cardinali; le virtù religiose e morali ordinate
alle virtù cardinali...
Proprio perché la “piramide” delle
virtù è abbastanza varia e complessa,
Duns Scoto si preoccupa di precisarne i rispettivi
rapporti o connessioni alla luce di due principi:
1) le condizioni per cui un atto umano è imputabile;
2) la distinzione tra virtù morale infusa e
virtù morale acquisita.
Quattro circostanze richiede all’atto umano
perché imputabile: sia nudo, ossia libero;
sia virtuoso, ossia secondo il dettame della
retta ragione o prudenza; sia caritativo, cioè
derivato dalla carità; sia meritorio,
cioè accetto alla volontà divina . La
distinzione nella virtù della prudenza, ritenuta
regola di tutte le altre virtù, di quella infusa
generale e di quella specifica acquisita, permette
a Duns Scoto di poter affermare la “connessione”
delle virtù morali con la prudenza generale
.
Confrontando questo testo della Collatio con
il testo dell’Ordinatio , si nota una
certa perplessità nel pensiero del Dottor Sottile,
in quanto, conducendo l’analisi da diversa angolazione,
conclude non necessariamente per la “connessione”
della virtù cardinale della prudenza, sia generale
che specifica, con le virtù morali. L’incertezza
si può interpretare così: non ci sono
vere virtù morali senza la prudenza, ma si
può avere la prudenza senza delle virtù.
Il motivo: le virtù morali risiedono nella
volontà, che, per agire, deve “allenarsi”
ad agire, pur restando sempre libera . Ciò
è anche richiesto dalla seconda condizione
richiesta per l’atto umano responsabile e meritorio,
come sopra accennato.
Se nel mondo delle virtù morali tutto gira
intorno alla prudenza , l’intero sistema delle
virtù, cardinali e morali, infuse e acquisite,
invece, gravida intorno alla carità, considerata
come la “forma” di tutte le virtù
e di ogni virtù, e come l’asse portante
dell’intera perfezione. Secondo Duns Scoto,
tutte le virtù morali, infuse e acquisite,
e le due virtù teologali della fede e della
speranza sono necessariamente “connesse”
con la virtù della carità teologale
infusa, vera “perla” della spiritualità
scotiana. Nessuna virtù, senza della carità,
ha la caratteristica del “meritevole”,
e non viene accettata da Dio per il fine ultimo. La
carità, quindi, è fonte e culmine della
struttura spirituale di Duns Scoto. Tale insegnamento,
specialmente in riferimento alla questione della “povertà
assoluta”, ha avuto il suo giusto peso storico.
Applicando questi principi ai consigli evangelici,
Duns Scoto considera le rispettive traduzioni in virtù
-povertà castità e obbedienza- come
derivate dalla virtù infusa della temperanza
e perfezionate dalla regina delle virtù, la
carità, che prendono nome di virtù religiose.
I consigli evangelici hanno dignità e importanza
dalla loro origine divina. In quanto “consigli”
si è liberi di accettarli, ma non si liberi
di disprezzarli, perché così facendo
si disprezza lo stesso Cristo che li ha rivelati.
Espressamente scrive: «Promulgatio facta de
consilio divino, obligat ad non contemnendum»
. Il consiglio, precedendo il precetto, tende a preparare
l’uomo alla sua osservanza, e non alla sua imposizione.
E chi si impegna ad osservarli merita stima e fiducia,
e non disprezzo; chi non vuole seguirli, non è
obbligato a farlo, ma ha il dovere di lasciare liberi
gli altri di decidere .
1)- La virtù dell’obbedienza
In quanto massima espressione della
carità e della temperanza, la virtù
dell’obbedienza costituisce la “leva”
dell’edificio spirituale e la cifra dell’autentica
adesione a Cristo, che «ha umiliato se stesso,
facendosi obbediente fino alla morte e alla morte
di croce» . L’esercizio dell’obbedienza
rende docile umile e puro il cuore dell’uomo
nei confronti con Dio e nei confronti dei propri simili.
Prima di ricordarla vissuta nella vita di Duns Scoto,
piace vedere il suo insegnamento sulla virtù
morale dell’obbedienza. Tra i due aspetti non
c’è intermezzo alcuno, ma perfetta armonia
e unità.
In quanto francescano, Duns Scoto conosce la Regola
che al capito X impone ai frati di “obbedire
ai ministri in tutto ciò che non è contrario
né alla loro anima né alla nostra regola,
perché per amor di Dio hanno rinunciato alla
propria volontà”. Concetto che riprende
quasi ad litteram quando ricorda che «il
suddito non deve condannare il comando del superiore...
[ma] è tenuto a obbedire in tutto ciò
che non è immediatamente contro Dio e contro
i buoni costumi» .
La virtù dell’obbedienza, in quanto scaturita
da un consiglio, trova la sua giustificazione non
nella legge di natura, che anzi è contraria
a ogni forma di servilismo o di schiavismo, ma soltanto
nel “voto” che l’uomo fa a Dio tramite
il superiore legittimo. Solo per ragione di profonda
perfezione spirituale, quindi, Duns Scoto ammette
che un uomo possa “alienare” il massimo
suo bene, la volontà , e non per altri motivi...
Il pensiero del Dottor Sottile, che tien conto di
tutta la visione dell’uomo, non è limitabile
alla semplice formale affermazione “bisogna
obbedire”, che sarebbe doppiamente umiliante
se presa alla lettera, ma “si deve obbedire”
per amore di Dio e per il bene della comunità,
salvaguardando il rispetto dell’autorità.
E se il superiore sbaglia?
Duns Scoto non esita: «Bisogna ugualmente obbedire,
mentre esercita l’autorità, perché
non è necessariamente lecito avere un concetto
falso del proprio superiore» . Ciò non
toglie che il suddito, senza giudicare il superiore,
possa adoperarsi, per il bene della comunità,
affinché venga rimosso, in quanto inetto al
suo ufficio .
Come per la società civile il bene comune è
al di sopra di quello privato, senza che per questo
possa essere facilmente violato, così anche
nella comunità religiosa bisogna salvaguardare
la pace e la tranquillità, mediante un reciproco
scambio di fraterno servizio tra superiore e suddito:
l’uno attraverso la giustizia e l’altro
nell’esercizio dell’obbedienza. Estendendo
un principio generale di etica politica alla comunità
religiosa, Duns Scoto afferma che la pace e la tranquillità
dipendono «dal retto uso dell’autorità
dei superiori e dalla retta osservanza dei sudditi»
; e anche dal reciproco e scambievole aiuto fraterno:
«il superiore deve compenetrarsi nel suddito,
e il suddito deve facilitare il compito del superiore»
.
Per i riferimenti biografici si possono tener presenti
gli episodi più salienti della sua vita, già
accennati sopra.
2)- La virtù della
povertà
Anche la virtù morale della
povertà non può essere “patrimonio”
di tutti, ma solo di coloro che responsabilmente la
scelgono per amore di Cristo e per fede alla sua parola.
E’ una scelta di perfezione spirituale che avvicina
all’esempio del Divin Maestro, che si è
voluto fare povero in questo mondo pur essendo Dio
. La vera povertà è sempre legata alla
virtù teologale della fede e a quella cardinale
della temperanza, perché, secondo Duns Scoto,
come è necessaria la rivelazione per conoscere
il fine ultimo, così è necessario la
rivelazione per conoscere i ‘mezzi’ per
raggiungerlo. Tra i ‘mezzi’ rivelati dal
Vangelo c’è anche la beatitudine della
povertà , scelta e vissuta in modo sublime
dal Serafico Padre Francesco d’Assisi, il quale
si è anche preoccupato di lasciarne pratiche
indicazioni anche nei suoi scritti .
Geloso assertore della libertà, Duns Scoto
vuole rispetto e stima per coloro che accettano di
vivere poveramente per amore di Cristo: nessuno è
obbligato a farsi povero, ma tutti sono tenuti a non
disprezzarla, altrimenti si disprezzerebbe lo stesso
Cristo, che l’ha consigliata come meritoria
e utile per il conseguimento del premio eterno. Sempre
in forza del suo profondo amore per la libertà
esalta chi la sceglie ed è terribile per chi
la disprezza.
Qualche suo pensiero.
«Alcune virtù sono possibili alla natura
umana, perché ordinate a un fine superiore
di quanto la ragione possa conoscere, cioè
sono rivelate per mezzo di Cristo e da Cristo, che
esige obbedienza in tutto ciò che è
preferibile al permesso. In queste preferenze è
necessario che ci siano delle regole pratiche conosciute
per rivelazione, e tali sono universalmente tutti
i consigli delle virtù evangeliche -come la
povertà, la castità ecc.,- perché
principi o conclusioni pratiche, dalle quali dipendono
tali virtù o regole, che non possono essere
conosciuti naturalmente dall’uomo» . «Badino
coloro che offendono la povertà evangelica,
che non la condannino per caso, (non volendo osservarla
in quanto non necessaria), perché tali condanne
o vilipendi disprezzano lo stesso Cristo, che l’ha
consigliata di osservarla come meritoria e utile per
la vita eterna» .
Come si può conseguire la virtù della
povertà evangelica?
In due modi: o per volontà libera, rinunciando
a tutti i beni per amore di Cristo; o per volontà
di Dio, qualora volesse spogliare dei beni, per punire
i peccati. In entrambi i casi è necessario
che la volontà non solo accetti la mancanza
dei beni, ma in un certo qual modo ne goda pure. E’
una rinuncia per un amore più grande. E’
una scelta che produce gioia e letizia.
Così scrive: «Posso non volere le ricchezze,
la salute e tutto ciò che è necessario
alla vita materiale in due modi: o rinunciando ad
essi, come quando uno si fa povero volontariamente;
o volendo Dio punirmi per i miei peccati; o con la
volontà conseguente di accettare e godere di
tale privazione» .
3)- La virtù della
castità
Piace accennare alla virtù
della castità attraverso il felice commento
di alla beatitudine evangelica “Beati i puri
di cuore, perché vedranno Dio” , che
Duns Scoto, con un linguaggio elevato, identifica
con la “volontà”: i “puri
di cuore” sono i “puri di volontà”,
coloro cioè che non desiderano né vogliono
quei beni della carne, a cui hanno rinunciato per
l’amore casto di Cristo. «La purezza del
cuore è l’immunità della volontà
da ogni disordinato desiderio o piacere, tanto in
ragione di se stessa quanto in ragione dei desideri
sensibili, a cui si congiunge» .
Come fonte e origine della virtù della castità
Duns Scoto la fa derivare dalla virtù cardinale
infusa della “temperanza”, che regola
e modera i desideri e i sentimenti della volontà:
«L’espressione “Beati i puri di
cuore, perché vedranno Dio” esprime un’altra
virtù derivata dalla temperanza che modera
in genere i desideri e gli affetti» .
Estendendo un concetto già utilizzato nella
questione della “redenzione preventiva”
della Vergine Maria, Duns Scoto è del parere
che bisogna preferire l’innocenza alla penitenza,
perché è più grande il beneficio
di preservare uno dal peccato, che liberarlo dopo
averlo commesso. Di conseguenza, anche l’ingratitudine
è maggiore per chi cade dall’innocenza,
che non per chi cade dalla giustificazione, ottenuta
in seguito al peccato. In altre parole: Dio ama di
più colui a cui non deve rimettere nulla, come
per es., la Beata Vergine, che non colui a cui deve
rimettere qualcosa, come ad es., Pietro e la Maddalena.
Con un certo lirismo scrive: «E’ beneficio
maggiore di Dio e grazia più grande conservare
semplicemente uno nell’innocenza che liberarlo
e perdonarlo dai suoi peccati, dopo che è caduto
dalla stessa innocenza... Pertanto, il dono della
innocenza conservata è molto più grande
in confronto al dono del perdono del peccato, ed è
anche maggior male e maggior ingratitudine cadere
dall’innocenza che dalla giustificazione ricevuta
dopo il peccato, a causa della penitenza... Di conseguenza,
Dio ama di più colui a cui nulla si rimette,
come la Beata Vergine Maria, che giammai ha peccato,
che alla Maddalena, o a Pietro o a Paolo, ai quali
ha perdonato molti peccati» .
IV- Il metodo: “ora
et cogita, cogita et ora”
La modernità del metodo di
lavoro di Duns Scoto è stato recentemente proposta
dal simpatizzante e amante di Duns Scoto, il francescano
Giovanni Lauriola, con la sintetica traduzione “Ora
et cogita, Cogita et ora”: pregare pensando
e pensare pregando. L’espressione, pur avendo
delle assonanze con il classico motto benedettino
“Ora et labora”: prega e lavora, non ne
dipendente, perché corrisponde alla realtà
propria di lavorare del francescano, che, sull’esempio
di Francesco d’Assisi, traduce il pensiero dell’Apostolo
Paolo.
Una traduzione traslata del motto-metodo scotiano
potrebbe essere: "Duns Scoto Maestro di spiritualità,
di spirito, di mistica, di contemplazione"...
Una simile interpretazione suona strana e provocatoria
a chi è abituato a considerare Duns Scoto unicamente
come filosofo o come teologo. Duns Scoto, infatti,
è sì un filosofo, è sì
un teologo, ma non è solo filosofo né
solo teologo, anzi continuare a considerarlo semplicemente
come tale costituisce una visione limitativa e manchevole
nei suoi riguardi. Egli è principalmente un
maestro di spirito e di vita spirituale.
Alla personalità di Duns Scoto è nociuto
proprio questa conoscenza incompleta e anche fuorviante.
La trascuratezza della dimensione contemplativa e
mistica del suo pensiero ha contribuito a non farlo
conoscere nella sua complessa realtà e, quindi,
a non amarlo a sufficienza, perché è
stato considerato ingiustamente un arido speculativo
avulso dalla concretezza reale e quotidiana.
E' proprio questa immagine distorta falsa e antistorica
che la fondazione del Centro “G. Duns Scoto”
e dell’Associazione Amici del “B. Duns
Scoto” si propongono di contribuire a correggere
e a togliere dalla mente degli uomini, che, secondo
Bacone, si è formata attraverso gli idola
fori. Mi auguro che l'impegno scientifico delle
due fondazioni, insieme a tutti gli esperti che vi
aderiranno, possa realmente fare giustizia storica
di questo illustre Maestro, molto bersagliato nella
storia del pensiero, senza conoscerlo direttamente.
In questo ambito metodologico generale, non interessa
tanto approfondire l'aspetto filosofico né
tanto meno quello teologico, ma unicamente quello
spirituale e mistico di Duns Scoto. Mi rendo perfettamente
conto che è difficile prescindere dagli altri
aspetti, in quanto integranti la sua ricca e complessa
personalità, pur tuttavia tenterò l'impresa,
anche se a volo di uccello.
Nel tracciare questo leggero tratto mistico di Giovanni
Duns Scoto, dal cui motto risulta che “pregava
pensando e pensava pregando”, mi avvalgo del
concetto comune in ermeneutica: l'uomo è il
suo stile, l'uomo è la sua opera. Concetto
che traduce un principio metafisico, molto caro anche
a Duns Scoto, e cioè nell'effetto riluce qualcosa
della sua causa.
Il motto "pregare pensando e pensare pregando"
costituisce uno degli aspetti poco noti della personalità
del Dottore Sottile. Questo continuo scambio tra pensiero
e preghiera e tra preghiera e pensiero non lo si coglie
se non si ha una certa dimestichezza con i suoi scritti.
E' anche vero, che tale metodo non è estraneo
ai grandi pensatori dell'Occidente. Si pensi, per
esempio a un Platone, a un Agostino, a un Anselmo.
Su questa scia si colloca anche il nostro Maestro.
Quando una questione risulta difficile alla ragione
e all'intelletto, Duns Scoto si inginocchia e prega
il Signore perché lo illumini e gli faccia
contemplare la verità. E questo accade specialmente
in quelle questioni che rasentano il mistero dell'essere,
dove l'uomo cioè non ha alcuna possibilità
razionale di risolvere. Si pensi, ad esempio, a tutte
le verità fondamentali che hanno una certa
attinenza con la vita soprannaturale: esistenza di
Dio, immortalità dell'anima, libertà
dell'uomo... Tutti problemi di alta risonanza esistenziale,
perché coinvolgono direttamente la stessa avventura
dell'uomo.
Con questo metodo, Duns Scoto non confonde minimamente
i piani della ricerca razionale e teologica, anzi,
proprio perché è molto rispettoso delle
rispettive autonomie, qualche volta diventa più
difficile del solito, in quanto deve creare terminologia
e nuovi strumenti d'indagine, per mantenere l'equilibrio
tra le due discipline nella loro reciproca azione
specifica. Egli è un pioniere della ricerca.
E come tutti i pionieri, non sempre può essere
seguito da tutti, ma solo da coloro che hanno intuito
il suo ideale e con amore e passione lo vogliono seguire.
Duns Scoto è un autore non facile, anzi è
difficile. La difficoltà è intrinseca
alla sua metodologia e al suo linguaggio, molte volte
creato da lui stesso. Duns Scoto è un autore
veramente difficile, perché è un filosofo
che non parte da alcuna verità precostituita
né vuole spiegare la verità, come fanno
tutti gli altri grandi Autori della Scolastica, ma
è in continua tensione nella ricerca della
verità. E' logico che chi è abituato
a leggere verità già possedute e scoperte,
troverà un certo fastidio e una certa difficoltà
a leggere chi la verità vuol costruire passo
dietro passo con metodo storico-critico.
Questa è la ragione ultima della vera difficoltà
di Duns Scoto. Questa è anche la vera identità
di Duns Scoto: ricercatore appassionato della verità
mai raggiunta razionalmente, anche se posseduta spiritualmente.
Questo è anche il segreto della differenza
con gli altri Grandi della Scolastica, che hanno dovuto
separare e distinguere l'azione della spiegazione
della verità dalla preghiera. Duns Scoto invece
ha voluto seguire la via più umana e anche
più difficile: quella di non presupporre esplicitamente
nulla nella sua serena e appassionata ricerca della
verità. Durante la quale, però, ha sentito
spesso il bisogno di elevare diritto il suo potente
spirito verso la sorgente stessa della verità
per chiedere ispirazione e aiuto. Ecco l'intreccio
tra pensiero e preghiera e tra preghiera e pensiero.
Questo è Duns Scoto.
C'è ancora tanto da imparare. Io ho solo iniziato
a balbettare il suo metodo, ma non ancora il suo pensiero.
Per questo sono nati il Centro e l’Associazione
che devono, con l'aiuto degli esperti e amici di Duns
Scoto, far crescere la sua conoscenza, per meglio
diffonderla nel popolo di Dio, che è assetato
di sapere la verità e come la si raggiunge,
senza alcuna limitazione della propria libertà
di uomo.
L’esperienza del metodo di Duns Scoto, essendo
molto complessa e delicata, la si può comprendere
solo da chi la sperimenta personalmente; essa non
sopporta forme dicotomiche delle azioni umane, specialmente
quelle in ordine al rapporto tra speculazione e pratica,
tra intelletto e volontà, tra conoscere e agire,
tra conoscere e credere... Il pensiero di Duns Scoto,
invece, è per l'unità delle azioni umane,
purché libere e rispettose delle altrui azioni.
E' l'uomo del dialogo. Ma l'uomo contemporaneo, geloso
di sé e arroccato nel suo io, non sempre è
aperto e sincero nel dialogo, perché ognuno
vuole in un certo qual modo imporre la propria opinione
o la propria veduta all'altro; o peggio si ha paura
di dialogare, come avviene il più delle volte
nella vita comunitaria, creando una situazione di
drammaticità e di tragicità, a un tempo.
Il metodo di Duns Scoto permette contemporaneamente
di vivere e lavorare insieme, sempre in aperto dialogo
con sé e con gli altri, anche quando gli altri
si auto chiudono in se stessi come la filosofia dell’ostrica"
o del "lupino". La disponibilità
che assicura il metodo scotiano riposa sulla convinzione
di non possedere alcuna verità definitiva,
per cui si è sempre in ascolto e alla ricerca.
E questo, a chi invece si autochiude nella roccaforte
del suo potere, appare umiliante e crea una specie
di complesso di inferiorità, che, però,
è solo apparente.
Il metodo scotiano abitua a saper essere sempre in
dialogo con la verità dei misteri più
autentici della vita e della fede, arricchendo sempre
e rendendo sempre più disponibile agli altri.
E insieme agli altri risalire alla fonte della verità
che è Dio. E una volta che si arriva a Dio,
si acquista la vera virtù dello studioso e
del ricercatore: l'umiltà e la povertà,
il silenzio e la parola.
E' su questo binario intellettuale ed esistenziale
dell'umiltà e della povertà, del silenzio
e della parola, che la contemplazione e la mistica
di Duns Scoto hanno fondamento e si aprono agli arcani
segreti dell'amore, unica vera chiave di lettura di
tutta la sua speculazione. Ecco, si è arrivati
alla sorgente del pensiero magisteriale del Dottore
Sottile: l'amore. L'amore è solo di Dio. Solo
Dio è essenzialmente Amore e Essere: Dio è
per essenza Essere e per essenza Amore. E Dio comunica
l'amore e l'essere solo a chi vuole. La creatura che
per primo riceve la perfezione e la completezza dell'amore
divino è Cristo, il Capolavoro di Dio. Con
Cristo Duns Scoto ha scoperto il massimo della speculazione.
Tutte le relazioni umane verso il divino avvengono
unicamente attraverso la mediazione del Cristo, perché
né Dio può entrare in rapporto con l'uomo
né l'uomo può entrare in rapporto con
Dio, senza Cristo.
Ecco l'ultima e definitiva spiegazione della dottrina
del grande Maestro francescano. La sua speculazione
termina nella contemplazione di Cristo, ma in fondo
torna al punto di partenza, cioè sempre a Cristo.
Come a dire: Duns Scoto è principalmente un
vero teologo; ma nello stesso tempo è anche
un vero filosofo, perché, pur credendo in Cristo,
non utilizza mai la teologia per fondare la filosofia.
E per quanto riguarda la spiritualità?
In lui non si pone questo problema. La contemplazione
della verità teologica allora è autentica,
quando si traduce liberamente in azione, perché
per lui la contemplazione è amore, e l'amore
è azione, secondo il suo meraviglioso concetto
di praxis, che coincide con la volontà libera,
che avvicina massimamente l'uomo a Dio in Cristo.
E Dio per definizione è Colui che E' e Colui
che Agisce. Questo è il concetto di Dio che
Duns Scoto contempla e quanto più entra in
questa contemplazione tanto più è e
agisce insieme, perché partecipa sempre più
di Dio, in Cristo.
Per questo motivo, la parola di Dio costituiva per
Duns Scoto non solo oggetto di studio scientifico,
ma anche di celebrazione, cioè di preghiera
e di meditazione. Il testo scritturistico era insieme
un'autorità e una preghiera. Per agire così
si richiede semplicemente una fede autentica e una
carità generosa, che tengono sempre aperto
il dialogo e la ricerca della verità.
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