VIA SCOTI
(Lauriola Giovanni ofm)
Parlare di un autore medievale è sempre impresa
ardua e impervia. Il semplice riferimento storico
[al medievo] provoca un certo effetto in chi legge
o ascolta, a causa del generale senso negativo che
di esso si ha, suscitando quasi sempre una forma di
"pre-giudizio" o di "sospetto",
più o meno giustificato. La prevenzione aumenta
se questo autore si chiama Giovanni Duns Scoto , a
motivo della intricata storia della sua "recente"
conclusione del processo di beatificazione, che ha
certamente risvegliato con più audacia l'attenzione
degli studiosi non solo di cose medievali, ma anche
di cose contemporanee.
Parlare oggi di metodo in un autore medievale, qual
è appunto Duns Scoto, può anche sorprendere
gli esperti, dal momento che non è stato dedicato
ampio spazio a tale argomento . Il problema del metodo
in Duns Scoto, perciò, costituisce una delicata
e difficile questione che non trova facile soluzione
adeguata, sia perché la metodologia medievale
è molto lontana da quella moderna, sia perché
non esistono specifiche trattazioni che ne facilitano
la comprensione.
A queste difficoltà oggettive, intende ovviare
il presente lavoro , che si presenta più come
ricostruzione ideale, che come esposizione sistematica
della metodologia di Duns Scoto, frutto più
di esperienza trentennale che di evidenti indicazioni
strutturali, più di intuizione basata sul modo
di procedere del Dottor Sottile nella ricerca della
verità, che di deduzioni generali. Per comodità,
si divide l'esposizione in una parte generale e una
parte specifica, l’una più intuitiva
e l’altra più analitica.
1 - Metodologia generale:
“Ora et cogita, Cogita et ora”
La metodologia generale di Duns Scoto
è stata recentemente proposta con la sintetica
e felice espressione “Ora et cogita, Cogita
et ora”, pregare pensando e pensare pregando
. L’espressione, pur avendo delle assonanze
con il classico motto benedettino “Ora et labora”,
prega e lavora, non ne dipendente. Esso corrisponde
alla realtà propria del lavorare francescano,
che traduce fedelmente il pensiero dell’Apostolo
Paolo ripreso nella Regola di Francesco d'Assisi;
e al modo di filosofare introdotto da Agostino e Anselmo
con il credo un intelligam.
Una traduzione traslata del motto potrebbe essere:
"Duns Scoto Maestro di spiritualità, di
mistica, di contemplazione"... Interpretazione
che suona strana e provocatoria per chi è abituato
a considerarlo unicamente nella veste di filosofo
o in quella di teologo speculativo.
Duns Scoto è sì un filosofo, è
sì un teologo, ma non è solo filosofo
né solo teologo. Continuare a considerarlo
semplicemente tale costituisce una visione limitativa
e manchevole nei suoi riguardi. Egli è principalmente
un maestro di spirito, un maestro di vita mistica.
Alla personalità di Duns Scoto è nociuto
proprio questa conoscenza incompleta e anche fuorviante.
La trascuratezza della dimensione contemplativo-mistica
del suo pensiero ha contribuito a non farlo conoscere
nella sua complessa realtà e, quindi, a non
farlo amare a sufficienza. E` stato considerato “ingiustamente”
un arido speculativo avulso dalla concretezza reale
e quotidiana. Tutto il contrario!
E' proprio questa immagine distorta e antistorica
che il “motto” si propone di correggere
e di togliere dalla mente dei più, attraverso
la conoscenza diretta dei testi scotiani e la diffusione
del suo pensiero. Nell’ambito della metodologia
generale viene approfondito l'aspetto spirituale-mistico
di Duns Scoto; mentre in quello specifico, l’aspetto
filosofico-teologico; pur sapendo della reale difficoltà
nel distinguere i due aspetti, che sono inscindibili
e complementari.
a) Aspetto
mistico della Via Scoti
L’aspetto mistico del metodo
di Duns Scoto viene evidenziato dal comune concetto
di ermeneutica generale: l'uomo è il suo stile,
l'uomo è la sua opera, l'uomo è figlio
del suo tempo. Concetto che traduce un principio metafisico,
molto caro anche a Duns Scoto, e cioè nell'effetto
riluce qualcosa della sua causa.
Il motto ora et cogita, cogita et ora costituisce
uno degli aspetti poco noti della personalità
del Dottor Sottile. Il continuo scambio tra pensiero
e preghiera, tra preghiera e pensiero non lo si coglie
se non si ha una certa dimestichezza con i suoi scritti
e con la stessa realtà spiritual-mistica da
lui vissuta .
Pur sotto la veste teoretica delle delicate e “sottili”
trattazioni scolastiche, Duns Scoto rivela segni di
una ricchezza spiritual-mistica, ruotante intorno
al concetto di Dio come Essere-Amore, che fa il massimo
dono di sé in Cristo Gesù, il Summum
Opus Dei, il Capolavoro di Dio.
La sua dottrina spirituale è talmente concreta
che paradossalmente afferma: se una concezione teologica
non produce frutti maturi di vita spirituale ad
luxuriam reducitur, che, in termini moderni, potrebbe
significare: se lo studio è fatto per la semplice
speculazione o curiosità intellettuale, è
come se ci si crogiuola nella tentazione della lussuria.
Interpretazione che trova conferma nel rapporto che
egli stabilisce tra pietà e scienza: la pietà
è migliore della scienza e può stare
anche senza della scienza, ma la scienza non può
stare senza della pietà. Principio che io completo
così: “scientia sine pietate inflat”:
la scienza senza pietà gonfia; “pietas
sine scientia aberrat”: la pietà
senza scienza conduce all’errore; e “scientia
cum pietate aedificat”: la scienza insieme
alla pietà edifica.
b) Fondamento
cristico della mistica Scoti
Punto cardine della mistica di Duns
Scoto è la profonda e sublime concezione del
Dio biblico. Lo affascinano due “definizioni”:
Ego sum qui sum -Io sono l’Essere- e
Deus charitas est -Io sono la Carità-.
Identificando Essere e Carità in Dio, Duns
Scoto pone a fondamento della sua concezione mistica
proprio questo concetto di Dio, che chiama: dilectio
per essentiam, formaliter dilectio et formaliter caritas,
et non tantum effective: Dio è Amore per
essenza e non soltanto Essere efficiente.
Tenendo presente la rivelazione dell’amore divino,
Duns Scoto vi coglie il passaggio logico-ontologico,
quando, con arditezza speculativa e con ardore di
mistico amante, punta mente e cuore direttamente nell’Essere-Carità
e vi intuisce il seguente ordine: «In primo
luogo, Dio ama se stesso. In secondo luogo, Dio ama
se steso negli altri condiligentes.. In terzo
luogo, Dio vuole essere amato da colui che può
amarlo in grado sommo -e parlo di un amore estrinseco.
In quarto luogo, Dio prevede l’unione [ipostatica]
di questa natura [umana] che deve amarlo sommamente»
. Dio cioè ama se stesso e si ama negli altri,
per questo vuole degli “amanti” -condiligentes-
fuori di sé che lo amino adeguatamente e infinitamente».
Questa fontale rivelazione, di valore anche "metafisico"
, illumina a giorno tutta la mistica scotiana, come
documentano le meravigliose e sublimi preghiere che
si trovano agli inizi dei singoli capitoli del De
primo principio, trattato di “preghiera”
e di “mistica”, dove Duns Scoto è
come in atteggiamento estatico davanti all’Essere,
primo principio degli esseri.
Anche dal principio speculativo, di derivazione agostiniano-anselmiano,
credo ut intelligam, tradotto dallo scrivente
in credo ut condiligam, Duns Scoto mette a
fondamento della sua mistica un atto sincero e indiscusso
di fede nella verità della parola divina, dichiarando
di volersi istruire su Dio, presso Dio e con Dio.
Tra lui e Dio c’è soltanto la mediazione
di Cristo, Unico suo maestro; e tra lui e Cristo,
c’è il “suo filosofo” Paolo
. Crede che Dio è Essere-Amore: Essere per
essenza e Amore per essenza, che si rivela pienamente
e totalmente in Cristo, vera imago Dei.
Il fine ultimo dell’uomo è la gloria
di Dio, ossia l’unione-comunione con Dio, che
si realizza unicamente ed esclusivamente attraverso
la mediazione di Cristo, che si autodefinisce la via
per andare al Padre. La carità formalmente
perfetta e necessaria di Dio ad intra viene
comunicata per estrema liberalità amorosa da
Dio stesso a Colui che lo può amare sommamente
e infinitamente, cioè a Cristo. Come la bellezza
materiale dipende dall’armonia e dalla proporzione
delle parti, così la bellezza dell’anima
dipende dalla carità, perché
solo la carità rende “splendente e gradito
a Dio” .
Illuminato e riscaldato nel profondo del suo essere
dal mistero di Dio, autorivelantesi perfettamente
in Cristo, Duns Scoto getta le fondamenta per la sua
ardita costruzione spirituale e mistica del Cristocentrismo,
chiave di volta di tutta la storia della salvezza
sia sotto l’aspetto teologico-antropologico
che cosmologico.
Come Francesco si commuoveva alla considerazione degli
episodi dell’umanità di Cristo, così
Duns Scoto si commuove quando considera l’amore
di Dio che per primo ha amato l’uomo. «Noi
ci sentiamo spinti ad amare Dio -scrive- non solo
in considerazione della sua infinita bontà
e delle perfezioni sue infinite, ma specialmente in
considerazione che la sua bontà ci ha amato
comunicandosi a noi, come dice Giovanni “il
Signore ci ha amato per primo”» , «perché
il nostro animo -continua- fosse spronato maggiormente
all’amore di Cristo Gesù» . E`
talmente preso dalla potenza della bellezza e bontà
di Dio che afferma: l’uomo è tenuto ad
amarlo sommamente sempre e dovunque, Deus amandus
est.
I pensieri d’amore divino infuocati di Duns
Scoto si traducono, nell’ultimo capitolo del
trattato del De primo principio, in invocazioni
di profonda e sublime preghiera contemplativa, una
specie di Te Deum. Qualche invocazione:
«Tu sei il Dio vivente della più nobile
vita, perché sei intelligente e perché
vuoi.
Tu sei felice essenzialmente.
Tu sei tutta la beatitudine perché possiedi
la comprensione di te stesso.
Tu solo, o Signore, sei incomprensibile e infinito.
Tu solo, o Signore, sei perfettamente semplice: l’angelo
non è perfetto e i corpi lo sono meno.
E` davvero perfetto solo colui che di nulla è
manchevole e bisognoso, e che può esistere
in tutti gli esseri possibili.
Tu sei buono senza misura e con liberalità
comunichi il tuo amore.
Tutti gli esseri anelano verso di Te, che sei l’Essere
sommamente amabile, come il loro ultimo fine...
Ciò che ho detto [e pregato] di Te, o Signore,
anche i Filosofi lo sanno spiegare; ma meglio i cattolici
Ti proclamano con maggior precisione, quale onnipotente,
immenso, giusto, misericordioso, benefico verso tutte
le creature, provvidenziale soprattutto verso gli
esseri razionali» .
Queste e simili invocazioni costituiscono le fondamenta
della manifestazione del misticismo genuino di Duns
Scoto, che ama sovente inabbissarsi nel “pelago”
immenso del divino Amore, in cui trova appagamento
e riposo il suo spirito sitibondo di sapere e di amore.
Il suo cuore infiammato d’amore e immerso nell’Amore
infinito prende il posto della pienezza e del rigoglio
dei pensieri e si rasserena unicamente in Dio, suo
centro e fine, contemplandolo con dolcezza e tenerezza
estatica, come «il citarrista perfetto -per
usare un suo esempio- che non riflette più
né pensa nel toccare soavemente le corde»
.
In questa visione contemplativa di Dio prende corpo
il mistero dell’Incarnazione del Verbo, che
concretizza e attualizza l’estrinsecazione della
Volontà dell’Essere-Amore, assicurando
così la condizione ontologica della stessa
creazione, e “inventando” nello stesso
tempo le condizioni indispensabili e necessarie all’uomo
per entrare in comunione-unione con Dio e contemplare
la sua Bellezza e Deità. Cristo è veramente
il Mediatore tra Dio e l’uomo, tra l’uomo
e la natura e tra l’uomo e Dio. Senza di Cristo,
ontologicamente parlando, non si può entrare
in comunione con Dio. Cristo è il Rivelatore
di Dio e il mezzo di comunione con Dio. Cristo è
l’unico “ponte” tra Dio e l’uomo
e tra l’uomo e Dio attraverso l’unico
linguaggio della preghiera .
Dalla convinzione metafisica che da Dio procede solo
Dio, cioè Dio non può essere amato adeguatamente
se non da un altro Dio, Duns Scoto afferma categoricamente
che «Solo Dio ama Dio. Dio ama se stesso negli
altri. Dio vuole essere amato da altri condiligenti,
cioè che altri abbiano in sé il suo
amore; e per questo predestina eternamente chi lo
deve amare infinitamente di un amore estrinseco»
.
E con stringata e perfetta logica continua: «Chi
vuole ordinatamente, vuole anzitutto il fine; in secondo
luogo vuole ciò che immediatamente raggiunge
il fine; in terzo luogo, vuole tutto ciò che
lo raggiunge remotamente. Ora, anche Dio, che vuole
ordinatamente, vuole perciò prima il fine,
benché non con diversi atti ma con un’unico
atto, in quanto il suo atto tende in diverso modo
e ordinatamente verso gli oggetti. In secondo luogo,
Dio vuole ciò che è ordinato immediatamente
a tal fine, predestinando gli eletti alla gloria...
In terzo luogo, Dio vuole ciò che è
necessario per raggiungere questo fine, cioè
i beni di grazia. In quarto luogo, Dio vuole per questi
condiligenti tutto ciò che è più
lontano dal fine, ad es. il mondo sensibile che deve
a loro servire» .
Dal contesto dei passi citati, emerge chiaramente
la presenza di una gerarchia nell’ordine degli
esseri voluti da Dio da sempre e con il medesimo ed
unico atto infinito d’amore. Agli estremi di
questo amore estrinseco di Dio, Duns Scoto vede alla
sommità Cristo e al gradino più basso
il mondo materiale, nel mezzo si trovano gli angeli
e l’uomo. Il grado di maggiore o minore vicinanza
da Dio è dato dal rispettivo grado di amore
e di gloria che l’essere riesce a sopportare
per sua natura dal Creatore. E questo perché
«Dio compie tutto per la sua gloria» ,
e dispone tutto in «numero peso e misura»
.
Fondamentali sono queste testimonianze bibliche per
Duns Scoto, perché si radica sempre nella convinzione
che tutto Dio opera per la sua gloria. E l’opera
di Dio è buona non per se stessa, perché,
in quanto dipendente, è sempre ontologicamente
imperfetta, ma perché Dio così ha voluto,
come a dire: “qualunque cosa creata tanto vale
quanto Dio l’accetta, e non più”.
Intuizione che interpreta anche l’espressione
lucana in cui si afferma che tutto esiste, si muove
e vive in Dio. Questa dipendenza teologica si traduce
anche in dipendenza ontologica, che esprime la radicale
contingenza dell’essere finito, collegandolo
in strettissima a assoluta relazione con Dio creatore,
dato sicuro di fede certa.
Da questa accennata gerarchia degli esseri, Duns Scoto
ricava a tutto tondo la convinzione che essa è
fatta da Cristo e a Cristo finalizzata. Cristo costituisce
realmente il concetto di “mediazione universale”
sia nel campo della grazia che in quello dell’essere,
secondo l’insegnamento di Paolo .
Lo svolgimento del pensiero scotiano, per volute armoniche
e armoniose, evidenzia sempre meglio la centralità
di Cristo. E in un raptus d’amore esclama:
«Nell’interpretare Cristo, io preferisco
più eccedere nella lode che essere difettoso»
. Il calore del suo ardente amore, inquadrato dall’acume
speculativo, si galvanizza intorno al mistero di Cristo,
chiedendosi il motivo della sua esistenza. E dalle
sue profonde e silenziose meditazioni sul dato rivelato,
lo scopre nel rendere la somma gloria a Dio, che tutto
vuole per se stesso e per la sua gloria. E così
Duns Scoto getta le basi per il primato di
Cristo, elaborando la sua dottrina intorno al mistero
dell’Incarnazione, partendo direttamente da
Dio e non dall’uomo.
È talmente affascinato dalla visione di Dio,
da essere impegnato con tutto se stesso nel tentativo
di svelare con la massima delicatezza di spirito gli
arcani segreti divini. Le sue idee si accavallano
progressivamente, come le onde del mare o le note
di una sinfonia, ma sempre guidate dall’ordine
ontologico dell’amore: Dio ama se stesso; Dio
ama se stesso negli altri; Dio vuole essere amato
da colui che può amarlo infinitamente; Dio
prevede l’unione della natura umana con il Verbo...
Forte di questa intuizione e sorretto da una potente
forza speculativa, procede nella sua serrata dimostrazione,
trovando anche lo spazio per una battuta "ironica":
«Se la caduta dell’uomo fosse stata la
causa della predestinazione di Cristo, ne seguirebbe
che l’opera più grande di Dio, il Summum
Opus Dei, sarebbe stato soltanto occasionale...
E ciò è semplicemente irrazionale e
assurdo» .
Di fronte al Capolavoro divino non c’è
"occasione" che tenga, né metafisicamente
Dio può volere fuori di sé qualcosa
che sia diverso da Dio stesso, come tutta la sublime
speculazione filosofica dimostra. Sia per ragione
rivelata e sia per ragione filosofica, quindi, la
perfezione infinita di Dio è tale da non poter
entrare in nessun modo in rapporto con ciò
che Dio non è.
La stessa “creazione” viene rivisitata
da Duns Scoto alla luce di Cristo: unico ed effettivo
termine dell’azione di Dio ad extra e,
quindi, unica possibilità di spiegare la presenza
della materia, del mondo e dell’uomo al di fuori
di Dio. Tale sembra il pensiero anche di Paolo quando
scrive: «Cristo è immagine del Dio invisibile,
generato prima d’ogni creatura; poiché
per mezzo di lui sono state create tutte le cose...
Tutte le cose sono state create per mezzo di lui e
in vista di lui. Egli è prima di tutte le cose
e tutte sussistono in lui» .
Questa visione paolina, corredata da altri passi ,
soggiace alle meravigliose definizioni di Cristo date
da Duns Scoto: Summum Opus Dei, Summum Bonum gratiae,
Summum Bonum in entibus... , mettendo in atto
così il suo metodo di ricerca: partire sempre
da un dato di fede certo e arrivare alla sua conoscenza
razionale attraverso rigorose argomentazioni e profonde
meditazioni, secondo l’adagio credo ut condiligam.
Dall’insieme della ricerca, si evince che Duns
Scoto distingue con acume speculativo un “ordine
ontologico” e un “ordine storico”
nel piano divino.
Nell’ordine ontologico o delle intenzioni, Cristo
occupa il primo posto nella gerarchia degli esseri,
ordinati in base alla loro importanza ricevuta da
Dio e non già secondo il posto che occupano
nella successione storica. Come a dire: nell’ordine
ontologico è "primo" non chi appare
“per prima”, ma chi viene “dopo”.
Ad es: il vegetale rispetto al mondo inorganico, l’animale
rispetto al regno vegetale, l’uomo rispetto
al regno animale, Cristo rispetto al mondo umano.
E questo perché è per l’uomo che
Dio ha creato il mondo, ed è in vista di Cristo
che l’uomo è stato scelto, e, infine,
Cristo è stato voluto da Dio e per Dio .
Se dal punto di vista storico o della successione
temporale, Cristo ha assunto un corpo a “immagine
dell’uomo”, è altrettanto vero
che nell’ordine ontologico l’uomo è
stato creato a “immagine di Cristo venturo”.
La lettura della gerarchia dell’essere è
fatta da Duns Scoto in chiave ontologica: Dio manifesta
al di fuori di sé la pienezza della vita e
dell’amore, così da perpetuare quello
stesso amore che scaturisce perpetuamente tra i Tre
che sono Uno.
In questo meraviglioso disegno d’amore, Duns
Scoto intuisce, con l’aiuto della fede, la presenza
di Cristo sia come cuore di Dio che come mistero da
conoscere. Nella gerarchia dell’essere, perciò,
Cristo occupa il primo posto perché tutto è
stato creato da lui e per lui, e tutto
dipende da lui, ed egli non dipende da nessuno.
Questo significa che Dio per primo ama Cristo e in
lui tutto ciò che viene dopo di lui. E’
in forza del primato ontologico di Cristo che Duns
Scoto non può accettare in nessun modo la sua
occasionalità, anzi ne afferma l’assoluta
gratuità. La predestinazione di Cristo non
può essere meritata da nessuno: né da
Cristo stesso, perché non ancora esistente;
né da altri, perché tutti dipendono
da lui; per cui non può essere che del tutto
gratuita, cioè assolutamente libera da ogni
pur lieve condizionamento.
Da buon teologo, Duns Scoto considera il piano divino
dal punto di vista di Dio stesso, come viene rivelato
dalle Scritture, e conclude logicamente che Dio, volendo
tutto per la sua gloria, vuole che tra i condiligentes
ci sia uno che abbia il primato su tutti e che
gli renda il più perfetto amore. E questi è
Cristo.
Pur affermando il primato dell’Incarnazione
sulla Redenzione, Duns Scoto ha un grandissimo concetto
della Redenzione, e non poteva essere diversamente.
Difatti, la Redenzione, più che un’azione
dovuta dall’uomo, è l’azione più
grande e più libera dell’amore misericordioso
di Cristo, che per questo merita il massimo riconoscimento
e ringraziamento da parte dell’uomo, che riceve
così un altro “dono”, oltre a quello
della creazione.
Tenendo presente la sua teoria della conoscenza, Duns
Scoto con slancio mistico afferma: «Come l’intelligenza
conosce più perfettamente l’oggetto dei
suoi pensieri, quando esso è sottoposto all’esperienza
immediata dei sensi, così se si vuole onorare
Cristo e rievocare la sua passione è più
facile farlo attraverso la contemplazione dell’immagine
del Crocifisso» . E in considerazione che Cristo
non era tenuto per nessuna ragione a redimerci né
tanto meno a farlo come l’ha voluto fare, egli
più volte, come un ritornello, va ripetendo:
«Cristo liberamente ha voluto offrire la sua
Passione al Padre per noi, e per questo noi siamo
tenuti maggiormente a Lui...» .
In forza di questo atto d’amore cristico, previsto
da tutta l’eternità e continuato senza
interruzione nella storia, Cristo ha voluto liberamente
soffrire e patire divenendo così causa meritoria
di ogni grazia per qualsiasi essere razionale, di
ieri oggi e domani. Attraverso il suo mistero pasquale,
Cristo “brilla d’amore supremo”
e diviene unico Mediatore tra Dio e uomo, nel senso
che l’uomo non può ottenere né
remissione né grazia né altro aiuto
e neppure raggiungere il suo fine ultimo senza Cristo.
E' anche vero che tale metodo di
Duns Scoto non è estraneo ai grandi pensatori
dell'Occidente. Si pensi, per esempio, a Platone Agostino
Anselmo... Su questa scia si muove anche il Maestro
francescano. Quando una questione risulta difficile
alla ragione e all'intelletto, Duns Scoto si inginocchia
e prega, perché il Signore lo illumini e gli
faccia contemplare la verità. E questo accade
specialmente in quelle questioni che rasentono il
mistero dell'essere, dove l'uomo cioè non ha
alcuna possibilità razionale di risolvere.
Si pensi a quelle verità generali che vanno
sotto il nome di preambula fidei : esistenza
di Dio, immortalità dell'anima, libertà
dell'uomo... Tutti problemi di alta risonanza esistenziale,
perché coinvolgono direttamente la stessa avventura
dell'uomo, nella sua concreta dimensione umana.
Con il suo metodo, Duns Scoto non confonde minimamente
i piani della ricerca razionale e teologica. Egli
è molto rispettoso delle rispettive autonomie.
Qualche volta diventa più difficile del solito,
in quanto si trova a creare terminologia e nuovi strumenti
d'indagine, per mantenere l'equilibrio tra le due
discipline nella loro reciproca azione specifica.
In questo è un pioniere della ricerca. E come
tutti i pionieri, non sempre può essere seguito
da tutti, ma solo da coloro che hanno intuito il suo
ideale e con amore e passione lo vogliono seguire.
Duns Scoto è un autore non facile, anzi è
un autore difficile. La difficoltà è
intrinseca alla sua metodologia e, a volte, anche
nel suo linguaggio. E` un autore difficile, perché
non parte da alcuna verità precostituita né
vuole spiegare la verità, ma è
in continua tensione nella ricerca della verità.
Chi è abituato a leggere testi in cui la verità
è già posseduta e scoperta, troverà
un certo fastidio nel leggere testi in cui la verità
viene appassionatamente cercata e costruita passo
dietro passo.
Questa è la ragione ultima della vera difficoltà
di Duns Scoto, e anche la sua vera identità:
ricercatore appassionato della verità mai raggiungibile
razionalmente, benché posseduta spiritualmente.
Questo è il segreto della differenza con gli
altri Scolastici, che hanno dovuto separare l'azione
della spiegazione della verità dalla preghiera.
Duns Scoto ha seguito, invece, la via più difficile
e anche più logica, quella dell'unità
della verità. Durante il difficile cammino,
però, ha sentito spesso il bisogno di elevare
il suo spirito verso la sorgente stessa della verità
per chiedere ispirazione e aiuto. Ecco l'intreccio
tra pensiero e preghiera, tra preghiera e pensiero.
Questo, il metodo di Duns Scoto.
L’esperienza di tale metodo, molto complessa
e delicata, la si comprende soltanto da chi la sperimenta
personalmente. Non sopporta forme dicotonomiche delle
azioni umane, specialmente quelle in ordine al rapporto
tra speculazione e pratica, tra intelletto e volontà,
tra conoscere e agire, tra conoscere e credere...
Il pensiero di Duns Scoto è per l'unità
delle azioni umane, purché libere e rispettose
delle altrui azioni.
Tale metodo permette di vivere e lavorare insieme,
sempre in aperto dialogo con sé e con gli altri,
anche quando questi si autochiudono in se stessi.
La disponibilità che assicura il metodo scotiano
riposa sulla convinzione di non possedere alcuna verità
definitiva, per cui si è sempre in ascolto
e alla ricerca. E questo, a chi invece si autochiude
nella roccaforte del suo potere dell'io, appare umiliante
e crea una specie di complesso di inferiorità,
che, però, è solo apparente. Duns Scoto
è l’uomo del dialogo.
Il metodo scotiano abitua a saper essere sempre in
dialogo con la verità dei misteri più
autentici della vita e della fede, arricchisce e rende
disponibile agli altri. E insieme agli altri risale
alla fonte della verità, Dio. E una volta che
si arriva a Dio, si acquista la vera virtù
dello studioso e del ricercatore: umiltà e
povertà, silenzio e parola.
E' su questo binario intellettuale-esistenziale che
la contemplazione e la mistica di Duns Scoto hanno
fondamento e si aprono agli arcani segreti dell'amore,
unica vera chiave di lettura di tutta la sua speculazione.
Ecco, arrivati alla sorgente del pensiero del Dottore
Sottile: l'amore. L'amore è solo di Dio. Solo
Dio è Amore e Essere insieme: Dio è
per essenza Essere e per essenza Amore. E Dio comunica
l'amore e l'essere solo a chi vuole. La prima creatura,
che riceve la perfezione e la completezza dell'amore
divino, è Cristo, Capolavoro di Dio. Con Cristo,
Duns Scoto ha scoperto il massimo della speculazione.
Tutte le relazioni umane verso il divino avvengono
unicamente attraverso la mediazione del Cristo, perché
né Dio può entrare in rapporto con l'uomo
né l'uomo può entrare in rapporto con
Dio, senza Cristo.
Ecco l'ultima spiegazione della dottrina del grande
Maestro francescano. La sua speculazione termina nella
contemplazione di Cristo, ma in fondo torna al punto
di partenza, cioè sempre a Cristo. Come a dire:
Duns Scoto è principalmente un vero teologo;
ma nello stesso tempo è anche un vero filosofo,
perché, pur credendo in Cristo, non utilizza
mai la teologia per fondare la filosofia.
E per quanto riguarda la spiritualità?
In lui non si pone questo problema. La contemplazione
della verità teologica allora è autentica,
quando si traduce liberamente in azione, perché
per lui la contemplazione è amore, e l'amore
è azione, secondo il suo meraviglioso concetto
di praxis, che coincide con la volontà
libera, che avvicina massimamente l'uomo a Dio in
Cristo. E Dio per definizione è Colui che E'
e Colui che Agisce. Questo è il concetto di
Dio che Duns Scoto contempla e quanto più entra
in questa contemplazione tanto più è
e agisce insieme, perché partecipa sempre più
di Dio, in Cristo.
Per questo motivo, la parola di Dio costituiva per
Duns Scoto non solo oggetto di studio scientifico,
ma anche di celebrazione, cioè di preghiera
e di meditazione. Il testo scritturistico era insieme
un'autorità e una preghiera. Per agire così
si richiede semplicemente una fede autentica e generosa,
che, proprio per questo, mantiene sempre aperto il
dialogo e la ricerca.
Come esemplificazione di questo generale comportamento
nella ricerca, piace riferire alcune espressioni pratiche
che regolano il suo atteggiamento nei confronti delle
auctoritates, e segnano la struttura portante
del metodo scientifico e d ermeneutico di Duns Scoto.
Al di là della loro condivisione, esse manifestano
comunque una serietà di intenti, onestà
intellettuale, autonomia di indagine e profonda fede.
- «Nell’interpretare Cristo, preferisco
più eccedere nella lode che essere difettoso,
se per ignoranza non è possibile evitarli tutti
e due» ;
- «Sembra lodevole attribuire a Maria tutto
ciò che è più eccellente e più
degno, se non contraddice all’autorità
della Chiesa e all’autorità della Scrittura»
;
- «È pericoloso portare sofismi [per
difendere la fede], perché si espone la stessa
fede alla derisione...» ;
- «È meglio riconoscere la propria ignoranza
che pretendere saggezza per mezzo di sofismi...»
;
- «Nelle questioni di fede, nulla si deve asserire
se non può essere provato da quello che già
è conosciuto per vero» ;
- «Nulla si deve reputare attinente alla sostanza
della fede, se non ciò che si può ricavare
espressamente dalla Scrittura, o che è stato
espressamente dichiarato dalla Chiesa, o che segue
con evidenza da qualche verità chiaramente
contenuta nella Scrittura o chiaramente determinata
dalla Chiesa...» ;
- «La Scrittura è l’unica fonte
della Rivelazione, di cui il Magistero della Chiesa
è un tempo garante e interprete autentico...»
;
- «Se un teologo o studioso propone qualche
novità nel campo dottrinale, non si è
tenuti a prestargli senz’altro il proprio assenso...
ma bisogna prima consultare la Chiesa e così
evitare l’errore...» .
Le cosi dette verità dei preambula fidei
- [come ad es., la dimostrazione razionale dell’esistenza
di Dio Creatore, la dimostrazione razionale dell’immortalità
dell’anima, la dimostrazione razionale della
libertà umana...] - non appartengono all’ambito
della ragione, ma all'ambito della fede.
2 - Metodologia specifica:
“Via Scoti”
Per espressione “Via Scoti”
intendo genericamente la personalità scientifica
di Duns Scoto con particolare attenzione alla metodologica
personale nel raggiungere la verità, attraverso
principi, regole e operazioni pratiche, prescelte
per condurre l'indagine storico-teoretica, risolvere
un problema, raggiungere uno scopo. E poiché
ogni autore è figlio del suo tempo, anche Duns
Scoto non può essere compreso autenticamente,
se considerato avulso dalle coordinate storico-culturali
della sua epoca. La sua opzione culturale è
già indicativa della sua metodologia.
a). L’opzione
metodologica
Il ventennio, che separa la condanna
dell’Aristotelismo (1277) dall’entrata
sulla scena culturale di Duns Scoto, ha visto consolidarsi
e anche irrigidirsi la formazione delle “scuole”,
spesso rivali tra loro per la difesa dell’ortodossia
delle posizioni dei rispettivi maestri. Triste periodo
storico culturale scientifico ed ecclesiale!
La tentazione intellettuale di abbracciare una delle
Scuole -francescana o domenicana o eclettica
- dovette mettere a dura prova la capacità
del ‘laureando’ Duns Scoto. Invece di
scegliere tra le diverse Scuole già formate
e in polemica tra di loro, egli si apre una nuova
“via” segnata da un metodo più
rigorosamente storico-critico e sorretta da principi
metafisici più generali, con cui poter costruire
una nuova sintesi dottrinale, aperta a sempre nuovi
sviluppi secondo i segni dei tempi. Sintesi, non sistema
chiuso e perfetto di scuola, ma aperto alle esigenze
del tempo in continua trasformazione ed evoluzione.
In questa costruzione del sistema aperto, Duns Scoto
si lascia guidare criticamente da due principi di
metodologia generale, che hanno vasta eco anche in
ermeneutica contemporanea: l’uno manifesta profonda
onestà intellettuale e serio rispetto del pensiero
degli altri, e recita «A nessun autore bisogna
attribuire una sentenza falsa o contraddittoria, a
meno che non sia espressamente formulata o che segua
con evidenza dalle sue parole» ; l’altro
esprime il tentativo di cogliere l’intenzione
dell’autore, quando le parole non sono del tutto
chiare: «Per quanto riguarda le intenzioni dei
filosofi, Aristotele e Avicenna in particolare, non
voglio imporre ad essi tesi così assurde di
quanto essi stessi dicono o di quanto necessariamente
segue dalle loro affermazioni. Voglio prendere le
loro affermazioni nel modo più ragionevole
possibile» . Principi che denotano impegno a
conoscere e a studiare storicamente gli autori direttamente
e non di seconda mano o per sentito dire.
Il commento sembra superfluo. Ognuno può fare
il suo.
b). La chiave
ermeneutica
Certamente, il principio ermeneutico
fondamentale della sua metodologia, Duns Scoto lo
desume dalla lezione storica, perfezionato dalla ricchezza
della fede e della visione dell’amore cristiano.
Storia fede e amore dialogano insieme e convolano
a unità operativa. È talmente convinto
di tale operazione che, se la ricerca della verità
non produce frutti di vita pratica, ad luxuriam
reducitur.
L’esempio, troppo crudo e violento, in fondo
rispecchia profondamente la realtà: la ricerca
della verità, se non orienta la persona ad
agire rettamente nella stessa verità trovata,
è semplicemente un passatempo pericoloso, perché
favorisce l’accidia e alimenta la “pigrizia
mentale”.
Anche dalla storia della filosofia Duns Scoto apprende
la necessità della praxix e la necessità
del pregare specialmente dai Maestri come:
1) Platone quando si trova di fronte alle ultime spiegazioni
della realtà o del mistero da comprendere,
come l’origine del male, l’origine dell’uomo,
l’origine del mondo, l’esistenza di Dio...
s'inginocchia e chiede aiuto al Dio Bontà...
2) Agostino quando si impegna a tradurre in pratica
la verità raggiunta con rigore scientifico
e con sincera fedeltà, cioè a comprendere
ciò che si crede con il cuore e si vive nella
pratica, secondo l’adagio credo ut intelligam,
intelligo ut credam...
3) Anselmo quando afferma essere grave negligenza,
se dopo essere stato confermato nella fede non subentri
l’impegno serio di comprendere ciò che
si crede per tradurlo in vita, perché dalla
fede si progredisce alla conoscenza e non viceversa,
ossia fides quaerens intellectum.
Ricco di questa esperienza storica e illuminato dalle
sue scelte ermeneutiche, Duns Scoto struttura la sua
metodologia sul principio del credo ut condiligam,
che ha per fondamento sempre un dato biblico esplicito
o implicito, senza che ciò significhi mortificare
la natura umana o la serietà della ricerca.
Dialogando criticamente con i filosofi non credenti,
egli afferma espressamente che il suo ricorso alla
Scrittura gli permette di garantire meglio la libertà
umana nella ricerca, perché, oltre ad ammettere
ciò che essi stessi ammettono, vi aggiunge
soltanto qualcosa che perfeziona e completa la stessa
natura, ossia la possibilità di aprirsi
al trascendente assoluto.
Un esempio lampante si ha nel trattato De primo
principio, quando prega e invoca insieme, prima
della dimostrazione, all' inizio di ogni capitolo:
«Tu, o Signore, sei l’Essere
vero!
Tu, o Signore, sei l’Essere totale!
Questo io credo fermamente.
Questo, se possibile,
desidero conoscere...
Signore, mio Dio,
che ti sei autodefinito l’Essere,
insegna al tuo servo
di conoscere con la ragione,
ciò che per fede crede fermamente:
Tu sei la causa efficiente,
Tu sei la causa formale,
Tu sei la causa finale
di tutte le cose..
Aiutami, Signore, a comprendere
quanta conoscenza di Te,
che sei il vero Essere,
possa raggiungere
la mia ragione naturale,
cominciando dall’essere
che Ti sei autodefinito...» .
3)- Statuto epistemologico
della Via Scoti
Per “statuto epistemologico”
della Via Scoti intendo il tentativo di ricostruire
l’insieme delle norme specifiche della metodologia
applicata da Duns Scoto nel suo lavoro scientifico,
e sistemate in ordine più intuito che reale.
La ricostruzione esprime più una esigenza soggettiva
che oggettiva, più una richiesta moderna che
medievale. Ha un valore molto relativo e molto indicativo.
È una ricostruzione personale, che riceve abbondanti
riscontri nella moderna epistemologia popperiana e
post-popperiana. Anche l'ordine della successione
delle "norme" scotiane risponde meno a una
visione oggettiva che soggettiva.
a). Prima
norma: l’uomo può conoscere tutto
Elaborando alcune teorie aristoteliche
e avicenniane, Duns Scoto mette a fondamento la prima
norma generale della sua metodologia quando riconosce
all’uomo la possibilità naturale e positiva
di conoscere qualsiasi intelligibile , dall'essere
più infimo all'essere più eccelso. E
si preoccupa anche di indicarne il mezzo gnoseologico
e teoretico insieme: la teoria del concetto univoco
dell’ens in quantum ens, che, predicandosi
dell’essere finito e dell’Essere infinito,
permette all’uomo di accorciare al massimo la
distanza tra uomo e Dio, anche se essa resta sempre
abissale.
L’importanza storico-teoretica di questa ‘norma’
non sfugge agli esperti di filosofia medievale e contemporanea.
Con essa Duns Scoto interpreta in modo diverso la
stessa astrazione , perché vi pone a fondamento
un atto di intuizione intellettiva, che permette di
tenere aperta la possibilità positiva -e non
solo negativa- del discorso intorno a Dio; e sposta
di 180° l’asse della teoria della conoscenza,
nel senso che fa cadere l’importanza più
sul soggetto conoscente che sull’oggetto conoscibile,
anticipando e superando nello stesso tempo il criticismo
kantiano, e offrendo un diverso modo di intendere
la conoscenza della verità.
La ragione scientifica di questa posizione si trova
nel "pre-giudizio" -in senso gadameriano
e non baconiano- che l'uomo è imago Christi,
e come tale partecipa della sua realtà infinita
ed è aperto verso la dimensione infinita dell'essere.
È un "pre-supposto" teo-ontologico
che regge tutta la speculazione e tutta la metodologia
di Duns Scoto. Con la teoria dell'imago, il
Dottor Sottile costruisce e fonda il suo sistema aperto
nella ricerca della verità, perché per
definizione l'uomo tende per natura a identificarsi
con l'originale della sua immagine. Tendenza
e tensione protese e aperte all'infinito e mai raggiungibili
definitivamente. L'uomo, in quanto imago Christi,
è l'essere tendente all'infinito e aperto sull'infinito
dell'Essere-Carità.
La teoria dell’univocità fonda e giustifica
in Duns Scoto la stessa teoria dell’analogia.
Non si può applicare l'analogia se tra i due
analogati non si stabilisce un punto di contatto,
comunque inteso. In questo modo, la norma metafisica
dell'univocità garantisce l'applicazione della
teoria teologica della partecipazione tra l'Essere-per-sé
e l'essere-ab-alio...
b). Seconda
norma: insufficienza del metodo induttivo
Duns Scoto critica il metodo induttivo,
giudicandolo insufficiente per assicurare la conoscenza
scientifica della realtà. La sua convinzione
poggia sulla constatazione che esso non può
effettuare l’enumerazione completa e totale
degli esperimenti, per affermare la scientificità
di una conclusione, perché l’esperienza
non può realizzarsi in tutti i casi possibili,
in omnibus.
Secondo De Gandillac, Duns Scoto, benché critico,
getta le basi per una elaborazione fondativa del metodo
induttivo. L’esperienza, infatti, pur realizzandosi
in multis, offra all’esperto [scienziato]
gli elementi utili per poter affermare probabiliter
et infallibiliter che è così, sarà
sempre così e in tutti i casi. Per il Dottor
Sottile, quindi, l’enumerazione dei casi di
un fenomeno particolare, per quanto completa, è
sempre insufficiente da sola a formulare una legge
scientifica di valore universale e necessario, senza
l’intervento di qualcosa di estrinseco ai fenomeni,
che, interpretandoli, li inveri. Questo qualcosa di
apriori si trova nello stesso intelletto -quiescientem
in anima- e gli permette di concludere l’analisi,
dando forma e valore al materiale raccolto dall’esperienza,
in sé “muto e stupido”, mediante
il passaggio dal “giudizio d’esistenza”
al “giudizio d’essenza”. Questo
quid presente all’intelletto può così
essere formulato: «tutto ciò che avviene
nella pluralità dei casi, per effetto di una
causa non-libera, è effetto naturale di tale
causa» .
In questa "norma" sono presenti implicitamente
alcune conquiste ermeneutiche moderne. Si pensi al
principio di Gadamer, secondo cui l'intelletto umano
nell'interpretare un testo non è mai tabula
rasa, e alla critica eliminatoria della stessa
induzione da parte di Popper.
c). Terza norma: distinzione
tra de facto e de iure dell’intelletto umano
Da queste poche battute storico-teoretiche,
Duns Scoto ricava la convinzione che sia i Filosofi
sia i Teologi hanno una diversa antropologia. Sono
due modi diversi di accostarsi alla realtà
dell’uomo: il Filosofo elabora la sua concezione
sul presupposto di una natura fissista e invariabile,
cioè non modificabile dagli eventi storici;
il Teologo, invece, si base sul carattere storico
dell’uomo secondo il dato biblico dell’imago
Christi.
La posizione di Duns Scoto, pur collocandosi in prospettiva
teologale, in quanto parte dalla condizione “storica”
, si sviluppa e si articola in chiave metafisica,
e ne precisa criticamente i risultati, facendo vedere
la loro intrinseca possibilità verso il trascendente,
partendo sia direttamente dalla considerazione sulla
teoria dell'imago e sia indirettamente dalla
stessa definizione di “persona”, in cui
sono presenti le due caratteristiche di ultima
solitudo e di relatio trascendentalis.
Si delinea così la base dell’antropologia
scotiana: riconoscimento della situazione storico-teologica
dell’uomo con la bipolarità nella gratuita
redenzione ed elevazione all’ordine soprannaturale
e nella caduta originale. La sua elaborazione avviene
sì alla luce della rivelazione, ma valorizza
al massimo l’apporto dell’esperienza umana,
senza che questa costituisca l’ultima parola.
L’originalità della posizione di Duns
Scoto sembra consistere nel fatto che egli non impone
la sua visione, ma pone l’uomo nella condizione
di poter operare una scelta, una scelta
critica tra le due antropologie. La scelta rimanda
sempre a un atto di fede o razionale o teologico,
con ripercussione sia in epistemologia sia in metodologia.
Difatti, per spiegare la profonda differenza storica,
Duns Scoto introduce nell’intelletto umano la
distinzione de iure e de facto, dovuta o alla
volontà imperscrutabile di Dio o alle conseguenze
del peccato originale . Distinzione che permette di
riconoscere all’uomo in via di diritto
la capacità intuitiva, anche se imperfetta
in questa via, che sarà perfezionata nell’altra.
Il valore del contributo dei sensi al processo conoscitivo
viene ridimensionato, ossia meno causale che occasionale
. In altre parole, distingue l’essere storico
dall’essere ideale, l’essere dal dover
essere.
Altro potente "pre-giudizio" onto-teologico
che regola la metodologia di Duns Scoto. L'uomo, considerandosi
nella sua realtà ontologica, si scopre dipendente
dall'Essere assolutamente indipendente e autonomo.
L'unica dipendenza onto-teologica che lo costituisce
persona, mentre tutte le altre possibili dipendenze
lo svalorizzano e lo mortificano nella sua libertà
e nella sua dignità. "Pre-giudizio"
che guida tutta la dottrina gnoseologica e antropologica
di Duns Scoto.
Sembra un'anticipazione e una conferma a-priori della
teoria dei "pregiudizi" dell'ermeneutica
di Gadamer, oppure del moderno rapporto instaurato
tra epistemologia e metafisica da Popper, Agassi e
Watkins.
d). Quarta
norma: preminenza della teologia sulla filosofia
Sia dalla questione specifica sulla
necessità della Rivelazione per conoscere il
fine ultimo dell'uomo e ciò che serve al suo
raggiungimento, sia dalle accennate "norme"
metodologiche e antropologiche risalta a tutto tondo
la caratteristica peculiare della speculazione di
Duns Scoto, che poggia sul "pre-giudizio"
teologico e si sviluppa con l'applicazione di uno
statuto epistemologico molto severo e rigoroso scientificamente.
Il Dottor Sottile si configura principalmente come
un "teologo" che utilizza tutti gli strumenti
razionali disponibili, per meglio mediare, nella vita
concreta esistenziale, la realtà divina creduta
per fede, anzi la sua speculazione arriva a concepire
la stessa teologia umana come pratica in se stessa,
ovvero come praxis.
La Via Scoti si configura, quindi, come praxis,
come esperienza di un amore che liberamente si rivela
e si dona, una vita d’amore, una manifestazione
del dono infinito, perché infinita bontà
è Dio, che nella sua incondizionata e assoluta
libertà si comunica ad extra nel Summum
opus Dei, il Capolavoro di Dio, Cristo Gesù.
Duns Scoto utilizza il termine “teologia”
in senso molto rigoroso, cioè come scienza
che Dio ha di se stesso, e non come conoscenza che
l’uomo ha di Dio, non come speculazione intorno
a Dio sulla base del dato rivelato. Il genitivo dell’espressione
“conoscenza di Dio”, ha per Duns Scoto
un significato soggettivo-oggettivo. Indica cioè
sia la scienza di Dio in quanto soggetto conoscente
e sia la scienza di Dio in quanto oggetto conosciuto
a se stesso, ossia come autoconoscenza. Tale ridefinizione
della teologia, non elimina la “teologia nostra”,
ossia quella accessibile all’uomo, ma vuole
essere un chiaro avvertimento per l’eccessivo
razionalismo introdotto in teologia e un indice del
limite di ogni scienza umana, anche la più
alta.
L’autoriconoscimento dei limiti della ragione
umana rivela una buona lezione di umiltà sia
per i Filosofi, che elevano il conoscere umano a supremo
criterio di verità, e sia per i Teologi che
presumono di conoscere l’essere e l'essenza
di Dio e di sapere tutto intorno a Dio e su Dio. Duns
Scoto, invece, si pone dinanzi a Dio come davanti
al Mistero inaccessibile -onninominale e innominabile-
che supera e trascende l’umana ragione, con
tutte le conseguenze in ordine ai supremi destini
dell’uomo e della storia umana, e la dispone
ad aprirsi con rispetto e gratitudine alla “parola"
della Rivelazione per ascoltarla e metterla in pratica.
Questa, forse, è anche la ragione per cui Duns
Scoto più volte afferma che il suo filosofo
prediletto non è né Aristotele, né
Platone, né Plotino, né Agostino, né
Averroé, né Avicenna, né Anselmo
né chi altri mai, ma solamente Paolo, philosophus
noster Paulus est .
In questa "norma" si è scoperto che
Duns Scoto procede nella ricerca della verità
per "pre-giudizi", confermando in pieno
non solo la moderna ermeneutica, ma anche la dottrina
epistemologica post-popperiana. Inverando così
un metodo antico quanto Platone e perfezionato attraverso
la mediazione di Agostino e di Anselmo: filosofare
nella fede. Metodo tradotto personalmente in credo
ut condiligam. Tutta la ricerca umana della verità
ha inizio da un atto di fede, si sviluppa scientificamente
e si perfeziona nella e con la pratica della testimonianza
e dell'amore.
e). Quinta
norma: la Subtilitas
È a tutti nota la proverbiale
caratteristica della subtilitas con cui viene
caratterizzato il pensiero di Duns Scoto, tanto da
meritargli il titolo di Doctor Subtilis. Caratteristica
derivategli dall’applicazione della sua metodologia,
molto severa che conduce i lettori attraverso i labirinti
della dialettica dei termini “che spoglia piuttosto
che rivestirli” (Gilson) . Duns Scoto si manifesta
un critico severo, non per il gusto di criticare,
che non avrebbe alcun senso, bensì per riportare
alle origini non solo il significato delle parole
o dei termini, ma gli stessi concetti da essi espressi.
Molte volte le lunghe discussioni storico-critiche
condotte dal Dottor Sottile sono rivolte meno a risolvere
la questione in esame che a precisare criticamente
la stessa questione attraverso l’analisi della
terminologia in uso o a creare nuovi termini per esprimere
un contenuto concettuale nuovo o precisato. L’uso
di una simile metodologia rende, molte volte, difficile
leggere non solo il testo, ma seguire l’iter
della stessa analisi.
La subtilitas di Duns Scoto non risparmia nessuno,
né i Filosofi né tanto meno i Teologi,
per diversità di ragioni. Ai Filosofi ricorda
che non si può fare filosofia racchiudendola
in un sistema chiuso di concetti ben concatenati tra
di loro, limitando o mortificando il potere intellettuale
dell’uomo che per definizione è aperto
al trascendente, relatio trascendentalis, donde
ontologicamente deriva; ai Teologi ricorda che non
si può fare Teologia a partire dalla storia
della teologia o dai Padri, come si costumava al suo
tempo, ma rifarsi direttamente a ciò che essenzialmente
la Scrittura insegna, a ciò che si ritiene
essenziale nella vita pratica. E qui Duns Scoto esprime
la sua grande scelta di fede e speculativa insieme:
Dio ha rivelato se stesso nel mistero dell’Incarnazione
in modo perfetto: Cristo è l’immagine
visibile del Dio invisibile Cristo è il sommo
bene di Dio creatore per cui Cristo dev’essere
l’unico ed esclusivo oggetto dell’attenzione
del ricercatore e dell’uomo. Cristo è
centro e culmine della rivelazione divina e dell’esistenza:
tutto gravita intorno a lui e tutto prende consistenza
da lui e tutto a lui ritornerà.
Se a queste indicazioni dottrinali si dovessero aggiungere
quelle esistenziali dell’appartenenza all’Ordine
Francescano, allora si avrebbe il quadro completo
per parlare delle radici del cristocentrismo scotiano,
che in quest’ultimo tempo sta guadagnando terreno
sia tra gli studiosi che tra la gerarchia, come confermano
i decreti del concilio Vaticano II.
La subtilitas di Duns Scoto si rivela anche
in alcune questioni di attualità scientifiche,
che hanno grande ripercussione in campo dottrinale,
come ad esempio la possibilità dell'eternità
della materia, la questione della partecipazione attiva
della donna nel processo generativo del figlio, per
spiegare la maternità di Maria. Solo di traverso.
Comunemente si riteneva, sull’autorità
di Aristotele, che la donna fosse un mere oggetto
passivo nella trasmissione della vita: un ricettacolo
del seme vivente dell’uomo, e nulla più.
Con la sua acuta perspicacia, Duns Scoto, invece,
fa notare che in tali argomenti specifici, lui preferisce
l’autorità del medico Galeno, che parla
di compartecipazione attiva alla generazione del figlio
anche da parte della donna . Teoria che collima perfettamente
con le idee della sua teoria della conoscenza, mediante
la concausalità de principi.
Verità scientifico-filosofica che serve a Duns
Scoto per delucidare la verità della partecipazione
attiva di Maria nella formazione del corpo di Cristo,
spiegando così anche in modo più fedele
il testo biblico dell’annunciazione: «Ecco
concepirai un figlio... Lo Spirito Santo scenderà
su di te... Colui che nascerà sarà...
chiamato Figlio di Dio» . La Spirito Santo e
Maria sono agenti più perfetti della comune
coppia umana, perché in questa la formazione
del corpo del figlio avviene per ‘successione’,
mentre in Maria e nello Spirito Santo in modo ‘istantaneo’.
Conseguenze importanti e reali derivano dalla spiegazione
di Duns Scoto: Maria è vera madre di Gesù,
e Gesù è vero Figlio di Maria. Verità
che si proiettano anche nell’ordine della grazia.
Maria è piena di grazia, perché Madre
di Dio...
Come si può notare che la subtilitas o
la visione scientifica dell'origine della vita soggiace
al "pre-giudizio" teologico di spiegare
una verità di fede. Ciò che anima e
guida la ricerca del Dottor Sottile è sempre
un problema di natura teologica. Per questo la sua
speculazione non può non essere che una testimonianza
pratica della verità creduta.
f). Sesta
norma: la conoscenza della verità è
storica
A conclusione dello statuto epistemologico,
piace collocare di proposito la norma che lo racchiude
e lo anticipa, ma senza discuterlo, per ragioni di
spazio: in processu generationis semper crevit
veritas , la conoscenza della verità progredisce
di pari passo con il progresso dell’umanità.
Principio che guida tutta l'ossatura epistemologica
scotiana e segna fondamentalmente la metodologia di
Duns Scoto. Secondo tale principio la "verità"
non è mai conquistata una volta per sempre
e in modo definitivo, ma cresce e si approfondisce
con il progresso scientifico. Le soluzioni raggiunte
costituiscono momenti o tappe di ulteriore sviluppo
e crescita.
È implicito il riferimento a quello che oggi
si dice: "la verità è figlia del
suo tempo". Ben inteso, si tratta sempre di aspetto
soggettivo della conoscenza della verità o
della sua spiegazione. All'uomo non è consentito
parlare in termini assoluti né dell'Essere
né della Verità, a meno che non si parli
di fede. Soggettivamente la conoscenza della verità
è sempre in divenire. L'uomo è tensione
continua, è tendenza indefinita. Anche la conoscenza
o la conquista della verità segue la medesima
sorte.
L'applicazione di tale principio comporta anche un'attenzione
particolare al passato e al presente per leggervi
ciò che di positivo e di valido è stato
conseguito, e su cui impostare la nuova riflessione
d'indagine della verità. In questo metodo,
Duns Scoto si rivela un vero e proprio innovatore,
in quanto trasforma la semplice "questione"
in una vera e propria "trattazione" storico-critica
delle opinioni del passato e di quelle presenti.
Interessante notare che si distacca dall'autorità
di Aristotele tutte le volte che le sue affermazioni
non sono in sintonia con i dettami della fede o con
l'opinione specifica degli scienziati, con per es.
circa l'eternita della materia e il principio attivo
della donna nel processo della generazione...
A nessuno sfugge, poi, la portata di grande attualità
che tale principio riveste nelle correnti della filosofia
contemporanea, in special modo dell'epistemologia,
del post-neo-positivismo, della filosofia analitica
ecc. Principio che getta molta luce anche nella delicata
questione del rapporto tra scienza e metafisica e
tra metafisica e fede, come tutti ricordano. È
un principo di grande respiro e ampio spettro applicativo.
Ontologicamente anche per Duns Scoto la verità
dell'essere assoluto non può mai cambiare,
cambia però la sua conoscenza storica. Se si
fosse tenuto vivo nella mente questo principio, molte
forme di falso assolutismo e di garantismo si sarebbero
state impedite lungo l'arco storico. La sua corretta
applicazione smaschera facilmente ogni forma di ignoranza,
ogni forma di ideologia, ogni forma di pigrizia mentale,
di cattiva volontà, di mancanza di metodo.
Esso aleggia su tutta la speculazione di Duns Scoto,
anche in quella etico-politica.
g). Settima
norma: caratteri intrinseci ed estrinseci della Via
Scoti
Ai pochissimi cenni di natura interna
o dottrinali, bisogna aggiungere anche alcune indicazioni
di natura strutturale per avere un quadro più
o meno completo della Via Scoti, sia di natura
intrinseca che di natura estrinseca.
Tra i principali motivi intrinseci della metodologia
di Duns Scoto è da ricordare quella certa insoddisfazione
interiore che si manifesta nella continua ricerca
di termini idonei a esprimere meglio il pensiero in
continua evoluzione di perfezionamento. Questo continuo
e costante atteggiamento di perfezionamento e di autocritica
ha spesso contribuito a falsare lo stesso suo pensiero,
come documenta la ricca esistenza di codici e di varianti,
che hanno trasmesso un testo di non facile lettura.
Mi riferisco specialmente all’edizione del Wadding
(1639).
Difficoltà che sono state superate soltanto
con l’edizione critica della Città del
Vaticano (1950ss), che ha messo in evidenza le manipolazioni
più comuni, riportandole con diversa segnatura
topografica: di “aggiunte”, di "annotazioni”,
di “cancellature” di Duns Scoto stesso;
come anche di “interpolazioni” di terze
persone.
Da queste precisazioni, di cui il testo critico è
come gemmato, si può ricavare lo spirito di
autocritica di Duns Scoto, che torna e ritorna, a
seconda degli argomenti e delle circostanze, sul testo
e cerca di limarlo e precisarlo per renderlo quanto
più attinente al concetto da esprimere. Si
può ammirare in questo sforzo di perfezionamento
anche l’atteggiamento di costante dialogo che
egli riesce a instaurare sia con se stesso, mediante
una continua riflessione, sia con gli autori del passato,
attraverso una lettura critica aggiornata dei testi,
sia con i contemporanei attraverso un confronto aperto
e sereno sulle problematiche dell’epoca più
dibattute.
Circostanze tutte che rendono non facile la lettura
del testo di Duns Scoto, perché niente viene
prefissato a priori, ma tutto viene conquistato con
metodo storico-critico. La Via Scoti appare,
quindi, una dialettica continua nella ricerca della
verità, secondo le regole già accennate
sopra.
Tra i motivi estrinseci, invece, bisogna assolutamente
accennare alla trasformazione dello schema classico
della quaestio scolastica in una vera e propria
disputatio di ampio respiro sia storico che
critico, rendendo letteralmente ancora più
difficile e complicato la già non facile comprensione
del testo e del pensiero di Duns Scoto.
La semplice e schematica “questione scolastica”
si sviluppa -come si sa- con processo triadico. Nella
prima parte si presentano gli argomenti positivi e
negativi alla questione: “Pro et Contra”
- “Videtur quod sic et Ad oppositum”;
nella seconda parte si offre la risposta dell’Autore:
“Responsio - Solutio - Ad quaestionem”;
nella terza parte, infine, si confutano a uno a uno
tutti gli argomenti contrari alla tesi, esposti nella
prima parte: “Ad primum dicendum, Ad secundum...
-Ad illud quod dicitur...”.
In Duns Scoto, questo schema riceve una profonda trasformazione
di ampliamento, che prende l'andamento di una disputatio
o trattazione. Dopo aver esposto nella prima
parte gli argomenti “Pro et Contra”, e
prima di pervenire alla soluzione della questione,
Duns Scoto s’impegna in una approfondita analisi
storico-critica delle diverse opinioni in campo. Il
suo modo di procedere, a cerchi concentrici o a sbalzi
o per rimandi, rende difficile comprendere a prima
lettura il suo pensiero. In verità, esso non
viene mai esposto essenzialmente o completamente nella
semplice titolazione editoriale di “Opinio propria”
o di “Solutio quaestionis”, ma sempre
diluito nell’intreccio dialettico con gli autori
analizzati. Di conseguenza, chi volesse ricavare il
pensiero di Duns Scoto dalla semplice “Opinio
propria”, facilmente potrebbe essere tratto
in inganno.
Un esempio per tutti. Prima dell’edizione critica,
si pensava comunemente che Duns Scoto avesse voluto
criticare il pensiero di Tommaso, con tutte le conseguenze
storiche che si sono avute, specialmente in ordine
all’iter del processo di beatificazione,
non lesinando affermazioni gratuite acritiche e anche
irriguardevoli, che purtroppo continuano ancora a
serpeggiare in molti testi e manuali contemporanei...
Dall’edizione critica, invece, emerge a tutto
tondo che Duns Scoto dialoga di preferenza con due
autori contemporanei: Goffredo di Fontaines, di tendenza
aristotelica; ed Enrico di Gand, di ispirazione neoagostiniana.
In pochi casi cita Bonaventura e Tommaso, e tutte
le volte lo fa con dovuto rispetto scientifico e storico,
anche se il suo pensiero batte altre strade: ogni
autore è se stesso.
È dal 1952 che Gilson ha apertamente dimostrato
essere una pura favola l’affermazione del Caietani
circa un Duns Scoto critico sistematico di Tommaso,
eppure molti non ancora vogliono prendere atto di
questa precisazione storico-critica. E si continua
a tenere pesante il velo del silenzio sopra il pensiero
di un pensatore che non soffre limitazioni di sorta,
e tanto meno imposizione alcuna. La sua posizione
dottrinale è contro ogni forma di meschina
ideologia, da qualunque parte essa provenga.
Una delle conseguenze più
importanti che si possono trarre dall'insieme dello
statuto epistemologico scotiano è certamente
la critica allo stesso concetto di scienza aristotelica.
Per la prima volta nella storia del pensiero filosofico
si prende posizione e distanza dallo Stagirita, ritenuto
da tutti l'espressione della razionalità,
nel fondamento stesso della sua epistemologia, il
concetto di episteme.
In più parti, Duns Scoto riporta con lievi
differenze la definitione aristotelica di scienza,
la più rigorosa sembra la seguente: «la
scienza intesa in senso rigoroso include quattro condizioni:
1) sia una conoscenza certa, senza dubbio o inganno;
2) riguardi un oggetto necessario; 3) sia prodotta
da una causa evidente all'intelletto; 4) le applicazioni
e le conclusioni siano fatte e dedotte con stretto
rigore sillogistico» .
A causa del suo "pre-giudizio" teologico
della contingenza ontologica dell'essere, causa l'atto
creativo, Duns Scoto, a differnza dello statuto epistemologico
aristotelico, introduce la distinzione tra "oggetto
necessario" e "oggetto contingente",
a seconda se riguarda l'agire intrinseco di Dio o
l'agire estrinseco. Attraverso la discussione delle
interpretazioni arabe di Avicenna e di Averroè
sul concetto di scienza, in cui prevale la "contingenza
relativa", ossia la possibilità che qualcosa
possa essere causato contingentemente, ma viene negato
la possibilità all'Essere primo di causare
contingentemente, Duns Scoto recupera il concetto
di "contingenza totale", spiegabile unicamente
con il concetto di creatio ex nihilo, cioè
con il causare liberamente dell'Essere primo.
La critica di Duns Scoto si svolge lungo una serie
di precisazioni di termini e di concetti, che servono
a preparare la distinzione finale della "dipendenza
ontologica" in intrinseca ed estrinseca: con
la dipendenza ontologica intrinseca si afferma soltanto
il limite metafisico del contingente che viene chiamato
all'esistenza; con la dipendenza ontologica estrinseca
s'indica l'infinità della Causa prima che "liberamente"
chiama all'esistenza il contingente.
Con tale distinzione, Duns Scoto risolve la difficoltà
soggiacente alla relazione di necessità tra
mondo e Dio e tra Dio e mondo nella speculazione greco-araba.
L'equivoco di fondo consiste in questo: coincidenza
tra ordine epistemologico e ordine ontologico, ossia
estensione dello schema della causalità dell'ordine
epistemologico a quella dell'ordine ontologico. In
altre parole: come in epistemologia, le premesse della
dimostrazione svolgono la funzione di causa; la conclusione
svolge la funzione di effetto; e la relazione causa-effetto
esprime la funzione di causalità; così
nel campo ontologico, la causa è ciò
da cui dipende una cosa; la cosa che dipende è
l'effetto; e la relazione di dipendenza costituisce
il rapporto di causalità. La relazione epistemologica
di conclusione-premesse viene identificata con la
relazione ontologica effetto-causa, onde il rapporto
di necessità.
La critica di Duns Scoto manda in frantumi proprio
questa identità, precisando che il rapporto
tra effetto-causa e la relazione tra conclusione-premesse
sono di diversa natura. E applicando la teoria della
partecipazione, il Dottor Sottile è in grado
di precisare che il "partecipato" o effetto
è distinto dal "partecipante" o causa;
e che il partecipato, quando esiste, possiede una
propria e autonoma entità diversa e indipendente
dal partecipante, pur dipendendone nell'esserci.
Tra le conseguenze più interessanti della critica
di Duns Scoto, è bene ricordare qquella che
assicura validità e rigorositaà scientifica
anche alle conoscenze di ordine sperimentale psicologico
e teologico, che altrimenti ne restavano estromesse.
Mentre la concezione scientifica greco-araba intendeva
salvaguardare l'apoditticità del procedimento
dimostrativo deduttivo, quella di Duns Scoto invece
si preoccupa di recuperare le realtà contingenti
nella sfera scientifica. E qui si può anche
notare lo spostamento di asse direzionale della gnoseologia
dall'oggetto al soggetto: il saper rigoroso si sposta
dalla necessita dell'oggetto alla certezza ed evidenza
con cui il soggetto conosce l'oggetto, che non necessariamente
dev'essere necessario, perché è anche
contingente. Il formalismo aristotelico viene superato
con il ricorso diretto alla cosa in se stessa sicut
est in se, come sarà ripreso nel XX secoo
dalla Fenomenologia .
Da questo cenno sulla Via Scoti
si evince che Duns Scoto ha ricercato per tutta la
vita la verità, con la pienezza di "pre-giudizi"
teologici, manifestando profondo rispetto per la Parola
di Dio e profonda onestà intellettuale verso
gli autori. Alla fede e alla scienza ha unito anche
un profondo senso di umiltà, convinto dei limiti
dell’uomo nell’affacciarsi all’orizzonte
del trascendente e dell’assoluto.
Scarica in formato Pdf 
Scarica Acrobat Reader