LA SPIRITUALITA’ DI
CHIARA D’ASSISI
Premessa
Un centenario è sempre una grazia
del Signore e un fervore umano di iniziative per scoprire
e rendere più vicino il carisma e il messaggio
propri della personalità festeggiata. Ognuno
di noi, certamente, ha alle spalle un’esperienza
diretta di qualche centenario riguardante la propria
istituzione o il proprio fondatore o fondatrice ecc.
E questo basta per comprendere tutta l’importanza
di una ricorrenza centenaria.
Come ogni fatto umano, però, anche un centenario
nasconde l’insidia della sua labilità
o superficialità, se dovesse limitarsi a qualche
semplice manifestazione esteriore o di parata, o,
tanto peggio, a motivo di vanto o di gloria. La gloria,
infatti, è solo quella che si può avere
dal Signore come personale e responsabile risultato
della risposta alla sua chiamata e non per quella
degli altri.
Sull’esempio di Paolo, che trovava motivo di
vanto non nelle proprie capacità o doti personali,
ma solo nel Signore, così anche Francesco d’Assisi
scrive (nell’Ammonizione VI n. 3) che non bisogna
gloriarsi della santità degli altri, ma impegnarsi
personalmente a essere santi. Anche questo centenario
clariano dei 750 anni della morte di Chiara, non può
avere altro scopo se non quello di rendere sempre
più viva davanti alla Chiesa e al mondo la
sua personalità e la sua spiritualità.
Chiara è certamente una delle più autentiche
e originali personalità del francescanesimo
e della Chiesa del XIII secolo e una delle figure
mistiche più rappresentative della cristianità.
Il ricordo che intendo risvegliare in questo incontro
non vuol essere in nessun modo un invito al racconto
della sua vita, che sarebbe semplicemente un contro
senso, in quanto impraticabile e non responsabilmente
proponibile, perché ogni esperienza è
strettamente personale. Così anche l’avventura
di Chiara è assolutamente personale e nessuno
può pretendere di imitarla nei suoi tratti
biografici, senza coglierne il profondo senso della
sua spiritualità.
Poiché la spiritualità di Chiara vive
immersa nell’esperienza di Francesco, non può
essere compreso se non alla luce della spiritualità
francescana, di cui ne costituisce l’aspetto
femminile o mistico della sua traduzione pratica.
Di quest’aspetto clariano della spiritualità
francescana, cercherò di metterne in luce il
fondamento cristocentrico, così come emerge
chiaramente dagli scritti di Chiara e dall’esperienza
di Francesco, attraverso la sua fedeltà alla
Chiesa e la sua devozione alla Madonna.
1 - Che cosa
è la spiritualità?
La parola “spiritualità”
è molto usata nel linguaggio comune. La sua
origine affonda le radici nel cristianesimo. La forma
astratta non deve trarre in inganno o indurre a pensare
a una forma di evasione dal vissuto o a un rifugio
di intimismo. L’autentico suo significato, invece,
penetra e permea il quotidiano concreto, come si ricava
dalla sua semantica.
Il termine “spiritualità” deriva,
infatti, da spirito, che estende il suo significato
dalla forza vitale proveniente da Dio alla stessa
potenza di Dio. Genericamente esprime un’azione
di Dio a favore dell’uomo, dispiegantesi nell’arco
del tempo, determinato dai concreti interventi divini.
Nel N.T., l’azione privilegiata di Dio si sviluppa
intorno all’evento “Cristo” come
una comprensione dello Spirito che fonda la chiesa
e porta la fede a manifestazioni straordinarie, collegate
con la realtà escatologica del “già”
e “non ancora”.
Il passaggio da queste esperienze dello Spirito alla
dimensione spirituale dell’esistenza viene accentuato
nelle lettere di Paolo e di Giovanni, specialmente
nella forma aggettivale di pneumatikós = spirituale.
Nonostante la sua non facile evoluzione storica, il
termine “spirito” ha conservato l’originario
significato di centro ed essenza della vita cristiana.
La forma sostantivata di spirito è “spiritualità”,
che esprime l’elemento formale e configurativo
del centro dell’esistenza cristiana. La storia
della sua evoluzione è molto lunga e complessa.
Qui è sufficiente notare che il significato
tecnico come caratterizzazione del rapporto personale
dell’uomo con Dio è molto tardivo, risale
intorno al XVII secolo.
Il contenuto dei termine “spiritualità”
non è facilmente definibile con concetti statici,
perché appartiene meno a un sistema dottrinale
che a un’esistenza personalmente vissuta. Ciò
spiega l’unità e il pluralismo della
spiritualità cristiana. L’unità
trae la sua forza vitale dall’azione di Dio
in Cristo Gesù - presente nella chiesa e trasmessa
tramite parola e sacramento - come elemento oggettivo
e fondamentale; il pluralismo, invece, dall’assimilazione
personale di tale messaggio salvifico, come elemento
soggettivo ed esistenziale.
Nello stesso modo che la spiritualità cristiana
può essere facilmente definita in relazione
a Cristo, così le grandi spiritualità
storiche della chiesa possono considerarsi dei carismi
di Dio, che trovano la loro incarnazione in una persona
concreta e la guida sicura nelle prescrizioni ecclesiastiche.
In quanto attuazione concreta e vissuta, il contenuto
della spiritualità spezza l’univocità
concettuale dell’elemento oggettivo - pur fondandosi
e orientandosi su di esso - e penetra nella totalità
delle specializzazioni teologiche più importanti.
Diviene così una disciplina “trasversale”
che orienta la visione totale della fede nella realizzazione
concreta della singola persona.
Il suo contenuto specifico, benché non univoco,
può desumersi dall’uso degli stessi termini
su cui cade l’accento. Nella forma aggettivale
indica semplicemente la realtà di ciò
che è spirituale; in quella sostantivata, l’esperienza
concretamente vissuta e sistematicamente organizzata.
In quest’ultima accezione, può essere
definita come la scienza che studia i principi e le
pratiche dell’attuazione concreta dei rapporti
con Dio, con il prossimo e con il mondo.
La comprensione del contenuto della spiritualità
rimanda di necessità alla storia della spiritualità
cristiana, che qui per ragioni di economia non viene
tratteggiata. Molto utile, però, risulta l’accenno
alle linee fondamentali della spiritualità
contemporanea e all’insegnamento del concilio
Vaticano II. Le caratteristiche principali della spiritualità
contemporanea corrono su tre binari differenti ma
confluenti: senso comunitario e ansia dell’Assoluto;
ritorno alle origini della fede; apertura e impegno
nel sociale. Tendenze che - benché denominabili
anche in altro modo - pullulano nel contesto della
crisi storico-culturale del XX secolo e nella tensione
delle due componenti di fondo del cristianesimo, presenza
nel mondo e fuga dal mondo.
Molteplici e complessi sono i fattori che hanno determinato
l’attuale crisi culturale dell’occidente.
Nel tentativo di individuarne i più emergenti,
c’è chi - come M.F. Sciacca - parla di
“empietà culturale”, cioè
di perdita dell’intelligenza dell’essere
che conduce al nichilismo ontologico e al nominalismo
gnoseologico; e di “empietà religiosa”,
ossia di coincidenza tra un profetismo e un messianismo
di natura secolare; e chi - come J. Huizinga - parla,
invece, dì “indebolimento dell’intelligenza
e dello spirito critico”.
Questa specie di atrofia dell’intelligenza e
della concentrazione, e di afflosciamento dello spirito
critico - a tutto vantaggio dei “visuale”
e dei “reclamistico” - dipende in larga
scala dalla moderna organizzazione del sapere, dal
martellante imbottimento di nozioni giudizi e sensazioni
da parte di una pubblicità sempre più
agguerrita e dal divertimento di massa...
Conseguenza pratica della rinuncia all’ideale
intellettuale è la decadenza dei valori morali,
non tanto delle singole norme, quanto della stessa
teoria della morale, che non avrebbe più alcun
preciso valore impegnativo. Situazione che spiega
la reviviscenza della superstizione sotto qualsiasi
forma, divenendo quasi una realtà soprannaturale
che salvi. Il dramma più tragico dell’umanità
è concepire la vita fine a se stessa.
Tra gli elementi positivi più emergenti nell’attuale
situazione di crisi bisogna additare quelli che lasciano
ben sperare: accentuazione del valore della persona
e della funzione della comunità; predilezione
del contatto amichevole con gli altri e dell’incontro
confidenziale nelle relazioni sociali; rispetto meno
ossequente verso il potere autoritativo e le istituzioni.
Su questi aspetti poggia la speranza di una fede più
libera da vincoli culturali particolari, per poter
essere “in grado di entrare in comunione con
le diverse forme di cultura” (Gaudium et Spes,
n. 58). Tale nuova speranza del credente d’oggi
serpeggia in tutta la costituzione della Gaudium et
spes, e costituisce una nuova metodologia che permette
di superare “la rottura tra Vangelo e cultura”
(Evangelium Nuntiandi, n. 20).
La nuova fiducia lanciata dalla chiesa all’uomo
contemporaneo è portatrice di una speranza
idonea a conferire contenuto assiologico alla consapevolezza
dell’attuale crisi culturale. Essa si fonda
sulla fede in Cristo Gesù, e quindi partecipa
della sua dimensione metastorica. Al riflesso di questa
rinnovata metodologia si sviluppa la presente ricerca,
intorno alla spiritualità clariana come la
dimensione femminile della spiritualità francescana.
2- La spiritualità
clariana
Parlare di spiritualità in Chiara
d’Assisi è molto delicato e difficile,
specialmente in considerazione del tempo che ci divide
e per la mancanza di scritti specifici in materia,
anche se i riferimenti di carattere spirituale sono
abbondanti nei suoi scritti. Per cogliere le linee
strutturali e caratteristiche della spiritualità
clariana, bisogna adoperare la chiave ermeneutica
specifica del francescanesimo: il cristocentrismo.
Con tale lettura si ricava un preciso giudizio sulla
vita pratica, con cui si cercherà di evidenziare
l’atteggiamento essenziale della personalità
di Chiara e gli elementi peculiari della sua spiritualità,
che conducono alle nozze mistiche con Cristo.
Il contenuto del termine «spiritualità»
oggi è molto vasto e complesso. Comunemente
si suole intendere: uno stile di vita; una via per
giungere alla perfezione cristiana sacerdotale e religiosa;
un metodo di pregare; un modo di andare a Cristo;
un modo di trattare gli uomini, le cose... Oltre alla
conoscenza sicura della via e dei mezzi che conducono
alla perfezione, la spiritualità implica anche
un modo pratico e personale di vivere e tradurre in
esperienze tali conoscenze, perché si coglie
il filo conduttore della Provvidenza presente in tutti
gli eventi della storia di una persona.
Nella vita della chiesa, come si sa, hanno cittadinanza
molte spiritualità, senza che alcuna abbia
il primato sulle altre, perché ognuna esprime
una particolarità della ricchezza della santità
della chiesa, ossia di Cristo stesso che costituisce
il fondamento di ogni manifestazione spirituale dell’uomo.
Quale preferire?
Personale la scelta. Non la si può imporre.
Ognuno deve scegliere per sé e mediare la propria
spiritualità. Ognuno è responsabile
della scelta.
Come ogni autore è, per un certo rispetto,
figlio del suo tempo, così anche Chiara, in
quanto “pianticella di Francesco”, “immagine
di Francesco”, “interprete di Francesco”,
“alter Franciscus” ha subito principalmente
l’influsso storico e spirituale non solo dell’esperienza
di Francesco d’Assisi e della sua legislazione,
ma anche della ricca e numerosa concezione della Chiesa
dell’epoca, tutta imbevuta dall’influsso
dei concetti fondamentali della Rivelazione. Prima
di entrare nel vivo dell’analisi della spiritualità
clariana, pertanto, premetto un breve cenno intorno
all’intuizione cristocentrica di Francesco,
che costituisce certamente anche il fondamento dell’intuizione
di Chiara.
a). L’intuizione
“cristocentrica” di Francesco d’Assisi
Dalla lettura degli scritti di Francesco
d’Assisi emerge a tutto tondo che la “cortesia”,
o “finezza spirituale”, costituisce una
delle caratteristiche peculiari della sua personalità.
E’ una cortesia fantasiosa la sua, e, per questo
a volte, anche geniale. Francesco è un uomo
cortese. La fonte sembra la Scrittura: Francesco ha
gustato Dio nella sua vita viva concreta e personale,
e da Dio ha riversato questo “gusto” verso
tutti e tutto. Ha imparato, per così dire,
da Dio stesso: Francesco conosceva molto bene e viveva
con entusiasmo tutte le tappe salienti della storia
della salvezza, acquistando un spiccato senso di Dio,
che è buono e cortese verso tutte le sue creature.
Della spiccata cortesia, Francesco alimentava la sua
vita e si sforzava di ricavarne lo spirito per tradurla
in atteggiamenti pratici. Impegno che fa scoprire
Francesco a se stesso, cioè nella sua profonda
identità di uomo con tutte le sue possibilità,
e in sé scopre anche il vero senso dell’uomo.
Il senso di Dio e il senso dell’uomo sembrano
tradurre la breve preghiera che Francesco recitava
spesso: «Mio Dio e mio Tutto! Chi sei Tu e chi
sono io?». Francesco si rapporta spiritualmente
solo con Dio! Di fronte a Dio si autoriconosce quale
ontologicamente è: un povero bisognoso di tutto,
dal quale aspetta di ricevere tutto. Ecco l’aspetto
essenziale ed esistenziale di Francesco: la fede in
Dio!
Da questo duplice senso, si può cogliere e
interpretare anche l’intuizione di Francesco
intorno al “cristocentrismo” più
“spirituale” che dommatico, più
antropologico che teologico, che costituirà
poi il fondamento per la successiva speculazione teologica
francescana. L’intuizione cristocentrica di
Francesco nasce, perciò, dalla sua esperienza
di Dio Uno e Trino, che dona all’uomo e al mondo
il Verbo eterno nel mistero dell’Incarnazione.
E poiché Cristo è insieme Dio e Uomo,
Francesco nei suoi scritti passa facilmente da Dio
a Cristo e da Cristo a Dio, e in Cristo si riferisce
tranquillamente a Dio e all’Uomo. Questo modo
di procedere di Francesco da un lato costituisce una
miniera inesauribile, perché si accorda con
più evidenza alle verità del mistero
trinitario e cristologico; dall’altro però
racchiude non poche difficoltà per la loro
stessa formulazione teologica.
Piace rendere concreta questa intuizione di Francesco
attorno al “cristocentrismo spirituale”
con due riferimenti generali: uno tratto da alcuni
elementi caratterizzanti la sua esperienza di Dio;
l’altro da un suo scritto tratto dal 23 capitolo
della “Regola non bollata”, che, per ragioni
di spazio, vengono soltanto esposti ma non commentati.
1). Elementi
emergenti dell’esperienza cristocentrica di
Francesco
La geniale intuizione di Francesco d’Assisi
ha origine proprio dall’incontro con il Cristo
crocifisso di s. Damiano e si completa con il Cristo
crocifiggente della Verna, attraverso la mediazione
dell’esperienza del Cristo crocifissato nei
lebbrosi, nei poveri, negli ammalati, negli esclusi...
Nel Cristo storico, Francesco scopre l’amore
di Dio in tutte le dimensioni evangeliche. La concreta
scoperta del Cristo assume in Francesco un valore
e un significato fino a quell’epoca mai raggiunti
dai cristiani, benché fossero diffuse le elevazioni
mistiche di Bernardo e di Riccardo di S. Vittore.
Tutti gli episodi salienti della chiamata di Francesco
sono illuminati e imbevuti della regalità di
Cristo. La voce del crocifisso di s. Damiano,lo invita
a riparare la sua Chiesa; il sogno di Spoleto lo mette
al bivio di scegliere tra il Signore e il servo; l’autodefinizione
di “araldo del gran Re”, dopo la triste
avventura con i briganti che lo bastonano e lo gettono
nel fossato di neve; il mistico e reale sposalizio
con “Madonna Povertà”, rappresentante
l’incontro con l’amore di Cristo che da
ricco si è fatto povero per alzarci alla sua
ricchezza; il gesto plastico davanti al Vescovo di
Assisi quando si spoglia nudo per rivestirsi di Cristo;
il desiderio della Verna in cui chiede di sentire
nel proprio corpo lo stesso amore che Cristo ha sentito
in sé per l’uomo; l’episodio della
morte che si fa adagiare nudo sulla nuda terra per
assaporare il mistero della morte di Cristo nudo sulla
nuda croce. Per tutto questo, Francesco d’Assisi
viene apostrofato da Pio XI come Alter Christus (cf
Enciclica Rite Expiatis 2 febbraio 1926).
2). L’inno
di ringraziamento a Dio della “prima Regola
Una norma elementare di ermeneutica
vuole che l’opera rivela l’autore, specialmente
quando si tratta di scritti. E Francesco è
anche uno “scrittore” spirituale di gran
pregio e di buon gusto. Come premessa al brano antologico
della “prima Regola”, molto denso di dottrina
cristocentrica, è importante ricordare il titolo
Sapientia Patris che Francesco utilizza una volta
sola per Cristo, e precisamente nella II Lettera ai
Fedeli (v. 67). E’ un titolo spartiacque: la
mancanza della “Sapienza del Padre”, cioè
di Cristo, costituisce per Francesco la causa di tutti
coloro che non si convertono, né credono, né
seguono Cristo nella vita spirituale... perché,
ingannati da Satana, non hanno conosciuto l’amore
di Dio e «non possegono in sé il Figlio
di Dio, che la vera Sapienza del Padre».
Il capitolo 23º della “prima Regola”
ripropone un tema, quello del ringraziamento e della
lode al Signore Iddio, molto ricorrente nella letteratura
spirituale dell’epoca, che Francesco rivive
con ricchezza di sentimenti nuovi e con profondo senso
di gratitudine per tutta l’opera di salvezza
rivelata e realizzata. Le strofe sembrano appartenere
a un inno, intercalato da un ritornello (qui trascritto
in corsivo e ripetuto a ogni strofa, pur non essendo
nell’originale). Ecco le prime strofe in traduzione
personale.
Onnipotente, santissimo, altissimo e sommo Iddio,
Padre santo e giusto, Signore e Re dell’universo.
Ti rendiamo grazie per te stesso,
poiché, dalla tua santa volontà,
mediante l’unico Figlio tuo,
insieme allo Spirito Santo,
hai creato tutte le cose
spirituali e materiali
e anche noi a tua immagine e somiglianza...
Onnipotente, santissimo, altissimo
e sommo Iddio,
Padre santo e giusto, Signore e Re dell’universo.
Ti rendiamo grazie,
perché, amandoci di un amore santo,
ci hai creati per mezzo del Figlio tuo,
e hai fatto nascere Lui,
vero Dio e vero uomo
dalla gloriosa vergine Maria,
e hai voluto redimerci
per la passione e morte di Lui.
Onnipotente, santissimo, altissimo
e sommo Iddio,
Padre santo e giusto, Signore e Re dell’universo.
Ti rendiamo grazie,
per lo stesso Figlio tuo,
che verrà di nuovo
nella gloria della sua maestà
per mandare al fuoco eterno
chi non ha voluto convertirsi
e non ha voluto conoscerti,
e per dire a chi ti ha conosciuto
adorato e servito nella fede
vieni benedetto dal Padre mio
e ricevi il regno preparato da sempre.
Onnipotente, santissimo, altissimo
e sommo Iddio,
Padre santo e giusto, Signore e Re dell’universo.
Poiché noi tutti miseri peccatori
non siamo degni di nominarti,
supplici preghiamo
il Signore nostro Gesù Cristo,
Figlio tuo diletto,
insieme alla Spirito Paraclito,
affinché ti rendano grazie
così come a te e a loro conviene per ogni cosa.
Egli che ti basta sempre in tutto
e per il quale grandi cose hai fatto a noi...
Volendo racchiudere in due parole tutte
le indicazioni provenienti non solo da questo testo,
ma anche da tutti gli altri scritti di Francesco,
si può dire che egli puntualizza il suo pensiero
teologico-spirituale nel duplice movimento dell’amore
trinitario ad extra: dal Padre al Figlio e dal Figlio
nello Spirito Santo. Al di là del valore storico-mistico
dell’esperienza di Francesco è interessante
notare che da lui la teologia comincia a interessarsi
della centralità di Cristo con più attenzione.
Il “cristocentrismo” di Francesco si può
definire “cristocentrismo spirituale o antropologico”.
La spiritualità francescana prende nome da
Francesco, la cui esperienza è, più
o meno, nota a tutti. Proprio perché esperienza,
essa è singolare e irripetibile, cioè
non comunicabile né insegnabile. E’ un
patrimonio proprio di Francesco. E come tale diventa
un “tipo” e un “modello”,
a cui ispirarsi per creare la propria personale sintesi,
e non per copiare o imitare. L’ esperienza,
come l’amore, non è insegnabile. Ognuno
ama come sa amare.
Comunque, è certo che alla base dell’esperienza
di Francesco, più che una visione filosofica
del mondo, dell’uomo e di Dio, ci sono semplicemente
delle profonde intuizioni d’amore e di fede
verso Cristo, il Vangelo, la chiesa, la Vergine Maria,
i Sacerdoti, l’Eucaristia, il mondo... secondo
la cultura del tempo e di quella che egli stesso possedeva.
b). Origini
della spiritualità clariana
La prima efflorescenza di questa esperienza
e spiritualità cristocentrica di Francesco
è certamente Chiara d’Assisi, ritenuta
dagli storici come l’“immagine e interprete
fedele di Francesco”, tanto da poterla chiamare
anche con il dolce appellativo di alter Franciscus:
Francesco immagine di Cristo e Chiara immagine di
Francesco.
La prima fase della vita di Chiara segue l’impronta
indelebile dell’esperienza eclatante e sublimante
di Francesco. Come l’episodio della spogliamento
delle sue vesti davanti al vescovo di Assisi, rappresenta
per Francesco l’apice della sua conversione,
così anche l’episodio della consegna
della “palma” nel 1212 segna il momento
qualificante e determinante della conversione di Chiara:
spogliarsi dei propri abbigliamenti per rivestirsi
della nuda povertà di Cristo e di Maria. Strano
modo di manifestare il proprio cambiamento di vita:
traduzione concreta e plastica dell’invito evangelico:
«se vuoi essere perfetto, vendi quello che hai,
distribuiscilo ai poveri..., poi vieni e seguimi»
(Lc 18, 22).
Anche l’episodio della vestizione di Chiara
segue l’impronta di Francesco. Questo per dimostrare
e affermare che i due Ordini realizzano lo stesso
ideale di vita con prospettive diverse e complementari:
seguire il santo Vangelo di Cristo. La cerimonia avviene
nella culla dell’Ordine francescano, la cappella
della Porziuncola, dove Francesco ebbe la rivelazione
di riparare la Chiesa di Cristo, per esprimere alla
perfezione il fondamento comune dell’ideale
o forma di vita: insieme contribuire a riparare la
chiesa di Cristo. Di questo episodio, Chiara conserva
forte e indelebile il ricordo tanto da considerare
lo stesso Francesco “fondatore” delle
clarisse, e lei stessa si considera una “pianticella
di Francesco” (Regola I, 3; Testamento n. 37).
La stessa sistemazione logistica di Chiara risente
del modo proprio di agire di Francesco. Si sa che
i primi due luoghi della nuova esistenza religiosa
furono il monastero delle benedettine di S. Paolo
di Bastia e quello di sant’Angelo di Panzo,
nei pressi di Assisi. In questi monasteri Chiara dichiara
di non poter realizzare l’ideale francescano,
perché «il suo spirito non trovava piena
pace» (Leggenda n. 10). Poi, finalmente la sistemazione
in nel conventino di S. Damiano, onde anche il nome
di “damianite” dato alle clarisse.
Ci si chiede: perché Francesco non ha sistemato
da principio Chiara in S. Damiano?
La risposta non può che essere questa: Francesco
non sapeva cosa fare di fronte a una vocazione di
genere femminile e di tanta risonanza sociale, in
quanto lui non aveva il carisma dell’organizzazione
legislativa, e, quindi, aspettava direttamente da
Dio delle indicazioni utili al caso, come era già
successo per l’Ordine dei frati. Quando comprese
che la vocazione di Chiara era il seme evangelico
di una ricca fioritura nella Chiesa, si decise di
trasferire e fondare il primo monastero clariano in
S. Damiano.
In questo modo, Francesco ha dato a Chiara e alle
sue suore gli stessi fondamenti spirituali che stanno
alla base della vita dei frati. Questo lo si evince
con molta chiarezza dagli Scritti di Chiara e specialmente
dal suo Testamento, in cui sono riprodotte integralmente
gli stessi insegnamenti di Francesco. Scrive: «Ammonisco
ed esorto nel Signore Gesù Cristo tutte le
mie sorelle, presenti e future, che si studino sempre
di imitare la via della santa semplicità, dell’umiltà
e della povertà, e anche l’onestà
di quella santa vita, che ci fu insegnata dal beato
Padre nostro Francesco fin da principio della nostra
conversione a Cristo... E amandovi a vicenda nell’amore
di Cristo, quell’amore, che avete nel cuore,
dimostratelo al di fuori con le opere, affinché
le sorelle, provocate da questo esempio, crescano
sempre nell’amore di Dio e nella sua mutua carità»
(Testamento, nn. 56-60).
Questa somiglianza tra Chiara e Francesco, nello scrivere
il proprio Testamento, dimostra che veramente Chiara
aveva scelto Francesco a modello per ogni cosa. Difatti,
esempio di questa scelta si ricavano tranquillamente
anche dalla Regola, dalla Benedizione (Francesco a
frate Leone, Chiara a suora Agnese di Praga), dalla
recita dell’Ufficio della Passione, composto
da Francesco stesso, e dalla obbedienza che Chiara
promette a Francesco anche a nome del suo Ordine (come
è ricordato nella Regola I, 4-5, e nel Testamento
n. 25, 40-41, 47).
Secondo la Leggenda l’influsso di Francesco
su Chiara si estendeva anche nella vita privata. Così
ad esempio al n. 12 si legge come Francesco convince
Chiara ad assumere la guida spirituale del piccolo
monastero di S. Damiano; al n. 18 Francesco obbliga
Chiara per obbedienza, d’accordo con il vescovo
di Assisi, a prendere un po' di cibo durante la giornata,
dal momento che il suo digiuno era sempre prolungato
e totale; al n. 17 è detto ancora che Francesco
obbliga Chiara a dormire il suo breve sonno su un
pagliericcio e non più sulla nuda terra come
faceva di solito.
Simpatiche sono anche le rivelazioni che Chiara fa
a suor Agnese di Praga che le chiedeva precisazioni
particolari sul digiuno (cf 3 Lettera ad Agnese di
Praga, nn. 32-36). Tra l’altro scrive: «nessuna
di noi, che sia sana e robusta, dovrebbe prendere
se non cibo quaresimale, tanto nei giorni feriali
che nei festivi, digiunando ogni giorno, ad eccezione
delle domeniche e del Natale del Signore, nei quali
giorni possiamo prendere il cibo due volte... Non
siamo tenute al digiuno - così ci ha insegnato
il beato Francesco in un suo scritto - durante tutto
il tempo pasquale e nelle feste della Madonna e dei
santi Apostoli, a meno che cadessero in venerdì».
Anche la Regola di Chiara (III, 9), seguendo l’esempio
di Francesco, prescrive l’esenzione dal digiuno
nel giorno di Natale, anche se cade di venerdì.
Da questi brevi esempio si può tranquillamente
dedurre che Francesco avesse a cuore non solo la vocazione
di Chiara, ma anche dell’intero Ordine. E per
rispetto, secondo l’uso del tempo, chiamava
Chiara e le sue sorelle con il tenero appellativo
di “Signore” (Regola, VI, 8). Anche Chiara
manifesta piena e grande gratitudine verso Francesco,
cosiderato «colonna e unica consolazione dopo
Dio e sostegno» (Testamento n. 38).
Da alcuni particolari storici si possono avanzare
alcune preoccupazioni che hanno serpeggiato nel cuore
di Chiara alla morte di Francesco e dopo la morte.
Chiara ha temuto per la sua stessa vita religiosa
del suo monastero, perché Francesco, in vita,
era, per la sua semplice presenza, la migliore garanzia
della fedeltà alla forma di vita e alla povertà.
Dopo la morte di Francesco, Chiara insieme alle sue
sorelle dovette sostenere gravi lotte per la difesa
della santa povertà. Solo due anni dopo la
morte di Francesco, Chiara ottiene dal papa Gregorio
IX, nel 17 settembre 1228, la conferma del privilegio
della povertà, mentre l’approvazione
ufficiale della Regola e del privilegium paupertatis
è avvenuto, come sappiamo, il 9 agosto del
1253 con la bolla del papa Innocenzo IV, cioè
soltanto due giorni prima della morte di Chiara.
Questo dimostra come fosse forte e profondo lo stimolo
che Francesco esercitava su Chiara e il suo ideale
di vita povera, e come si giustifica la venerazione
di Chiara per Francesco. Quando Chiara voleva rendere
più efficace un comando o un’esortazione
alle sorelle, prega di eseguirlo «per amore
di Dio e del beato Francesco» (Regola XII, 7).
Infine, è da ricordare la suprema testimonianza
di Chiara in onore di Francesco quando nella Regola
(III, 14) propone la festa liturgica di Francesco
come uno dei setti giorni dell’anno in cui le
suore devono fare la Comunione: Natale, Giovedì
Santo, Pasqua, Pentecoste, Assunzione, Ognissanti.
Si può comprendere questo provvedimento dal
fatto che all’epoca la comunione frequente era
sconosciuta, anzi dovette intervenire un decreto del
concilio del Laterano IV (1215) a invitare i fedeli
a fare la comunione almeno una volta all’anno!
Questa norma liturgica introdotta da Chiara per le
sue sorelle è la più bella testimonianza
del legame spirituale tra Chiara e Francesco, tanto
da poter chiamare Chiara come “immagine di Francesco”
o, meglio, come alter Franciscus.
c). Istanze cristocentriche
della spiritualità clariana
Per cogliere gli aspetti peculiari della
spiritualità di Chiara nel suo fondamento cristocentrico,
bisogna analizzare, anche se brevemente, almeno tre
temi fondamentali: quello della sequela Christi, quello
del rapporto tra Chiara e Chiesa e quello dell’immagine
della Madonna che Chiara possiede. Sono sì
tre temi di analisi, ma concettualmente costituiscono
un solo argomento, quello intorno a Cristo che continua
la sua opera storica sia attraverso la Chiesa sia
attraverso la mediazione di sua Madre.
1). La
sequela di Cristo secondo Chiara
E’ noto a tutti che la vita di
Francesco è stata interpretata e vissuta come
un continuo e costante riferimento a Cristo o sequela
Christi. L’aver chiamata Chiara con i dolci
nomi di “immagine di Francesco” o un “altro
Francesco” non vuol dire che Chiara sia una
semplice e passiva copia di Francesco, che non avrebbe
alcun senso né storico né spirituale.
Tali appellativi vogliono indicare soltanto la fedeltà
con cui Chiara interpreta Francesco, ma anche l’autonomia
con cui vive tale ideale con tutta la carica della
sua personalità e fascino femminile.
Un esempio di questa fedeltà ideale di Chiara
a Francesco la si desume facilmente sia dalla Regola
sia dalla conferma al suo proposito. Nella Regola
al cap. VI (nn. 3 e 7) è detto testualmente
che la vita delle suore è «vivere secondo
la perfezione del santo Vangelo» e «seguire
la vita e la povertà dell’altissimo Signore
nostro Gesù Cristo»; mentre nella conferma
della Regola il Cardinale Protettore, Rinaldo, ha
indicato l’essenziale dell’intera Regola
come «seguire le orme dello stesso Cristo»
(Premessa alla Regola, n. 13).
Come Francesco, anche Chiara inizia e termina la Regola
con la dichiarazione programmatica «La forma
di vita dell’Ordine delle Sorelle Povere, istituita
dal beato Francesco, è questa: osservare il
santo Vangelo del Signore nostro Gesù Cristo»
(cap. I, 1-2), e «Osserviamo in perpetuo la
povertà e l’umiltà del Signore
nostro Gesù Cristo e della sua santissima Madre,
e il santo Vangelo, come abbiamo fermamente promesso»
(cap. XII, 13).
Queste profonde e radicali affermazioni di vita spirituale
non hanno valore soltanto a livello teoretico - speculativo
o di rito formale, ma costituiscono delle vere e proprie
norme di vita esistenziali, perché l’esempio
di Cristo è preso come modello e forma di vita.
Chiara per esempio si sente obbligata a vivere in
povertà assoluta, «perché il Signore
si fece povero per noi in questo mondo» (Regola
II, 8). La sua fedeltà a Francesco viene a
coincidere con la sequela Christi vissuta dallo stesso
Francesco.
In questa fedeltà ideale ed esistenziale, Chiara
manifesta le sue caratteristiche proprie della sua
femminilità. La mancanza di attività
apostoliche esterne impegna diversamente Chiara a
vivere per esempio il digiuno. Mentre Francesco può
applicare ai suoi frati il principio lucano «potranno
mangiare di tutti i cibi che verranno loro messi davanti»
(Luca 10, 8), Chiara invece no, ma in compenso interpreta
con più rigore il digiuno corporale. Da un
lato Francesco sottolinea l’obbedienza del Cristo
al Padre, Chiara dall’altro si commuove dalla
«povertà e umiltà del Signore
nostro Gesù Cristo» (Regola XII, 13),
espressa principalmente nel mistero della nascita
e nel mistero della morte (Testamento, n. 45). E nella
Lettera a Ermentrude al n. 9 Chiara scrive: «Ama
con tutto il cuore Dio e Gesù, suo Figlio,
crocifisso per noi peccatori; e non cada mai dalla
tua mente il ricordo di lui. Medita senza stancarti
il mistero della croce e i dolori della Madre ritta
ai piedi della croce».
L’insistenza verso la meditazione della croce
di Cristo conduce Chiara a manifestare due sentimenti
propri della femminilità: la con-passione e
le nozze mistiche. Per quanto riguarda il sentimento
clariano della “con-passione” (soffrire
insieme, condividere gli stessi sentimenti) è
sufficiente citare un brano della II Lettera ad Agnese
di Praga, specialmente quando scrive: «Mira,
o nobilissima regina, lo Sposo tuo... divenuto per
la tua salvezza il più vile degli uomini, disprezzato,
percosso e in tutto il corpo ripetutamente flagellato,
e morente perfino tra i più struggenti dolori
sulla croce. Medita contempla e brama di imitare Cristo.
Se con Cristo soffrirai, con Cristo regnarai; se con
Cristo piangerai, con Cristo godrai; se in compagnia
di Cristo morrai nella croce della tribolazione, possederai
con Cristo le celesti dimore nello splendore dei Santi»
(nn. 20-21).
Il vero ideale della sequela di Cristo sfocia per
Chiara nelle così dette “nozze mistiche”:
l’amore di Cristo suscita la risposta dell’amore.
La manifestazione più profonda e intima dell’amore
è certamente quello nuziale, non certamente
carnale ma spirituale. Alcuni passaggi delle Lettere
ad Agnese di Praga si può mettere facilmente
in luce questo speciale sposalizio spirituale tra
Chiara e Cristo, e tra l’anima e Cristo stesso.
Così per esempio, nell’amore nuziale
spirituale Chiara si volge al Cristo, lo contempla
nella sua vita come modello e si studia di imitarlo
e piacergli; l’ardente desiderio del Crocisso
povero, rende Chiara amante conforme all’amato,
secondo la logica dell’amore molto diffusa da
Bernardo e Riccardo di S. Vittore.
Così per esempio, nella IV Lettera ai nn. 9-10
parla della vita monacale come uno sposalizio mistico
con Cristo: Eccone qualche espressione: «Te
veramente felice! Ti è concesso di godere di
questo sacro convito, per poter aderire con tutte
le fibre del tuo cuore a Cristo, la cui bellezza è
l’ammirazione instancabile delle beate schiere
nel cielo». E utilizzando un concetto caro a
Francesco espresso nella Lettera a tutti i fedeli
che coloro che fanno la volontà del Padre celeste
«sono sposi fratelli e madri del Signore nostro
Gesù Cristo» (cap. IX), Chiara trasforma
i termini in «sposa madre sorella» oppure
in «madre sorella sposa» nelle sue Lettere.
Nella I Lettera al n. 12 scrive: «Sorella carissima,
o meglio, Signora degna d’ogni venerazione,
perché siete sposa madre e sorella del Signore
nostro Gesù Cristo»; e ai n. 10-11 afferma
che Cristo riversa preziosi doni in colei che lo ama
misticamente: «Ormai stretta nell’amplesso
di Cristo, Egli ha adornato il vostro petto di pietre
preziose; alle vostre orecchie ha fissato inestimabili
perle; e tutta vi ha rivestita di nuove e scintillanti
gemme, come a primavera, e vi ha incoronata di un
diadema d’oro, inciso col simbolo della santità»;
e poco prima ai n. 7-9 aveva detto che Cristo fortifica
l’amore verginale: «Cristo custodirà
sempre immacolata e intatta la vostra verginità.
Il suo amore vi farà casta, le sue carezze
più pura, il suo possesso vi confermerà
vergine. Poiché la potenza di Cristo è
più forte d’ogni potenza, più
larga è la sua generosità; la sua bellezza
è più seducente, il suo amore più
dolce e ogni suo favore più fine». Questi
brevi cenni sulle nozze spirituali servono per affermare
che Chiara è una mistica per eccellenza e una
donna contemplativa.
2). La
fedeltà di Chiara alla Chiesa
Per comprendere non la concezione ma
la fedeltà di Chiara alla Chiesa, bisogna presupporre
quella di Francesco, molto ricca e variegata, che
può essere sintetizzata per la circostanza
così: accettazione incondizionata dell’ortodossia
e riconoscimento assoluto della autorità gerarchica.
Caratteristiche che si ritrovano di sana pianta in
tutti gli scritti di Chiara che hanno riferimento
con la fede e l’autorità costituita.
L’esempio principe è quello della Regola.
Come Francesco, anche Chiara è consapevole
che l’approvazione papale della Regola è
l’unica condizione per poter vivere l’ideale
serafico. E la storia dell’approvazione del
privilegium paupertatis ne è una conferma lampante.
Così come esempi, si possono citare alcuni
passaggi, specialmente desunti dalla Regola. Al cap.
I, n. 3, Chiara promette obbedienza al Papa e alla
Chiesa: «Chiara, indegna serva di Cristo e pianticella
del beatissimo padre Francesco, promette obbedienza
e riverenza al Signor Papa Innocenzo (III) e ai suoi
successori canonicamente eletti, e alla Chiesa Romana».
E al n. 12 del cap. XII vuole, sempre come Francesco,
un Cardinale protettore e garante dell’Ordine:
«Inoltre, le sorelle siano fermamente tenute
ad avere sempre come governatore protettore e correttore
quel Cardinale della santa Chiesa Romana, che sarà
stato assegnato ai frati minori dal signor Papa».
Chiara, sempre come Francesco, vuole che la vita del
suo Ordine si svolga sempre in conformità alle
disposizione della Chiesa. Così scrive nel
cap. XII al n. 13: «Suddite sempre e soggette
ai piedi della stessa santa Chiesa, salde nella fede
cattolica, osserviamo in perpetuo la povertà
e l’umiltà del Signore nostro Gesù
Cristo e della sua santissima Madre, e il santo Vangelo,
come abbiamo fermamente promesso». Molto significativa
è anche la testimonianza del Testamento quando
scrive: «Affido in custodia alla santa Madre
Chiesa Romana, al Sommo Pontefice e, specialmente,
al signor Cardinale che sarà deputato per la
Religione dei frati minori e nostra, tutte le mie
sorelle, presenti e future, perché ... faccia
osservare la santa povertà, che a Dio e al
beato nostro francesco abbiamo promessa».
Questi brevi cenni sono abbastanza indicativi per
dichiarare la costante fedeltà di Chiara alla
Chiesa e alla sua dottrina, onde la si può
chiamare anche donna ecclesiale.
3). L’immagine
di Maria in Chiara
Anche la comprensione dell’amore
di Chiara per la Madonna sottende quello di Francesco
per la Madre del Figlio di Dio. Come tutta la vita
di Francesco gravita intorno alla chiesetta di Santa
Maria degli Angeli, così anche quella di Chiara
ha i suoi momenti più significativi, a partire
dalla sua vestizione. L’autore della Leggenda,
nella Lettera di introduzione, chiama Chiara con i
titoli «immagine o impronta della Madre di Dio
e nuova guida delle donne», per indicare il
valore simbolico della sua nuova realtà acquistata
con la vestizione in Santa Maria degli Angeli.
Il nuovo ideale di vita di Chiara si svolge sempre
all’ombra della protezione della Madonna. A
Lei chiede di seguire fedelmente le orme del suo Figlio
nella via della povertà più assoluta.
Così è scritto nella Lettera di approvazione
della Regola: Chiara e le sue sorelle «seguivano
le orme dello stesso Cristo e della sua santissima
Madre»; e al cap. VI n. 7, Chiara scrive: «Voglio
seguire la vita e la povertà dell’altissimo
Signore nostro Gesù Cristo e della sua santissima
Madre». In questo modo, Chiara invita e sprona
le sue sorelle a imitare Maria Vergine nelle sue virtù
più eccelse.
Un caratteristico esempio della devozione di Chiara
per la Madonna può considerarsi non solo il
fatto di aver annoverato la festa dell’Assunta
tra i sette giorni dell’anno per ricevere l’Eucaristia
(cf Regola III, n. 14), ma anche quello di sospendere
il digiuno nelle feste in onore di Maria, come si
legge nella III Lettera ad Agnese di Praga, al n.
36.
Sull’esempio di Francesco, Chiara aveva compreso
che il modo migliore per andare a Gesù è
l’imitazione di Maria, considerata la via più
sicura per l’unione con Cristo. Gli aspetti
mariani più significativi messi in luce da
Chiara sono certamente quelli che riguardano la castità
e la verginità della Madonna, oltre alla sua
povertà e umiltà, via maestra che conduce
fino alla croce di Cristo. Nella Lettera a Ermentrude
scrive: «Medita senza stancarti il mistero della
croce e i dolori della Madre ritta ai piedi della
croce» (n. 9). La sequela di Cristo presuppone,
perciò, l’imitazione di Maria. Chiara
è l’immagine di Maria, modello della
nuova donna.
Conclusione
Al termine di questa breve relazione,
per ricordare i 750 anni della morte di Chiara, mi
è sembrato doveroso sollevare un velo su alcuni
aspetti della spiritualità di Chiara, così
come emergono dai suoi scritti, nella speranza di
aver suscitato in voi tutti il desiderio di leggerli
personalmente a vostra consolazione spirituale. Come
idea conclusiva bisogna ritenere che la spiritualità
di Chiara ha il suo fondamento teologico nel cristocentrismo
spirituale di Francesco, che si caratterizza nei tre
momenti della sequela di Cristo, dell’amore
alla Madonna e della fedeltà alla Chiesa.
Lauriola Giovanni ofm
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